Povero Messico così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti

| 8 Giugno 2012 | Comments (0)

 

Ripropongo di seguito una selezione di alcuni passaggi ricavati dal testo: Il produttore consumato (Il Poligrafo, 2006), pp 21-50. Li ho ripresi, nonostante

il testo risalga a qualche anno fa e utilizzi spesso un linguaggio in cui non mi riconosco più, in quanto credo sia utile mettere in luce le continuità tra quanto sta avvenendo in questi giorni nella zona Euro, e quanto è avvenuto, negli ultimi trent’anni, nei paesi del Centro-America, o dell’Asia meridionale.

Quando insegno il corso magistrale di sociologia delle migrazioni, gli studenti regolarmente mi chiedono: “ma la popolazione messicana si rendeva conto di quanto stava avvenendo?” L’ultima volta che mi è stata posta questa domanda era circa ottobre 2012, pochi mesi dopo la letterina d’agosto della Bce all’Italia. Non sapevo cosa rispondere. Era evidente, infatti, che vi erano numerose affinità tra quanto era avvenuto in Messico e quanto stava avvenendo in Italia. Eppure certi meccanismi erano più visibili nei paesi terzi, tanto era ancora lontana dalla mente occidentale la possibilità stessa di terzo mondializzazione dei paesi della vecchia Europa vincitrice e coloniale.

Durante il corso specialistico analizziamo generalmente i prodromi delle migrazioni tra il Messico agli Stati Uniti, e riprendiamo brevemente la storia delle relazioni tra i due paesi, quella che Galeano felicemente riassume dicendo “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”. Anche in questo caso le pagine che seguono muovono da una letterina, la lettera d’intenti del 1976, nella quale il Fmi e la Banca Mondiale proponevano al Tesoro il primo piano di aggiustamento strutturale per l’economia messicana. A titolo di autocritica, devo dire che questa è in parte storia nota: molti se non tutti oggi sappiamo in che modo la rimozione dei dazi doganali tra le economie centrali e quelle periferiche abbia portato a una generale gara al ribasso di salari e condizioni di lavoro. Ma il quadro che cerco di tracciare qui è più composito. Come si creano, infatti, nuove condizioni di dipendenza: come si trasforma un paese autosufficiente e produttivo, nello specifico il granaio d’America, in un paese piegato dalla dipendenza alimentare? Come si fa a interrompere l’autosufficienza sino a creare, contemporaneamente, un mercato di lavoro a basso costo e nuovi consumatori in condizione di bisogno? Quali inauditi stravolgimenti sociali e economici vivono le popolazioni esposte a una competizione internazionale libera di lacci e lacciuoli? E infine, ha senso un mercato che funziona in ultima analisi come un grande aspirapolvere, che sostiene la liquidità globale con la pianificazione d’impoverimento?

I brani che riporto di seguito sono divisi in quattro parti. Essi tentano di esporre anzitutto il contesto e i prodromi della crisi messicana, e solo di seguito guardano nello specifico alle conseguenze della lettera del FMI e della BM.

Sullo stondo di tutto questo, è evidente, sta tutto ciò che sta avvenendo in Europa: la lettera d’agosto della Bce all’Italia, la riforma del mercato del lavoro, il decreto semplificazioni e la retorica del cresci Italia. E ancora l’auspicio ridondante di attrarre investimenti diretti esteri, il concetto di shopping a buon mercato, e la vecchia domanda di Saskia Sassen (1999) quando discuteva l’emigrazione caraibica negli Stati Uniti: perché mai quando noi portiamo lavoro nelle periferie, le periferie cominciano a emigrare?

In ultima analisi, il processo di terzomondializzazione che i paesi del Sud del Mondo hanno vissuto, nel generale silenzio, negli ultimi trent’anni, appare assai vicino a quanto sta avvenendo oggi nell’Europa meridionale, tanto nelle modalità quanto nelle finalità. Pare che oggi, in una fase storica caratterizzata, per la prima volta, da un processo di sovrapproduzione che coinvolge tre continenti simultaneamente, la riproduzione allargata possa basarsi esclusivamente sull’interruzione dell’autosussistenza. La crescita e la shock economy in altre parole sono oggi due facce della stessa medaglia. Dove ci porti tutto questo, e quali siano le conseguenze di tutto questo in Italia è, forse, una domanda cui bisognerebbe cominciare a rispondere.

 

Debito, crescita e produzione di dipendenza: il caso del Messico.

 

1. La produzione di dipendenza: contesto e prodromi.

La crisi nelle campagne globali è cominciata nel 1955, grazie all’espansione della super-sovvenzionata agricoltura statunitense. Dopo il 1955, essa è stata aggravata continuamente da trattati bilaterali, trilaterali o multilaterali come il North American Free Trade Agreement (Nafta), il Central American Free Trade Agreement (Cafta), il Free Trade Area of the Americas (Ftaa)1; dai Piani di Aggiustamento Strutturale del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale; e dai cosiddetti “aiuti alimentari” ai paesi in via di sviluppo. Nel 1994, tale crisi è stata ulteriormente aggravata dall’accordo sull’agricoltura seguito all’Uruguay Round, il cui scopo era quello di perfezionare, estendere a più paesi, e rendere permanenti, le regole introdotte dal Gatt.

