Stefano Rodotà: Dopo gli attentati di Parigi il diktat della sicurezza può causare il suicidio dell’Europa

| 27 Novembre 2015 | Comments (0)

 

Diffondiamo da il fatto quotidiano del 27 novembre 20125 questa intervista di Silvia Truzzi a Stefano Rodotà

D. Dopo gli attentati a Charlie Hebdo, Stefano Rodotà ci aveva detto: “Non si limiti la libertà in nome della sicurezza” . Gli abbiamo chiesto se oggi la pensa ancora così. E se qualcosa – nei giorni di sangue del Bataclan e del Mali   – è cambiato.

Quel che è accaduto è un fatto senza precedenti, non solo per l’aspetto militare. C’è una novità, indubbiamente. Ma sono molto ostile alla ripetizione di vecchi slogan, altrimenti diamo risposte sbagliate. Dobbiamo sforzarci di usare la ragione e soprattutto di superare l’emotività.

 

D. Il presidente Hollande ha usato la parola  “guerra”. Lei cosa ne pensa?

Che andrebbe usata con estrema prudenza: capisco che abbia anche un valore simbolico e di senso comune ma, se viene usata in senso proprio, allora viene proprio a galla l’inadeguatezza delle categorie. “Guerra” nella modernità – e nella nostra Costituzione – riguarda Stati ostili tra loro, esige una dichiarazione, individua l’avversario. Se dall’altra parte c’è uno Stato, gli devo riconoscere di esserlo. Perché in Francia non fu mai dichiarato lo stato d’assedio al tempo della “guerra” d’Algeria? Proprio per non riconoscere il Fnl e i diritti dei combattenti. Ricordo la discussione ai tempi delle Br. I terrorismi nazionali di ieri non spiegano questo fenomeno, ma comunque anche allora si disse “non possiamo legittimarli dal punto di visto giuridico”.

 

D. In quell’intervista ci disse: “Il fermo di polizia contro le Br non servì a niente: servirono isolamento politico e riorganizzazione delle forze di polizia”.

Ammesso che debbano essere prese determinate misure, questo vuol dire anche dare una sorta di delega in bianco a chi dovrà attuarle? Azzerare i controlli giudiziari, impedire il controllo parlamentare? Si dice che è necessaria un’adeguata attività dei servizi di sicurezza: che fine fa il controllo parlamentare? Se sono necessari nuovi provvedimenti, questi non possono alterare gli equilibri democratici. Non è il punto di vista di un maniaco dei diritti. Abbiamo sottoscritto la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo nel 1950, che esclude la legittimità di misure che possono mettere in dubbio il carattere democratico del sistema.

 

D. Si sta mettendo in discussione cosa sarà l’Europa di domani?

La sopravvivenza della democrazia è affidata, in certe letture, all’azione militare, come molti conflitti sociali sono ridotti a questioni di ordine pubblico. Sono d’accordo con Lucio Caracciolo, quando dice: attenzione, perché l’Europa corre il rischio del suicidio morale e politico. È un compito oggi molto difficile, perché la tentazione delle parole eccessive, delle misure legislative eccessive è fortissima. Dopo lo choc dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno promulgato una legge terribile – il Patriot Act – ma non hanno cambiato la Costituzione: quando hanno voluto alleggerirla hanno potuto farlo con una legge ordinaria. Se in Francia verrà cambiata la Costituzione, questo non sarebbe possibile. Quel che mi ossessiona in questo momento è il bisogno di ragionare.

