Palestina raccontata. Otto incontri a Torino dal 18 marzo al 12 aprile 2014

| 15 Marzo 2014 | Comments (0)

 

 

 

Gli otto incontri previsti a Torino dal 18 marzo al 12 aprile sono i seguenti

 

1. La preparazione al viaggio, ovvero La presentazione del programma

Presenta il progetto Ada Lonni e ne discute con Tana De Zulueta e Walid Atallah Coordina Angelo D’Orsi Saranno inoltre presenti alcuni dei promotori, degli attori, degli ideatori, degli sponsor che hanno concorso alla preparazione del progetto. I loro nomi saranno resi noti appena possibile.

18 marzo 2014, ore 16:00 – 19:30 – Sala Rettorato – Università degli studi di Torino

“… prendilo, Urshanabi! Portalo al lavatoio;                                                                                                                       possa egli lavare con acqua la sua sporcizia, fino a diventare bianco come la neve;                                            possa egli buttare via le pelli, sicché il mare le porti con sé                                                                                              fa’ che il suo corpo sia strofinato fino a ritornare bello                                                                                                            poni sul suo capo un nuovo turbante;                                                                                                                                         fagli indossare un vestito che lo rinobiliti;                                                                                                                                      fino a che egli non giunga alla sua città                                                                                                                                      fino a che egli non compia il suo viaggio,                                                                                                                                             che il suo vestito non si scolori, che sia nuovo, che sia nuovo… ”                                                                                                                                                                         da La Saga di Gilgamesh

Questo primo incontro, una sorta di presentazione di tutto il percorso, vuole essere un momento di preparazione al viaggio che “Palestina raccontata” offre: sarà, proprio come per Gilgamesh, una sorta di lavatoio in cui ripulirci di tutte le scorie legate all’orientalismo e al pregiudizio. Un’operazione cioè di messa a punto di preconcetti, spontanei e costruiti ad hoc, di pregiudizi ormai talmente radicati da non esser più percepiti come tali. Messa a punto di falsi storici, quelli grossolani e quelli raffinati; distacco consapevole dell’approccio orientalista, dello spirito coloniale e crociato che non si è affievolito, pulizia dell’eurocentrismo, che si è semplicemente trasformato in occidentalismo; di luoghi comuni e di un linguaggio superficiale e deviante, che si è – con poche eccezioni – da sempre usato per “raccontare” la Palestina.

 

 

2. L’Occidente “scrive” la Terrasanta. L’ardore del pellegrino, dalla bibbia al medioevo. Quadri e ritratti di viaggiatrici e viaggiatori europei.

Introduce e coordina: Ada Lonni Discutono: Walid Atallah, Alessandro Barbero, Elisabetta Benigni, Franco Cardini, Laura Gaffuri

20 marzo 2014, ore 18:00 – 21:00, Mao – Museo di Arte Orientale

Cardine di tutte le religioni, a partire dall’antico Egitto e da quelle periodiche visite che il popolo del Nilo compiva ai templi di File o di Karnak, il pellegrinaggio è da sempre oggetto di interesse e di studio.  Per la regione ad est del Mediterraneo è forse la Bibbia la fonte per noi più importante per conoscere questi riti: la Bibbia che ci descrive l’Arca dell’Alleanza cui la devozione era diretta; la Bibbia che ci racconta di Elkana e Anna, e del loro viaggio a Silo; la Bibbia che del pellegrinaggio fissa regole e tempi. Né il rito di ascesa ebraico verso la divinità si è arrestato in epoca romana, come ci racconta Filone di Alessandria: non si è arrestato, ma ha condiviso la meta con quello cristiano, che in breve però lo ha soverchiato, avendo la meglio sul mercato delle conversioni, e diventando così l’espressione religiosa più completa del mondo occidentale e insieme lo strumento per eccellenza per l’imposizione, sempre da parte dell’Occidente, dei propri modelli culturali, sociali, architettonici sull’intera regione. E questa imposizione è avvenuta ignorando, e in larga misura soffocando, la coscienza e la rappresentazione di sé delle popolazioni locali.

