Laura Balbo e Giuliana Chiaretti (a cura di): Dossier su Milano oggi domani dopodomani

| 2 Settembre 2015 | Comments (0)

 

 

 

 

Diffondiamo da “Inchiesta”  n. 188 aprile-giugno 2015 il dossier su Milano oggi domani dopodomani a cura di Laura Balbo e Giuliana  Chiaretti. Le foto riportate sono quelle della Milano dei navigli

 

1 . Laura Balbo: Milano, città dell’imparare: un “percorso di attenzione”

Laura Balbo è Sociologa e Presidente dell’associazione Milano ODD – www.milano-odd.it

 

Perché Milano?

“In certe città, le idee nuove girano veloci”: questa frase è in un articolo recente; ed è di New York che si tratta. Molti sarebbero disposti a riconoscerlo, che anche a Milano le idee nuove girano veloci. La città metropolitana è al centro dell’attenzione in studi e analisi, e certo sui media: le risorse, i cambiamenti; i rapporti a livello europeo e internazionale; e i molti problemi, anche. Qui ci si propone di guardarla in una prospettiva insolita: come la città dell’imparare.

Ancora una precisazione va fatta. In uno studio sociologico che guarda all’Europa l’autore (Ash Amin) ce lo ricorda, che “si tratta di un piccolo frammento del mondo”. Anche Milano, un frammento: molto piccolo, certo.

 

E perché l’imparare?

Molto sappiamo (in Italia, e a livello internazionale) sulle istituzioni- pubbliche e private- in cui si realizzano i processi di formazione delle “nuove generazioni”, dalla scuola primaria al mondo universitario, e oltre.  Siamo consapevoli della rilevanza di questi studi (e delle radicali trasformazioni in atto; e delle molte che ci saranno nel futuro).

E però qui si porta l’attenzione su processi e occasioni dell’imparare che – nella fase attuale, e nel contesto della città metropolitana – hanno modalità particolari; e la si guarda in questa prospettiva, Milano.

C’è l’appello urgente di uno studioso molto autorevole, Edgar Morin (il libro, uscito di recente anche in Italia, è Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione):

“Per portare prospettive nuove per il futuro… è necessario cambiare il mondo della formazione”.

Anche, è necessario riconsiderare il modo di intendere il nostro imparare; cambiarlo, appunto. Portare l’attenzione su contesti e pratiche in genere non presi in considerazione; andare fuori, oltre, gli ambiti tradizionali. Costruire collegamenti e possibili intrecci tra approcci disciplinari diversi. Richiamando l’auspicio – formulato da Robert Lyndt negli anni Novanta – che “ai problemi e ai cambiamenti del lungo termine, si guardi nella prospettiva delle scienze sociali”, qui ci si propone di ridefinirlo in questa prospettiva, il nostro imparare.

 

Il “percorso di attenzione ”

L’imparare si traduce – e si realizza – in cambiamenti: del contesto sociale, del nostro vivere quotidiano. Non è solo ricevere, assorbire quello che nelle sedi formative tradizionali viene presentato. Via via ci si domanda se (e che cosa) rivedere, aggiungere, ridefinire; escludere, anche. Metterle in luce, le molteplici circostanze e le tante diverse modalità del nostro imparare.

E provare a conoscerlo meglio, in questa fase di cambiamenti, il contesto (che certo presenta componenti e dinamiche particolari rispetto al vivere in centri urbani di piccole, o anche di medie dimensioni; e avendo anche presenti studi e contributi, sulla città e le sue trasformazioni, elaborati nel corso degli anni passati).

Al centro i giovani, ovvio.

E però lo sguardo va rivolto anche ai processi che si realizzano nelle diverse fasi del vivere, ad altri soggetti, occasioni, modalità: perché anche nell’età adulta si continua a imparare, e così per “i post-adulti” e i “tardo-adulti” (questi, i riferimenti usati negli studi demografici sui dati dell’invecchiamento della popolazione).

Ciò cui si guarda è soltanto un tassello del quadro: parziale, e però interessante. Mettendo a fuoco la mappa delle attività di “formazione” e dei “processi dell’imparare” si considerano fenomeni che sono “in progress”: come cambiano aspettative e bisogni e pratiche; e come nel tempo le strutture e le sedi formative si modificano.

Ci sono forme nuove, inedite, di apprendimento. Maturano pratiche, esperienze, risorse: di consapevolezza, di attenzione.

Se questi aspetti potranno segnare (e in vari modi già segnino) il nostro vivere quotidiano; e le modalità del nostro cambiare.

Se potranno portare, nel futuro, a contesti e scenari, diversi.

Questi, alcuni interrogativi che appare utile proporre.

Molti i riferimenti che vanno richiamati. Amartya Sen ha introdotto un concetto importante, le capabilities.  Anthony Giddens, studioso della modernità, fa riferimento agli skilled actors.

Nel dibattito internazionale troviamo molte formulazioni stimolanti, innovative: si parla del learning by doing; anche di interactive, informal, reciprocal learning; e dell’adult learning. Importante considerarlo, il nostro invisible learning.

E ci si interroga sulla “competenza interculturale” e la “competenza globale”: quanti, e come, sono collocati “fuori” dalle sedi formative tradizionali; e hanno – in prospettive, appunto, “globali” – conoscenza del mondo?

A questo punto è chiaro come i modi di guardare all’imparare, e la definizione stessa del nostro “sapere”, vadano rivisti.

Innovare, dunque: le categorie di analisi, gli approcci. Le parole stesse che siamo abituati a usare.

Sarebbe forse meglio dire (invece che imparare) ap-prendere.

Non è soltanto accrescere le conoscenze di cui si dispone; rivedere, modificare, risistemare. È’ prenderle, le opportunità: fare scelte, saper utilizzare le risorse disponibili (molteplici e, nel contesto metropolitano, particolari); in parte, anche, impreviste.

Si tratta -ma non sempre se ne è consapevoli; e neppure è scontato, certo, che si riesca a farlo- di imparare e cambiare.

Tante le occasioni – differenti, plurali – che possono trasformarsi in risorse per i nostri processi di apprendimento, e per il vivere quotidiano.

E non rimango la stessa persona, via via che (qualcosa) ap-prendo.

Questo “qualcosa in più” che si realizza va reso visibile, valorizzato. Con modalità differenti, ci riguarda tutti. E però del nostro lifelong learning, non è che si abbia davvero consapevolezza.

 

Costruire un “censimento”, una “mappa”

Ci si propone di osservarla, la città metropolitana, in questa prospettiva.

Di portare l’attenzione su dati e processi che caratterizzano la fase attuale; e di rivederlo, il concetto stesso dell’imparare.

Come prima tappa ci si è proposti di costruire una “mappa”- provvisoria, parziale – delle risorse, delle pratiche, delle occasioni dell’imparare nel contesto della città: la grande varietà di ambiti, i percorsi plurali e differenti, le molteplici modalità.

Utile poter disporre del quadro degli “imprenditori” (quelli tradizionali; e quelli “nuovi”, molto numerosi) che sono attivi in questi ambiti: conoscere progetti, risorse, difficoltà; anche forme di competizione; o eventuali processi e momenti di collaborazione.

E le occasioni che via via si rendono disponibili, le circostanze proprie della fase attuale: per molti aspetti particolari, in continuo cambiamento.

L’infografica che qui di seguito si presenta ricostruisce un primo quadro delle principali sedi (fin qui censite) dell’imparare nella città.

Partendo dal mondo della cultura: le sedi formative per musica, teatro, danza (di grande rilevanza, l’Accademia della Scala, di lunga e – anche a livello internazionale – famosa tradizione); i settori del design, della fotografia, della moda; dell’informatica, della comunicazione.

Le Scuole Civiche; l’insegnamento delle lingue straniere (in primo piano, l’inglese). Importanti anche altri settori: televisione; cinema; lo sport; e il “cibo”. Ci sono iniziative che facilitano esperienze di soggiorno e di studio all’estero. E le molte proposte per il “tempo libero”: per come viverlo, utilizzarlo. Alti i numeri di coloro che partecipano ad attività nel terzo settore, nelle varie associazioni religiose, nel volontariato.

Ancora: le varie iniziative della partecipazione “dal basso”, i social networks: numeri altissimi di persone ne sono parte. Particolare attenzione è stata rivolta ad ambiti nuovi, “emergenti” – come il mondo del co-working in cui sono centrali i processi di innovazione; e dunque, di apprendimento. Anche attivo, in una pluralità di settori, il Comune di Milano.

Nel 2015, l’Expo. Ci si propone di guardare, negli anni successivi, a possibili effetti di questo evento. Il quadro è variegato; continui i cambiamenti, molte le novità. Tutte possibili occasioni, e anche stimoli, per imparare e cambiare.

Per disporre di una visione della città quanto più possibile completa, aggiornata, certo utile la “mappa”: i dati sulle risorse disponibili, su cambiamenti e progetti per i prossimi anni. E coloro che in vari modi ne sono parte attiva, cercare di “conoscerli”: dunque cogliere i ruoli che hanno nella vita cittadina, il peso che potranno avere nel futuro.

Per non trascurare aspetti che spesso passano inosservati, e via via orientarsi meglio, si è proceduto in vari modi: si sono realizzati, con colloqui e interviste, alcuni “studi di casi” su iniziative in diversi ambiti; si partecipa -in molte occasioni- a incontri e iniziative pubbliche. Le notizie fornite dai media si rivelano a volte utili. Particolarmente stimolante il portale “Segnali di Futuro” (www.segnalidifuturo.com): vi si realizza un percorso in qualche modo “parallelo” al nostro.

Non sempre – questo va detto – è stato possibile ottenere le informazioni necessarie per conoscerlo davvero, il complesso quadro della città.

La seconda componente del percorso porta l’attenzione sugli users: questa, la suggestiva espressione proposta da Guido Martinotti, molti anni fa; la riprendiamo (in parte modificandola rispetto a come era stata formulata in un contesto che oggi risulta, per non pochi aspetti, cambiato).

Gli users solo in parte ci abitano, nella città. Moltissimi (circa 850.000 ogni giorno, si è calcolato) vengono da fuori – tutti i giorni, o occasionalmente – per svolgere le loro attività, per portare avanti iniziative, per stabilire contatti. Svariati i processi e i meccanismi dell’apprendere, nelle molte occasioni che la “mappa” permette di ricostruire; e però anche nei percorsi lavorativi, nelle attività di tempo libero; nelle molte forme della cittadinanza attiva, della partecipazione.

E nelle pratiche del vivere quotidiano.

Ci si propone di conoscerlo, questo complesso scenario: le donne, gli uomini; i “giovani “ e gli “anziani”; gli “immigrati” (quelli arrivati decenni addietro, e quelli recenti); coloro che hanno risorse, altri in situazioni -in misura e con caratteristiche diverse- difficili. I percorsi; i progetti; le risorse.

Tutti, “utilizzatori”: dunque guardare ai contatti, ai rapporti; a possibili forme di collaborazione, anche, nei tanti diversi ambiti della vita cittadina.

È appunto la presenza di questa popolazione metropolitana che caratterizza il complesso scenario della città dell’imparare. Si impara nelle circostanze della vita di ogni giorno. Può succedere di incontrare persone che prima non si conoscevano, e si creano relazioni; si realizzano insieme percorsi, progetti. Si condividono informazioni utili. Si possono aprire prospettive impreviste; stimoli, idee nuove.

E sono molte le possibilità di relazioni e di collegamenti anche a livello internazionale.

Plurale, diversificata, complessa, la Milano metropolitana.