Il Gatt (General Agreement on Tariff and Trade, Accordo generale sul commercio e le tariffe doganali) è un trattato internazionale introdotto nel 1947 al fine di esportare l’economia di mercato ai paesi del Sud del mondo. Assieme all’Uruguay Round, protrattosi tra il 1986 e il 1994, questi due negoziati avevano, inizialmente, sulla carta, due scopi principali: rimuovere i dazi doganali tra i paesi membri2, e vietare, o ridurre, la pratica del dumping. Il dumping è un meccanismo centrale negli scambi sul libero mercato. Il dumping consente alle più forti compagnie occidentali di trarre profitto dalla vendita sottocosto delle proprie merci nel Sud del mondo attraverso l’espansione orizzontale e verticale del loro mercato. Il dumping, tuttavia, è tanto favorevole alle economie forti quanto è catastrofico per quelle deboli. Mentre per i paesi ricchi vendere sottocosto significa vincere la concorrenza, per i paesi poveri vendere sottocosto significa chiudere la vendita in passivo. E non solo: in un contesto di mercato “libero” ove i dazi doganali e le barriere protezionistiche sono sempre più ridotti, vendere sottocosto significa addirittura compromettere l’indipendenza alimentare ed economica dell’economie più deboli. In quel caso, infatti, la vendita sottocosto di beni di prima necessità, specie di derrate alimentari, da parte delle economie forti ai paesi in via di sviluppo, costringe i piccoli produttori del Sud del mondo a competere direttamente con le grandi multinazionali occidentali, e così facendo obbliga i piccoli produttori delle periferie a cedere il loro mercato alla competizione straniera, togliendo parimenti ai paesi in via di sviluppo la loro principale fonte di sussistenza.

Dati i rischi intrinseci al dumping, al momento dell’introduzione del Gatt, le economie più deboli hanno tentato di vincolare la loro adesione all’accordo al bando della vendita sottocosto. Sulla carta, pertanto, il Gatt vietava la pratica del dumping. A seguito dell’introduzione del Gatt, tuttavia, gli Stati Uniti hanno ottenuto un permanent waiver, ovvero un’eccezione… permanente, al bando della vendita sottocosto. In conformità alla US Public Law 480 del 1954 che sancisce la possibilità di esportare il surplus alimentare statunitense nei paesi in via di sviluppo, gli Stati Uniti hanno avuto il via libera a vendere grano nel Sud del mondo ad un prezzo inferiore al costo di produzione. A partire dal 1955, pertanto, il volume di vendite di Cargill, primo mercante di grano al mondo, è raddoppiato. Tra i piccoli agricoltori di molti paesi del Sud del mondo, invece, è scoppiata la crisi.

Nel 1986, la prima versione dell’Uruguay Round, compilata da Daniel Amstutz, all’epoca top manager di Cargill3, prevedeva aper l’appunto, sulla carta, la riduzione del dumping. Nei fatti, tuttavia, l’accordo istituzionalizzava il dumping4. Come il divieto di vendere sottocosto sancito dal Gatt non aveva impedito a Cargill di ottenere il via libera ad una vendita sottocosto di colossali dimensioni, così la “riduzione” del dumping introdotta dall’Uruguay Round consentiva di incrementare le vendite sottocosto. Nel ridurre del 36% la vendita del 79% della merce sino ad allora esportata sottocosto, scrive infatti V. Shiva5, il nuovo accordo sistematizzava il dumping e permetteva al governo americano di aumentare le proprie vendite sottocosto del 50% in cinque anni, come è stato ammesso dallo stesso Ministero dell’agricoltura statunitense nel documento “Long Term Agricultural Strategy” dell’ottobre 1995.

Per i piccoli coltivatori del Sud del mondo, l’effetto combinato del Gatt e dell’Uruguay Round è stato devastante. Tra il 1955 e il 1995, il numero degli agricoltori è sceso dall’87% al 55% della popolazione mondiale. In Sud America, continente agricolo per definizione, la popolazione delle campagne è scesa al 27% del totale6. Secondo Seabrook7, tra meno di dieci anni, per la prima volta nella storia, più di metà della popolazione mondiale vivrà nelle città. Nel corso di soli quarant’anni, gli accordi per la liberalizzazione del commercio mondiale hanno consentito al capitale occidentale di penetrare nelle “periferie” del mondo, spodestando centinaia di milioni di contadini e forzando un terzo degli agricoltori del mondo ad abbandonare in massa le campagne, e con esse terre e tradizioni tramandate da generazioni. Al giorno d’oggi, venti o trenta milioni di lavoratori si spostano ogni anno dalle campagne alle città. Le città del Sud del mondo con più di un milione di abitanti sono aumentate di cinque volte tra il 1955 e il 1995, passando da 34 a 1748. Il tasso di povertà e di indigenza in quelle stesse città è aumentato ancora più in fretta: ad Addis Abeba il 90% della popolazione è in povertà assoluta, senza un tetto sopra la testa o la possibilità di permettersi un pasto. A Manila, Nairobi, Istanbul e Nuova Delhi, la povertà è comune al 30% della popolazione, mentre a Bogotà e a Città del Messico è il 60% della popolazione ad essere al di sotto della soglia di povertà9. In soli quarant’anni, la fame e la povertà si sono espanse in tutto il mondo10, lasciando un miliardo di persone (la stima è dell’Onu) senza lavoro, senza terra, spesso senza casa, e con cibo insufficiente, al punto che oggi i paesi che costituiscono la metà più povera della popolazione mondiale hanno nel loro insieme un prodotto interno lordo che è inferiore alla ricchezza dei 497 più ricchi al mondo11, e i tre individui più ricchi al mondo hanno “un conto in banca” che è superiore agli averi totali delle 48 nazioni più povere messe insieme12. È chiaro, l’espropriazione in massa dei contadini nei paesi “di colore” non dipende esclusivamente dalle politiche commerciali del Gatt, dell’Uruguay Round o del Wto: una parte fondamentale l’hanno avuta gli stessi governi post-indipendenza con le loro politiche di moderno sviluppo economico, finalizzate a creare l’industria nazionale e a trasformare l’agricoltura pre-capitalistica in una agricoltura mercantile. È importante sottolineare, però, come le politiche delle istituzioni preposte al commercio mondiale abbiano cercato di utilizzare a vantaggio del mercato mondiale e del capitale globale gli stessi effetti delle politiche nazionali e nazionaliste di modernizzazione dei paesi africani, medio-orientali, asiatici e latino-americani degli scorsi decenni. Ne consegue che la “liberalizzazione” del mercato mondiale non ha fatto altro che contribuire a polarizzare in modo drammatico la distribuzione della ricchezza mondiale ed esacerbare la povertà nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Ne sono rimasti in parte al riparo, finora, solo quei paesi, come la Cina, che sono rimasti –fino ad un certo momento, almeno- fuori. E non solo, in quanto altre politiche internazionali hanno contribuito ad accentuare tale drammatica polarizzazione. Prime tra queste politiche sono stati i Piani di Aggiustamento Strutturale legati ai prestiti del Fmi e della Banca mondiale13, ed un ruolo non proprio di secondo piano lo hanno avuto anche gli “aiuti alimentari” ai paesi poveri.

