Nello Rubattu: Marie Angelique

| 16 Settembre 2014 | Comments (0)

 

 

 

Le foto delle donne che illustrano questo racconto di Nello Rubattu sono di donne africane della etnia Igbo

Marie Angelique, era una Igbo, capitata nei vicoli della mia città da chissà che cesso di barcone di disperati.

Era una vita che faceva la profuga: la sua famiglia se ne andò a Yaoundé, in Camerun, quando negli anni sessanta, la repubblica indipendente del Biafra, voluta dalla sua gente, fu conquistata dai nigeriani; e gli abitanti di Owerri, la loro capitale e uno degli ultimi territori ancora liberi della loro autoproclamata repubblica, vennero messi a novanta gradi dalle truppe di Jakubu Gowon, presidente putshista della repubblica nigeriana. Il solito cattivone leccaculo, voluto dagli inglesi, in accordo con l’Arabia saudita, la Russia e la Cina che insieme alle multinazionali del petrolio, Shell, ExxonMobil, ChevronTexaco, TotalFinaElf e Agip, avendo paura di perdere il petrolio del delta del Niger, da coscienziose teste di melanzane si misero d’accordo per finanziare un bel governo di loro lacché da premio.

Quella guerra, costò tre milioni di morti per fame e malattie. Ma gli occidentali che piangono per un cuciuccio abbandonato sulle nostre strade da famiglie menefreghiste in gana di vacanze senza problemi: di pellagra, anemia, ipoglicemia, diarrea, tubercolosi, endocardite e cirrosi epatica, dovuta alla fame, di quei milioni di biddisò Igbo con la pancia a pallone, non è che gliene fregasse oltre il prezzo di un caffè.

Certo, in quegli anni, tutto l’Occidente, di quel massacro, per non farsi trovare in brucio, accusati di poca democrazia e di poca informazione libera e democratica, del fatto ne hanno parlato: “A differenza degli africani – dicevano le nostre teste fini – notoriamente stronzi sul lato della democrazia”, ma ad intervenire per bloccare quella macelleria industriale di guerra fra miserabili, i governi degli illuminati stati europei non gliene fotteva neanche per un percome.

Il petrolio non è cosa per imparati. Lo sanno tutti.

Ma questa è un storia che sappiamo e di cui siamo da Nobel a raccontarcela. Così bravi che ancora oggi, il nostro modello di civiltà, e nonostante i colpi della crisi che sta cercando di stracciarcene a morsi i gioiellini di famiglia, resta fra quelli vincenti e ancora in grado di dare a tutti una pensione.

Sta di fatto che per le teste da Guinnes che ci governano, è sempre meglio lasciare perdere certi argomenti e non rimestare troppo la merda, considerando come è giusto che sia che gli africani sono degli sfigati e niente altro.

“E’ umano non preoccuparsi troppo – ci ricordano in tutte le maniere – perché se non facessimo così, il fiaggo di merda che emanerebbe la nostra coscienza, sarebbe pesante persino da sopportare per un leghista”.

Sta di fatto che la famiglia di Marie Angelique, per non sapere né leggere e né scrivere, nel millenovecentosessantanove, mettendo i loro quattro stracci su un carretto e sulla testa delle loro donne, pensò di scavarsi più veloce di un crasto da quelle zone e cercare una città più sicura e senza troppi casini.

Così, si sono trovati a costruire la loro baracca alle porte di Yaoundé, insieme ad altri Igbo scappati da quel massacro. Imparando che per mandarsi a fare in culo poteva bastare anche il francese dei camerunesi, mischiandolo semmai all’inglese che avevano imparato dai loro padroni britannici e a spezzoni di Igbo, la loro lingua da messi male.

Tutti gli abitanti della Petit Afrique che si trova nella parte bassa del centro storico della mia città, sapevano cosa faceva di mestiere Marie Angelique e nessuno sembrava avesse qualcosa da dirgli contro. Lo chiamavano Job e interessava una buona parte delle ragazze nigeriane che fino a trent’anni esercitavano per la gioia delle braghe incontinenti dei miei concittadini.