La parte della popolazione che siamo abituati a identificare come “gli immigrati” ne costituisce una componente molto rilevante; plurale, differenziata.

Quelli che ci sono venuti da adulti; altri, negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza; quelli che ci sono nati. Molte e differenti le parti del mondo da cui provengono, le esperienze vissute, le aspettative; le capacità di adattamento; e le risorse, anche. Quelli che sono in grado di parlare due lingue (o più), di adeguarsi a culture e abitudini e pratiche quotidiane altre da quelle dei luoghi in cui avevano prima vissuto; di familiarizzarsi con il contesto cittadino. Imparano, appunto: la lingua, le regole burocratiche; le abitudini.

Certo, molti, affrontano pesanti condizioni di difficoltà. Diversi, i percorsi di donne e uomini.

E tutto questo non riguarda gli “immigrati” soltanto. Il vivere che ci proponiamo di mettere in luce è segnato dai dati della “disuguaglianza urbana”: anche a Milano, certo.

Sulla base di questi riferimenti (e di molti altri) ci si propone di portare avanti il “percorso di attenzione”.

 

Sull’imparare e cambiare, farsi domande

Molte, certo, le “risorse umane“, le “capacità”, che rimangono invisibili; che non vengono valorizzate.

Qui si guarda alle circostanze e agli “attori” – del contesto, e di questa fase – che sono partecipi, e riescono ad utilizzarli, i processi dell’imparare – e – cambiare.

Renderla via via più precisa, più adeguata, la prospettiva: che è rivolta, come appunto più sopra è stato detto, “ai problemi e ai cambiamenti del lungo termine”.

Farsi domande sulle pratiche e le risorse -sociali, culturali; anche politiche- che per molti si traducono in progetti, strategie di vita. Se e come si realizzino processi di innovazione; se si anticipino – in parte, almeno – le circostanze e le implicazioni dei cambiamenti che si prevedono in analisi e letture del sociale (a livello “globale”, questo anche va richiamato).

Certo questo “percorso” potrà apparire poco rilevante (comunque inadeguato), di fronte alla complessità degli scenari e delle prospettive che segnano la fase attuale: i dati della “globalizzazione”; gli imprevedibili sviluppi delle “nuove tecnologie”; i dati della crisi economica; le radicali trasformazioni in atto nel mondo del lavoro.

E però ci si propone di portarlo avanti.

Sollecitati, anche, da quello che a Milano è successo nella giornata di inaugurazione dell’Expo: i disordini e le manifestazioni di violenza dei black bloc, l’immediato l’intervento del sindaco Giuliano Pisapia, le migliaia di persone scese nelle strade della città per mettere ordine, ripulire: e per rendersi visibili.

Hanno capito; e hanno reagito: come cittadini, appunto.

Consapevoli, partecipi, attivi. Pronti a dare una risposta, insieme.

Un “sentimento civile che unisce le persone” (così Stefano Rodotà) si è reso visibile. “Nessuno tocchi Milano”.

Nei giorni successivi si sono avute altre iniziative. Consapevolezza e senso di responsabilità che accomunano, e impegnano, nel contesto del proprio vivere: questo si è colto.

Tutto questo è stato al centro dell’attenzione mediatica e del dibattito pubblico, non solo a livello nazionale.

 

Si può leggerlo così: cittadini partecipi, e attori, dell’imparare e cambiare.

Le loro risorse – in circostanze inedite, imprevedibili – le hanno rese visibili, le hanno utilizzate.

A questo punto chiedersi se sia, la città Milano, un “caso” particolare; o aprirsi – modificando, diversificando la prospettiva di osservazione – a processi che, con modalità diverse, possono essere presenti anche in altri contesti e situazioni.

Se e come mettere in luce i processi dell’imparare e cambiare. E valorizzarli.

Quali le risorse, le “capacità”, gli “attori”.

Queste, le domande.

 

La Mappa dell’imparare che segue  e quella successiva di Explog sono disegnate da Silvia Marinelli  classe 1984, diplomata a pieni voti all’Accademia di Belle arti di Milano, si occupa di comunicazione visive: è illustratrice e graphic designer. Ha disegnato per il Sole 24 ore, RCS e Salani editore. Il suo tamblr è www.silviamarinelli. tamblr.com


 

2. Giuliana Chiaretti: Un alfabeto urbano

Giuliana Chiaretti è Sociologa e psicoanalista

 

 

Perché un alfabeto?

Questo l’intento:

Portare l’attenzione anche a quei particolari “segni” che sono le parole. Parole che vanno in giro per la città, materializzate in luoghi, incorporate in spazi sociali e vaganti nel cyberspazio che le avvolge.

Allora malgrado si abbia la sensazione di trovarsi di fronte a un vero e proprio turbinio si è pensato di mettere in cantiere un alfabeto urbano. Certo parziale.  Scegliendo, per iniziare, alcune di quelle parole che dicono di nuove pratiche da parte di chi governa la città e di chi vi opera attivamente.

Ogni parola suggerisce qualcosa da imparare: a chi vive stabilmente la città e a chi viene e va. Di certo ogni parola urta contro resistenze, sordità, difficoltà. Come le cose, le parole passano attraverso canali prefissati e hanno un proprio pubblico, ma si può immaginarle anche mentre circolano nell’aria, simili a correnti.

Parole come segni, dunque, di un discorso pubblico che racconta attività e iniziative per ripensare la città, renderla aperta ai cambiamenti e alle differenze per convivere, equa e bella, per quanto possibile. Segni di un fare orientato a un nuovo modo di intendere la cultura del territorio, innestandovi – com’è stato detto in un’iniziativa pubblica – pillole conoscitive, ma non solo. Perché vi si ritrova anche qualcosa di sensitivo e affettivo. Infine, tutte vanno coltivate con “una pratica osservatrice e partecipante” (Michel de Certeau).

Viene in mente Per amore della città di Gisella Bassanini (Franco Angeli, Milano, 2008): si tratta di costruire e stringere legami con il territorio, con il proprio quartiere, con la città. Affiancando alle forme di associazione con i propri simili e le persone che ci piacciono, la pratica di luoghi e di situazioni dove si possa fare amichevolmente esperienza della diversità.

Il contrario del refrain “C’è gente senza cuore in giro per la città”, che scandisce la canzone di Francesco De Gregori Finestre rotte.

 

Altri alfabeti civici

Altri alfabeti civici, molto diversi l’uno dall’altro, sono stati messi in cantiere e realizzati.


1894 The civic Alphabet

Il più curioso e lontano nel tempo, per quello che c’è dato sapere, si deve a una donna, Sarah Platt Decker (McIdoo Falls, Vermont, October 1, 1855 – San Francisco, California, 1912). Attivista fervente, impegnata nel sociale e in politica a difesa dei diritti di donne e bambini, è la prima presidentessa del Denver’s Woman Club, un’associazione che si diffonde in molti altri stati e in pochi anni raggiunge migliaia d’iscritti. È lei ad anticipare il programma e l’azione del Progressive “City Beautiful”, un movimento che agli inizi del ‘900 si batte per una città sana contro la povertà e il degrado urbano con il suo “The Civic Alphabet” (1894). Dall’A alla Z per sfidare e impegnare i membri del Club a migliorare la salute pubblica con un lavoro di manutenzione e pulizia delle loro comunità e città.

Ecco qui alcune voci: A-Aim to make Arbor day annual the “clean-up” day. G-Give free lectures upon civic movement. Q-Question authorities about civic expenditures. Y-Your city is yours, never forget that.

Venendo ai nostri giorni, due recenti esempi.

 

15 ottobre 2014 Alfabeto della città metropolitana:

La Fondazione Stelline di Milano insieme all’Associazione Amici delle Stelline apre la mostra “Alfabeto della città metropolitana”. Ogni lettera è associata a un tratto distintivo della città prevalentemente alle sue “eccellenze”, e accompagnata da istantanee scattate dai giovani fotografi milanesi di MilanoCittàAperta/miciap.

Alla lettera d – design (Made in Italy, Salone del mobile, Triennale, Design Museum); i – immigrazione (4,6 milioni di stranieri regolari, 10% popolazione lombarda); k – know how (DNA di Milano, 32 mila ricercatori, PoliHub); n – non profit (10 mila istituzioni, 150.000 volontari, sistema di welfare)…

http://www.stelline.it/it/la-fondazione/attivita/alfabeto-della-citta-metropolitana.html

 

Febbraio 2015-AZ Genova:

Due fratelli genovesi, Marco e Luca Picardi (il primo impegnato nella cooperazione internazionale e l’altro designer) ideano e realizzano in tempi brevissimi AZ Genova, un alfabeto per immagini.

Ogni lettera è un problema da risolvere, ogni lettera un’azione civica da intraprendere, accompagnata da piccoli suggerimenti per una sua fattibile soluzione. Molte portano l’attenzione su dettagli, su piccole cose, tutte sono simbolo di un disagio quotidiano più ampio e della crisi profonda della città.

L’alfabeto (per ora in inglese, ma si prevede la versione italiana e forse in zeneize) fa parte di un più ampio progetto internazionale “Look at Your city” e ha interessato altre città e paesi del mondo, tra i primi l’Estonia e lo Zimbabwe.

I fratelli raccontano in un’intervista: «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi, abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete a ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

 

Tra le prime lettere:

 

Access

Access issues manifest themselves in many ways through Genoa. City demographics make it one of Europe’s oldest, and its sprawl complicates connectivity between core and periphery. At the street level inadequate signage, disregarded furniture, poor quality crossings, and potholed pavements are regular obstacles. If fading zebra crossings are given a colourful outline, pedestrian access could be improved.

 

Closure

Many shops, underpasses, elevated walkways, factories, and houses have been abandoned or closed in the last few years for a variety of reasons. Recently built public amenities have been left to decay, and in the historical centre artisans facing diminishing trade are closing their businesses for good, making for a surreal atmosphere of forgotten places hiding in plain sight. Seeing a once thriving place become lifeless is normal and reflects a certain type of city thinking. Giving these abandoned places speech bubbles could encourage a new approach to closure.

 

E così avanti, lettera dopo lettera.

http://genova.erasuperba.it/interviste/az-genova , http://www.azgenova.com/#welcome

 

Ombre e luci della città in questi due alfabeti urbani contemporanei che non potrebbero essere più diversi, proprio come lo sono tra di loro Genova e Milano.

 

L’alfabeto urbano di Milano ODD

L’alfabeto urbano che Milano ODD ha messo in cantiere inizia con quattro lettere dell’alfabeto, associate spesso all’esplorazione in corso di “Milano città dell’imparare”.

A Ascolto Ÿ D Diritti quotidiani Ÿ G Gli Intrusi Ÿ I Identità

E sono in agenda:

C Cura Ÿ L Luoghi Ÿ M Memoria Ÿ T Tempi Ÿ V Vita quotidiana

 

È un alfabeto che mescola parole non usuali, parole che ritornano alla ribalta, parole che circolano anche in altre città.

Com’è nata l’idea? Dalla parola “Intrusi”, che è apparsa di recente sulla scena cittadina per denominare il blog degli amici della Casa dei diritti. Incuriosisce vederla associata ai diritti, ci siamo chiesti il perché e il come. Poi l’abbiamo immaginata parte di una mappa della città, riportata su un segnale di direzione (magari ripetuto più volte) per indicare un luogo fisico e uno spazio sociale.

Si è pensato (perché no?) che avrebbe potuto dare inizio a un alfabeto cittadino, urbano, puntando su parole che abbiano un valore di azione, dicano di un “fare”, stimolino a capire e a riflettere. Ci rammentano il libro postumo di John Langshaw Austin del lontano 1962 Come fare cose con le parole (Marietti, Genova, 1987).