Gli aiuti alimentari sono stati, forse, la più efficace, e di gran lunga la più ambigua, delle politiche del libero mercato. Esattamente come il Gatt e l’Uruguay Round, gli aiuti alimentari fanno un ampio ricorso al dumping. A differenza del Gatt e dell’Uruguay Round, tuttavia, gli aiuti alimentari presentano il dumping non come unfair trade, o commercio scorretto, bensì come un atto “umanitario”. È proprio il presunto umanitarismo degli aiuti alimentari che consente alle imprese e agli stati più potenti di superare le barriere tariffarie e “politiche” che li separano dal Sud del mondo. L’umanitarismo, tuttavia, è in gran parte una maschera. Figli della stessa Public Law n. 480 che ha consentito a Cargill di vendere grano sottocosto durante i decenni del Gatt, gli aiuti umanitari sono anch’essi una forma di dumping finalizzata a vendere grano a costo zero nelle periferie, così da eliminare la competizione, e con essa la produzione, degli agricoltori del Sud del mondo. Con la vendita di grano a costo zero, tali esportazioni mandano in bancarotta i produttori del Sud del mondo, che non possono competere con i prezzi “raso terra” di Cargill. Ma con la eliminazione, o anche solo la riduzione, della produzione di grano locale, gli aiuti alimentari eliminano o riducono la stessa capacità di riproduzione della forza lavoro di interi paesi. “Quando la sicurezza alimentare è funzione del mercato”, infatti, “chi la vuole, dovrà pagarla”14, come scrivono il Fondo monetario e la Banca mondiale. Chi vuole comprare grano non potrà fare altro che pagare, mentre chi può venderlo avrà solo da chiedere… e gli sarà dato ogni vantaggio politico, ogni metallo prezioso, ogni muscolo di forza lavoro e ogni goccia di sudore, in quanto l’alternativa sarà solo la fame e la destabilizzazione economica e sociale di interi paesi. La capacità di sussistenza, del resto, non è un bene qualunque. Al mondo, nulla è più indispensabile della sopravvivenza. Nulla vale di più della capacità di assicurarsi la sopravvivenza, nulla è più prezioso della sopravvivenza e nulla sarà in grado di pagarne il prezzo. A seguito dell’introduzione degli aiuti alimentari, pertanto, la dipendenza alimentare si trasforma in una dipendenza generale.

Quando gli aiuti alimentari distruggono, o minano la sicurezza alimentare di intere popolazioni, essi consentono al capitale occidentale di penetrare nel Sud del mondo per vendere qualunque bene di prima necessità in cambio di ogni vantaggio politico che lì si possa spremere. Il Fmi e la Banca mondiale definiscono queste clausole come “obiettivi di adempimento”: condizioni che vincolano l’erogazione di ogni credito all’adempimento di qualunque obiettivo economico e geo-politico ai creditori garbi; vincoli che ritrasformano il Sud del mondo in una grande colonia da governare e spremere a vantaggio degli interessi del Nord del mondo. Gli aiuti alimentari avviano questo processo minando l’indipendenza alimentare delle popolazioni periferiche. Per sua natura, poi, questo processo si auto-alimenta, sino a consentire il completo controllo economico e politico del paese da parte dei creditori. A partire dall’interruzione della capacità di sussistenza di intere popolazioni, infatti, si genera una condizione di dipendenza che continua ad acuirsi. La riduzione della capacità di riproduzione di interi paesi crea grandi profitti per Cargill, dalle cui riserve esce il surplus di grano finalizzato a boicottare la produzione cerealicola nelle “periferie”, e nelle cui tasche entrano i proventi di fette sempre più grandi del mercato mondiale del grano. Ma la riduzione della capacità di riproduzione di interi paesi crea anche nuovi mercati per altre grandi imprese occidentali, che vendono sempre più merci e servizi alle popolazioni periferiche mano a mano che aumentano, con la crisi della loro economia tradizionale, i loro bisogni, ed i loro debiti. In questo contesto, le esportazioni di derrate alimentari e di beni essenziali a basso costo non vanno ad “aiutare” le economie più deboli, ma ad inasprirne continuamente la crisi e la dipendenza dall’Occidente. Esattamente questa è la storia del debito del Sud del mondo: un debito che non fa che crescere, nonostante oramai sia il Sud a “nutrire” i creditori del Nord, e non viceversa; un debito che consente ai creditori del Nord di tenere le redini della gran parte del Sud del mondo. Non autentici “aiuti umanitari”, pertanto, ma veri e propri strumenti di estorsione, armi nate al fine di “assicurarsi che la gente abbia fame”, perché, come ammette l’amministratore delegato di Burger King, solo con questo “istinto assassino”… si può “conquistare una fetta di mercato”15.