 

D. Renzi ha tenuto un linguaggio misurato.

È stato un atteggiamento responsabile: si poteva dire “guerra” o leggi speciali: lui non l’ha fatto. Alfano però ha detto: dovranno esserci sacrifici dal punto di vista della privacy. E lo stesso Renzi ha parlato di tecniche di riconoscimento facciale per “taggare” le persone. Qui si dovrebbe chiedere: quali restrizioni alla tutela della privacy? Con quali garanzie? Con che criterio il riconoscimento facciale? Per individuare chi? Non si possono definire così genericamente le modalità di identificazione delle persone: ci sono telecamere nelle città e banche dati a cui voglio attingere e lo faccio con un provvedimento amministrativo. Non si può fare. Bisogna discuterne seriamente in Parlamento, e non certo con una relazioncina o con qualche mozione. Discutendo il decreto antiterrorismo, grazie anche a parlamentari come Stefano Quintarelli, il Parlamento ha fatto un buon lavoro, proprio mentre in Francia approvavano una legge liberticida sull’invasione della sfera privata delle persone, che peraltro non è servita per evitare gli ultimi attentati.

D. Che rischi vede?

Quella che in Francia chiamano l’urbanizzazione dell’Europa. Cioè di un’Europa che si trasforma secondo la logica del primo ministro ungherese Orban, che non è solo quella dei muri e del filo spinato, ma è la logica della limitazione della libertà di manifestazione del pensiero, dell’indipendenza della magistratura, del potere di controllo della Corte costituzionale. L’Europa ha grande responsabilità perché ha accettato questa logica e ora rischia di orbanizzarsi essa stessa: ciascuno pensa di difendersi da solo, chiudendo le frontiere, tornando al nazionalismo, senza rendersi conto che l’Europa si salva solo se dsa darsi una strategia comune.

 

D. Meno raid e più politica?

L’aspetto militare senza politica ci ha portato qui. Ci sono i russi in Afghanistan? Armiamo i talebani. Bush padre aveva fermato le truppe, il figlio è arrivato a Baghdad. C’è una manifestazione a Tripoli contro Gheddafi? Sarkozy subito dice “interveniamo”. Senza una visione politica. La contrapposizione frontale all’Isis non deve dare l’impressione che tutta la tradizione occidentale dei diritti sia oggi sotto assedio e accerchiata, mentre in questi anni si è diffusa nei luoghi più diversi. Rinnovata nei suoi riferimenti a democrazia e diritti, liberata dall’esclusivismo economicista, rimane uno strumento essenziale in questa difficile lotta.

 

 

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Category: Guerre, torture, attentati, Osservatorio internazionale, Politica