È un alfabeto da costruire poco per volta, che rimane aperto a modifiche, e alla domanda “Se (e che cosa) rivedere, aggiungere, ridefinire; escludere, anche”.

A ogni lettera corrisponde un aspetto della vita urbana scelto con un certo arbitrio, anche se presenta un’evidente impronta sociologica. Ogni parola identifica un luogo, un’esperienza, un tentativo di democrazia urbana partecipativa, la risposta a un bisogno collettivo. Ed è accompagnata da pochi esempi tra i tanti possibili e non sono i più importanti. In gran parte sono quelli conosciuti da vicino e attraverso una propria personale ricerca ed esperienza di vita urbana.

 

Le quattro lettere

 

A Ascolto

Preso sul serio, l’ascolto è una pratica tutta da imparare. Diversamente dall’udire è un atto dinamico; entra in azione rispetto a un oggetto, si allarma per inseguire un indizio. Ad esempio usiamo l’espressione drizzare l’orecchio per significare un cambio di posizione da passiva a attiva, come se l’organo fattosi attento decidesse di agire e l’ascolto entrasse in funzione (Roland Barthes e Roland Havas, Ascolto, Enciclopedia Einaudi, Torino, 1977).

L’ascolto ha fatto parte soprattutto del pensiero e dell’esperienza religiosa, e interessato la speculazione filosofica. Ma ci sarebbe molto da dire anche con riferimento alle scienze sociali. Perché ascoltare non diversamente dal parlare, è un’attività socialmente rilevante, un modo di partecipare, interagire, osservare, conoscere e interrogare la realtà che ci circonda, gli altri e noi stessi. Eppure i ruoli di parola hanno occupato e continuano a occupare le posizioni di maggiore prestigio a confronto con i ruoli di ascolto, cosicché lo scambio sociale tra l’una e l’altra posizione non è mai uno scambio alla pari.

 

Non può mancare in un alfabeto urbano (accettandone tutti i rischi).

Perché oggi è onnipresente in ogni tipo di discorso sulla città. Associata alla questione della cittadinanza attiva, è una delle parole chiave di tensioni e conflitti specificamente urbani: si rivendica non solo il diritto di parola anche il diritto di ascolto, rovesciando e mettendo in discussione l’asimmetria tra il ruolo di chi ascolta e di chi agisce il potere della parola; puntando piuttosto sulla loro circolarità.

Per questo è diventata anche la parola “chiave” di chi si trova al governo della città o aspira a esserci. Di ogni progetto di rilettura, progettazione e tentativo di “pianificazione attraverso la cultura” (dovere, necessità, obbligo all’ascolto).

Insomma: non si è smart city se non si ascolta la città.

 

Parlando di Milano non si può non tornare indietro nel tempo per richiamare un’esperienza di ascolto, dialogo e confronto che ha distinto le città per molti anni. E’ la “Cattedra dei non credenti”, un’iniziativa creata dal cardinale Carlo Maria Martini nel 1987. Fin dal suo messaggio d’insediamento (1979) Martini parla di una Milano “città della mediazione e dell’ascolto”. L’iniziativa si prolunga fino al 2002, ha grande eco ed è seguita da un pubblico numeroso. L’VIII Cattedra (1995) è dedicata al tema della città, la città concreta presentata con parole pungenti e “provocatorie”: “Questa nostra benedetta maledetta città”, (Gribaudi, 1996).

In quegli anni Milano diventa la prima tra le città metropolitane per presenza d’immigrati e di una pluralità di culture e di religioni (dall’induismo all’islam e alle religioni “etniche” – lo shinto, i sikh). A questo processo di cambiamento guarda il cardinale Martini, che sceglie come titolo del suo discorso nella vigilia della festa di Sant’Ambrogio il 6 dicembre 1990: NOI E L’ISLAM – dall’accoglienza al dialogo.

Si tratta di una prospettiva comunicativa di teologia pastorale ma appartiene di sicuro alla storia della città oltre a trasmettere l’idea che la capacità di ascolto non solo si deve apprendere, richiede anche di percorrere “un itinerario culturale difficile, una lenta conquista”.

 

Milano è uno dei casi esemplari per analizzare a fondo questo processo, gli esiti, le difficoltà, le contraddizioni, le proteste e delusioni dei molti inascoltati, le promesse mancate. Perché il sindaco Giuliano Pisapia sceglie l’ascolto come tema cruciale della sua campagna elettorale, simbolo del cambiamento e di una nuova politica.  Definisce la sua vittoria, ottenuta contro ogni previsione, una conquista fondata sull’ascolto.  In effetti, nella sua azione di sindaco e in quella dei diversi assessorati l’ascolto si è tentato di praticarlo, tra successi e insuccessi. E dando risposte molto differenti secondo gli interlocutori, le forze sociali in campo, i rapporti di potere in gioco. Una storia che sarebbe tutta da racconta. Qui solo degli esempi, alcuni incoraggianti alcuni meno. Di quelli che incoraggianti non lo sono per nulla, si è molto parlato e si continua a parlare.

 

E se ne trova facilmente notizia.

 

Si riconosce (insieme alle dure critiche per un mancato complessivo governo del territorio) che il vicesindaco e assessore all’urbanistica Ada De Cesaris ha seguito il metodo dell’ascolto per cambiare in modo significativo il Pgt (Piano di Governo del Territorio) preesistente. Sono state accolte “del tutto o almeno parzialmente il 44 per cento delle osservazioni ricevute da cittadini, associazioni e imprese (contro il 7 per cento del progetto precedente). È stato discusso con l’assessore in 64 incontri organizzati in città: assemblee pubbliche, comitati di zona, confronti con associazioni cittadine, categorie professionali, imprese. Su 4.765 osservazioni presentate, 696 sono state accolte, 1.462 parzialmente accolte, 2.607 non accolte.”. Non deve essere stato semplice.

 

Non è mancata un’esperienza di ascolto attivo, coordinata da Marianella Sclavi, sociologa, esperta di Arte dell’ascoltare e gestione creativa dei conflitti (un metodo da lei portato in altre città d’Italia, Bologna, Prato, Livorno, Modena). È nata così “Garibaldi e L’isola partecipata”, un percorso di progettazione partecipata per la riqualificazione del Cavalcavia Bussa, e la creazione di un Centro Civico.  Quattro mesi d’intensi lavori, settembre-dicembre 2012.

Per poterne capire il peso e il senso e valutarne gli esiti è indispensabile situarla nella storia (che inizia circa quindici anni fa) del progetto di riqualificazione urbana più importante d’Italia e uno dei più grandi in Europa. Investe non solo i quartieri Isola e Garibaldi ma anche le Varesine (zone 9 e 8). È il progetto Porta Nuova, è la Milano dei grattacieli.

Dal giornale di strada Terre di Mezzo, che ne racconta la storia, alcuni stralci.

 

“Nel 2004 la giunta comunale, guidata da Letizia Moratti, dà il via a uno dei più grandi progetti di riqualificazione urbana in Italia, con un investimento di 2 miliardi di euro per costruire grattacieli, centri direzionali e commerciali, appartamenti di lusso e la nuova sede della Regione. Ne fa le spese l’Isola, che perde cielo, verde e identità. I comitati di protesta non riescono a fermare la speculazione immobiliare. L’unica nota positiva sono gli oneri di urbanizzazione, 2,3 milioni di euro, che la nuova giunta di Giuliano Pisapia ha deciso che spetteranno al quartiere. Servono per realizzare servizi che mancano e che i cittadini rivendicano da anni. Come appunto la proposta di un centro civico – con servizi e spazi per i giovani, per gli anziani, una biblioteca e mille altre “piccole” cose -, che era già stata avanzata da tempo, promessa e mai realizzata.

Garibaldi e l’Isola partecipata parte da lì. Sì, perché l’incontro che dà il via al percorso, nel luglio 2012, è proprio una passeggiata collettiva per studiare insieme il cavalcavia Bussa (un’opera rimasta incompiuta, risalente agli anni Cinquanta che collega l’Isola al resto della città scavalcando i binari della ferrovia) e le aree individuate dal Comune per la realizzazione della Casa del quartiere. (…)

Il percorso di progettazione si è chiuso a dicembre con la consegna del documento conclusivo all’amministrazione comunale. Il documento comprende la narrazione polifonica sul quartiere, nata dalle interviste ai cittadini, la definizione di due proposte per la collocazione della Casa del quartiere, alcuni suggerimenti sulle funzioni della Casa e, infine, otto idee che trasformano il cavalcavia Bussa in uno spazio da vivere con verde, bar, giochi, campetti, piste ciclabili.”.

http://magazine.terre.it/notizie/rubrica/0/articolo/2906/lisola-che-vorrei

 

Per saperne di più:

 

L’arte del conflitto in Isola – Isola Art Center.

http://www.isolartcenter.org/download/1373721236.pdf

ReportGaribaldiIsolapartecipata.pdf – Città Metropolitana

www.milanocittametropolitana.org/…/ReportGaribaldiIsolapartecipata.pd..

E il fumetto: Diari in attesa. Nuove geografie urbane Garibaldi-Isola …

https://www.careof.org/old/EN/inside_2008_DIARIINATTESA.html

 

D Diritti quotidiani

 

Nel 1987 Laura Balbo introduce nel dibattito sui diritti l’espressione «cultura dei diritti quotidiani» (Time to care. Politiche del tempo e diritti quotidiani, Franco Angeli, Milano, 1987).

L’espressione non è pienamente entrata nel linguaggio “familiare” né in quello “esperto” e neanche in quello istituzionale, si parla piuttosto di diritti fondamentali. Eppure trascurare, omettere dimenticare l’aggettivazione “quotidiani” fa differenza.

Perché è con riferimento a questioni centrali per il vivere quotidiano, che si è evoluta e trasformata la cultura dei diritti. Il vivere e il morire; il procreare e il controllo della procreazione; le tante forme della discriminazione, della violenza e del controllo degli individui; le condizioni di sopravvivenza stessa della specie.

Perché è nel vivere quotidiano che si formano aspettative, progetti di vita, strategie; si originano spinte a cambiare, a mettere in discussione, a trovare risposte alternative; si organizzano forme di protesta, di resistenza e di innovazione.

Nello spazio del quotidiano si attiva e alimenta il processo “che precede, accompagna, sollecita, o forza” il momento del riconoscimento e della codificazione di nuovi diritti.

In sintesi lo spazio del quotidiano in questa prospettiva è riconosciuto parte di un sistema a molti livelli e attori.

Iniziative “dal basso” come l’Associazione Smallfamilies oppure il “laboratorio civile” che ha la sua sede nella Casa dei Diritti sono due diverse iniziative che potrebbero far parte di una governance della città.


La Casa dei Diritti di Milano nasce il 14 dicembre del 2013 su iniziativa dell’assessorato alle Politiche sociali e Cultura della Salute.

 

“Il suo scopo è di riunire in un solo luogo la tutela dei diritti umani e le azioni contro le discriminazioni determinate da situazioni di minoranza o di fragilità.

La Casa dei Diritti è un “laboratorio civile” sui diritti che tiene insieme servizi tradizionali e nuove offerte. Molti nuovi servizi specialistici gratuiti nascono da proposte della società civile e si affiancano agli sportelli contro le discriminazioni legate all’orientamento o all’identità sessuale, all’origine etnica o religiosa.