La compromissione della capacità di auto-sufficienza alimentare del Sud del mondo è una condizione cruciale per l’espansione del mercato mondiale impulsata dall’Occidente. Essa è tanto cruciale da potersi quasi considerare lo scopo primario di tutti i trattati del libero mercato. Dagli aiuti alimentari ai piani di aggiustamento strutturale, al Gatt, all’Uruguay Round, sino a trattati recenti come il Nafta ed il Cafta, la finalità di privare stabilmente intere nazioni della loro capacità di autosufficienza per renderle dipendenti dai paesi e dalle grandi imprese del Nord del mondo è sempre presente ed evidente. Non sarà difficile capire, quindi, perché le condizioni di vita nel Sud del mondo sono tanto peggiorate negli ultimi quarant’anni. Dall’Afghanistan all’Etiopia, dall’Eritrea all’Iraq, dalla Thailandia all’Indonesia, dalle Filippine al Marocco, dal Bangladesh al Sud Africa, dal Pakistan allo Sri Lanka, dal Perù all’Uruguay e alla Romania, intere nazioni hanno vissuto un aumento esponenziale dei propri debiti e della propria povertà16. Le conseguenze di questa situazione sono importanti. Andiamole a vedere prendendo ad esempio il caso del Messico, in quanto questo paese rappresenta, a dire della Banca mondiale e del Fmi, il “modello” che tutto il Sud del mondo dovrebbe emulare.1976: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale scrivono una lettera al Messico.

 

2. 1976: Lettera del Fmi e della Banca Mondiale

Nel 1976, il Fmi e la Banca mondiale hanno stilato il primo piano di aggiustamento strutturale per l’economia messicana. Nella lettera d’intenti del 1976 si “chiedeva” al Messico di rimuovere i dazi doganali, eliminare i sussidi statali all’agricoltura, privatizzare le terre comuni e sostituire la produzione “non competitiva” di mais e di grano con prodotti “competitivi”, ovvero… verdure invernali e fiori tropicali. L’introduzione di queste riforme è cominciata nel 1982, a seguito della dichiarazione di default, ed è continuata con più intensità con l’introduzione del Nafta. Il Nafta imponeva al Messico di eliminare le barriere protezionistiche e i sussidi all’agricoltura, di tagliare la spesa pubblica, di sopprimere le terre comuni, e di cominciare un processo nazionale di privatizzazione in tutti i settori. Tutte le clausole di questi trattati avevano, tuttavia, un solo scopo: impedire ai messicani di produrre mais (e altri cereali) e di preservare la propria auto-sufficienza alimentare. Il mais è stato a lungo la principale risorsa economica ed alimentare del Messico. “Interrompere” la produzione di mais significava sostituire l’auto-sufficienza del Messico con la sua dipendenza alimentare dal Nord America. A questo fine, il Nafta richiedeva che l’interruzione della produzione di mais (e di grano) avvenisse “con le buone”, riconvertendone la produzione a fiori tropicali e verdure invernali, o “con le cattive”, eliminando le terre comuni e i finanziamenti statali a sostegno dell’agricoltura (gli stessi che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo centrale nel primato mondiale conseguito dall’agricoltura statunitense). A due anni dalla sua entrata in vigore, il Nafta aveva già dato i suoi frutti: cinque milioni di ettari di terra erano stati “riconvertiti” alla produzione di verdure invernali, la produzione di mais era diminuita di 2,5 milioni di tonnellate, e un quarto del numero totale degli agricoltori messicani era andato in fallimento17. Due anni dopo la situazione era ancora peggiore: la produzione di mais era scesa di 6 milioni di tonnellate, la dipendenza alimentare del paese era salita del 50%, mentre il peso aveva perso il 50% del suo valore18. A quel punto, non solo il Messico era divenuto dipendente dagli Stati Uniti e dal Canada per importare… tortillas, ma il prezzo del mais era salito alle stelle a causa della deflazione del peso e della scarsità di surplus negli Stati Uniti. In quattro anni, i prezzi delle tortillas erano cresciuti dell’86%, i salari reali dei messicani erano crollati del 76%, milioni di contadini avevano perso le proprie terre, e metà della popolazione messicana era esposta alla fame. Lo scopo del Nafta era così raggiunto: il Messico era in ginocchio, ed il capitalismo nord-americano (e occidentale) aveva conquistato un nuovo mercato di consumatori, un esercito di riserva di lavoratori, e nuove possibilità di investimento a bassissimo costo in un grande, popoloso e importante paese del Sud.


