Prima storia d’amore: Estela de Carlotto ritrova il nipote

| 10 Agosto 2014 | Comments (0)

 

 

 

Dal 12 al 28 agosto la rivista on line www.inchiestaonline.it va in vacanza perché il suo direttore ed operatore Vittorio Capecchi va in vacanza con Amina dai suoi genitori Aulo Crisma e Maria dal Bosco (87 e 93 anni) in un posto su i monti Lessini sopra Verona dove le connessioni sono molto difficili. Questo congedo, breve, viene fatto pubblicando TRE STORIE D’AMORE

 

La PRIMA STORIA D’AMORE è stata ampiamente diffusa nella stampa italiana ma è sempre bello rileggerla ed è la storia della Leader delle Nonne della Plaza de Mayo che ritrova il nipote

 


1. Omero Ciai: In Argentina, la leader delle Nonne di Plaza de Mayo ritrova il nipote

[La Repubblica.it 6 agosto 2014]

 

Si chiama Ignacio Hurban, ha 36 anni, musicista. E’ da ieri sera il nipote numero 114 ritrovato dalla “Abuelas de Plaza de Mayo”, l’associazione di nonne argentine che cercano i neonati che vennero sottratti alle loro madri nei campi di concentramento della dittatura (1976-83) e dati segretamente in adozione dai militari ad altre famiglie. Ignacio in realtà è Guido Carlotto, nipote della presidente dell’associazione Estela de Carlotto, nato nel maggio del 1978 nel lager delle forze armate “La Cacha” a Rio de la Plata. Sua madre Laura, 23 anni, di origine italiana, dirigente della Juventud Peronista, i montoneros, venne sequestrata insieme al suo compagno nel novembre del 1977. Era incinta di due mesi e mezzo. I militari la torturarono ma attesero che il bimbo nascesse prima di assassinarla. Alla fine del 1978 il corpo di Laura venne restituito alla famiglia ma del figlio Guido i parenti non seppero più nulla. Il bambino venne dato in affidamento come orfano a una famiglia di Olavarria, un piccolo comune – meno di 100mila abitanti – nella provincia di Buenos Aires. Estela de Carlotto seppe che la figlia era incinta da un’amica mentre Laura si trovava nel lager di “La Cacha” ma non sapeva dove fosse. Quando le restituirono il cadavere di Laura chiese del bambino ma non riuscì a sapere nulla e, fino a ieri, per 36 anni l’ha cercato.

In una breve conferenza stampa nella sede dell’associazione a Buenos Aires ieri pomeriggio Estela de Carlotto ha detto: “Ormai pensavo che sarei morta senza poterlo riabbracciare”. Non ci sono molti dettagli sul ritrovamento. Si sa che qualche tempo fa Ignacio Hurban (Guido Carlotto) si è sottoposto volontariamente alla prova del Dna per sapere se i suoi geni fossero compatibili con alcuni di quelli delle famiglie che cercano i nipoti rubati dai militari. “Non ci sono più dubbi, è lui”, ha twittato ieri sera un emozionatissimo Massimo Carlotto, lo scrittore italiano parente di Estela.

Da Guido per ora nessuna reazione ufficiale. Le nonne dell’associazione hanno detto che ha chiesto qualche giorno di tempo per superare lo shock della notizia. Ignacio Hurban dirige una scuola di musica a Olavarria e lavora come arrangiatore e compositore di jazz e tango. Che avesse dei dubbi sulla sua reale identità lo testimonia il fatto che in questi anni ha collaborato con l’associazione delle Abuelas, che ha composto un pezzo musicale in memoria dei desaparecidos della dittatura e che, due anni fa, espresse pubblicamente la sua allegria per il ritrovamento del nipote rubato numero 106.

Per l’assassinio di Laura Carlotto venne condannato in contumacia in Italia nel 2004 il generale argentino Guillermo Suarez Mason che durante la dittatura gestì numerosi lager dove i militari torturavano gli oppositori politici, tra cui quello noto come “Garage Olimpo”.

