Romano Prodi: Politiche nel Mediterraneo. Con questi leader l’Europa fallisce

| 25 Aprile 2015 | Comments (0)

 

 

Dopo l’uscita del suo libro Missione incompiuta (con Marco Damilano) Romano Prodi ha rilasciato diverse interviste che precisano molto bene i limiti delle politiche europee e nazionali nel Mediterraneo e nella Libi.

 

1. Romano Prodi: Con questi leader l’Europa Fallisce

Intervista di Carlo Lania a Romano Prodi su Il Manifestodel  25 aprile 2015

Intervista al manifesto. L’ex presidente della commissione europea Romano Prodi: «Su immigrazione e accoglienza il consiglio europeo non ha detto niente. Mi aspettavo di più, ma sono abituato alle delusioni». «Parlare di affondare i barconi soddisfa solo la demagogia». E su Renzi: «La migliore pubblicità al mio libro l’ha fatta proprio lui»Deluso dal con­si­glio euro­peo? «Vera­mente non mi aspet­tavo niente di più di quel poco che è stato deciso». Affon­dare i bar­coni degli sca­fi­sti? «Dovreb­bero spie­garmi come farlo senza pro­vo­care una strage». Aprire campi pro­fu­ghi in Africa? «E per­ché non al Polo Nord? Fareb­bero di tutto pur di tenere i migranti lon­tani dall’Europa».Non si sot­trae a nes­suna domanda Romano Prodi. L’ex pre­si­dente del con­si­glio ed ex pre­si­dente della com­mis­sione euro­pea man­tiene sem­pre uno sguardo molto attento a quanto suc­cede in Europa, e in par­ti­co­lare ai drammi dell’immigrazione. Cosa che non gli impe­di­sce di repli­care al pre­si­dente del con­si­glio che ha deru­bri­cato a pub­bli­cità edi­to­riale (è in edi­cola Mis­sione incom­piuta, il libro scritto con Marco Dami­lano) le opi­nioni poli­ti­che del lea­der dell’Ulivo. «Vera­mente la migliore pub­bli­cità me l’ha fatta lui. I librai si sono affret­tati a ordi­nare altre copie del libro», scherza.

 

Pre­si­dente come giudica le conclusioni raggiunte sull’immigrazione dal  Consiglio Europeo?

Il giu­di­zio è misto, nel senso che c’è una parte di rac­colto posi­tivo, che è l’aumento della dota­zione euro­pea e poi ci fer­miamo lì. E’ un giu­di­zio di sod­di­sfa­zione nel senso che il dia­logo va avanti, ma anche di delu­sione per il fatto che sui punti car­dine, cioè sulla poli­tica dell’immigrazione e sulla stra­te­gia di accoglimento non c’è proprio niente . Resta sim­bo­lica la frase di Came­ron: «Prendiamo profughi e li portiamo in Italia ».

 

Si aspet­tava o spe­rava qual­cosa di più?

Spe­ravo sì, aspet­tavo no. Pur­troppo sono abituato alle delusioni. Era quello che nell’attuale situa­zione euro­pea si può pen­sare sarebbe arrivato.

 

Lei in pas­sato ha par­lato spesso di un’Europa “assente”  di fronte alle grandi crisi e i risul­tati del ver­tice sem­brano con­fer­mare que­sto giu­di­zio. Quali sono le ragioni di que­sta assenza?

Il pro­gres­sivo pre­va­lere degli inte­ressi nazio­nali sugli inte­ressi collettivi, un’involuzione totale che si esprime anche nei capi­toli dell’economia. Figu­ria­moci quindi in poli­tica estera e immi­gra­zione che sono il capi­tolo più deli­cato. Ho sem­pre pen­sato che poli­tica estera e difesa sareb­bero state le ultime a essere messe inte­gral­mente nell’agenda euro­pea. L’integrazione euro­pea indub­bia­mente è entrata in un lungo periodo di crisi e set­tori come esteri, difesa e immi­gra­zione sono i capi­toli dif­fi­ci­lis­simi. Quindi non rite­nevo che il ver­tice avrebbe potuto far com­piere dei passi in avanti. Il mio è un sen­ti­mento di delu­sione ma atteso. Pur­troppo è la normalità dell’attuale situazione  europea.

 

Sem­bra quasi voler san­cire il fal­li­mento del pro­getto europeo.