Ogni tanto nella sua casa su via san Sisto, di una camera e cucina e bagnetto di un metro per un metro e uno sputo malato per sembrare più grande, arrivava qualcuno dei suoi messiè con la gana incontinente di farsela toccare. Erano vecchi sdentati che per un attimo se la sognavano di essere ancora in sverzura. Vivevano con la pensione minima, e quando i conti tornavano nelle loro tasche, si ricordavano di avere qualcosa in mezzo ai pantaloni che non fosse solo un’idea. Così, facendosi prendere dalla gana di una visitina a Marie Angelique, si liberavano del loro pensiero stupendo.

Perché di Marie Angelique, si diceva, aveva la mano felice e una grande professionalità. Che per lei, era una pubblicità che faceva un gran bene sul lato del lavoro. Con due minuti di delicatesse riusciva a mettersi in tasca i suoi dieci euro che in una giornata potevano diventare anche cinquanta svanziche.

Ma non le andava ogni giorno così grassa e non mancavano gli alti e i bassi. In qualsiasi caso, in un mese, una migliaiata di euro le metteva da parte. Tasse per sua fortuna non ne doveva pagare. Riceveva in tarda mattinata e nel primo pomeriggio, Marie Angelique. La sera era meglio non tzirigarla, aveva altro da fare.

E l’altro per lei erano tre biddisò, neri come l’inchiostro ricavato dalle bacche di sambuco – come quello che un tempo si vendeva in Piazza alle donne del mio quartiere – che compravano a baratto per i loro figli che andavano a scuola con le stilografiche. Donne attente le nostre, da laurea nell’arte di risparmiare su tutto “comprese le scoregge”, dicevano quando avevano voglia di ironizzarsela.

Ma quei tre carboncini ambulanti, tutti affermavano che non erano di Marie Angelique.

Se ti interessava saperne qualcosa in più sulla loro storia, bastava andare da Nadifa, la grosse maman senegalese che ti accoglieva vestita con il suo grand Bou-bou – una specie di casacca larga che infilava dalla testa e abbinava al Pagne la gonna a larghe strisce – che seduta all’entrata del suo African Shop, controllava tutto il giorno e buona parte della sera, almeno fino alle undici, come buttava in strada. Il suo, era il solito negozio da tredici che vendeva tutte le fesserie che il mercato occidentale è riuscito a inventarsi per le sue fantasie esotiche da settimanale di sala d’aspetto di medici e dentisti.

Lei, Nadifa, la trovavi sempre lì, perché il figlio della grosse maman, vero titolare della licenza commerciale, non c’era quasi mai. Aveva troppo da fare. La sua affezionata clientela era un treppo di assatanati di miei concittadini che se non strisciavano una riga di bamba ogni tanto, neanche a balla che andavano a tzembo con le passere in offerta speciale che si davano da fare nei circoli della città vecchia e in quelle specie di scannatoi che tutti avevano il coraggio di chiamare nait.

Veri e propri casini, dove le scagliose venivano chiamate signorilmente antrenes che ogni tanto aprivano la serranda in periferia e ogni tanto chiudevano, dopo la solita retata della buoncostume con fotografi del giornale cittadino al seguito. Un divertissement che il questore si concedeva almeno due volte l’anno.

Probabilmente, per fare contenti, oltre il direttore continentale dello storico giornale cittadino (che così la smetteva di prendersela con i quattro tossici tzembati a piscio che ogni tanto si degnavano di morire in uno dei tanti vicoli cagati del nostro centro storico), la greffa trasversale dei bon bourgeois illuminati e di sinistra, in quei frangenti uniti a quella concorrente dei baciapile amici dell’arcivescovo; che così avevano l’occasione per considerare la parte della città vecchia alla stregua di un Bronx e quindi appetibile abbastanza per mettere in piedi discussioni e convegni sui modelli contemporanei di disagio urbano. I quali convegni, avevano il solo scopo di farli sentire meno abitanti della periferia dell’Impero occidentale di quanto invece non fossero in realtà.