Il proliferare di proposte e l’accoglienza di esplicite intenzioni di sussidiarietà attiva è segnale del potente motore simbolico che si è avviato a Milano con la nascita della Casa dei Diritti e che produce un potente e naturale desiderio di condivisione e confronto valoriale. Nel solo primo anno di vita si sono svolte nell’edificio di Via De Amicis 10 ben 186 iniziative culturali, in media una per ogni giornata lavorativa.

Si ritrovano in Casa dei Diritti coloro che si riconoscono nella tutela dei diritti umani per proporre e scambiare contenuti. Lì ha inoltre sede il coordinamento dei servizi antiviolenza, dei servizi di contrasto alla tratta di esseri umani e ben otto sportelli tematici, dalla tutela della genitorialità al testamento biologico, dalla nascita al fine vita.”

http://www.amicidellacasadeidiritti.it/la-casa-dei-diritti/

 

L’Associazione Smallfamilies nasce nel febbraio 2014.

Ha come principale finalità “favorire e sostenere la qualità della vita quotidiana e il benessere in particolare delle famiglie mono genitoriali e monoparentali in un contesto sociale, culturale, economico e relazionale in continua trasformazione”.

 

“Smallfamilies è un progetto sociale e culturale nato nel 2012 da un’idea di Gisella Bassanini, architetta, ricercatrice e madre smallfamily (single) condivisa con altri due genitori single Michele Giulini e Erika Freschi. L’intento è dare voce concreta a un cambiamento in atto che sta rivoluzionando la “struttura famiglia” sempre più spesso composta da un solo genitore che vive con almeno un figlio, o da genitori soli con pargoli a carico ma conviventi anche con altri parenti. Nel 90 per cento dei casi sono le madri a essere le uniche capofamiglia, ma stanno crescendo anche i casi di padri single.

Orientare, informare, offrire strumenti per affrontare insieme le numerose variabili che una smallfamily si trova a dover gestire, sono gli obiettivi principali. Perché la taglia piccola (small), è solo rispetto ai genitori: uno, cioè quello che convive con i propri figli. Per il resto si tratta di famiglie come tutte le altre, variegate e alle prese con grandi numeri: dai costi economici alle relazioni.” http://www.smallfamilies.it/chi-siamo/

 

A Milano, nel 2014, le smallfamilies residenti rappresentano il 12% del totale. Considerando solo i nuclei familiari con figli l’incidenza dei nuclei mono genitoriali è più evidente: tra quelle in cui almeno un figlio è minorenne, una famiglia su quattro è una smallfamilies, e lo è una su due di quelle con soli figli maggiorenni.

http://www.smallfamilies.it/milano-sempre-single-famiglie-monogenitoriali/

 

E Milano è anche la “capitale italiana dei single”. Risale al 2010 lo “storico sorpasso”, che ha visto le famiglie unipersonali raggiungere il 50,6 % della popolazione registrata all’anagrafe. Ora i nuovi dati sulla città (diffusi dall’anagrafe del Comune e riferiti al 2014) ci dicono anche che le persone adulte non sposate sono più del doppio rispetto alle coppie, ben 379.035 mila contro 164.435 mila.

 

Ancora un cambiamento. Il 26 luglio 2012, il Consiglio comunale approva il Registro delle Unioni Civili (la terza città dopo Torino e Napoli) cui le coppie sia etero che omosessuali possono iscriversi contestualmente alla registrazione della famiglia anagrafica.

 

G Gli Intrusi

 

Racconta Mauro Grimoldi, coordinatore Scientifico della Casa dei Diritti sulla pagina home del blog:

 

“Gli Intrusi” nasce da una metafora che Massimo Recalcati ha portato al primo compleanno della Casa dei Diritti riprendendo il filosofo Jean Luc Nancy, reduce da un trapianto cardiaco che gli ha permesso di vivere grazie al cuore di una giovane donna.

L’Intruso è il cuore giovane che restituisce la vita all’anziano filosofo. Forse di straniera, forse di apolide, di certo di una sconosciuta, quell’organo estraneo gli permette la vita. Che non è mai un essere-da-soli, ma una vita in contatto con lo straniero, una co-esistenza.

Un processo non facile, mai neutrale, segnato dall’esigenza di sospendere le difese immunitarie del corpo per accettare la diversità dell’altro, quand’anche sia donazione di vita.

Si tratta di reprimere la tentazione del rifiuto come reazione immediata, atavica, capricciosa, infantile e infine mortifera.

Si tratta di respingere la tentazione di vedere l’altro come nemico, di respingere ogni diversità, ogni fragilità, di tenere “l’intruso” fuori da sé.

La Torre di Babele è costruita da un popolo che parla la stessa lingua e che si ritrova per questo a coltivare l’ambizione, che è anche illusione di essere perfetti così, autosufficienti, di non avere bisogno dell’altro. Di essere Dio.

Gli Intrusi sono per noi, nelle nostre città gli stranieri, i fragili, i discriminati. Di cui ogni città è disseminata, antidoto vivente alla tentazione di un’autosufficienza arrogante e solipsistica, di credersi onnipotenti, di respingere la vita.

Di questo si parlerà qui, a loro e alle fragilità di tutti noi è dedicata questa pubblicazione”.

 

La metafora ha un’indubbia efficacia nel far emergere l’ambivalenza che distingue il rapporto con l’estraneo, lo straniero, il diverso. Impariamo a rovesciare lo sguardo da “loro” a “noi” e a uscire dalla retorica dell’accoglienza. E non solo.

Nancy ha appreso che l’esperienza dell’intruso perché sia piena esperienza richiede che se ne riconosca l’estraneità. Scrive nella Premessa all’Intruso: la “correttezza morale presuppone che si riceva lo straniero annullando sulla soglia la sua estraneità: pretende quindi che non lo si sia affatto ricevuto.” (Jean-Luc Nancy, L’intruso, Cronopio, Napoli, 2000)

 

Se consideriamo lo straniero come “figura sociale”, non riceverlo sulla soglia, significherebbe non riconoscerlo come soggetto di forte innovazione e cambiamento sociale.

E non solo in una visione della città come spazio interculturale.

Del futuro quadro demografico di Milano, gli immigrati saranno la componente più dinamica: Milano 2032, la città vecchia salvata dagli stranieri. È il titolo di un recente articolo di Dario Ronzoni pubblicato sul giornale digitale indipendente  Linkiesta (1/05/2015).

Proprio in Lombardia si concentra un quarto dei 123 miliardi di euro prodotto da due milioni e 400mila lavoratori occupati stranieri. Un vero “tesoro” (8,8% della ricchezza nazionale) che piccoli imprenditori, domestici e operai immigrati mettono nel sistema circolatorio del paese. Protagonisti sono gli imprenditori con le loro 497mila imprese (in ordine d’importanza: commercio, costruzioni, servizi).

 

I Identità

 

Un esercizio, una tensione, una necessità: certo è che da un po’ di tempo in qua da più parti e da diversi soggetti si sta facendo questo tentativo di raccontare la città di Milano che cambia e con un ritmo veloce, per

alcuni aspetti accelerato dall’evento dell’EXPO assunto da alcuni quasi a scadenza non rinviabile di questa necessità.

Come ci si presenta/rappresenta? Come farsi riconoscere? Milano ha un’identità? Queste le domande. E ci s’interroga sulla direzione di questo cambiamento, su chi ne trarrà vantaggio più di altri.

 

“Milano non sa chi è” titola un recente articolo dell’Espresso (Claudio Lidner 5/2/2015). E il tono è un poco ironico.

Il fatto è che la Milano post-fordista non si lascia facilmente ritrarre.

Cinque anni addietro, dalle pagine di Impresa&Stato sei professionisti milanesi chiamati a raccontare la città ne offrono spaccati e letture che non hanno perso d’interesse e d’attualità. La rappresentazione condivisa è quella di una “città incompiuta”: molte le situazioni di cambiamento; ognuna con la sua storia; grande difficoltà nel fare sintesi e nell’accompagnare i cambiamenti, con esercizi di riflessività collettiva. “Una creatura dalle mille teste, ognuna per conto suo”.  (Giuliano Di Caro, 2010/8).

Risalendo ancora indietro al momento in cui la città si appresta ad affrontare il passaggio d’epoca ecco “La capitale che non c’è” osservata e analizzata, con toni disincantati e a volte crudi, nel Rapporto a più voci della Fondazione Ambrosianeum: Milano 1999/2000. Rapporto sulla città. Varrebbe la pena rileggerlo.

Cogliere la nuova “identità” di Milano e in prospettiva la “visione”, l’“idea” guida che possa governare le trasformazioni in atto.  Un compito arduo specie se non ci si sottrae alla necessità di riconoscere che la città si è trasformata in una nuova forma urbana e in nuovi fenomeni insediativi, esito di dinamiche sociali ed economiche da capire.  E oggi è classificata tra le città più appetibili agli occhi degli investitori stranieri.

A complicare il quadro, la trasformazione in “città metropolitana”.

Guido Martinotti non si è mai stancato di ripetere che occorre “ripensare radicalmente questo concetto” e per anni vi si è dedicato suggerendo il termine meta-città. Una città che va al di là, bel al di là, di come continuiamo a pensarla e rappresentarla (Guido Martinotti, Arcipelago, 28 sett.- 3 ott. 2012).

 

Nella ricerca sulla nuova identità è anche presente un discorso di peso istituzionale per il ruolo che vi gioca il Comune, il sindaco Pisapia e gli assessorati al Commercio, Attività produttive e alle Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca. Il Forum “Brand Milano” (Convegno 19-20 febbraio 2015) teso a ricercare i “valori identitari” della città, a riflettere sulla “destinazione Milano”, a “rigenerare il racconto nella città”, sta lì a testimoniare di come l’impegno/necessità di raccontare Milano che cambia, sono perseguiti interpretati e comunicati da chi in questi anni la governa. www.triennale.org/biblioteca/brand-milano

Occorre però riconoscere il peso dei grandi investitori immobiliari internazionali. In questo momento si deve a loro un forte tratto identificativo della Milano del futuro. E’ opinione condivisa, infatti, che lo sia l’area di Porta Nuova, la Milano dei grattacieli (vedi la voce Ascolto), che ieri aveva visto scendere in campo tra gli altri l’imprenditore immobiliare americano Hines, e oggi (26 febbraio 2015) vede il Fondo sovrano degli emiri del Qatar (Qatar Investiment Autorithy) diventare proprietario unico di Porta Nuova.

Milano come Parigi e Londra?  Non proprio perché Londra attrae il maggior numero d’investimenti stranieri al mondo, e sono sempre gli arabi i principali acquirenti. Di recente l’iconico palazzo di Scotland Yard è stato venduto a un gruppo d’investitori di Abu Dhabi e in quest’occasione il sindaco Boris Johnson ha definito la capitale britannica “l’ottavo emirato su questo pianeta” aggiungendo: “e di questo non c’è che da essere felici”. Molti però sono gli inglesi indignati (dicembre 2014).

 

Pertanto, tanti gli attori dei cambiamenti in corso, tante e diverse le identificazioni della città. Ognuna coglie un aspetto, una tra le sue molteplici facce; ognuna riflette le forze sociali, politiche ed economiche che più vi si riconoscono.

Del lungo elenco di definizioni ed etichettature, ecco qui una versione parziale e incompleta:

 

La Milano del futuro:

Ÿ Milano città glocale Ÿ Milano smart city – smart land – smart community Ÿ Milano città resiliente Ÿ Milano città ibrida  Milano In – Innovativa e Inclusiva Ÿ Milano sensible city città del buon senso

 

La Milano delle eccellenze:

Ÿ Milano città della scienza  Milano capitale dell’economia della conoscenza  Milano città della cultura della moda e delle arti  Milano città della musica.