Il fal­li­mento no, una lunga sosta sì. Il pro­getto euro­peo non può fal­lire. Dalla boc­cia­tura della Costi­tu­zione in poi i lea­der euro­pei hanno ascol­tato i loro popu­li­smi e seguito la loro poli­tica di breve periodo. Così non si farà mai l’Europa.Verrà però il momento in cui que­sto met­terà a rischio la stessa poli­tica interna dei diversi Paesi, allora si ricor­rerà di nuovo all’Europa, costretti da un’emergenza . Ma in que­sto momento non vedo la spinta.

 

Che pensa della pos­si­bi­lità di affon­dare i bar­coni degli scafisti?

Non c’è nessuno che mi dica come si fa. Con que­sto sistema si rischia la strage di uomini, ma non mi sem­bra una solu­zione. E infatti la nota vati­cana che ho visto in mate­ria lo mette bene in rilievo. Che fac­ciamo, bom­bar­diamo i migranti? I para­goni che ven­gono fatti con l’Albania o la Soma­lia sono del tutto fuori luogo per­ché lì c’era un governo con cui si poteva interagire. Inten­dia­moci: se uno potesse distrug­gere tutti i bar­coni vuoti messi uno in fila all’altro, io sarei il primo a dire di sì. Ma que­sta di bom­bar­darli è un’ipotesi che fa tanto pia­cere alla dema­go­gia e al sen­ti­mento popo­lare pre­va­lente. Per­ché atten­zione: quando io mi giro intorno e parlo vedo che il sen­ti­mento popu­li­stico è arri­vato alle radici del popolo ita­liano. Se votas­simo a mag­gio­ranza forse vor­reb­bero bom­bar­dare i bar­coni, ma ritengo la cosa del tutto irragionevole.

 

Teme un nuovo inter­vento in Libia?

Ritengo talmente sciagurata  la prima azione in Libia che l’idea di farne una seconda è impensabile.

 

Crede comun­que che si stia andando in quella direzione?

Vediamo prima di tutto cosa significherebbe un intervento   in Libia. Prima ipo­tesi: droni e aero­plani. Si fanno un sacco i morti e non decide niente. Seconda ipo­tesi: truppe. Signi­fica mobi­li­tare decine di migliaia di uomini o forse cen­ti­naia di migliaia di uomini, non mille o due­mila. Non è nem­meno pen­sa­bile. Poi c’è un altro pro­blema molto serio. L’obiettivo che si vuole colpire in Libia è il terrorismo . Ma il ter­ro­ri­smo non è libico, è ubi­quo. Si fa la guerra in Libia e questi si spostano nel Sahel o negli altri punti già maturi per acco­glierli, come Siria, Iraq, Mali. Que­sto è l’unico effetto che si otterrebbe.

 

Nel libro che ha scritto insieme a Marco Dami­lano lei dice che l’intervento in Libia nel 2011 fu un errore. Le chiedo: dob­biamo a quell’errore anche l’emergenza immi­gra­zione di que­sti giorni?

Il fatto che sia incon­trol­la­bile sì, il fatto che ci sia no. Quando ero nel Sub­sa­hara me lo dice­vano tutti: guardate che qui c’è una bomba demografica, dove va la gente, dove scappa? Mi guar­da­vano pun­tando il dito e mi dice­vano: da voi. C’era anche prima l’emergenza, tut­ta­via alla fine potevamo trattare con la Libia di Gheddafi che minac­ciava sì di riem­pire dei bar­coni e di man­dar­celi, ma ave­vamo un inter­lo­cu­tore e alla fine si tro­vava il modo per farlo smet­tere. Oggi non c’è più un interlocutore , anzi è accla­rato che lo stesso ter­ro­ri­smo inter­na­zio­nale fac­cia buoni affari con i migranti.

 

A pro­po­sito, il pre­mier Mat­teo Renzi le rin­fac­cia i suoi rap­porti con Ghed­dafi.

Guardi, nel libro spiego tutta la storia chia­ra­mente citando i docu­menti, com­presa la let­tera di Ban Ki-moon. Il libro non l’ho scritto per pole­mica ma per ricor­dare i vent’anni dell’Ulivo. E mi pro­pongo di scri­verne un altro tra vent’anni così potrò dare un giu­di­zio anche su que­sto periodo sto­rico, pensi come sarà bello. Ma veniamo a Ghed­dafi. Certo, gli inte­ressi ita­liani erano evi­denti. Con lui la linea è sem­pre stata ferma. Ci sono però due Gheddafi nella sto­ria.