A quelle agapi di teste fine, partecipavano tutti, ovviamente divisi in partiti di sinistra e di destra. Anche se poi, quei quattro soggetti da avanspettacolo, profumati a Chanel e vestiti con gli abiti recuperati nei negozi della fashion cittadina, facevano finta di non vedere che ai loro convegni – dove ogni tanto arrivava la Star continentale che tutti conoscevano grazie alle sue comparsate televisive – partecipavano solo loro. Al resto dei miei concittadini di quelle adunate di troddioni, non fotteva neanche per un arrivederci e grazie.

A rimetterci con quelle retate contro il proliferare del male in città – e per fortuna solo per le solite ventiquattro ore di prassi – ci rimettevano quelle sfigate di ungheresi, slave, ucraine e moldave che sbattute in questo cesso di posto lontano persino dagli affanculi, avevano capito che l’unico modo per arrotondare con il loro lavoro di entreneuses da dieci euro a tappo, era di specializzarsi in sveltine in macchina, ammaccionate fra le chesse e i fichi d’india della strada del mare che fanno da contorno a quegli immondezzai tenuti a sputo, dove non manca mai un tappeto di preservativi usati, siringhe e bottigliette di acqua con tracce di Mda e love drug che tutti si affannavano a chiamare parcheggi e dove non passa mai un accidente di servizio di pulizia neanche facendolo chiamare direttamente da San Pietro per conto dell’Altissimo.

Allora la grosse maman dell’African Shop, che aveva un culo che ci sarebbero volute due sedie per contenerlo, vestita in lungo estate e inverno e coperta da un grosso velo che a seconda delle stagioni e del caldo, le riparava la testa o le sole spalle, ti spiegava che Marie Angelique, non aveva mai avuto figli e mai ne avrebbe avuto, per non so quale disfunzione e che gli enfant che si trovavano a casa sua, erano semplicemente “Enfant du Paradis. Mais du Paradis des hommes”, perché alle femmine, ribadiva ironicamente a chi glielo chiedeva, rimane sempre e soltanto l’Inferno.

Così la pensava e forse una parte di ragione l’aveva.

E se non erano di Marie Angelique di chi potevano essere Michel, Eloise e Chantal? Che era la più grande e cominciava ad avere un’età pericolosa, dal momento che superava gli undici e che oltre qualche parola in Igbo, conosceva a memoria tutte le canzoni della palm wine music, la highlife, lo jùjù, l’afrobeat, l’hiphop e il reggae, che sentiva per tutto il giorno, grazie alla sterminata collezione di Cd di Marie Angelique e che la fringuellina ascoltava rimanendo incollata come un brufolo al suo radione integrato dono di Joseph. Uno svelto di mano ed esperto ruffante che andava per tzacchi nei supermercati dell’informatica. Lo sgrancito, poi, lo rivendeva fra i vicoli della Petite Afrique. Ed era uno che su Chantal, già forte di tamburo e di petto, si stava facendo dei pensieri non proprio da messa di Natale.

Ma Chantal, era contenta di quelle attenzioni e Joseph non è che le dispiacesse. Tanto sapeva che un giorno a qualcuno la doveva dare. Almeno Joseph le faceva dei regali mica male. Questo a lei bastava e forse gliene avanzava pure.

Però, Marie Angelique, sull’argomento non era tanto per la quale e fiaggava brutto quel maledetto nigeriano di Benin city che aveva già inquadrato nella sua testa e nei particolari soppesato di brutto.

Così, per non sbagliare, la sua Chantal, la faceva controllare più del previsto ed impediva in tutti modi a Joseph di avvicinarla. Neanche all’uscita di scuola la lasciava sola: le mandava ogni giorno, Gavino, uno mezzo cieco che a un occhio non vedeva e all’altro lasciamo perdere, tutto storto e rachitico, nato di sei mesi che già da trent’anni si poteva permettere una pensione di invalidità, in grado, in questa città di morti di fame, di permettergli una certa autonomia economica.

