Vincenzo Comito: Cina la nuova internazionalizzazione

| 11 Luglio 2016 | Comments (0)

 

 

 

 

 

 

Diffondiamo da www.sbilanciamoci.info dell’11 luglio 2016

Tra i cambiamenti in corso, tra diverse difficoltà, nel modello di sviluppo cinese uno dei più rilevanti riguarda la grandi trasformazioni nei processi di internazionalizzazione. Un paese che si è affidato con successo, in passato, soprattutto al commercio estero ha dovuto rilevare, ad un certo punto, che la situazione interna e quella del mondo apparivano molto cambiate anche grazie al suo stesso sviluppo ed è stato così spinto a rinnovare il suo modus operandi.

Ne è venuta fuori una strategia di grande ambizione e certamente di forte rilevanza, oltre che per la Cina, per il mondo intero.

Le linee più vistose che marcano tale nuova politica sono almeno quattro: il varo di nuove istituzioni per il finanziamento dello sviluppo dei vari paesi, collegabile poi, almeno in parte, alle iniziative legate al grande progetto per una “nuova via della seta” ( la cosiddetta “One Belt, One Road iniziative”, ormai nota come OBOR), il processo di progressiva internazionalizzazione del renmimbi, infine una grande ondata di investimenti diretti all’estero.

 

Le banche per lo sviluppo

Mentre le tradizionali istituzioni finanziarie indirizzate al finanziamento dell’import-export continuano a svolgere la loro attività, si stanno avviando progressivamente sia la banca dei Brics, sia l’Aiib, banca di sviluppo asiatica, che il fondo per la via della seta e quello di supporto alla SCO, l’organizzazione cui aderiscono Russia, Cina, i paesi dell’Asia Centrale ed ora anche India e Pakistan.

Per quanto riguarda le strutture finanziarie “classiche”, L’Export Import Bank of China e la China Development Bank avevano un portafoglio complessivo di prestiti esteri che, alla fine del 2014, ammontava a 684 miliardi, ciò che corrispondeva, grosso modo, al totale del portafoglio delle sei istituzioni finanziarie più importanti sostenute dai paesi occidentali (Kynge, 2016); era previsto un forte coinvolgimento delle due strutture nell’OBOR.

L’Aiib, con un capitale di 100 miliardi, ha già iniziato la sua attività operativa con l’approvazione dei primi progetti, per la gran parte concentrati sullo schema della silk road.

La banca, contrariamente a quanto volevano far credere gli Stati Uniti, ha deciso di adottare standard di valutazione rigorosi, simili a quelli della World Bank e dell’Asia Development Bank. Del resto l’Aiib ha avviato la collaborazione con tali istituzioni, oltre che con l’europea EBRD, per cofinanziare dei progetti.

Il grande successo dell’istituzione è segnalato anche dalla richiesta di partecipazione da parte di un grande numero di paesi africani e latino- americani.

Anche la banca dei Brics, la New Development Bank, con una dotazione di capitale sempre di 100 miliardi di dollari, nell’aprile del 2016 ha approvato i suoi primi prestiti nel campo delle energie rinnovabili e per l’intero 2016 prevede di effettuare finanziamenti per 2 miliardi di dollari, più o meno quanto la AIIB.

Poche notizie si hanno invece sul fondo di 40 miliardi creato per finanziare progetti relativi allo schema la via della seta e su quello che si concentrerà sull’organizzazione di Shanghai (SCO), ma si pensa che anche tali strutture stiano lentamente decollando.

Il complesso delle attività citate rappresenta di gran lunga la più importante concentrazione finanziaria del mondo volta allo sviluppo dei progetti e delle attività economiche internazionali.

Comunque le necessità finanziarie sono nel mondo enormi; considerando soltanto l’Asia, secondo l’ADB essa avrebbe bisogno di nuove infrastrutture per circa 770 miliardi di dollari all’anno sino al 2020. D’altro canto, nell’ultimo periodo il capitale internazionale si è ritirato dai mercati emergenti, lasciando vasti spazi all’iniziativa cinese.

 

La nuova via della seta

Il progetto, conosciuto ormai con la sigla OBOR, copre, in teoria almeno, circa 4,4 miliardi di persone in 64 paesi dell’ Asia, dell’Europa e dell’ Africa (Zong Nan, 2016).