Un immaginario elaborato altrove si è cioè riversato sulla Palestina, scrivendo in modo dettagliato e puntuale la geografia sacra della regione: in questo processo i viaggiatori e i racconti di viaggio hanno avuto un ruolo di primo piano, fornendoci alcune emblematiche figure – quadri di una galleria virtuale – che proporremo per ricreare l’atmosfera e gli obiettivi delle varie epoche che dall’affermarsi del cristianesimo si sono susseguite fino allo sbarco di Napoleone sulle sponde egiziane; la Regina Elena, madre dell’imperatore Costantino; la nobile spagnola Egeria e il cosiddetto Pellegrino di Bordeaux; i Templari, “la prima agenzia turistica della storia”; Felix Fabri; Pietro Casola e altre figure chiave ed esemplari del pellegrinaggio medievale.

3. L’Occidente “scrive” la Terrasanta. Dal viaggio filosofico al viaggio di gruppo. Viaggiatori, esploratori e pellegrini al tempo del colonialismo.

Introduce e Coordina Ada Lonni Discutono Luigi Marfé, Elias Sanbar, Francesco Surdich 21 marzo 2014 ore 18:00 – 21:00 , Museo di Arte Orientale – Torino

La geografia sacra ormai completata, dei luoghi santi inizia il cosiddetto uso politico: che null’altro è se non la forma che il colonialismo assume in questi luoghi, la forma, ma soprattutto lo strumento. E’ una differenza fondamentale rispetto alle forme che il colonialismo nelle altre regioni mediterranee, e il ruolo del racconto di viaggio assume un’importanza e un ruolo di primo piano, con forme e dimensioni ben più vaste che nel passato, ma che per la maggior parte sembra avere un unico obiettivo: la copertura ideologica dei progetti espansionisti delle potenze europee.

Non è esente da questi obiettivi neppure lo sguardo femminile, pur concentrato su altri temi rispetto a quello maschile, più attento alla quotidianità, alla gente e spesso più acuto e profondo.

E proprio una donna è il  primo dei personaggi in passerella, quella Lady Montague, che non è mai stata in Palestina, ma che ha avuto un ruolo pionieristico nella scoperta del mondo arabo musulmano. Seguono Constantine Volney, figura esemplare del viaggiatore filosofo del tempo dei lumi; François René de Chateaubriand, l’incarnazione del viaggiatore romantico, del paladino dell’espansione coloniale nella regione; Alphonse de Lamartine, dall’ecumenismo socialmente sbilanciato; Edward Robinson, l’americano “inventore” dell’archeologia biblica; Lady Stanhope, l’affascinante artefice di uno dei primi salotti intellettuali, interculturali e interetnici della regione; Sarah Barclay ed Elizabeth Finn, le impagabili testimoni della dimensione quotidiana della vita a Gerusalemme; Clorinda Minor, esemplare coerente, quasi fanatica, del sionismo cristiano; Flora Randegger, portatrice di “solidarietà coloniale” all’interno del mondo ebraico; Marc Twain, dissacrante nel suo modo di osservare; Matilde Serao, acuta osservatrice e critica irriducibile del viaggio organizzato, con il suo dragomanno, Issa Cobrously, immolato sull’altare del turismo occidentale, e figura emblematica della raggiunta egemonia occidentale.

4. I palestinesi “scrivono” la loro terra. Nuovi itinerari, nuovi approcci e nuove proposte nelle prime guide di viaggio palestinesi.

Introduce: Rami Kassis Discutono: Enrico Marletto, Raed Saadeh, Francesco Vietti, Michel Warschawski Coordina: Carla Diamanti 27 marzo 2014 – ore 16:00 – MAO – Museo di Arte Orientale

Forse solo il Pellegrino di Bordeaux intraprese il suo viaggio senza una guida turistica, visto che, per quanto ci è dato di sapere, il suo diario fu la prima opera che può considerarsi tale. Ma subito si colmò la lacuna e i diari di viaggio cominciarono a moltiplicarsi.

Tutt’altro che imparziale, la guida turistica non è soltanto un indispensabile aiuto al viaggiatore, ma è anche e forse soprattutto uno degli indicatori più importanti per capire quale idea si vuole offrire di una terra, della sua gente, della sua storia e della sua cultura.