 

Né vanno dimenticati altri modi di raccontare la città da altre prospettive, che però in questo momento non sono sotto le luci della ribalta:

Milano capitale del bene comune

 

Milano multietnica.

 

Infine ogni tanto si torna a parlare di:

Milano città delle donne (MEGLIOMILANO, 2010)

 

Ora in breve il rovescio della medaglia.

 

Milano è la città dalle crescenti diseguaglianze con conseguenti conflitti e violenza.  La città più ricca e più diseguale tra le grandi città d’Italia. Concentra tanta ricchezza in poche mani: il 25% del reddito complessivo in quelle del 2,8% dei contribuenti – reddito oltre 120 mila euro – l’8% in quelle del 36%% dei contribuenti – reddito da zero a 15.000 euro (SISI, Comune di Milano, MEF 2012).

 

Milano rischia di candidarsi a nuova capitale dell’intolleranza e del razzismo. Così la fotografa il progetto realizzato dall’associazione Vox. Osservatorio Italiano sui Diritti che ha monitorato quasi due milioni di twitter circolanti sul territorio nazionale nel periodo gennaio-agosto 2014. Una Mappa dell’Intolleranza, di un’Italia intollerante verso le minoranze e le diversità: donne, omosessuali, immigrati, disabili e ebrei.

In ognuna di queste mappe la Lombardia e Milano sono tra i primi in classifica.

www.voxdiritti.it/mappadellintolleranza/cartella_stampa.zip

 

Eppure è a Milano che nasce Vox ed è a Milano che si sta tentando di disegnare un nuovo modello di Welfare “alla milanese”. E c’è la Milano solidale delle associazioni e del volontariato.

E ci sono anche iniziative dal basso per fronteggiare il rilevante fenomeno delle infiltrazioni mafiose.

 

Dietro l’angolo di Porta Nuova nel quartiere Isola segnali ed episodi preoccupanti. Nel 2013, Terre di mezzo, insieme a Codici (Agenzia di ricerca sociale) e con il contributo anche economico del Consiglio di Zona 9, ha preso l’iniziativa di distribuire 200 questionari anonimi per conoscere le paure e le percezioni dei commercianti della zona sulla presenza delle organizzazioni criminali in quartiere. “Edilizia e movida: un’accoppiata che fa gola alle mafie” è l’assunto dell’inchiesta curata da Lorenzo Bagnoli. Un gruppo di giovani volontari scout, di Libera e del comitato di quartiere, “ha battuto palmo a palmo” le vie Farini, Thaon de Revel, Sassetti, De Castillia e Pepe per consegnare il questionario.

(Un quartiere per la legalità, http://magazine.terre.it/notizie/rubrica/0/articolo/2902/L%27antimafia-porta-a-porta-). In sintesi, una Milano plurivoca ed equivoca.

 

 

 

 

 

3. Giancarlo Briguglia. Le parole per dire Expo

 

Giancarlo Briguglia è classe 1984, laureato a pieni voti con lode in editoria e giornalismo, ha lavorato per le redazioni Tv di La7 e Rai Tre e per il centro di ricerca ISPI. Copywriter e blogger, ha scritto per riviste nazionali, collabora con alcune agenzie di comunicazione di Milano e si occupa di contenuti web e multimedia per Rai Expo. @Giancarlo_Bri

Visualizzazione di Silvia Marinelli

 

Milano ODD è da tempo dedita allo studio dei processi di cambiamento che meglio esprimono le specificità dell’imparare a Milano: attraverso percorsi d’analisi tradizionali ma anche, e soprattutto, lungo sentieri di ricerca inconsueti, tracciati appena o imprevisti. Uno di questi conduce all’Esposizione Universale da poco inaugurata. “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è l’adagio che ben ne figura l’universalità del tema e che ne illumina, dal primo maggio al trentuno ottobre, le molteplici declinazioni argomentative.

In questo frangente, qualunque siano l’esito e il lascito di Expo 2015, possiamo considerare Milano come un laboratorio per conoscere, una fucina per imparare; gli users della città – cittadini, pendolari, turisti, uomini d’affari, … – sono infatti posti difronte a situazioni e a prospettive inedite, a scelte e a decisioni inesplorate, ad abitudini e a pratiche originali. Quel che sta accadendo in città non ha precedenti e le trasformazioni in corso, dall’arredo urbano all’orientamento delle politiche socio-culturali, dalla percezione dello spazio e dei confini al ruolo della città nel panorama italiano, europeo e oltre, sono in qualche modo stimoli a imparare, nel quotidiano e, per così dire, nello straordinario.

A partire da tale (semplice) constatazione, e con la convinzione che Expo Milano 2015 – si noti come il nome della città ospitante sia il perno lessicale della dicitura ufficiale – sia un importante tassello di questo mutevole mosaico urbano, abbiamo ritenuto valevole prestare orecchio, a un anno dall’Esposizione Universale (e poi a pochi mesi dall’inaugurazione), alle parole, ai discorsi e alle conversazioni che ordivano, e vanno tessendo, l’abito lessicale della città proprio in relazione al più grande avvenimento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione. Dunque, con la necessità di scandagliare uno spazio adeguato ai nostri piccoli strumenti d’indagine e persuasi di affrontare un evento che, seppur ancorato a sedi e siti fisici, si è esteso, per molto tempo, tra i capi di un filato impalpabile, ci siamo posti all’ascolto di una porzione di società civile, quella dei blogger, che, particolarmente vivace nell’area metropolitana di Milano, favorisce la circolazione, personalizzata e dinamica, di contenuti da essa prodotti. Nasce così Explog, crasi delle parole Expo e Blog, progetto di ricerca in itinere e, come vedremo più avanti, omonimo concorso per blogger.

La blogosfera, è bene dirlo subito, va qui intesa come ambiente dei blog – escludiamo forum di discussioni, newsgroup e social networks -, ovvero luogo in cui utenti internet, sulle colonne dei propri diari in rete, attraverso codificati mezzi espressivi e spinti da personali esigenze, discutono tra loro di determinati argomenti, condividono informazioni, pareri, punti di vista.

Per monitorare la blogosfera italiana ci siamo avvalsi di dispositivi informatici capaci di estrarre dai testi entità del mondo reale – in gergo Named Entity Extraction – e di strumenti adatti a setacciare la rete in modo sufficientemente esaustivo, almeno per i nostri scopi: Google Alert – le query di ricerca adottate sono “Expo Milano 2015”, “Expo 2015”, Expo AND Milano, Expo -, gli strumenti che le impostazioni dei motori di ricerca mettono a disposizione degli utenti – ancora una volta abbiamo prediletto Google, search engine che più d’altri (per diffusione di utilizzo) può fornire, rispetto ad una medesima query digitata da internauti diversi, indicizzazioni simili e contenuti effettivamente letti dai più -, e la ricerca mirata.

Le rilevazioni effettuate concernono così, blog ospitati dalle principali piattaforme diffuse in rete – da Blogger a WordPress -, siti e sezioni di siti che, in modo più o meno manifesto, sono riconducibili alla definizione di blog, e blog ospitati dai principali riviste e quotidiani italiani online. L’analisi, infine, si è limitata ai post pubblicati tra il 16 febbraio e il 16 marzo 2014 – e a quelli pubblicati nel medesimo periodo del 2015, con i quali verranno presto comparati.

La visualizzazione qui pubblicata, da me curata con il prezioso contributo di Marco Fossati, IT Researcher in Web of Data Technologies della Fondazione Bruno Kessler di Trento, e grazie al talento di Silvia Marinelli, illustratrice e graphic designer, raffigura i dati che abbiamo raccolto. È certo siano sfuggiti al nostro vaglio contenuti che, in assenza, inficiano assoluta veridicità della ricerca proposta, tuttavia riteniamo che le indicazioni fornite possano contribuire ad ampliare lo spettro di comprensione di un grande evento qual è Expo Milano 2015.

 

 

 

Explog, accennavo in precedenza, è anche un concorso per blogger dedicato all’Esposizione Universale. Ideato e concepito per implementare il numero di post che l’omonimo progetto di ricerca ha poi esaminato, merita qui una particolare menzione poiché rivela le modalità, non certo ortodosse, che l’associazione Milano ODD adotta per studiare e indagare la realtà meneghina.

Il concorso ha coinvolto istituzioni culturali italiane di spessore – Festa della Rete, Macchianera Italian Awards, Scuola Holden e 20090 hanno sostenuto il concorso assegnando i premi chi per la prima, chi per la seconda, chi per entrambe le edizioni – ma ha anche reso l’Esposizione – quando il dibattito pubblico era arroccato, con evidenti e validi motivi, su temi politici, economici e di legalità – un condiviso spazio delle idee, un’opportunità culturale. Ai candidati, secondo bando, infatti, era richiesto sì di inviare i loro post alla nostra redazione ma anche, e soprattutto, di pubblicarli, tra il 16 febbraio e il 16 marzo del 2014, e poi del 2015, sui propri blog, rendendoli subito fruibili agli internauti, quasi si trattasse di un prolungato flash mob delle parole e dell’immaginazione, un diffuso tentativo di figurarsi la città di Milano in relazione all’Esposizione che tutti attendevano.

I post primi classificati, valutati per stile, originalità, forza evocativa e capacità critica, hanno ottenuto la nomination come “miglior articolo dell’anno” ai Macchianera Italian Awards – reiterando così nel tempo l’attenzione dell’opinione pubblica sui loro testi – e, per merito dei blogger stessi, hanno rinnovato la propria forma di diffusione nella blogosfera e oltre: il post vincitore della prima edizione ha ispirato testo e musica di una canzone molto diffusa in rete, il post vincitore della seconda edizione, per natura stessa del progetto, evolve nel tempo.

Riporto, allora, entrambi i testi, in ordine di edizione: sono viva testimonianza del cambiamento che ha attraversato Milano, affermano il ruolo dell’immaginazione da un lato e dell’esperienza dall’altro nel definire i luoghi, gli spazi, l’evolvere della città, incarnano gli interrogativi, espliciti ed impliciti, ironici e critici, che l’Esposizione Universale solleva. Se messi tra loro a confronto, poi, i due post indicano una chiara evoluzione di temi urbani trattati, e rivelano alcune metamorfosi della città – e di parole per esplicitarle -, reali o auspicate o fantastiche, che ben esprimono quelle specificità dell’imparare a Milano di cui parliamo in questo dossier.

 

 

4. Isabella Musacchia : Expo 2015 sarà per Milano un’occasione straordinaria?

Isabella Musacchia blog Onalim – www.onalim.it post del 26 febbraio 2014

 

A Milano arriveranno davvero 20 milioni di turisti provenienti da ogni angolo del mondo? Agli abitanti di Shanghai, in occasione dell’Expo, per violazione al decoro, fu vietato uscire di casa in pigiama: ai milanesi sarà vietato vestirsi di scuro? Per chi abita a Milano sarà come fare il giro del mondo in 184 giorni?

Quante lingue si parleranno sullo stesso tram?

Ma è vero che il logo psichedelico del padiglione Italia è stato copiato da Telnov Oleksii? Quanti bambini nati durante l’Expo verranno chiamati Leonardo come omaggio a Leonardo Da Vinci? Per l’Expo, insieme ai turisti, arriveranno davvero quindicimila prostitute? Forse per l’occasione, a Brera, riapriranno le case chiuse?

Le maghe di Brera stanno imparando l’arabo, il russo e il giapponese? I turisti cosa ameranno fotografare? Più il Duomo o il Castello Sforzesco? Ma l’infopoint dell’Expo davanti al Castello non rovinerà tutte le foto? Quanti di noi verranno immortalati dai turisti e finiranno sulle bacheche fb di tutto il mondo?