Il primo è un feroce dit­ta­tore all’interno del Paese. Rima­sto tale dall’inizio alla fine. Poi c’è un secondo Ghed­dafi, quello della poli­tica estera. In una prima fase un Ghed­dafi trou­ble maker, un crea­tore di disor­dini. Ha pro­vo­cato guerre dap­per­tutto, voleva essere potenza mili­tare regio­nale e ha ali­men­tato il ter­ro­ri­smo: Loc­ker­bie, la disco­teca La Belle, tutte que­sti atti delin­quen­ziali. In una seconda fase ha capito che que­sto non gli dava frutto. Dopo alcuni anni che lo avevo capito, mi sono preso la respon­sa­bi­lità di invi­tarlo a Bru­xel­les sapendo di dare un con­tri­buto posi­tivo alla pace. Fu la sua prima visita uffi­ciale in Europa. Avevo capito che avremmo chiuso un pro­blema per la comu­nità inter­na­zio­nale. Ho avuto rea­zioni nega­tive dagli Stati uniti e da Gran Bre­ta­gna. Dopo due mesi però erano tutti con­tenti e per incontrare Ghed­dafi bisognava fare la coda.

Si era chiuso un pro­blema. Da pre­si­dente della com­mis­sione divenni poi pre­si­dente del con­si­glio e ini­ziammo una lunga nego­zia­zione sul Trat­tato di ami­ci­zia che io non volli fir­mare. Non per ten­sioni per­so­nali o per­ché avevo cam­biato parere, sem­pli­ce­mente per­ché difen­devo gli inte­ressi del mio Paese e non mi era chiaro quello che sarebbe stato il costo da parte italiana. Poi altri hanno firmato. Quindi i miei rap­porti con Ghed­dafi sono stati fermi.

Le spiego un’altra cosa: io ho sem­pre avuto con­tatti anche con le tribù, i cui rap­pre­sen­tanti sono venuti in visita ufficiale a Bologna. Pro­prio per­ché ho sem­pre col­ti­vato quel minimo di pos­si­bile dia­logo con la società civile. E que­sto mi ha reso una posi­zione abba­stanza aperta nei confronti sia di Gheddafi che delle altre realtà. Tant’è vero che l’anno scorso auto­re­voli inter­lo­cu­tori libici hanno chie­sto, in modo uffi­ciale al pre­si­dente del con­si­glio ita­liano, che io diventassi il mediatore in Libia . Non avendo avuto nes­suna rispo­sta né loro né io, non so cosa è successo.

 

Tor­niamo all’immigrazione, resta il nodo di una più equa distri­bu­zione dei richie­denti asilo, che l’Europa non sem­bra pro­prio voler sciogliere.

Que­sto è un punto che oggi non si rie­sce nean­che a discutere.

 

La can­cel­liera Merkel  però ha detto che il regolamento di Dublino  non fun­ziona più. Si riu­scirà a modificarlo?

Mi auguro di sì, la spe­ranza c’è. Se però ragiono in modo razio­nale quando sento la rea­zione di Came­ron la leggo come la chiu­sura della porta per­fino alla discus­sione del pro­blema, per­ché di fronte ai suoi elet­tori lui dice no alla pos­si­bi­lità di acco­gliere pro­fu­ghi. Ma si rende conto di cosa ha detto? «Io li porto in Ita­lia», c’è pure l0 sfottò . Poi, se la can­cel­liera Mer­kel si impunta, col tempo si può anche arri­vare a porlo all’ordine del giorno.

 

Ma per­ché non si aprono cor­ri­doi umanitari?

Per­ché dall’opinione pub­blica ven­gono rite­nuti dei taxi. Ritor­niamo sempre al problema dell’elettorato. La que­stione è enorme e non si risolve senza una mas­sic­cia dose di aiuti a un’Africa che si sta svegliando. Que­sto è l’elemento di spe­ranza, ci vor­ranno trent’anni, ma l’Africa non è più un corpo immo­bile come era sei, sette anni fa. Pensi che il flusso delle rimesse degli immi­grati in Africa da un anno e mezzo ha supe­rato il flusso degli aiuti dall’esterno. Vuol dire che ci sono risorse auto­nome, alter­na­tive, poi ci sono inve­sti­menti stra­nieri che stanno crescendo. Insomma il con­ti­nente comin­cia a muo­versi, se solo noi gli dessimo una spintina..  C’è un fatto che la gente non capi­sce: che l’immigrazione cala non quando un Paese diventa ricco, ma quando nasce la spe­ranza. Comin­ciamo a inne­scare que­sta spe­ranza e il flusso dell’immigrazione calerà da solo, perché si emigra per disperazione.