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About Stefano Rodotà: Stefano Rodotà. Nato nel 1933 a Cosenza da una famiglia originaria di San Benedetto Ullano, comune della minoranza arbëreshë di Calabria, discende da una famiglia che ha annoverato, fra il XVII e il XVIII secolo, intellettuali e religiosi. Ha frequentato il liceo classico Bernardino Telesio nella città natale e successivamente l'università La Sapienza a Roma, presso la quale si è laureato nel 1955 in giurisprudenza, discutendo una tesi con il docente Emilio Betti, allievo di Rosario Nicolò. È fratello dell'ingegnere Antonio Rodotà ed è il padre della giornalista Maria Laura Rodotà, editorialista del Corriere della Sera. Nel 2008 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria dalla città di Rossano. Dopo essere stato iscritto al Partito Radicale di Mario Pannunzio, rifiuta nel 1976 e nel 1979 la candidatura nel Partito Radicale di Marco Pannella. È eletto deputato nel 1979 come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, diventando membro della Commissione Affari Costituzionali. Nel 1983 viene rieletto e diventa presidente del gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente. Deputato per la terza volta nel 1987, viene confermato nella commissione Affari Costituzionali e fa parte della prima Commissione bicamerale per le riforme istituzionali. Nel 1989 è nominato Ministro della Giustizia nel governo ombra creato dal PCI di Achille Occhetto e successivamente, dopo il XX Congresso del partito comunista e la svolta della Bolognina, aderisce al Partito Democratico della Sinistra, del quale sarà il primo presidente del Consiglio nazionale, carica che ricoprirà fino al 1992. Nell'aprile del 1992 torna alla Camera dei Deputati tra le file del PDS, viene eletto vicepresidente e fa parte della nuova Commissione Bicamerale. Nel maggio del 1992 in qualità di vicepresidente della Camera sostituisce il presidente Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza del Parlamento convocato in seduta comune per l'elezione del presidente della Repubblica: Scalfaro, che prevedeva l'elezione al Quirinale, aveva infatti preferito lasciare lo scranno della presidenza. Nel 1994, al termine della legislatura durata solo due anni, Rodotà decide però di non ricandidarsi, preferendo tornare all'insegnamento universitario.Nel 2007 partecipa ad una Commissione Ministeriale istituita al fine di dettare una nuova più moderna normativa del Codice Civile in materia di beni pubblici. Questa commissione voluta da Clemente Mastella e presieduta da Stefano Rodotà ha presentato in Senato un disegno di Legge Delega che però non è mai stato discusso. Dal 1983 al 1994 è stato membro dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa. Sempre in sede europea partecipa alla scrittura della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Dal 1997 al 2005 è stato il primo Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, mentre dal 1998 al 2002 ha presieduto il gruppo di coordinamento dei Garanti per il diritto alla riservatezza dell'Unione europea. È stato inoltre componente del gruppo europeo per l'etica delle scienze e delle nuove tecnologie e presidente della commissione scientifica dell'Agenzia europea dei diritti fondamentali. Rodotà è stato votato, ma non eletto, durante l'elezione del presidente della repubblica italiana del 2013. Sul suo nome sono andati a convergere i voti del Movimento 5 Stelle (che lo ha proposto dopo una votazione in rete tra i suoi iscritti), di Sinistra Ecologia Libertà e di alcuni esponenti del suo partito (Partito Democratico) che, alla fine, ha preferito altre figure facendo rieleggere il presidente uscente, Giorgio Napolitano. In seguito ad alcune critiche del giurista alla conduzione dirigenziale del Movimento 5 Stelle è stato definito da Beppe Grillo "ottuagenario miracolato dalla rete" Il 29 novembre 2010 ha presentato all'Internet Governance Forum una proposta per portare in Commissione Affari Costituzionali l'adozione dell'articolo 21bis, che recitava: "Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale". Nei confronti del mondo di internet Rodotà ha assunto posizioni di tipo libertario, implementando le sue idee sui media in diversi ambiti quali: Internet Governance Forum dell'Onu, all'Unesco, al Parlamento europeo. Ha insegnato nelle università di Macerata, Genova e Roma, dove è stato professore ordinario di diritto civile e dove gli è stato conferito il titolo di professore emerito. Ha insegnato in molte università europee, negli Stati Uniti d'America, in America Latina, Canada, Australia e India. È stato professore invitato presso l'All Souls College di Oxford e la Stanford School of Law. Ha insegnato presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne e ha collaborato con il Collège de France. Ha ricevuto la laurea honoris causa dall'Università Michel de Montaigne Bordeaux 3 e dall'Università degli Studi di Macerata. È presidente del consiglio d'amministrazione dell'International University College of Turin. Fa parte del comitato dei garanti del Centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino.Dal 2013 è titolare del corso di Bioetica presso la Scuola di Studi Superiori dell'Università di Torino.Ultime sue pubblicazioni: Elogio del moralismo, Roma-Bari, Laterza, 2011; Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, Laterza, 2012. La rivoluzione della dignità, Napoli, La scuola di Pitagora, 2013 È stato Presidente della Fondazione Lisli e Lelio Basso e dal 2008 dirige, in qualità di responsabile scientifico, il Festival del diritto di Piacenza. In campo editoriale ha diretto 'Il diritto dell'agricoltura' e dirige attualmente le riviste 'Politica del diritto' e 'Rivista critica del diritto privato'. Ha collaborato a diversi giornali e riviste, tra i quali Il Mondo, Nord e Sud, Il Giorno, Panorama, il manifesto, L'Unità. Collabora dalla fondazione con il quotidiano La Repubblica.

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