In Argentina il ritrovamento del nipote di Estela de Carlotto è stato accolto con grande emozione. E’ tutta la prima pagina dei maggiori quotidiani nazionali, dal Clarin a La Nacion. Perfino Javier Mascherano, il centrocampista del Barcellona e della nazionale argentina, ha rilasciato una dichiarazione di appoggio alle “Abuelas”: “Avanti così – ha detto – ritroviamo anche tutti gli altri che mancano”.

 

via

2. Il Papa emozionato per la nonna di Plaza de Mayo che ha ritrovato il nipote

[TMN News, 6 agosto 2014]

 

Roma, 6 ago. (TMNews) – Papa Francesco ha ricevuto “emozionato” la notizia che Estela de Carlotto, la leader delle Abuelas de Plaza de Mayo, le nonne di Plaza de Mayo che, dopo 36 anni, ha ritrovato il nipote, figlio della figlia, desaparecida nel 1977 quando era incinta e uccisa dai militari argentini dopo il parto.

“E’ stata una storia che ci ha emozionato”, ha riferito alla stampa argentina monsignor Guillermo Karcher, cerimoniere pontificio nel novero dei segretari di Jorge Mario Bergoglio. “Dio chiede di proseguire con perserveranza nell’amore, che alimenta e fortifica lo spirito della riconciliazione nazionale, e rende reale la profezia del Cantico dei cantici: l’amore è più forte della morte”, ha detto il monsignore argentino.

Papa Francesco aveva ricevuto Estela de Carloto nell’aprile 2013. La leader delle Abuelas de Plaza de Mayo, organizzazione di donne che cercano l’identità dei nipoti nati da persone perseguitate e uccise dal regime militare e dati in adozione illegale, non di rado a famiglie di militari, aveva chiesto al Papa l’apertura degli archivi della Chiesa argentina relativi a quegli anni. Il movimento argentino Famiglia cristiana, spiegò in quell’occasione, ha avuto un ruolo nella sottrazione dei bambini. “Tra i vertici della Chiesa c’erano complicità e omissioni”, sottolineò Carlotto in una conferenza stampa ospitata dall’ambasciata argentina presso la Santa Sede, ricordando che in passato non aveva apprezzato che in occasione di una cerimonia alla quale era intervenuta a Buenos Aires con la fondatrice dei focolarini Chiara Lubich l’allora arcivescovo non l’aveva salutata. “Oggi abbiamo recuperato il nostro tempo”, ha aggiunto. “Non sono felice solo di aver stretto la mano al Papa, ma del fatto che quella stretta di mano apre la speranza di un incontro”.

 

 

     

3. Julian Bruschtein: Credevo di morire senza incontrare mio nipote, ora sono felice

[La repubbica.it 7 agosto 2014]

 

Gli occhi non smettono di brillarle. E la bocca di distendersi in un ampio sorriso. Le si avvicina Abel Madariaga, unico padre ad aver ritrovato suo figlio, le stringe la mano, si abbracciano con un affettuoso sorriso. Estela Barnes de Carlotto, presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, ci riceve, circondata dalle foto di sua figlia Laura, nel suo ufficio per raccontare del giorno in cui ha trovato suo nipote Guido dopo averlo cercato per 36 anni. “A volte pensavo “non voglio morire senza averlo abbracciato, senza averlo conosciuto”, ma non ho mai immaginato in particolare questo giorno”, dice.

 

È andata come immaginava? Chissà quante volte avrà pensato al giorno in cui avrebbe ricevuto la notizia tanto attesa.