La Cina lo considera come l’aspetto più importante della sua politica estera. Esso, mentre tenta di evocare il grande passato del paese, ha l’obiettivo di estendere e rendere più capillare la sua rete di presenza sui mercati internazionali e di contribuire ad allargare il suo soft power, tema sul quale esso deve fare certamente molti passi in avanti. Inoltre, esso cerca di ridurre la dipendenza delle imprese nazionali dalle infrastrutture domestiche, ormai non sufficienti a sostenere adeguatamente la loro crescita.

Il piano, mentre risponde alle nuove necessità di sviluppo dell’economia, è anche una risposta molto importante al progetto statunitense per i nuovi trattati TPP e TTIP, che, peraltro, si trovano oggi in una fase di grande difficoltà. Le visioni delle due grandi potenze comunque divergono nel modo di ragionare intorno al commercio mondiale. Tra l’altro, mentre i due progetti Usa separano nettamente l’Europa dall’Asia, l’OBOR considera i due continenti come uno spazio unitario da rendere ancora più unificato (The Economist, 2016).

Il piano complessivo vede già in essere progetti di infrastrutture, ferrovie, autostrade, oleodotti, porti, aeroporti per circa 900 miliardi di dollari, mentre la cifra stimata complessivamente è di 4 trilioni di dollari (The Economist, 2016).

Il finanziamento verrà per una parte consistente dai prestiti bilaterali delle banche cinesi per il commercio e da quelle varate recentemente, ma esso si baserà anche sul coinvolgimento, per ogni singolo progetto, di fondi pensione, società di assicurazione, fondi sovrani, fondi di private equity, agenzie governative.

Diversi paesi sono particolarmente interessati all’iniziativa, altri sono invece combattuti tra l’interesse verso le risorse messe in campo e le riserve politiche.

Nella prima categoria bisogna certamente considerare i paesi dell’Asia Centrale, che, con la caduta dei prezzi delle materie prime e la recessione russa, sono ansiosi di trovare delle vie per rivitalizzare le loro attività economiche.

Certamente molto positivamente interessati appaiono ancora, in Asia, paesi quali il Pakistan, lo Sri Lanka, la Tailandia.

Altri, invece, come l’India e il Vietnam, mantengono delle riserve politiche. Significativo in particolare l’atteggiamento dell’India, interessata da una parte alle risorse disponibili, che potrebbero contribuire ad avviare una serie di infrastrutture di cui il paese ha estremo bisogno e disturbata dall’altra dal fatto che molti progetti toccano paesi che l’India considera parte della sua sfera di influenza. Essa ha comunque aderito alla Aiib, alla Banca dei Brics e allo Sco, mentre manca del potere finanziario di costruire degli schemi alternativi. Comunque, essa vede l’OBOR anche come una potenziale minaccia economica e strategica, un tentativo di accerchiarla e di affermare la preminenza cinese in Asia (Kazmin, 2016).

Orientato molto positivamente invece l’Iran, anche perché lo schema dovrebbe facilitare i traffici con la Cina ed altri paesi asiatici, nonché con l’Europa. Il primo treno attraverso la via della seta è arrivato a Teheran in febbraio portando merci dalla Cina attraverso Kazakstan e Turkmenistan in 14 giorni, contro i 45 richiesti via mare.

Cercando di ricostruire, sia pure con un certo grado di incertezza, i percorsi principali del progetto (Les Echos, 2016), si può intanto individuare l’asse Cina-Mongolia-Russia, che servirà per trasportare le merci verso l’Europa e viceversa; quello Cina-paesi dell’Asia centrale ed occidentale, che di nuovo collegherà l’Asia all’Europa, passando anche dall’Iran e terminando al Pireo e/o Venezia; il percorso Cina- Asia del Sud-Est, che, attraversando la regione del Mekong, dovrebbe collegare la Cina a Singapore; il corridoio economico del Pakistan, che permetterà alla Cina l’accesso al Golfo del Bengala; la via marittima che dovrebbe unire i principali porti cinesi di nuovo all’Europa, passando da Calcutta, Colombo, Nairobi, Gibuti, Porto Said, Pireo (da dove parte anche una ferrovia verso l’Ungheria e i Balcani) e arrivando a Venezia; infine va considerato l’oleodotto Birmania, India, Bangladesh, Myanmar.