 

Cosa pensa del pro­cesso di Khar­toum e della pos­si­bi­lità di aprire in Africa campi dove acco­gliere i pro­fu­ghi esa­mi­nando lì le richie­ste di asilo?

Purché i migranti stiano lontani  dall’Europa le pen­sano tutte. Per­ché allora i campi non li fac­ciamo al Polo Nord? (ride). Ma si rende conto? Da un lato c’è il Sudan, un Paese che tutti defi­ni­scono dit­ta­to­riale, e ci met­tiamo i campi pro­fu­ghi? Basta il buon senso per capire che non va bene.

 

Per finire par­liamo di poli­tica. La nuova legge elet­to­rale mette fine all’idea di centrosinistra?

Posso ripetere che l’Ulivo è nato per il bipolarismo. Ho sem­pre soste­nuto all’inizio un sistema elettorale di tipo inglese. Data la fram­men­ta­zione poli­tica ita­liana e che vi sareb­bero stati par­la­men­tari eletti con il 20% dei voti, sono pas­sato al sistema fran­cese a due turni. In ogni caso ci devono essere più par­titi, o più coa­li­zioni che si con­ten­dono il governo del Paese.

 

E’ vero, come l’accusa qual­cuno, che sta pre­pa­rando insieme a Enrico Letta un piano per suben­trare a Renzi in caso di crisi?

Dovrei rispon­derle con una risata e invece le rispondo sem­pli­ce­mente no. Tra l’altro in un Paese in cui nes­suno legge è bello pen­sare che si possa attentare al governo scrivendo dei libri.

 

Renzi infatti ha detto che dovete promuovere i vostri libri.

One­sta­mente l’unica grande promozione del libro  l’ha fatta lui dicendo que­sta frase (ride). Nel mio caso almeno i librai si sono affret­tati a riordinarlo.

 

Ma esi­ste o no que­sto piano tra lei e Letta?

No, non abbiamo nes­sun piano. Non so se Letta ha voglia di rien­trare in poli­tica, ma io con l’età che ho se avessi voluto fare qual­che piano l’avrei fatto un po’ prima. Sono sette anni che sono fuori, che giro il mondo, fac­cio cose inte­res­santi e non ho nes­suna inten­zione di dare noia a nes­suno né di soste­nere nes­suno. Però ho il diritto di ricordare ed è per que­sto che ho scritto il libro. E ripeto, tra vent’anni ne scri­verò un altro.


 

 

2. Romano Prodi: Molto meglio la missione Mare Nostrum rispetto a Triton. Europa incapace di una politica collettiva.

Intervista di Vittorio Zucconi a Romano Prodi su Tg Zero  di Radio Capital (ripresa da Huffington Post ) del 22 aprile 2015

“Era molto meglio la missione Mare Nostrum rispetto a Triton, aveva un mandato più ampio e più mezzi. L’Europa si è dimostrata ancora una volta incapace di una politica collettiva  “. In questo modo, l’ex presidente del Consiglio e della commissione Ue, Romano Prodi, alla vigilia del vertice europeo sull’emergenza sbarchi, critica duramente l’operazione tanto avallata da Renzi.

L’affondo arriva nello stesso giorno in cui anche l’ex Premier Enrico Letta ha attaccato sul Finantial Times  “Triton” difendendo la missione Mare intrapresa dal suo governo all’indomani della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 .

“Speriamo che nel Consiglio dei Ministri di domani si cambi registro – ha continuato Prodi – perché questo è un problema drammatico nel presente e forse più drammatico nel futuro, perché se non poniamo rimedio alla fame e alla paura della morte, avremo sempre pressioe ai nostri confini “.

Sono conclusioni molto amare quelle che Romano Prodi trae sull’atteggiamento dell’Europa nei confronti del dramma dei migranti. Soprattutto se si pensa che provengono da un uomo che conosce molto bene Bruxelles, le sue logiche e le sue resistenze. In un’intervista al Tg Zero di Radio Capital, Prodi spiega perché, dal suo punto di vista, il Consiglio straordinario di domani non produrrà alcun cambiamento in grado di fermare le stragi.