3. Le conseguenze

Ad otto anni dall’introduzione del Nafta, il guadagno del capitale nordamericano non si limitava all’aumento dei profitti di Cargill. L’interruzione dell’auto-sussistenza alimentare ed economica di un paese, infatti, lo rende interamente dipendente dal mercato mondiale, cioè dalle imprese occidentali, per la soddisfazione dei due principali bisogni: il lavoro e i beni di consumo essenziali. L’interruzione del ciclo di (ri)produzione di una nazione finisce per avere come conseguenza lo smantellamento di interi segmenti del suo processo produttivo, e così facendo intacca o azzera anche la sua capacità di produrre beni di consumo. In conseguenza di ciò, milioni di consumatori non hanno altra possibilità che comperare merce e servizi dall’estero, ed allo stesso tempo milioni di “braccianti non competitivi e superflui” non hanno altra possibilità che “cercare lavoro nelle maquiladoras o nei servizi”19 in mano al capitale del Nord. Così, milioni di lavoratori superflui lasciano le loro terre per trasferirsi nelle “città globali” a cercare lavoro nell’industria o nei servizi, e la popolazione delle città in continua crescita diventa un prezioso mercato di consumatori per le grandi imprese occidentali. Due delle principali conseguenze della penetrazione del “libero mercato” globalizzato nei paesi del Sud, pertanto, sono queste: l’aumento delle vendite di tutti i maggiori settori industriali occidentali nel Sud del mondo, e la delocalizzazione della produzione occidentale nel Sud del mondo. Come scrive il Ministero dell’agricoltura statunitense20, da una parte l’urbanizzazione causata dai processi di liberalizzazione crea nuovi bisogni per la popolazione della città, la quale, non essendo autosufficiente al modo della popolazione delle campagne, necessita quantomeno di automobili per recarsi al lavoro, di elettrodomestici per sopperire al ridotto lavoro domestico della donna salariata, di ipermercati per comprare il cibo non più raccolto sui campi, di frigoriferi per conservarlo, etc. Dall’altra parte, la contrazione della produzione alimentare e poi di quella manifatturiera nazionale crea non solo il bisogno di nuovi beni di consumo, ma anche, per la stessa ragione, il bisogno di nuovi posti di lavoro. A dieci anni dall’introduzione del Nafta, Whirlpool, Electrolux e Bosch erano diventati pertanto i principali rivenditori di elettrodomestici in Messico; le compagnie automobilistiche americane vi avevano sestuplicato le proprie vendite; Wal-Mart era diventato il primo rivenditore di prodotti alimentari del paese; e 25 dei 30 settori industriali classificati nel North American Industrial Classification System avevano chiuso la decade in crescita. Nel contempo, il capitale nordamericano aveva trasferito interi settori del processo produttivo in Messico, raddoppiando il numero di fabbriche delocalizzate nell’area delle maquiladoras, e aumentando del 71,5%21 il numero di lavoratori messicani lì impiegati.

Il caso del Messico è paradigmatico. Esso mostra senza veli cosa accade quando il capitale dei paesi che dominano il mercato mondiale, il capitale più concentrato e centralizzato, supportato dalle istituzioni che regolano il commercio internazionale, penetra nel Sud del mondo, lasciando senza cibo e senza lavoro milioni di produttori e di consumatori. A quel punto, accresciuto di grandezza e di forza, esso può speculare sui bisogni di entrambi, aumentando i prezzi della merce che vende e abbattendo il costo della merce che compra. Più il capitale si espande, infatti, più si centralizza, più accresce il proprio potere contrattuale nei confronti dei paesi che subiscono questo processo di concentrazione e centralizzazione. Nel contempo, quando la produzione e la vendita dipendono dalle regole del mercato internazionale, chi vuole, e cioè ha bisogno, di comprare merce o vendere forza lavoro, dovrà rispettarne le regole. Ecco che, per dirla con le parole delle istituzioni finanziarie internazionali, “quando la sicurezza alimentare è funzione del mercato”, “chi la vuole, deve pagarla”22, e parimenti: quando la sicurezza… del lavoro è funzione del mercato, chi la vuole dovrà pagarla, perché più il capitale accresce il proprio potere contrattuale, più esso va a compromettere la sicurezza alimentare e lavorativa dei salariati mondiali.


4. In generale…

Nel momento in cui il capitale nordamericano ha trasferito una data quantità della sua produzione in Messico, alcuni settori industriali hanno sestuplicato le loro vendite, altri le hanno raddoppiate, ed in generale tutti i settori hanno chiuso la decade in crescita. Come abbiamo già detto, a fronte della moltiplicazione delle vendite, le imprese statunitensi hanno raddoppiato il numero delle proprie fabbriche ed aumentato del 71,5% la quantità di forza lavoro locale ivi impiegata. Ciò significa che le imprese hanno sopperito all’aumento multiplo delle vendite non con un aumento corrispondente al numero dei lavoratori alle loro dipendenze, ma con l’aumento dell’iper-lavoro. In Messico, come negli altri paesi in cui il libero mercato ha aumentato esponenzialmente la disoccupazione, la riduzione del numero di lavoratori necessari nelle maquiladoras va così ad aggiungersi alla già grave disoccupazione creata dalla crisi dell’agricoltura dei piccoli produttori. L’aumento dell’iper-lavoro, infatti, comporta necessariamente la diminuzione del potenziale occupazionale. Più aumenta l’iper-lavoro, del resto, e meno ci sarà bisogno di lavoratori. Da una parte, pertanto, c’è una crescita dei lavoratori che perdono il lavoro; dall’altra, c’è un numero limitato di lavoratori che riesce a trovarlo. Da una parte, le campagne non hanno più bisogno di braccianti e di coltivatori. Dall’altra, le città e le aree industrializzate hanno una limitata capacità di assorbire gli espulsi dalle campagne.

L’aumento della disoccupazione e la riduzione del potenziale occupazionale tipiche delle economie “riconvertite” dal libero mercato sono un fattore determinante per la riduzione del valore della forza lavoro del Sud del mondo (e per l’alimentazione dei movimenti migratori) e una leva per la riduzione del valore della forza-lavoro anche in Occidente. Tali fattori, infatti, vanno a tagliare il costo del lavoro due volte: la prima con la riduzione dei minimi salariali, la seconda con l’aumento della giornata lavorativa. Mentre l’elevata indigenza andrà ad abbassare i minimi salariali, infatti, i lavoratori tanto “fortunati” da aver trovato occupazione in mezzo a tanta disoccupazione dovranno dimostrare di meritarselo lavorando ancora di più. Ecco che, chi trova lavoro nelle maquiladoras messicane, dovrà “ripagare” le imprese della fortuna di ricevere da loro un salario, ancorché basso, aumentando il più possibile la quantità di lavoro erogato non retribuito da donare loro. La penetrazione del capitale occidentale nel Sud del mondo, in questo senso, costa cara alla classe lavoratrice. Essa non solo smantella la produzione agricola nelle campagne e riduce la necessità di forza lavoro nelle città, ma aumenta l’iper-lavoro dei lavoratori industriali, riduce il loro minimo salariale, ed accresce, nel contempo, i prezzi dei beni al consumo.