Che si trattasse di diari o descrizioni di itinerari nel senso moderno del termine, per secoli le guide turistiche sulla Palestina sono state scritte dagli occidentali, a cui, in tempi recenti, si sono aggiunti gli israeliani, che hanno detenuto, e in gran parte ancora detengono, il controllo del viaggio e dei viaggiatori in tutto il territorio della Palestina storica.

Si è dovuto attendere il 2006 per avere la prima guida scritta interamente dai palestinesi: Palestina e Palestinesi, prodotta dall’ATG, l’Alternative Tourism group di Beit Sahur[1]. Tradotta in tre lingue, ben organizzata, ricca di spunti, di approfondimenti, di itinerari, questa guida ha finalmente coperto una lacuna non più accettabile, stabilendo un giusto equilibrio tra autoctoni e stranieri, là dove, com’è logico, devono essere i primi a presentare ai secondi il paese ospitante. Così finalmente sono i palestinesi a spiegare la loro terra, ad offrire al viaggiatore la loro visione del loro mondo, la loro versione del loro passato e la loro concezione del loro futuro. E il tutto alla luce delle regole e delle priorità definite a livello internazionale per un turismo sostenibile e responsabile.

Altri contributi stanno nascendo – si pensi al recentissimo volume di Stephan Szepsi,Walking Palestine -, contributi che finalmente ci propongono un paese che non è solo il luogo delle tre religioni, il cui valore resta prioritario, ma anche il terreno di possibili escursioni, di turismo rurale, di ricerche naturaliste, di indagine sulla cultura materiale locale e sui suoi prodotti, sull’artigianato che la tradizione ha conservato.

[1] In realtà una prima guida, PACE Tour Guide of the West Bank and Gaza Strip “Palestine”, era comparsa nel 1999 a cura de The Palestine Association  for Cultural Exchange. Non si trattava però di una guida alternativa ai prodotti occidentali. Al contrario, li ricalcava in tutti i loro stereotipi.

5. Viaggio alla ricerca della mia storia. Il ritorno alle case espropriate nel 1948 tra memoria e cultura.

Introduce e modera: Luciana Castellina Discutono: Giaime Alonge, Wasim Dahmash, Sahera Dirbas, Rula Khoury, Edoardo Fracchia

31 marzo 2014 – ore 19:00 – 23:00 – MAO – Museo di Arte Orientale

A partire dalle ore 19 e  fino alle 20.30 sarà proiettato  reiteratamente il film-documentario “Straniero in casa mia”, (durata di 37 minuti) .

Il racconto Ritorno ad Haifa di Ghassan Khanafani è forse l’opera che più efficacemente ha evocato il complesso, straziante intreccio di emozioni che hanno accompagnato quei palestinesi che, dopo la guerra dei Sei giorni, ritornarono a vedere, anche solo dall’esterno, le case perdute nel 1948 e occupate dagli ebrei che arrivavano dall’Europa.

Furono viaggi all’interno del paese, sulle tracce della memoria personale e comunitaria. Viaggi che sono stati raccontati più e più volte, a voce, con la scrittura e anche attraverso la cinepresa, un altro modo, altrettanto efficace, di mantenere e trasmettere la memoria.

Protagonista della serata è infatti il lavoro della filmaker Sahera Dirbas, il documentario Straniero in casa mia,in cui queste tematiche sono efficacemente messe a fuoco: quattro storie di quattro famiglie che ritornano alle case di Gerusalemme ovest da loro abitate prima del 1948 e che ora si ritrovano a subire la presenza dei nuclei israeliani immigrati. Sono quattro viaggi a ritroso nel tempo e nello spazio per riscoprire la propria identità e le tracce del proprio passato; sono viaggi in cui si mettono a confronto ricordi e realtà, ma soprattutto sono viaggi in cui ci si confronta con l’altro, con l’occupante, con l’israeliano. E il tutto in un’atmosfera inaspettatamente priva di arroganza o di aggressività, quasi che le due parti siano entrambe vittime di un destino che si è divertito a mescolare le carte, e non il frutto di una occupazione militare illegale e internazionalmente condannata. E senza che nessuna certezza possa essere proclamata. “Sono venuto per dare un’occhiata alla mia casa. Questo posto in cui abiti è casa mia, e il fatto che tu ci stia dentro è una triste commedia del destino”, aveva detto non a caso Faris Labda all’uomo che viveva in quella che era stata casa sua, ancora una volta nel racconto Ritorno ad Haifa.