“In realtà, no. Ho sempre accompagnato le Nonne in ogni restituzione e la verità è che ogni caso è diverso, ha la sua particolarità, la sua emozione, il suo mistero, la risposta personale del ragazzo. Quando vengono volontariamente è buona, quando non è, così spesso è cattiva. Dunque, ci sono tante sfumature e io non sono mai riuscita a immaginare quale sarebbe stata la mia. A volte pensavo “non voglio morire senza averlo abbracciato, senza averlo conosciuto”, senza fargli vedere le cose che ho conservato per lui, la cornice vuota per la sua foto”.

 

La prima a chiamarla è stata la presidente Kirchner?

“Sì. Ero appena uscita dal tribunale e mi hanno passato una chiamata dal palazzo del Governo. Dall’altra parte la voce di Cristina, che mi dice: “Ciao, Estela, dimmi che è vero quello che mi hanno detto”. Gliel’ho confermato e ci siamo messe tutte e due a piangere”.

 

Che cosa sa della vita di suo nipote?

“Stiamo prendendo tempo per prepararci all’incontro. Oggi, una signora che lavora in un giornale della città dove abita mi ha raccontato che lo conosce, che è stato un suo professore, che è direttore di una scuola di musica e che a Guido gli vogliono tutti bene, che è bello e ha i riccioli. Stiamo aspettando, perché ha già mandato due messaggi molto belli, in cui dice che lui e la sua compagna stanno bene e sono molto felici”.

 

Arriverà il momento in cui bisognerà ricomporre il puzzle e ricostruire la sua identità…

“Sì, è l’ora in cui ricostruire il puzzle, perché cominci a identificarsi, a vedere la sua famiglia, a dire “uh, guarda come gli assomiglio””, “la penso come te”, “guarda come ti alzi”, “abbiamo le dita uguali”. E possa ascoltare gli aneddoti su sua madre”.

 

Come sarà questo primo incontro? Ha già pensato a cosa gli dirà?

“Avrò la stessa sensazione che ho avuto ora, di pienezza, ovviamente, di missione compiuta. E ce l’avrò abbracciandolo. Credo che non ci sarà posto per le parole, ci saranno dei gesti, ci saranno gli abbracci e lui ricambierà il mio abbraccio. Di sicuro, la prima cosa sarà il silenzio e l’abbraccio, il sentirlo accanto. L’ho sognata tanto da quando era un neonato, questa idea di averlo tra le braccia, di accarezzarlo. E poi verranno le parole. E ogni sua domanda avrà una risposta”.

 

 

 

4. Giovanni Maria Bellu: La “fiaba vera” del ritrovamento del nipote desaparecido di Estela Carlotto

[bakeka. it, 8 agosto 2014]

 

Racconta Jorge Ithurburi che Estela Carlotto parlava così tanto e così spesso del nipote scomparso – il figlio della figlia assassinata dai militari argentini poco dopo il parto e affidato a chissà chi – che gli amici, le persone più vicine, erano preoccupati per lei. Temevano che quella speranza potesse diventare sconforto, delusione, depressione. Anche il 24 aprile dell’anno scorso, quando da presidente de Las abuelas, le nonne, de Plaza de Majo, incontrò il connazionale Jorge Bergoglio per chiedere il sostegno della Chiesa nella ricerca de los nietos desaparecidos, i nipotini scomparsi, Estela parlò del suo: “Voglio conoscere il figlio di Laura”, disse.

Jorge Ithurburu è da anni impegnato a Roma nel sostegno della causa de las abuelas e ha accompagnato Estela Carlotto nelle sue tante visite in Italia. Quando avvenne l’incontro con papa Bergoglio erano stati già individuato un centinaio di nipoti, ma ne mancavano ancora 400. E il figlio di Laura Carlotto, e nipote di Estela, era uno di loro. Sì, c’era da mantenere la speranza di ritrovarlo, ma senza farsi troppe illusioni. Era possibile, non probabile.