Qualche turista scambierà l’Arena Civica per il Colosseo?

Quanti turisti si innamoreranno dell’Italia e perderanno l’aereo di ritorno? I milanesi sedurranno le turiste straniere improvvisandosi appassionati uomini del sud? Quando arriverà il caldo torrido di luglio e agosto, quanti turisti si tufferanno nelle fontane? E quanti nei Navigli? Le papere dei Navigli nuoteranno, come sempre, controcorrente? Tornerà il cigno bianco del Naviglio Grande?

La giacca di Maroni e le mattonelle verdi di Malpensa sembreranno un omaggio all’eco-sostenibilità? Durante l’Expo le modelle mangeranno di più? I senzatetto moriranno di fame anche durante l’Expo?

Saranno servite le poesie affisse sui ciliegi del parco di Valsesia, o i ciliegi saranno abbattuti? Ci saranno davvero gli orti in piazza Duomo? Sarà possibile mangiare sul tetto del Duomo, stando attenti a non fare briciole? Il dito medio di Cattelan, una mattina, lo troveremo sporco di nutella?

La schiscetta dei milanesi diventerà eco-sostenibile, ogni spreco sarà bandito e sarà vietato lasciare anche un singolo fagiolino nella ciotola? Quanti scopriranno il tofu? Quanti manager diranno durante la pausa pranzo di volersi dare all’agricoltura? Quanti fashion blogger diventeranno (almeno per qualche mese) food blogger? Verrà analizzata la “Merda d’artista” di Piero Manzoni per scoprire come fosse la sua alimentazione? Durante l’Expo, Macao occuperà l’Esselunga? Il Papa, ospite attesissimo, si sporcherà il vestito bianco con una salsa thai?

L’Expo del 1906, si svolse in piena Belle Epoque e lasciò alla città di Milano l’acquario liberty: cosa lascerà l’Expo 2015 che si svolgerà in piena crisi? Dopo l’Expo, a Milano, nascerà il cibo di strada? Quanti milanesi sostituiranno le begonie con le melanzane e si faranno un orto sul balcone? E quanti prenderanno in casa una mucca per avere il latte a chilometro zero?

Quante mode esotiche lascerà l’Expo? Quale sarà il padiglione dell’Expo più visitato dai turisti? E dai milanesi? In autunno, con milioni di risotti alla zucca, Milano tornerà arancione? Ci saranno più hamburger dentro il padiglione degli Stati Uniti o nelle hamburgerie di Milano? Cosa succederà quando gli hipster milanesi incontreranno gli hipster di tutto il mondo? Il simbolo di Expo è il David di Michelangelo (che non è proprio un simbolo milanese), e il nome scelto per la mascotte è una parola napoletana: “Guagliò”. Milano con l’Expo avrà una crisi d’identità? Ma vuoi vedere che Milano per una volta, smetterà di guardarsi l’ombelico e avrà bisogno del resto dell’Italia per dare un’immagine di sé più italiana e accogliente?

“Milano cuore d’Europa” o “Milano cuore d’Italia”?

 

 

 

 

 

5. Davide Macaro e Luca Rubino: Ai confini di Expo

Davide Macaro e Luca Rubino:  blog Bautyitaly – www.beautyitaly.wordpress.com post del 16 febbraio 2015

 

A distanza di un anno dal primo servizio su Expo Milano 2015 , con cui iniziava l’esperienza di BeautyItaly, ed a poco più di due mesi dall’inizio dell’evento, presentiamo un nuovo itinerario che segue il perimetro dell’area destinata ad ospitare le nuove strutture espositive. Dopo che le immagini dei cantieri e dello stato di avanzamento dei lavori sono state ampiamente divulgate dai mezzi di informazione, proviamo invece ad interrogarci sulle relazioni con il contesto urbano esistente.

Quello di Expo è un margine  fisico e sociale. Un recinto che separa il luogo dove è possibile sperimentare nuove architetture, da quei luoghi in cui la città reale, governata dalle sue leggi ed ispirata dai suoi modelli, continua il suo processo di contraddittoria trasformazione.

Il paesaggio urbano al contesto risulta fortemente delimitato da strade ad alto scorrimento e ferrovie, che intercludono l’area in un recinto infrastrutturale invalicabile. Certo non un disincentivo all’uso dell’automobile per raggiungere il sito durante i mesi dell’evento e di sicuro un serio problema per il dopo.

Dal punto di vista insediativo il contesto è caratterizzato in prevalenza dalla presenza di un tessuto insediativo industriale. Capannoni e magazzini, spesso abbandonati; edilizia residenziale intensiva in stato di degrado; diversi edifici a torre, da quelli mai occupati edificati alla fine degli anni ’80 dal gruppo Ligresti, alle più o meno recenti torri a destinazione ricettiva e terziaria. Poi le strutture eccezionali del carcere di Bollate e del polo fieristico di Rho.

Cosa sarebbe stata Expo se invece dell’assurda lotta contro il tempo per riuscire a costruire temporanee – estemporanee strutture all’interno del sito si fossero utilizzate le strutture esistenti, come il nuovo polo fieristico, e se il fuori expo avesse privilegiato il recupero e la valorizzazione dei tanti immobili in disuso sia al contesto sia nel resto della città?

Forse sarebbe potuta essere una reale occasione di rigenerazione urbana per Milano. Invece il rapporto con la città, il progetto Expo lo ha rimandato ad altri luoghi, ed altre sono le dinamiche in atto, con progetti ridimensionati, in ritardo e cantieri ancora aperti.

Il confronto con i temi della rigenerazione urbana e della proposta di nuovi modelli di sviluppo sostenibile delle aree urbanizzate del Pianeta, non è stato invece affrontato con coerenza fin dall’inizio, con la scelta di edificare su un area agricola, riproponendo logiche e modelli insediativi classici del passato, non certo congruenti con la grandezza del tema dell’esposizione “nutrire il Pianeta energia per la vita”.

Da una parte l’autoreferenzialità dell’architettura, confinata appunto in un recinto, che rinuncia di confrontarsi con la città esistente, con le sue problematiche. Dall’altra la miopia dei processi di governance di accettare la sfida di un progetto più audace, di cogliere l’opportunità dell’evento e formulare nuove proposte per nuovi modelli di sostenibilità insediativa.

Rimane ancora aperto l’importante tema del dopo Expo, legato all’utilizzo delle aree e degli immobili nel sito, tutt’altro che risolto. Con la speranza di una eredità tematica e di una destinazione magari a Parco Urbano della Conoscenza.

Nel frattempo non resta che acquistare il biglietto per potersi godere lo spettacolo, nel parco architettonico dei futuristici padiglioni atterrati dalle diverse nazionalità. E soprattutto impegnarci attivamente nel promuovere e migliorare il nostro Bel Paese ed i suoi territori, fotografando e ragionando sui tanti problemi aperti.

 

 

 

 

 

 

6. Valentina Mutto e Cecilia Guidetti :Il co-working nella città: appunti di ricerca

Valentina Mutti è Antropologa, collabora con diversi enti non profit di Milano. Cecilia Guidetti è sociologa, ricercatrice a IRS- Istituto di Ricerca Sociale, Milano

 

Il co-working è una modalità di condivisione del lavoro in uno stesso spazio, un “ufficio condiviso” dove i professionisti lavorano autonomamente in singole postazioni e hanno alcuni spazi e servizi in comune (la sala riunioni, le attrezzature come le stampanti, i telefoni per teleconferenze, ecc.), oltre che un luogo di scambio di competenze e di possibile sinergie tra diversi lavoratori.

Il fenomeno del co-working, nato negli Stati Uniti (in particolare, a San Francisco) e poi esportato nel nord Europa, è approdato in Italia proprio a partire da Milano che negli ultimi anni ha visto una crescente espansione di questi spazi – che nel tempo si sono differenziati per tipologia di utenza, caratteristiche strutturali e servizi offerti.

Ad oggi nella città di Milano, anche grazie alla costituzione di un Albo qualificato di soggetti fornitori di co-working promosso dal Comune di Milano, siamo in grado di contare 26 spazi “accreditati” e circa un’altra decina censiti: tutti nati negli ultimi 5 o 6 anni, che si differenziano per ente proponente (in alcuni casi società, in altri cooperative sociali o ONG), centralità del co-working all’interno della struttura (si varia da spazi che sono “solo” un co-working ad altri uffici più classici dove solo alcune postazioni sono riservate ai co-workers, fino a strutture più complesse dove al co-working si affiancano altre attività (come i FabLab, dove lavorano i makers); infine differenziazione dell’offerta rivolta agli utenti e al target a cui si guarda (l’esempio di Piano C rivolto principalmente alle mamme lavoratrici, o Talent Garden per professionisti nel mondo digitale, o la rete di Impact hub divenuta anche un incubatore di imprenditorialità giovanile).

L’interesse per questo fenomeno è in crescita a livello globale: ogni anno si svolge la Conferenza Coworking Europe (l’ultima nel Novembre 2013 a Barcellona) e il primo incontro sul co-working in Africa a Cape Town è previsto a luglio 2015. Tra le varie definizioni proposte, Merkel (2014, “Coworking in the city”, Ephemera Journal: theory and politics in organization, vol. 15(1): 121-139) suggerisce quella di “nuove forme di infrastrutture urbane che favoriscono il contatto e la collaborazione tra persone e idee e connettono luoghi”.

Perché ci interessa guardare al co-working?

Le prime indagini e i primi studi sul tema in Italia ed in Europa (Spinuzzi C., 2012, “Working Alone Together. Co-working as Emergent Collaborative Activity”, Journal of Business and Technical Communication, vol. 26 (4).; Moriset B., 2013, Building new places of the creative economy. The rise of co-working spaces, Geography of Innovation Conference in Utrecht; Valentino R., 2014, “Co-working progress: il futuro è arrivato”, Nomos edizioni) mettono in luce il carattere di innovazione di questo fenomeno nel mercato del lavoro, nato in risposta alla crisi, alla conciliazione dei tempi di vita e di carriera e al crescere di nuove figure professionali, in particolare per rispondere alle esigenze dei liberi professionisti o consulenti che affollano ormai quasi ogni settore. Nel tempo, il fenomeno ha risvegliato l’interesse dei media, delle stesse imprese e suggerito anche in altri paesi europei il bisogno di una partnership tra pubblico e privato nella gestione degli spazi. La chiave di lettura che qui tuttavia ci interessa adottare è quella di studiare il rapporto tra il diffondersi del co-working e la città dell’imparare, declinato in tre macro domande:

 

– in che termini i co-working sono considerabili una forma nuova dell’imparare e una nuova soluzione   a una fase di crisi: quanto cioè si caratterizzano come ambiti di apprendimento e di educazione tra     pari?

– quanto gli spazi di co-working costituiscono un valore per la città e si configurano come luoghi di  “potenziale generativo” per i quartieri dove si installano?

– quali elementi della città favoriscono o invece ostacolano questo fenomeno?

 

Luoghi o spazi?

Riprendiamo la distinzione di De Certeau (1980) tra luoghi e spazi, dove il luogo è «una configurazione stabile, istantanea di posizioni», una struttura sedimentata che include alcuni significati e ne esclude altri, mentre la nozione di «spazio» rimanda a un ambito di mobilità e di cambiamento, «un luogo praticato» che ha una dimensione viva.