6. Viaggi di casa mia: a passeggio sulle colline di Ramallah e fra gli olivi di Jenin. Il paesaggio stravolto dall’occupazione israeliana.

Introduce: Maria Nadotti Discutono: Laura Ferrero, Sami Hallac, Susan Abulhawa, Mourid Barghouti

03 marzo 2014 – ore 20:30 – 23:00 – MAO – Museo di Arte Orientale

Quando ho cominciato a fare passeggiate sulle colline palestinesi non mi rendevo conto di attraversare un territorio che stava scomparendo”. Così Rajah Shehadeh introduce il suo volume Il pallido dio delle colline. Sui sentieri della Palestina che scompare, un volume che mette a fuoco uno dei tanti problemi causati dall’occupazione israeliana della Palestina: la distruzione del paesaggio, il fatto di renderlo inaccessibile ai suoi abitanti, di snaturarlo, di incapsularlo in fili di ferro, muri, posti di blocco, e colate di cemento. Quello stesso paesaggio che era rimasto inviolato per secoli!

Il viaggio che compie Raja è un viaggio dell’interno, il viaggio che i palestinesi fanno per mantenere la memoria dei luoghi, che è la memoria della loro storia, la memoria della loro tradizione. Un viaggio simile a quello che Yehya, in una delle pagine più dolci del romanzo di Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, aveva compiuto incamminandosi verso ‘Ain Hod, il villaggio abbandonato durante la nakba “lungo la stradina che saliva dal campo, oltre i suoi confini, fuori dalla cerchia di quell’eterno 1948 e attraverso quello che era diventato Israele – un paesaggio che conosceva meglio del palmo della sua mano”. Un viaggio da cui era tornato sedici giorni dopo “sporco e lacero, con la barba arruffata e l’animo raggiante. La kefiah che aveva in testa quando era partito era diventata un fagotto che gli pendeva da una spalla e sotto il cui peso camminava ricurvo e allegro. Yehya era riuscito a tornare a ‘Ain Hod senza farsi scoprire dai soldati. “Quella terra ce l’ho nel sangue!” proclamò. “Conosco ogni albero e ogni uccello. I soldati no.”

Con Susan Abulhawa e con Raja Shehadeh discuteremo di questi viaggi. Scopriremo i cambiamenti dei villaggio dopo l’occupazione; ascolteremo i ricordi ella gente; con loro partiremo per una sarha, per un vagabondaggio senza meta e senza limiti di tempo, “per nutrire l’anima”; con loro riprenderemo i temi della reinvenzione storica della Palestina; osserveremo il paesaggio trasformato dall’occupazione israeliana; rifletteremo sui contraddittori sentimenti del legame di israeliani e palestinesi con la stessa terra. Verificheremo infine come anche l’azione dello scrivere sia in fondo un’altra forma di viaggio, un viaggio dalla “conclusione inquieta”.

7. I nuovi viaggi e i nuovi racconti del XX e del XXI secolo. Solidarietà, testimonianze, denunce.

Introducono: Luisa Morgantini e Raji Surani Discutono: Nandino Capovilla, Daniele Garrone, Roberto Giudici, Jeff Halper, Chiara Ingrao, Glenda Acito. Partecipa: Egidia Beretta Coordina: Alessandra Mecozzi

07 aprile 2014 – ore 17:00 – 20:00 – MAO – Museo di Arte Orientale

Quest’ultimo incontro è dedicato ai cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni nel modo di rappresentare e raccontare la Palestina, in conseguenza delle vicende che l’hanno attraversata e della nuova cultura della ‘pace con giustizia’ affermatasi all’interno della società civile globale.