[….]

Dal Nord al Sud del mondo, il consumo della classe lavoratrice è prodotto anzitutto nel lavoro, con turni di lavoro a-sociali e ritmi di lavoro frenetici, ed è poi consacrato nel consumo, ove la capacità di accesso a beni di rigenerazione è qualitativamente e/o quantitativamente sempre più ridotta. Del resto, chi descrive le condizioni di questi lavoratori –che in molti casi, a cominciare dalle maquiladoras messicane, sono giovani donne- ci parla di un iper-lavoro in costante crescita e di salari quasi sempre miseri, se non addirittura in tendenziale diminuzione. Secondo Stalker23, al giorno d’oggi la paga attuale di un lavoratore industriale nelle fabbriche del capitale occidentale in India e in Cina è di 0.25 dollari all’ora. In Thailandia siamo a 0.46 dollari all’ora. Anche nell’Est europeo, i salari sono molto inferiori che in Occidente: in Russia siamo a 0.6 dollari l’ora; in Ungheria a 1.70 dollari l’ora, in Polonia a 2.09 dollari. In questi stessi paesi, tuttavia, la durata media della giornata lavorativa è sempre maggiore. In Sud America, in India, in Cina, Indonesia e anche nell’Est europeo, è assai frequente che la giornata media di lavoro sia di 12 ore, spesso straordinari esclusi. La giornata media di lavoro nelle fabbriche Nike in Cina, ad esempio, è di 12 ore, più 3 o 4 ore di straordinario obbligatorio. Nelle fabbriche Wellco si lavora per 16 ore al giorno. Nelle fabbriche Reebok, KTP Holdings o Yue Yuen Industrial Holdings Co., – gli ultimi due subfornitori di Nike e Reebok24– l’orario di lavoro è di 84 ore settimanali medie. Nelle fabbriche Samsung, l’orario giornaliero minimo è di 12 ore, con turni di 16 e perfino di 24 ore continuative nei periodi di maggior lavoro25. Nelle fabbriche Li Wen, fornitore per Wal-Mart in Cina, i turni sono di 12 ore al giorno per sette giorni a settimana, e di 24 ore continuative nei periodi di maggior lavoro. Alla Ralph Lauren, i turni di lavoro cominciano alle sette di mattina e terminano a mezzanotte per una paga di 20 centesimi all’ora, per una media complessiva di 17 ore al giorno. Alla Tarrant in Messico, i turni sono di 24 ore senza compenso per gli straordinari. Nelle fabbriche Gap in Indonesia, Bangladesh, El Salvador, Messico, Colombia e Lesotho, i turni di lavoro possono arrivare di frequente (“often”, scrive il rapporto26) a 24 ore al giorno. Alla Western Exports Corporation, fabbrica coreana di Cavite che produce per K-Mart, Siggerman, e By Design, i lavoratori devono fare almeno un turno di 48 ore continuate al mese27. Alla Anvil Ensembles, produttore di abiti per bambini, si può essere costretti a lavorare anche 24, 48, 72 ore di seguito senza mai riposare, per uno stipendio più basso del minimo sindacale, condito di anfetamine, minacce, ricatti, abusi vari per forzare i lavoratori a finire il turno28. Alla Dollar Save Philippines29, fabbrica coreana che produce pantaloni e giacche per Aldo Rossini, Brutini, Cornellie, Cross Windsor, Exhibit, J. P. Christopher, Moda Prima e Via Veneto, si lavora sino alle due di mattina e nessuno può andarsene sino a chiusura. Nella zona di libero scambio di Cavite, l’Icftu parla di fabbriche che sembrano nuovi campi di concentramento per 200.000 operai, e i turni sono di 18 ore al giorno. Alla We Care, compagnia coreana di Bataan, i turni sono di 14-16 ore, chi si rifiuta è licenziato. Alla JC Penney, si può lavorare da 16 a 24 o 48 ore continuative a seconda della quantità degli ordini da smaltire, e i lavoratori non possono stare a casa neanche se sono malati: “se volete stare a casa dovete morire”, dicono loro i supervisori. Alla This Is It, che produce micro-computers per Acer, i turni possono arrivano a 23 ore senza pause per “far fronte agli ordini”, e chi sviene per esaurimento è punito30. […]