“Alla fine l’Europa farà meno di quel che ha fatto l’Italia da sola. Non dimentichiamo che Mare Nostrum e era più avanzato delle politiche successivamente adottat dall’Ue”, ricorda l’ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea.

“Dobbiamo anche pensare che l’Europa non può fare una politica sull’immigrazione nuova, seria, solidale, tra l’altro alla vigilia delle elezioni nel Regno Unito, che è un paese che non ne vuol sapere. L’Ue aggiusterà un po’ il tiro, risponderà all’emergenza, ma non ci saranno fatti nuovi”.

“L’Italia – continua Prodi – non è mai riuscita” a smuovere l’Europa, a far capire agli altri paesi che i confini italiani sono quelli della Ue. Quando ero presidente della Commissione Ue, tutte le proposte per una nuova politica del Mediterraneo sono state sempre bloccate dai paesi del nord”.

Purtroppo – è l’amara conclusione di Prodi – “ognuno guarda al proprio elettorato, e l’idea di stringere contro gli stranieri è diventata popolare nella nuova Europa. È diventata popolare la politica di escludere il diverso.

 


 

 

3. Romano Prodi: Un accordo fra le grandi potenze è l’unica via per fermare la guerra in Libia

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 aprile 2015

 

Abbiamo pianto per una tragedia  che non ha precedenti  nella pur desolante storia dell’emigrazione mediterranea. Adesso dobbiamo fare di tutto perché questa tragedia non si ripeta.

Partiamo tuttavia dal fatto che le condizioni che spingono oggi ad emigrare continueranno per lungo lungo tempo.

Esse sono il frutto della guerra e della fame , due spettri che ci accompagneranno all’infinito se non si interverrà con forza e determinazione. Le guerre infatti ci circondano (dal Medio Oriente al Corno d’Africa) mentre la fame spinge verso di noi coloro che, a sud del Sahara, cercano condizioni di vita più tollerabili. In conseguenza dell’alto tasso di natalità e della diminuzione del tasso di mortalità, le popolazioni di quei paesi raddoppieranno in meno di vent’anni. O troveranno un pezzo di pane in casa loro o lo verranno a cercare da noi : di fronte alla prospettiva della morte non vi è scelta.

L’unico rimedio a questo stato di cose è la speranza di un domani migliore per quei popoli: quanto stiamo facendo per il loro sviluppo non è certo sufficiente e non vedo nemmeno una reale volontà politica   di moltiplicare il nostro impegno per il loro futuro.

In attesa di questa speranza di cambiamento bisogna almeno mettere ordine a questo esodo e impedirne le conseguenze più catastrofiche. Il che significa affrontare il problema libico, perché le partenze verso l’Europa avvengono soprattutto dalla Libia, non soltanto per la vicinanza geografica ma perché la Libia è uno stato in dissoluzione, nel quale nessun controllo e nessuna legge   è ora applicabile.

Dimentichiamoci l’intervento militare. Di guai ne ha già fatti a sufficienza la guerra del 2011 e ne farebbe ancor più un intervento militare oggi. Prima di tutto perché nessuno è disposto a mandare truppe di terra in Libia, mentre è ben noto che le guerre non si vincono con gli aeroplani o con i dreni ma con gli scarponi. Ogni iniziativa bellica provocherebbe inoltre una inevitabile reazione della maggioranza del popolo libico e non servirebbe nemmeno per sconfiggere il terrorismo. Esso è diventato così mobile che, se anche fosse vinto con le armi in Libia, risorgerebbe rinforzato a sud del Sahara, nel Sinai, nel Corno d’Africa o in Siria.

Quanto all’intervento europeo ne abbiamo già visto i limiti. Una nuova politica sul l’immigrazione non è prevedibile in un vicino futuro e non può essere nemmeno  ipotizzata oggi, alla vigilia delle elezioni britanniche.

I compromessi sul tavolo di Bruxelles non sono neppure in grado di raggiungere il livello di efficacia della missione Mare Nostrum, che gravava tutta sulle spalle dell’Italia. L’Unione  Europea non si è infatti dimostrata disposta in passato e non è disposta oggi ad elaborare una politica per il Mediterraneo   sufficientemente efficace. Si è trovata, anche con un nostro significativo sacrificio, una forte linea d’azione in favore dei paesi che prima erano nell’orbita dell’Unione Sovietica, ma i paesi del nord si sono sempre opposti a investire risorse concrete nei progetti di sviluppo dei paesi della sponda Sud del mediterraneo.