Con la nascita dello stato di Israele e soprattutto dopo la guerra dei Sei giorni, la conseguente espansione dell’occupazione e colonizzazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, in spregio alle risoluzioni ONU e alle Convenzioni internazionali, il viaggio in Palestina vede infatti nuovi attori con nuovi obiettivi apparire sulla scena.

Sono donne e uomini che portano solidarietà, che agiscono per una pace giusta, che offrono forme di cooperazione, di presenza e di interposizione, anche fisica, tra le parti; che provengono da realtà diverse, dal mondo della politica, dal sindacato, dall’ambiente religioso, dall’universo pacifista, dalla cooperazione internazionale. Sono giovani che vogliono capire e condividere la quotidianità della popolazione palestinese dei villaggi e dei campi profughi. Sono cittadine e cittadini di Israele che non si riconoscono nelle politiche e nelle pratiche governative e militari contro il popolo palestinese, che denunciano le ingiustizie e le violenze dell’occupazione e agiscono per opporsi al continuo ricorso alle armi, alle incarcerazioni politiche, alla sottrazione di terre, alla distruzione di case. Il modo di raccontare la Palestina si arricchisce così di un forte elemento progettuale, di obiettivi mirati intorno ai quali si costruiscono relazioni, forme di sostegno e di scambio.

Ad accentuare questa novità, sono poi le trasformazioni che la tecnologia ha apportato nel modo di comunicare e condividere le esperienze, come già fece a suo tempo il telegrafo. Basti pensare al fax, alla possibilità di filmare, all’uso di internet e delle reti. Di queste esperienze e di questi cambiamenti si discuterà in un dialogo a più voci che, fra l’altro, metterà a fuoco il nuovo significato che il viaggio assume; le differenze e le ricorrenze rispetto agli approcci orientalisti/colonizzatori del passato; la ricchezza di esperienze accumulate sulle due sponde del Mediterraneo e il loro significato; le valenze positive e negative dei vari approcci e delle varie metodologie progettuali.

Sono programmate letture tratte dai volumi rispettivamente di Vittorio Arrigoni, di Egidia Beretta e di Rachel Corrie.

 

8. Facciamo festa insieme

Raccontano : Fida Abuhamdiya, Michele Rumiz, Patrizia Cecconi

12 aprile 2014 – ore 18 – Teatro Regio di Torino

i piaceri di questo mondo si dividono in sei classi, cioè: il cibo, le bevande, i vestiti, l’accoppiamento, i profumi, l’ascolto. Di queste, la più nobile ed importante è quella del cibo, poiché esso è la forza del corpo e la sostanza della vita, e nessun altro piacere può essere goduto, se non vi sia buona salute, alla quale è accessorio il cibo …. è Muhammad al Baghdādī, cuoco insuperabile della Bagdad abasside a parlare. Seguendo il suo insegnamento è con il cibo che si è deciso di concludere questo nostro primo percorso alla scoperta della cultura palestinese.

La cena sarà preparata dalla famosa chef palestinese Fidaa Abuhamdiya, che ci condurrà non solo alla degustazione di piatti tipici palestinesi, ma che ci informerà anche sulle tradizioni, sulle credenze e sulle proprietà degli alimenti proposti, svelandoci – si spera – qualche segreto dell’arte, ma soprattutto permettendoci di fare i primi passi all’interno di una cultura che, in quanto mediterranea, ha molto da condividere con quella italiana

Ingredienti ed elementi di base arrivano direttamente dalla Palestina, e i vini, prodotti nell’area di Betlemme, e saranno presentati da Patrizia Cecconi, autrice di ricerche brillanti e innovative nell’ambito della cultura materiale del settore enogastronomico palestinese.

Michele Rumiz a sua volta presenterà le iniziative in corso da parte di Slow Food per la valorizzazione e la diffusione dei prodotti agricoli palestinesi, la creazione di presidi conservativi di prodotti e della loro cultura, il supporto alle piccole produzioni di qualità: dalle mandorle di Jenin ai datteri della valle del Giordano, dalle erbe/spezie zatar e sumac al tahini nero, un prodotto praticamente introvabile fuori della Palestina, ottenuto macinando cumino nero tostato.

 

Category: Culture e Religioni, Osservatorio internazionale

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