 

La convertibilità della moneta

Il governo cinese ha, a partire dal 2005, adottato una strategia di lento e prudente avvicinamento dalla convertibilità della sua moneta, risultato che in teoria è previsto per il 2020 e che potrebbe cambiare molti equilibri a livello mondiale, togliendo il primato al dollaro o almeno collocando lo yuan in una posizione di protagonista alla pari e cancellando la stessa ancora rilevante dipendenza del paese dalla moneta americana.

Siamo certamente ancora molto lontani dall’obiettivo se si pensa che oggi lo yuan pesa per circa il 2% del totale dei pagamenti internazionali (Charrel, 2016), senza comune misura con l’importanza che l’economia cinese ha assunto. Tale divario è dovuto a una serie di fattori istituzionali interni al paese, tra i quali la volontà sino a ieri espressa di non spingere in direzione dell’apertura e della sofisticazione dei mercati finanziari. Il problema che i dirigenti cinesi devono risolvere riguarda l’insieme del sistema di controllo dei capitali, sistema che ha permesso sino ad oggi al paese di svilupparsi senza dover sottostare ai ricatti di un sistema finanziario internazionale governato dall’Occidente.

Comunque, già oggi quella cinese è la seconda moneta mondiale per quanto riguarda il finanziamento dell’export-import, mentre ormai il 30% del suo commercio estero si svolge in yuan (Charrel, 2016). Inoltre, la stessa moneta ha sostituito il dollaro come principale moneta di riferimento per un certo numero di banche centrali nell’Asia del Sud-Est. Quasi ogni settimana si registra sui vari fronti un passo in avanti in direzione della liberalizzazione, dalla gestione di attivi, alle emissioni obbligazionarie, ai mercati dei cambi, agli accordi con i vari paesi, ecc.. Un passo in avanti molto significativo è stato quello fatto dal FMI che ha inserito di recente la moneta cinese tra quelle del paniere di divise comprese nel meccanismo dei diritti speciali di prelievo.

Intanto le varie piazze finanziarie fanno a gara per assicurarsi una fetta delle attività che ruotano intorno allo yuan.

D’altro canto, il paese possiede ancora oggi un mercato finanziario sottosviluppato e, se vuole arrivare alla piena convertibilità della moneta, deve renderlo molto più sofisticato, per non spingere troppo facilmente i suoi cittadini e le sue imprese a mandare i capitali all’estero e convincendo invece quelli esteri ad affluire nel paese.

Nel frattempo gli Stati Uniti mantengono una sorda opposizione a qualsiasi rilevante mutamento nel funzionamento del sistema monetario internazionale.

1.continua

 

 

Testi citati nell’articolo

-Charrel M., Le yuan attire touiours les marchés europeéens, Le Monde, 17 giugno 2016

-Kazmin A., India watches anxiously as Chinese influence grows, www.ft.com, 9 maggio 2016

-Kynge J., Construction companies stage second act overseas, www.ft.com, 21 giugno 2016

Les Echos, Des projects d’infrastructure qui s’articulent autour de six bassins économiques, 4 luglio 2016

The Economist, Our bulldozers, our rules, 2 luglio 2016

-Zhong Nan, ODI surges 62 per cent to $74b in first five months, www.chinadaily.com.cn, 18 giugno 2016

 

Category: Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale

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About Vincenzo Comito: Vincenzo Comito (1940), ha lavorato per molti anni nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Da molti anni docente di finanza aziendale prima all’Università Luiss di Roma, attualmente insegna all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci”. Tra i suoi libri: Idee e capitali. Mercati finanziari e decisioni di impresa, Isedi 1994; Idee e capitali. Modelli strumenti e realtà della finanza aziendale, Utet 2002; Storia delle finanza d'impresa. Dalle origini al XVIII secolo, Utet, 2002; Storia della finanza d'impresa. Dal XVIII secolo ad oggi, Utet 2002; L'ultima crisi, la Fiat tra mercato e finanza, L'Ancora del Mediterraneo 2005; Le armi come impresa. Il business militare e il caso Finmeccanica, Edizioni dell'Asino 2009; La fabbrica dei veleni. Il caso Ilva e la crisi della siderurgia (con Riccardo Colombo), Edizioni dell'Asino (marzo 2013)

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