Proviamo dunque a guardare ai co-working come spazi di cui oltre al progetto iniziale si possono indagare anche usi imprevisti, le pratiche quotidiane meno scontate, le svariate interpretazioni. Questa dimensione del “divenire” dei luoghi può esserci utile per comprendere quanto questi spazi riescano a essere una risorsa per la città e i suoi utenti, in che misura modifichino Milano o l’area di città dove sono presenti e attraverso quali specifiche iniziative (ad es. convegni, eventi aggregativi, workshop). In altre parole possiamo chiederci: che cosa torna alla città? In che misura si tratta di luoghi aperti o chiusi al territorio? Quanto si riescono a definire strategie efficaci per ridurre il rischio di un’eccessiva selezione nell’accesso (non solo attraverso la strategia dei “voucher” pubblici per utenti) e di conseguenza la possibilità di essere tasselli per una cittadinanza sociale?

 

Lavorare o imparare?

Gli spazi di co-working nascono primariamente come luoghi di condivisione del lavoro in risposta al numero crescente di precari e free lance (il cosiddetto “popolo delle Partite IVA”) e di creazione di network per mettere in rete competenze simili o complementari (da cui l’accento sui termini “cooperare”, “connettersi”, “ecosistema”). Un tentativo di riorganizzare la produzione nel mercato del lavoro, di inventare nuove forme associative, e attività collaborative (Spinuzzi, 2012), ma non solo: possiamo studiarli anche come un’opportunità di life long learning, dove imparare e crescere professionalmente attraverso l’esperienza dei pari e le eventuali offerte formative proposte dalle organizzazioni.

Le categorie classiche degli studi sul lavoro e sulla formazione sembrano sempre più imprecise e meno adatte: per questo, allo scopo di superare una visione tradizionale dell’apprendimento partiamo proprio dal lavoro, e non dalla scuola o dalle istituzioni formative, per guardare a come si continua ad imparare da adulti lavoratori. Da un’indagine del Comune di Milano (2013) emerge che l’utente medio dei co-working ha tra i 36 e i 38 anni, un livello di istruzione alto (70% è laureato) e lavora principalmente come libero professionista nell’ambito dei servizi (32%), della progettazione (29%) e della comunicazione o dell’editoria (23%).

Ma come si impara a questa età e in questi ambiti? Osserviamo l’emergere di una pratica sociale di condivisione degli spazi di lavoro che – per usare le parole del geografo Moriset (2014) – può fungere da “acceleratore di serendipità”, accostando lavoratori, imprenditori e creativi che si ritrovano in un ambiente favorevole alla collaborazione e alla possibile interazione tra pari.

 

Dentro o fuori la città?

Che cosa favorisce il fatto che gli spazi di co-working non siano solo esercizi commerciali ma luoghi di socialità e apprendimento per la città e i cittadini? Negli intenti dei proponenti e degli utenti (e nelle retoriche di presentazione degli spazi) spesso si evoca l’obiettivo di creare una “community”: tra professionisti, tra i lavoratori e il territorio, o anche “solo” virtuale.  Con quali ricadute?

Se il successo e la crescita dei co-working si possono spiegare attraverso la loro capacità di aver intercettato un bisogno di unione e socialità dei nuovi lavoratori (forse a rischio di isolamento e alienazione e in deficit di rappresentanza), riteniamo importante prestare attenzione anche alla relazione che si instaura con la città di Milano. Per esempio, l’accessibilità o la vicinanza ad altri servizi, la presenza dello spazio in un quartiere che ha avviato azioni di riqualificazione, il fatto di essere collocati all’interno di reti o progetti più ampi, le eventuali partnership con l’ente pubblico, ecc.

Inoltre, si può esplorare la questione anche nel senso opposto e chiedersi in che misura questi spazi possano costituire un volano per la riqualificazione di Milano. Se i co-working vogliono costruire relazioni territoriali e non essere semplicemente una strategia per piccoli gruppi per abbattere i costi, va guardata la “microfisica dei quartieri” in cui si avviano. Comprendere se diventino motori di cambiamento, su un piano orizzontale, lontano dal discorso pubblico, se e come siano un modello da sviluppare anche nel prossimo futuro.

 

Passeggiando tra co-working: il caso di Lambrate

Se procediamo con la nostra osservazione a imbuto, e dal fenomeno della sharing economy (la cosiddetta “economia della condivisione”, che include fenomeni diversi tra loro, dalla mobilità con le biciclette e le macchine condivise, alle banche del tempo, fino allo scambio di dati sulle open source, ecc.) passiamo allo specifico settore del co-working e al rapporto che si instaura con la città che più in Italia ha dato espressione a questo fenomeno, la lente di ingrandimento si può facilmente soffermare sulla Milano est.

In quest’area, quella che un tempo veniva identificata con Città Studi, quasi una vocazione all’imparare rimasta nell’area, si estende il quartiere di Lambrate, con il viale alberato di via Pacini a fare da arteria principale e le zone dietro la stazione in fase di espansione e riqualificazione. Come un proseguimento ideale con la vita studentesca del Politecnico e delle facoltà scientifiche dell’Università Statale che hanno sede intorno a via Celoria, nel distretto di Lambrate nell’area di 2 km si concentrano cinque strutture legate al mondo del co-working, aperte tra il 2008 e il 2014, che si raggiungono a piedi l’una dall’altra al massimo in 20 minuti.

Abbiamo scelto questa parte di Milano per esplorare – seppur parzialmente – il legame che si instaura tra gli spazi di co-working e la città dell’imparare.

 

Tracciando una traiettoria dal centro alla periferia, incontriamo in via Ampère Barra A, che si sviluppa in un ampio spazio luminoso che, oltre alle postazioni per i lavoratori, si può facilmente trasformare in sala per conferenze e riunioni. Si propone di essere un Centro per l’innovazione, una sorta di incubatore dove  possano svilupparsi start up di giovani imprenditori.

La connotazione di questo spazio, gestito dalla società Avanzi e sede anche di Make a cube (una joint venture tra Avanzi e Make a change), è quella di accogliere lavoratori i cui prodotti abbiano un impatto sociale ed ambientale, oltre che economico. La selezione dei co-workers, almeno nelle intenzioni dei gestori, avviene non sulla base della professione che si svolge, ma dell’approccio, proprio per sostenere e affiancare idee con alto valore socio-ambientale e culturale.

La relazione con il quartiere è rappresentata soprattutto da alcune collaborazioni con il Politecnico di Milano, che organizza conferenze nei loro spazi e che manda studenti a fare stage. Ma anche, più semplicemente, da un bar che è separato dal co-working solo da un vetro e che rende permeabile, almeno alla vista, la vita degli avventori e quella dei lavoratori: si tratta di Upcycle, un urban bike bar, ovvero un bar-ristorante che promuove la cultura del ciclismo (attrezzato per parcheggiare bici, gonfiare le ruote, con libri e guide sul cicloturismo).  Il contatto nello spazio aperto consente di relazionarsi facilmente con gli altri utenti, siano essi liberi professionisti, gestori di start up o tirocinanti: “è come avere un Linkedin interno: ci si conosce, quando si ha bisogno di qualcuno si cerca nella nostra lista interna e ci si scambia contatti, a partire da piccoli aiuti nella traduzione in inglese o nella grafica”, racconta una delle responsabili.

Non solo: nell’idea dei fruitori si tratta di una modalità per modificare il paradigma della precarietà.
Il co-working sarebbe così “un luogo che ti fa sentire a tuo agio, e supera la visione che puoi avere di te stesso nella tua stanza: ti fa stare al centro di un fermento”. Viene tematizzato il benessere psicologico dei lavoratori che non sentendosi ai margini e stando in un ambiente esteticamente gradevole possono essere più produttivi e imparare di più. “E’ adatto a chi fa fatica a studiare in modo tradizionale o a chi lavora per un’azienda che non ha le risorse per farti fare corsi di formazione”, per usare le parole di una co-worker incontrata. La relazione con la città prosegue con ambiguità: se da un lato Milano è vista come città elitaria dove è difficile stimolare la partecipazione dal basso, dall’altro viene riconosciuta come luogo che si muove e si riadatta facilmente, sfruttando le occasioni che si presentano. Per questo Barra A ha deciso di lanciare un bando per postazioni giornaliere per visitatori di Expo e standisti che abbiano bisogno di un posto dove lavorare, e in occasione del weekend di Piano City attrezzerà la sala con un pianoforte disponibile per chiunque voglia suonare davanti ai co-workers.

 

Spostandosi a nord, oltre via Porpora, verso il parco Trotter, si incontra un co-working nato nel 2012 in via Lambrate, in un ex outlet della moda: Work on, che offre i servizi più classici di postazione, condivisione stampanti, sala riunioni, sala d’attesa, ed è frequentato soprattutto da grafici (propone offerte per under 35,  e per le co-worker donne il primo mese gratuito).

Attraversando la Stazione FS di Lambrate si sbuca nella grande via Rombon, la strada che conduce alle tangenziali ma che apre, ad est, ad una nuova parte di quartiere, che trova il suo centro in via Ventura. Qui incontriamo la sede forse più importante dei co-working di Milano Est, quella dalla quale è nata una rete nazionale che conta 100 spazi affiliati in tutta Italia e che ogni anno organizza un Convegno nazionale sul tema che fa il punto sullo stato dell’arte del fenomeno in Italia, il Cowo camp, arrivato alla quinta edizione, di volta in volta declinato in uno specifico aspetto (la dimensione economica, il finanziamento, la comunicazione, ecc.). Si tratta di COWO Ventura, fondato dalla società Monkey Business nel 2008, che offre soluzioni modulate sulle tipologie di utenti, anche con carnet per chi ha una frequenza saltuaria. Organizza pranzi collettivi dove ciascun co-worker può presentare agli altri la propria attività, al fine di stimolare la collaborazione tra gli utenti e la reciproca conoscenza. Gli ideatori hanno prodotto una serie di e-book scaricabili gratuitamente che sono “Guide al buon co-working”, con consigli e strategie per chi vuole aprire questo tipo di attività: si caratterizza quindi per essere uno spazio con un respiro nazionale, non solo legato alla città, per quanto trovandosi nella via che è divenuta uno dei poli del Salone del Mobile ha sperimentato per primo l’apertura verso la città e i visitatori della fiera, offrendo postazioni di lavoro e rete wi-fi.

 

Proseguendo una strada immaginaria che costeggi i binari della stazione ferroviaria di Lambrate, sempre ad est, in via Gualdo Priorato, si trova lo Spazio Jamko, un piccolo co-working di 5 postazioni specificatamente ideato per coloro che sono impegnati in lavori creativi e artistici: è rivolto a registi, videomaker, illustratori, scenografi, designer, architetti, pittori, fotografi, autori e direttori di produzione. È lo spazio più recente, aperto dal 2014 in una proprietà di un architetto e si sviluppa su due piani, con una parte più classica con scrivanie e postazioni e una stanza semi-interrata dove poter dipingere tele, fare lavori da saldatura e tutto ciò che sarebbe complesso fare in casa o in uno studio non attrezzato. È lo spazio dove poter anche realizzare dei workshop per utenti esterni. La relazione tra esterno ed interno in questo caso si gioca su piani differenti: lo spazio è nato proprio in occasione del Salone del Mobile 2014, quando il suo ideatore ha presentato il progetto aprendolo al pubblico e facendo esporre designer che in questo modo hanno arredato e “sponsorizzato” lo spazio. Ma ha anche una relazione col mercato esterno al quale informalmente si propone come gruppo di lavoro: pur volendo realizzare un co-working “senza regole o vincoli, se non quelli di rispettare l’attrezzatura”, il progetto ha preso una strada imprevista e ha visto la creazione di un’équipe di lavoratori nel settore creativo che ha già iniziato a lavorare insieme. Un illustratore, un regista, un grafico e un esperto di post produzione si sono ritrovati nello stesso spazio e, oltre che prestarsi obiettivi e macchine fotografiche, hanno iniziato a scambiarsi opinioni e clienti. “Lavorando vicino assimili e superi la visione tradizionale del tuo specifico settore”, spiega il responsabile, “puoi scambiarti prospettive sulla grafica, l’illustrazione, il video: impari a guardare con gli occhi dell’altro, come se uno diventasse il direttore creativo dell’altro”. Oltre all’aspetto dell’apprendimento, questo gruppo di lavoro nato spontaneamente sperimenta la possibilità di mettersi insieme per realizzare lavori comuni in cui siano richieste professionalità diverse: “a Milano si sa che per cercare lavoro non si mandano CV” e conoscere lavoratori di settori affini può aiutare il passaparola. Lo spazio è nuovo e non ha ancora costruito delle solide relazioni con il territorio, se non una sorta di partnership con la zona di via Tucidide che ospita i creativi dell’area ex Richard Ginori che affittano lo spazio e co-working per set. Non è solo la prossimità di area che avvicina i possibili utenti: “ a volte il criterio di scelta è proprio quello dell’ambiente che preferisci”.