A suggerire di mettere sotto controllo l’ottimismo, c’erano anche altre considerazioni “scaramantiche” o forse anche di “di congruità narrativa”, un po’ suggerite dal fatto che nella famiglia Carlotto c’è anche Massimo, lo scrittore, che ha raccontato in un suo libro – “Le irregolari, Buenos Aires horror tour”, edizioni E/O – la storia di Laura. Un romanzo-inchiesta documentato, lucido, spietatamente poetico. Ecco, un lieto fine così lieto – la “nonna delle nonne”, quella che più di tutte si è battuta per la causa, che viene premiata dalla sorte – suonava tanto “perfetto” da sconfinare nell’inverosimile.

Bisogna conoscere questo clima per comprendere quanto ora dice Jorge Ithurburu: “Il nipote di Estela è proprio il nipote di Estela!”. No, non c’entra niente con questa affermazione l’inconfutabile responso del Dna. Certo che il trentaseienne Ignacio Hurban, come fu battezzato dopo essere stato strappato alla madre, è il figlio di Laura, la militante della Gioventù peronista argentina assassinata a 23 anni. E certo che è il nipote della presidente de Las abuelas. No, non è questa la ragione per cui Jorge dice che Ignacio Hurban – che da ora in poi chiameremo Guido, come l’avrebbe chiamato la madre – è proprio il nipote di Estela.

Il fatto è che all’inaspettato ritrovamento si è subito aggiunta la scoperta – quando le prime notizie biografiche hanno cominciato a circolare – che il nipote ritrovato è un uomo che ha una visione del mondo perfettamente sintonia con quella della sua vera famiglia. E’ un professore di musica, un uomo sensibile e colto. E ha sostenuto – quando ancora non aveva la minima idea che lo riguardasse direttamente, quando non sapeva niente del suo passato – la battaglia di sua nonna. Una notizia emozionante, capace di evocare quell’eterna umana illusione che si riassume nell’ossimoro “giustizia perfetta”. Già, Guido è diventato l’uomo che avrebbe voluto la madre a cui è stato strappato.

Il meccanismo che ha avviato la ricerca dei nipoti è partito nel 2009. Si sapeva che c’erano donne incinte tra quelle sequestrate e poi uccise dalla dittatura militare tra il 1976 e il 1982. E si sapeva anche di bambini molto piccoli strappati dalle braccia dei genitori nel momento del rapimento. Che fine avevano fatto? La ferocia dei militari, anche questo lo si sapeva, non si era spinta fino al punto di eliminare i bambini. Era entrati nel circuito delle adozioni per essere affidati a coppie spesso “amiche”, ma che non necessariamente conoscevano la tragica storia dei loro figli acquisiti.

La ricerca fu avviata, con le modalità attuali, alla fine degli anni Novanta, cioè quando si ebbe la certezza che quelle bambine e quei bambini erano diventati grandi ed erano perciò in grado di ragionare sulla loro identità. Farsi venire qualche dubbio. Dare un senso ai silenzi dei genitori adottivi sulle loro origini o anche – perché non sempre sapevano di essere stati adottati – interrogarsi su certe sorprendenti differenze fisiche: essere biondi in una famiglia di persone dai capelli scuri, o essere altissimi e avere un padre e una madre molto bassi di statura. Indizi che devono essere raccolti dal diretto interessato. E’ lui alla fine a dover decidere se sottoporsi all’esame per confrontare il loro Dna con quello dei familiari degli scomparsi o degli scomparsi stessi. Non tutti compiono questo passo. C’è chi preferisce non sapere. Insomma, non è affatto scontato che dal dubbio si passi all’accertamento della verità.

Il nipote di Estela aveva scelto la verità ancor prima che quel vaghissimo dubbio, come un ronzio, che a un certo punto aveva cominciato ad accompagnarlo, diventasse un rumore così insopportabile da indurlo a varcare la soglia dei laboratori governativi per l’accertamento dell’identità. L’8 agosto del 2012, subito dopo che la nonna aveva dato la notizia del ritrovamento del 106° nipote, scrisse questo twitt: “Las mejores cosas de la vida, non son cosas”, le cose migliori della vita non sono cose. E quando las abuelas organizzarono un ciclo di concerti intitolato “Musica para la Identidad”, Guido – che ancora non sapeva né sospettava nulla – volle parteciparvi con un suo gruppo.

