Stefano Bonaga: Umano troppo umano non umano

| 28 Novembre 2015 | Comments (0)

 

 

 

 

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Diffondiamo da Il fatto quotidiano del 28 novembre 2015
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Nella Critica della Facoltà del Giudizio Kant sostiene l’inadeguatezza della mente di fronte all’infinito – matematico e dinamico – che viene sussunta nella categoria del Sublime. Mentre il thaumazein greco, la meraviglia filosofica, si sorprende davanti all’Essere che la sfida a penetrarne i fenomeni, il Sublime ha di fronte la mente spaesata.
Il mondo intero si trova oggi ad affrontare qualcosa di analogo, che appare e si diffonde sotto il nome della Jihad dell’ISIS e dei suoi combattenti. A questo punto si pone una questione radicale e quasi impronunciabile: sono essi persone? Fanno parte della comunità umana?
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Certo i processi storici, sociali, politici, culturali e psicologici che hanno prodotto queste figure di combattenti sono umani, perfino troppo umani. E tuttavia gli individui prodotti da tali processi (che si sono storicamente rivelati talvolta irresponsabili, talvolta miopi, spesso violenti ma quasi sempre ingiusti in ordine alla dignità umana che nel corso del tempo hanno svilito) hanno acquisito una natura al cui cospetto la Ragione è quasi impotente.
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Ciò che è comune all’umano, e che è comune perfino a tutto il vivente in generale, è l’istinto di sopravvivenza, che sancisce e sigilla il valore della vita come premessa trascendentale e fondamento di tutti i valori terreni. Ogni comunità nella storia ha diritto al suo nome sulla base del valore comune della vita. La storia dell’Islam stesso nella sua ricchezza filosofica, culturale, artistica e religiosa testimonia questo principio. Va da sé che anche ogni comunicazione ha il comune come sua premessa.
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Solo il regno minerale, nella sua indifferenza ad ogni evento è estraneo ad ogni valore. Infatti i fenomeni della fisica hanno grandezze e relazioni, ma non hanno alcun Senso. Anche gli innumerevoli crimini di guerra, le repressioni feroci e persino le torture di cui il mondo degli uomini è teatro fin dalle proprie origini, e che hanno distrutto e distruggono ancora una infinità di vite reali, lo hanno fatto e lo fanno comunque a favore dei propri interessi meschini, del proprio potere, della propria sete di dominio, ma pur sempre a partire dal valore della vita, anche se miserabilmente della propria. Essa, pur violata di fatto, viene affermata di principio.
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La soppressione gioiosa della propria vita per distruggere le vite di persone innocenti si pone invece al di là dell’orrore già conosciuto, nella sfera non governabile dalla Ragione. L’ISIS o IS o Daesh si è incorporato in figure che hanno forma umana, che hanno sì forma umana, che hanno sì storie e relazioni umane che abitano sì il pianeta, ma che sfuggono tuttavia al paradigma dell’umano dal punto di vista del dispositivo del loro agire. Con esso e in esso assomigliano più al procedere di un algoritmo che a persone.
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La struttura dell’algoritmo di cui esse sono operatori è costituita – semplificando – dalla matrice rigida Allah, Jihad, Martirio, Califfato. Tale macchina algoritmica è predeterminata alla produzione di morte. La morte ne è lo strumento più potente sia quando è autoprovocata che quando è inferta agli altri, e il suo Fine terreno, il Califfato, è subalterno comunque a un Fine ultraterreno, il giardino del Paradiso islamico o Janna.
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Se i processi storici, politici culturali, ma anche i percorsi teologici ed esegetici che stanno a monte di questa inondazione sono evidentemente tutti umani, la stessa inondazione sembra emergere e configurarsi nella specie della Natura, come essa irresponsabile e sorda. Come è possibile allora un qualsiasi dialogo con la Natura se essa non risponde ma si offre così come è, nella immutabilità delle sue leggi, silenziosa? La natura non parla ma procede inesorabile.
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Dall’alba dell’umanità gli stessi esseri umani hanno cercato di ridurne i danni con la Tecnica, peraltro essa stessa generatrice di rischi.
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Credo che questa, purtroppo non il dialogo, sia l’unica pur fragile via percorribile di fronte all’avvento del Daesh.

 

 

 

 

 

 

 

Tags:

Category: Culture e Religioni, Guerre, torture, attentati, Osservatorio internazionale, Storia della scienza e filosofia

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About Stefano Bonaga: Stefano Bonaga è nato a Bologna nel 1944. Laureatosi con Gilles Deleuze, è diventato docente presso la cattedra di antropologia filosofica nella facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Nel 1988 viene pubblicato Tre dialoghi: un invito alla pratica filosofica, volume di Ermanno Bencivenga in cui i tre dialoghi sono condotti da Ermanno Bencivenga, Stefano Bonaga e Franco Volpi. È sempre stato attivo in politica soprattutto nel bolognese: eletto consigliere comunale come indipendente nella lista del PCI (subentrato nel 1989), è rieletto nel 1990 e diviene assessore del PDS agli Affari generali, Rapporti con i cittadini e innovazione, nella giunta Vitali, a partire dal 1993 fino al 1995. È ideatore, assieme a Maurizio Matteuzzi, già nel 1993, della rete civica bolognese Iperbole, che diviene operativa nel dicembre 1994. Il 1º marzo 2012 prende parte alla puntata del programma di Michele Santoro Servizio pubblico intitolata "Un leader politico". Tra i suoi scritti: Sulla disperazione d'amore, Feltrinelli, 1998; (riedito da Aliberti, 2011); I 10 comandamenti del vivere civile, Aliberti, 2011

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