 

Infine, riportandosi sull’asse sud, verso viale Argonne e l’Ortica, e facendo anche un salto temporale, troviamo Santeria, in via Ettore Paladini, che dal 2011 in una palazzina ospita un co-working, oltre che un bar, un negozio/libreria e uno spazio per concerti ed eventi. È ormai un “marchio” consolidato nel quartiere, dove il co-working non è il cuore dell’attività, ma funziona con postazioni in condivisione o ad uso singolo, una sala riunione e le classiche attrezzature e ha visto negli anni una crescita dei co-worker. Nell’idea dei gestori, trattandosi di un polo multi-funzionale, lo scambio di competenze e la rete dovrebbe crearsi tra tutte le persone che gravitano intorno allo spazio, siano co-worker, staff del bar, musicisti, grafici, persone che spesso hanno un doppio lavoro.

Santeria è stata un “motore per il quartiere che, anche grazie alla riqualificazione del circondario, si è attivato creando altre realtà simili”, dice uno dei gestori del co-working, “è stato un modo di lavorare abbastanza sconosciuto in Italia, per cui abbiamo dovuto farlo funzionare da zero”, ricordando come i 14 soci fondatori si ispirarono alle realtà che vedevano operare nelle grandi metropoli europee come Londra e Parigi, soprattutto tra i lavoratori dei settori creativi. Rispetto ad altri co-working di Milano, si contraddistingue per la “semplicità” dell’offerta: non hanno servizi aggiuntivi o attrezzature particolari (come la stampante 3D o camere oscure, sempre più diffuse), ma solo postazioni; e l’idea di un ambito di lavoro intimo. Lo spazio al primo piano è circondato da uffici privati di start up. Hanno partecipato, come molti altri spazi accreditati, alla Giornata del Lavoro Agile promossa dal Comune di Milano, ormai alla seconda edizione. Nonostante la storicità del luogo, il co-working rimane per Santeria un’attività che economicamente rende poco rispetto agli altri servizi dello spazio, ma al quale non rinuncerebbero perché risponde a un progetto di innovazione e  offerta per giovani lavoratori autonomi o piccole realtà imprenditoriali nel quale i fondatori credono.

 

Perché il caso Lambrate?

 

Le ragioni della concentrazione di diversi spazi di co-working in un’area relativamente piccola possono essere svariate: la presenza di ex aree industriali con capannoni adatte a costruire spazi di condivisione a prezzi più calmierati che in altre zone simili (quali, per esempio, Porta Genova); la nascita del nuovo polo del Salone del Mobile, che ha rilanciato la parte più marginale e nascosta del quartiere; le molteplici sedi di attività differenti tra loro che contribuiscono a rivitalizzare l’area e a farla frequentare da users diversi (la scuola araba; la sede delle redazioni di Abitare e Costruire; la sede della Ong Oikos e delle Associazioni per mamme e bambini Mami e il Velo di Maya). E ancora, piccole iniziative ideate dagli abitanti, come Made in Lambrate, un progetto di valorizzazione del territorio “come quartiere della creatività applicata al business e del business applicato alla creatività”, o Rigeneriamo Lambrate, un’officina di quartiere dove si possono seguire corsi e laboratori su varie tecniche di riciclo e arte, o semplicemente portare un proprio mobile vecchio e utilizzare gli attrezzi dell’officina e le competenze degli esperti per restaurarlo.

Su viale delle Rimembranze di Lambrate ha aperto inoltre Spazio Lambrate, un luogo per eventi culturali ed artistici, anche affittabile, in una struttura di 480 mq suddivisi per sale prova, gallerie per esposizioni, sale dove ospitare corsi e workshop. Poco lontano, intorno al Parco Lambro, è nato Lambro social park che raccoglie iniziative della realtà che operano nella zona del Parco Lambro (Exodus, Consorzio Sir, Cascina Biblioteca e CEAS) quali uno studio di registrazione, una ciclo-officina, orti condivisi e spazi aggregativi. Infine, come in diversi altri quartieri, anche Lambrate è attiva sul web, con una “social street” su social network che suggerisce, ancora una volta, partecipazione e desiderio di cambiamento e condivisione.

Tutti questi elementi hanno portato a identificare Lambrate come un “caso studio” per il nostro percorso di attenzione, pur non trattandosi di un “distretto creativo” nel senso più classico, ma offrendo buoni spunti per riformulare le domande di partenza.

 

Nuove domande

Seguendo questo itinerario, lo sguardo ad imbuto è tornato ad allargarsi, e dal co-working si arriva a parlare del territorio circostante, con il quale questa forma di lavoro condiviso si confronta e prende stimoli o subisce arresti. Cosa portano gli utenti del co-working al quartiere e alla città, e che cosa prendono? Esistono progetti nati in uno o più co-working dello stesso quartiere che partecipano alla sua riqualificazione? Accade che lo spazio di co-working sia utilizzato in modo diverso da come era stato immaginato e progettato?
Cosa si impara “dentro” che possa essere utile per il “fuori”?

Dal punto di vista della caratterizzazione dei co-working (come spazi che favoriscono l’apprendimento e di educazione tra pari) questa breve osservazione evidenzia ciò che  costituisca uno degli elementi maggiormente rilevanti nell’esperienza dei co-workers: le motivazioni più ricorrenti sono infatti la possibilità di lavorare con orari più flessibili (alcuni spazi sono aperti la domenica e la sera), oltre all’avere a disposizione strumentazione e ampi spazi in comune altrimenti non accessibili; si tematizza anche l’importanza dell’estetica del luogo di lavoro, che con vetrate grandi, luminosità e arredamento di design, si contrappone allo stereotipo dell’ufficio grigio e routinario.

Ma più di ogni altra motivazione, è proprio la possibilità di collaborare a progetti comuni ed incontrare altri professionisti che sembra essere il valore aggiunto: qualcuno dice che frequentare un co-working sia meglio che “andare a un corso di aggiornamento”. Da “risposta alla crisi”, desiderio di modificare la solitudine e l’estraniamento dei liberi professionisti, il discorso si sposta anche sull’asse dell’apprendere, sia in termini di competenze che in quelli di rete di conoscenze. Il fatto di poter accedere alle postazioni con modalità e tempistiche differenti (alla settimana, al giorno, al mese) mette l’accento sulla mobilità, flessibilità e sul continuo cambio di paradigma del lavoro con cui anche la città si confronta.

Se guardiamo, invece, la relazione tra spazi di co-working e la città e i quartieri in cui sono insediati, sembra di poter vedere ulteriori spazi di sviluppo ma anche di ricerca e approfondimento sul tema.

I numeri a Milano sono ancora relativamente bassi, se confrontati con il fenomeno globale che vede censiti (dalla rivista Deskmag) 2500 co-working nel mondo, di cui nella sola New York 108 (Green R., 2014, “Collaborate or Compete: How Do Landlords Respond to the Rise in Coworking?”, Cornell Real Estate Review, 12, 52-59). Tuttavia, c’è una specificità milanese nel fenomeno italiano, culturalmente inserito nel tema dell’economia della condivisione di cui la città ha fatto la sua bandiera soprattutto con la mobilità, e con l’attenzione che l’Assessorato al lavoro ha prestato proprio ai co-working, scegliendo di non lavorare come altre Amministrazioni dal lato dell’offerta sovvenzionando spazi, ma da quello della domanda, aprendo un sistema di voucher e accreditamento per gli utenti di questi spazi. Lo sviluppo dei cosiddetti Fablab, spazi condivisi frequentati dai makers, cioè artigiani, creativi, appassionati di tecnologie che realizzano la propria attività con attrezzature innovative – prima tra tutte la stampante 3D –  renderanno ancora più complesso lo scenario e del cosiddetto “working alone together”, come recita il titolo del primo saggio accademico dedicato all’argomento.

Si può ipotizzare che la crescita di questi spazi seguirà i trend di altre città dove il fenomeno si è sviluppato prima; anche a Milano vediamo l’aumento del mercato della creatività e la digitalizzazione dell’economia che porta ai cosiddetti lavori knowledge-based realizzabili ovunque su un computer portatile: e in parallelo, al desiderio di imparare ancora dall’interazione faccia a faccia, dal frequentare uno spazio stimolante e radicato in un territorio che non necessariamente coincide con quello per cui si lavora.

Il percorso all’interno di Lambrate ha mostrato una serie di relazioni territoriali che si instaurano tra i co-workers e tra i co-working e il quartiere circostante, ma viceversa la quasi assenza di rete tra co-working stessi (se non nel caso di COWO che però costituisce una rete formale di affiliati), tra i quali prevale una certa competizione e il desiderio di identificarsi come entità diversa dalle altre, puntando su target specifici o su servizi differenziati, nonché su tariffe più o meno convenienti.

Il rapporto con l’esterno (il quartiere, la città, l’amministrazione, i servizi) potrebbe aiutare a non riprodurre una logica di autoreferenzialità; ad incontrare il riconoscimento sociale che cercano i gestori e gli utenti dei co-working; soprattutto ad evitare che la fuga dall’isolamento di una professione autonoma e tendenzialmente precaria crei, ancora una volta, nuove diseguaglianze. Soprattutto importante: lasciare entrare “la città” in questi spazi nuovi, modificandone le iniziali finalità, suggerendo aggiustamenti e rendendo più complesso il semplice essere un “ufficio condiviso”.

 

 

Category: Osservatorio Milano

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About Laura Balbo: Laura Balbo (Padova, 30 novembre 1933) è una sociologa e politica italiana, esponente della sinistra ecologista.È stata due volte parlamentare: nella IX Legislatura (1983) come indipendente eletta nelle liste del PCI, nella X (1987) in quelle della Sinistra Indipendente. È stata preside della Facoltà di Lettere e Filosofia all'Università di Ferrara e, dal 1998 al 2001, presidente dell'Associazione Italiana di Sociologia.A livello politico, è stata chiamata da Massimo D'Alema a svolgere l'incarico di Ministro per le Pari Opportunità nel periodo dal 1998 al 2000. Tra le sue ultime opere: Riflessioni in-attuali di una ex ministro. Pensare la politica anche sociologicamente, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002; In che razza di societa vivremo? L'Europa, i razzismi, il futuro, B. Mondadori, Milano 2006.; Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare, Einaudi, Torino 2008.

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