Secondo i dati forniti dai rapporti di Trade Union PC31, la tendenza ad allungare l’orario di lavoro al di là dei limiti del tollerabile ha spinto molte fabbriche del Sud del mondo a fornire regolarmente anfetamine ai propri lavoratori. Alla compagnia filippina JC Penney, ove l’orario di lavoro medio è di 17 ore al giorno, senza nessuna pausa tra la mattina e il pomeriggio, ogni settimana la direzione distribuisce ai lavoratori il Duromine Phentermine. Il Duromine è un’anfetamina il cui effetto dura sino a 24 ore. Esso causa un aumento dell’adrenalina, del battito cardiaco e della pressione sanguigna, nonché insonnia, costipazione e anoressia. Tale farmaco dà assuefazione ed è prescritto come l’ultima spiaggia contro l’obesità. Secondo il sindacato, tutti i lavoratori della JC Penney sono costretti a prendere il Duromine. Solo “quei lavoratori che soffrono di ipertensione sono autorizzati a non prenderla”. Gli altri, tuttavia, danno presto segni di dipendenza. Alcuni lavoratori “continuano a comprare Duromine anche se non devono”, perché non riescono a smettere. Altri restano “svegli, ma senza energia” per tutta la notte. Non riescono a dormire neanche quando ci provano. Per chi si rifiuta di prenderlo, invece, non ci sono alternative: o così, oppure abusi fisici e licenziamento. Le cose non cambiano di molto alla Bed & Bath di Prapadaeng, in Thailandia. Quando i due proprietari della fabbrica sono scomparsi il 10 ottobre 2002 portando con sè 400.000 dollari in salari non pagati, i dodici rappresentanti degli operai che hanno sporto denuncia hanno dichiarato che la compagnia, che lavorava in subappalto per Nike, Levi, Reebok e Adidas, imponeva straordinari forzati ai lavoratori, negava i diritti di maternità alle donne, la possibilità di essere assenti per malattia, il pagamento degli straordinari (e non solo…), e quando arrivavano gli ordini più grandi, forniva regolarmente anfetamine agli operai per “aiutarli” a superare il turno. Secondo Jeremy Seabrook32, sciogliere le anfetamine nell’acqua è una tecnica comune per aiutare i lavoratori a sopportare turni lunghi più di 24 ore di fila. Seabrook racconta di Buonma, lavoratrice thailandese impiegata in una fabbrica di inscatolamento del pesce, che lamenta di aver ricevuto anfetamine dalla direzione per 3 anni di fila, motivo per cui, dice la lavoratrice, ha dato alla luce una bambina con il volto deformato. I lavoratori della Anvil Ensembles nelle Filippine raccontano problemi simili. Per terminare turni di 24, 48 o anche 72 ore di fila, infatti, essi ricevono regolarmente anfetamine dalla direzione33. Stessa cosa alla Angelica Corporation, denunciata per lo stesso problema. E le cose non cambiano alla Lucasan del Guatemala, ove gli operai sono chiusi a chiave in fabbrica dalle 8 di mattina alle 8 di sera ogni giorno, alle volte anche fino a mezzanotte, o per turni continuati che si prolungano anche a 60 ore di fila quando arrivano ordini grandi: qui non solo la direzione dà anfetamine agli operai, ma se gli operai si rifiutano o si ribellano, la fabbrica “se ne va”34. La Lucasan, infatti, è situata in strutture di lamiera sottile facili da smantellare e trasportare, che fanno sì che l’intera fabbrica possa essere spostata da una zona di libero scambio all’altra o persino da un paese all’altro, quando i proprietari non vogliano, o non possano, pagare i creditori o gli operai. Alla Lucasan, pertanto, la minaccia di perdere il posto di lavoro è sempre in agguato, e i lavoratori non hanno tante scelte: secondo il motto della direzione, “o così, o niente”.

1 Per una lista aggiornata di accordi e negoziazioni bilaterali, trilaterali o multi-laterali di “libero commercio” si veda il sito: http://www.bilaterals.org. Il sito è creato apposta per diffondere contro-informazione su queste negoziazioni, che spesso avvengono in modo informale senza ricevere l’attenzione di cui necessitano.

2 Nella media, il Gatt e l’Uruguay Round hanno ridotto di molto i dazi doganali. “In quarantacinque anni, i paesi membri e i loro esperti, riunitisi in occasioni di round o cicli di successivi negoziati (Kennedy, Tokio, Uruguay, etc.) sono riusciti ad abbassare le tariffe doganali da una media del 40-50% fino a solo il 4-5%”. Questa riduzione, tuttavia, non è stata affatto omogenea per tutti i paesi membri, e le eccezioni, non poche, hanno riguardato sistematicamente i paesi ricchi e settori-chiave come quello della produzione di beni alimentari, andando così a beneficio principalmente delle più grandi imprese del capitale occidentale. Cfr. George S., Fermiamo il Wto, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 18.

3 Dawkins K., US agriculture policy and the Uruguay Round: implications for food security and global democracy, in: Shiva V. – Bedi G. (eds.), Sustainable agriculture and food security: the impact of globalisation, Sage Publications, New Delhi, 2002, pp. 207-232.

4 Cfr. Shiva V., Globalization and food security, in: Shiva V. – Bedi G. (eds.), Sustainable agriculture and food security: the impact of globalisation, op. cit., pp. 11-72.

5 Ivi.

6 Araghi F., The great global enclosure of our times: peasants and the agrarian question at the end of the Twentieth century, in: Magdoff H. – Foster J. B. – Buttel F. M. (eds.), Hungry for profit: the agribusiness threat to farmers, food and the environment, Monthly Review Press, New York, 2000, p. 146.

7 Seabrook J., In the cities of the South, Verso, London, 1996, p. 11.

8 Araghi F., The great global enclosure of our times: peasants and the agrarian question at the end of the twentieth century, op. cit., p. 146.

9 Ivi.

10 Si veda il rapporto di Oxfam International, Missing the target: the price of empty promises, Report to the Special Session on Social Development of the United Nations General Assembly, June 2000.

11 Cavanagh J. – Anderson S., World’s billionaires take a hit, but still soar, “The Institute for Policy Studies”, March 6, 2002.

12 Ramonet I., The politics of hunger, “Le Monde Diplomatique” (english ed.), November 1998.

13 Cfr. Chossudovsky M., La globalizzazione della povertà, Ed. Gruppo Abele, Torino, 1998.

14 “Food security, both in terms of supply and quality, is a function of the market. In terms of supply, Mexico pales in comparison to the largest most efficient and competitive food producers in the US and Canada, so simply purchasing from these two would resolve the supply problem. In terms of access to food for Mexicans, those that can pay for it will not have a problem and those that cannot will perhaps be assisted with welfare programs. In terms of quality, quality has a price, and those who desire quality will have to pay for it”. La traduzione riportata sopra è mia, come quelle a venire. Cfr. Carrera V. S., Globalisation, peasant agriculture and food security in Mexico: neither comparative advantage nor food self-sufficiency, in Shiva V. – Bedi G. (eds.), Sustainable agriculture and food security…, op. cit., p. 278.