Un musicista, Guido. Come il padre, il vero padre: Walmir Oscar Montoya, nato a Comodoro Rivadivia, nella provincia del Chubut, il 14 febbraio del 1952, nome di battaglia Chiquito o Capitan Jorge, militante dei Montoneros, sequestrato alla fine del novembre del 1977, recluso nel Centro clandestino di detenzione “La Cacha”, assassinato e inumato come NN nel cimitero di Barazategui. Nel 2008 fu lanciata la “Iniciativa Latinoamericana de Identificacion de Personas Desaparecidas” perché di donne e di uomini inumati come NN negli anni della dittatura ce n’erano moltissimi: oltre 600. Cominciarono le esumazioni e la raccolta del Dna. Nel 2009 si scoprirono i resti del Chiquito e i suoi familiari furono informati.

Estela Carlotto non sapeva quasi nulla del compagno di Laura e dunque del padre del nipote scomparso. Hanno saputo di lui in questi giorni, proprio come Guido. Perché la corrispondenza del Dna è stata doppia: si è scoperta la madre, ma anche il padre. Entrambi desaparecidos. Guido ora sa quale sarebbe stato il suo nome completo se le regole dell’anagrafe argentina non fossero state scardinate dal duplice omicidio dei suoi genitori: Guido Montoya Carlotto. E ha appena scoperto di avere, oltre a Estela, anche un’altra abuela. La madre del Chiquito, infatti, è viva. Si chiama Hortensia Ardura, ha novant’anni e vive molto a sud di Buenos Aires, a Caleta Olivia, una località che si affaccia sul Golfo di San Jorge, in Patagonia. E’ stata immediatamente raggiunta dai giornalisti. Ha detto che questa è un risarcimento per tutta l’Argentina e che non veda l’ora di riabbracciare il nipote.

Dunque nel 1977, a Buenos Aires, due giovani – Walmir Oscar e Laura – s’incontrano e si amano. Hanno 26 e 23 anni. Un giorno, quando Laura è incinta da due mesi e ancora non l’ha detto alla famiglia, sono assieme in una pasticceria. Stanno chiacchierando davanti a due caffè quando fa irruzione una “patota”, così si chiamavano le squadracce della morte. Li portano entrambi nel campo clandestino di La Cacha. L’uomo dopo tre mesi viene fucilato. La ragazza viene tenuta in vita perché deve partorire, sarà uccisa poco dopo il parto. Questo, in troppo poche parole, l’inizio dell’incredibile storia di cui ora tutto il mondo parla.

Guido Montoya Carlotto adesso comincerà a ritrovare la sua vita e la sua storia. Incontrerà i parenti, comincerà a “ricostruire il puzzle”, come dice Estela. Avvierà il gioco delle somiglianze. Sia quelle fisiche, sia quelle che attengono ai gusti, alla sensibilità, all’indole. Per scoprire di essere non solo proprio il figlio di Laura e il nipote di Estela, ma anche proprio il figlio del Chiquito. Jorge Ihturburu racconta con emozione un’altra scoperta di questi giorni: anche il padre di Guido amava la musica. Da ragazzo fondò una band con un gruppo di amici. Si chiamava “Ustedes y Nosotros”, Noi e Voi. A Canadon Seco, in Patagonia, c’è da anni una sala musicale che porta il suo nome.

A volte anche queste storie di dolore e di morte finiscono bene. Anzi Benissimo!”, ha scritto, nella sua pagina Facebook, Massimo Carlotto, il cugino italiano di Guido Montoya Carlotto.

 



Category: Donne, lavoro, femminismi, Osservatorio internazionale

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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