Una politica efficace per ricostruire lo stato libico è oggi possibile solo partendo dalla constatazione che tutte le grandi potenze vivono nella paura del terrorismo  con cui sono costrette a confrontarsi: la Cina per gli juguri, la Russia per quello caucasico, e poi l’Europa e gli Stati Uniti per tutto quello che abbiamo vissuto.

Queste “grandi potenze”, se agiscono insieme, hanno una forza assolutamente determinata   nei confronti di tutti i paesi che, a loro volta, determinano in modo diretto la politica della Libia. L’Egitto, quasi tutti i paesi del Golfo e l’Arabia Saudita sostengono il governo di Tobruk, mentre la Turchia e il Qatar appoggiano il governo di Tripoli e i miliziani di Misurata.

Gli strumenti che le grandi potenze hanno in mano per richiamare all’ordine i propri alleati sono irresistibili, così come sono irresistibili gli effetti che essi produrrebbero a cascata sulle parti in conflitto, tanto da riuscire a costringerle a trovare un accordo   unitario all’interno della Libia. Da questa catena di comando non solo dipende il flusso degli armamenti ma anche il flusso del denaro che alimenta le diverse parti in conflitto.

Questa è l’unica via per sperare di porre fine alla guerra  che, mantenendo l’anarchia nel paese, rende possibile quest’infame commercio di vite umane. Ed è anche l’unico strumento per mantenere l’unità di un paese che, altrimenti, è destinato a separarsi almeno in tre parti o a esaurirsi in lotte tribali che darebbero luogo a guerre criminali senza fine.

Come dimostra la pur difficilissima trattativa sull’Iran, un accordo è sempre possibile se i comuni interessi di lungo periodo delle grandi potenze prevalgono sulle tensioni particolari e se si cerca quel “do ut des” che è condizione di ogni trattativa internazionale.

Le altre strade proposte per risolvere il problema libico non mi sembrano praticabili. Non appare proponibile l’embargo completo per un paese come la Libia che vive degli alimenti che provengono dall’estero, non solo per le sofferenze che provocherebbe alla popolazione ma anche perché esso presume un impossibile accordo con i paesi vicini. Nemmeno riesco ad avere un’idea concreta delle conseguenze di un ipotetico blocco navale, perché nessuno degli esperti che ho consultato mi ha ancora spiegato in che cosa esso consisterebbe e come esso potrebbe funzionare senza produrre tragedie umane ancora più pesanti.

Lavoriamo quindi rapidamente perché l’iniziativa europea raggiunga almeno l’efficienza   che aveva l’intervento italiano di “Mare Nostrum” ma operiamo perché le grandi potenze esercitino la loro influenza sui paesi che oggi determinano il futuro della Libia. La ricostruzione delle istituzioni di questo paese conviene a tutti e non solo all’Italia che ne subisce oggi le conseguenze più pesanti.



Category: Osservatorio Europa, Osservatorio internazionale, Politica

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About Romano Prodi: Romano Prodi (Scandiano, 9 agosto 1939) è un politico ed economista italiano, che ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana per due volte (dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008).Docente universitario di Economia e politica industriale all'Università di Bologna, è stato nel 1978 ministro dell'Industria nel Governo Andreotti IV; presidente dell'IRI dal 1982 al 1989 e dal 1993 al 1994. È stato presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004 (Commissione Prodi). Dal 17 gennaio al 6 febbraio 2008 ha ricoperto anche la carica di Ministro della Giustizia ad interim. Fondatore e leader de L'Ulivo, dal 23 maggio 2007 è stato presidente del Comitato nazionale per il Partito Democratico, e con la fondazione di quest'ultimo ne è stato Presidente dell'Assemblea Costituente Nazionale dal 14 aprile 2007 al 16 aprile 2008. È stato il primo ed unico candidato Premier del centro-sinistra ad aver vinto le elezioni politiche italiane (quelle del 1996 e quelle del 2006) e ad aver formato un Governo senza ricorrere ad alleanze con coalizioni rivali. Dal 12 settembre 2008 presiede il Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa. Il 1º settembre 2008 ha creato la Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli. Nell'ottobre 2012 è stato nominato Inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il Sahel.Dal 21 febbraio 2014 è presidente dell'International advisory board (Iab) di Unicredit.

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