15 Scrive Malamatinas: “The solution is to make sure people stay hungry, the killer instinct always prevails and you’re after market share. If you’re going to be successful, you’ve got to have that attitude”. Malamatinas D., “Financial Times”, 29 gennaio 1999.

16 Per una lista aggiornata dei paesi colpiti dagli aiuti umanitari si veda il sito della UN Food and Agricultural Organization (Fao), del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad) e del Wfp (World Food Programme). Tutti questi organismi fanno degli aiuti alimentari uno dei principali strumenti del loro intervento. Per un’ottima esposizione sulle finalità degli aiuti alimentari, si vedano invece: Shiva V. – Bedi G. (eds.), Sustainable agriculture and food security…, op. cit. Le opere di Food First su questo tema sono parimenti tra le migliori. Tra queste: Lappè F. M., Collins J., Rosset P. (eds.), World hunger: twelve myths, Grove Atlantic and Food First Books, San Francisco, 1998; Boucher M. (ed.), The paradox of plenty: hunger in a bountiful world, Food First Books, San Francisco, 1999; Bello W. – Cunningham S. – Rau B., Dark victory: the United States and global poverty, Pluto Press, London, 1999.

17 Carrera V. S., Globalisation, peasant agriculture and food security in Mexico, in: Shiva V. – Bedi G. (eds.), Sustainable agriculture and food security…, op. cit., pp. 285-286.

18 Ivi.

19 “Peasant agriculture is viewed as an obstacle to agricultural modernization given the small size of peasant farms, their attachment to the land, their technological backwardness, their non-business-like and non-market oriented culture, etc. Due to this, these ‘surplus’ non-competitive peasants should be given the opportunity to find employment in either the modern agricultural sector or the industrial and service sector”. Carrera V. S., Globalisation, peasant agriculture and food security in Mexico, op. cit., p. 278.

20 United States Department of Agriculture, Mexico’s changing marketing system for fresh produce: emerging markets, practices, trends and issues, USDA, 2002, pp. 26-29.

21 Gruben W. C., NAFTA revisited: the impact of the North American Free Trade Agreement on maquiladora employment, “Texas Business Review”, University of Texas at Austin, December 1998.

22 Carrera V. S., Globalisation, peasant agriculture and food security in Mexico: neither comparative advantage nor food self-sufficiency, op. cit., p. 278.

23 Stalker P., Workers without frontiers: the impact of globalization on international migration, op. cit., pp. 17-18.

24 Cfr. Bigelow W., The human lives behind the labels: the global sweatshop. Nike, and the race to the bottom, in Ayres W. – Hunt J. – Quinn T. (eds.), Teaching for social justice: a democracy and education reader, New York, Teachers College Press, 1999, pp. 21-38.

25 Hsiao-Hung P. – Leigh D., Tragic death that uncovered the shadowy world of Britain’s hidden Chinese workers, “The Guardian”, January 13, 2004.

26 Si veda il rapporto di Unite, sindacato Americano dei lavoratori tessili, su GAP: The Gap global sweatshop: a report on GAP in six countries, November 2002, p. 15. Il rapporto è il risultato delle interviste ai lavoratori di 22 fabbriche GAP in Messico, Lesotho, El Salvador, Bangladesh e in Indonesia, ed è reperibile sul web all’indirizzo: www.behindthelabel.org/pdf/Gap_report.pdf .

27 Si veda il rapporto pubblicato dall’International Confederation Free Trade Unions (Icftu) in occasione della conferenza del Wto a Cancun dal 10 al 14 settembre 2003: Icftu, Philippines: a union foothold in the export processing zones, n. 5, August 2003. Si vedano in particolare gli articoli: Compulsory overtime: a new form of forced labor, e Amphetamines for night teams, pp. 6-7. Il rapporto è reperibile su Internet all’indirizzo: http://www.icftu.org/www/pdf/briefing_philippinesE.pdf.

28 Unite, The Gap global sweatshop: a report on GAP in six countries, op. cit, pp. 23-32.

29 Marfil M. P., Dole orders firm: pay ‘sleepless’ workers, The Philippine Daily Inquirer”, July 5, 2003.

30 Ivi, p. 7.

31 Icftu, Philippines: a union foothold in the export processing zones, op. cit., p. 7.

32 Seabrook J., In the cities of the South, op. cit., pp. 31 ss.

33 Marfil M. P., Dole orders firm: Pay ‘sleepless’ workers, op. cit.

34 Icftu, Philippines: a union foothold in the export processing zones, op. cit., pp. 6-7.

 

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Category: Osservatorio America Latina, Osservatorio internazionale

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About Francesca Coin: Francesca Coin è sociologa e ricercatrice presso l'Università "Cà Foscari" di Venezia. Si occupa di lavoro, diseguaglianze e movimenti sociali. Durante gli anni dell'amministrazione di George W. Bush viveva ad Atlanta, dove insegnava «Race and Ethnic Relations» alla Georgia State University, nella terra di MLK e dei movimenti neri. Ha lavorato per diversi anni con i campesinos e i migranti agricoli, dal Messico all'India, cosa che l'ha avvicinata nel tempo alle questioni del debito e della terra, e alle culture indigene, tra shamanesimo e bramacharia. Dal 2008 si occupa in particolare di conoscenza: studia il rapporto tra la conoscenza e il mercato, tra il pensiero neoclassico che guida le riforme dell'istruzione e la pedagogia. Autrice de «Il Produttore Consumato» (2006), è tra i portavoce nazionali della Rete 29 Aprile, il movimento di ricercatori che difende l'Università come bene comune. Tiene corsi di «Sociologia delle Migrazioni e delle Culture» a Cà Foscari e alla Cà Foscari Harvard Summer School. Ha un blog su Il Fatto Quotidiano, è nella redazione della rivista Loop e di Roars: Return on Academic Research.

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