Gavino, per la gente dei vicoli della mia Petit Afrique, era uno speciale. Si era ritagliato il ruolo di mediatore sociale, aiutando come poteva quella comunità di neri che avevano completamente popolato quasi metà dei quartieri della città vecchia, dando vita ad una comunità di sfigati, eternamente in truscia profonda: “ma siamo abituati”, ti dicevano ridendo. Che si servivano di lui per fargli gratuitamente sbrigare le tante pratiche in Comune o in Questura o nel resto di quei cessi di uffici pubblici, di cui erano obbligati a tenere conto per non fare la parte delle olive da confetto.

Era importante, Gavino “C’est un don de Dieu”, diceva Marie Angelique, ai nigeriani che si riunivano per i loro riti nei locali della chiesa evangelica, ricavati in un magazzino di un palazzo ormai abbandonato da qualsiasi speranza di recupero, sulla via che portava al vecchio mercato comunale. Dove, quotidianamente, mescolando i loro incontri religiosi con canti, svenimenti e digogli, santificavano i riti dell’Odinami, mettendoli insieme con le cazzate religiose dei metodisti di chissà quale chiesa africana. Una chiesa che per questi loro fedeli lontani e venendo direttamente da Lagos, organizzavano tournée mensili di conforto religioso, con prediche, battesimi, matrimoni; a beneficio di un treppo, non solo di nigeriani ma di altre comunità africane di fedeli fuori come terrazzi, venuti in Occidente – ma per loro disgrazia, nella parte sfigata – a sbavare dietro le vetrine dei centri commerciali che dalle mie parti hanno messo su in periferia.

Quel magazzino trasformato in chiesa, guarda l’ironia, preso in affitto dal loro pastore dopo una lunga contrattazione con il proprietario dell’immobile, si trovava a due passi dalla moschea: frequentata, oltre che da nigeriani del Nord, da senegalesi, pakistani e bengalesi, dove si respirava tutta un’altra aria in quanto a compostezza.

Ma di Gavino, ne parlavano bene anche loro. Lo sapevano tutti che era un uomo che ci metteva l’anima per aiutarli.

“Gavino, io lavoro tutta notte. Ho bisogno di una casa. Almeno quando ritorno voglio farmi doccia. Pago sai, posso anche dividere con qualcun’altra”, le diceva Mary, nigeriana anche lei ogni sera a darla fra le strade interne della zona industriale; che per la gioia della loro affezionata clientela, si inventava ogni notte i soliti balletti da porche vogliose di prenderla. A beneficio di un pubblico locale sempre più numeroso, richiamato in zona dalla gana di una sveltina secondo loro da urlo che Mary e le sue amiche sollecitavano, alzando le gonne per far notare la merce. Restando bne in vista sotto i lampioni che costeggiavano i mercati generali e l’immenso Fai da te che dalle sette del mattino accoglieva, muratori, elettricisti, idraulici e fabbri che arrivavano da mezza città e dai paesi dell’intero circondario, fin dalle sette e mezza tutti i giorni, domeniche comprese.

Anche Jasmine, dopo dieci botte a venti euro l’una, staccava e ritornava a casa. Però, non sempre nella stessa. Si doveva accontentare di un letto in affitto. Perché un trappolo tutto suo non l’aveva e si doveva far bastare un posto letto a duecento euro in una stanza da dividere con altre quattro job girl come lei che oltre ad un buco nero di cesso e un lavandino, neanche a balla che si poteva permettere una doccia.

Per questo Gavino, si era messo a girare per il quartiere. Gli dispiaceva vederle ancora più sbandate di quello che già fossero. Quelle sexi woman della Petit Afrique, erano tutte nella stessa condizione e si meritavano qualcosa di più decente. Più adatto alle esigenze del loro job.

Per questo, chiedere nei circolini del centro storico, nati come funghi per risparmiare sulle tasse statali, non è che gli costasse più di tanto. In quei vindioli dai nomi fantasiosi: “Gli amici della Cultura”, “Circolo dello Sport”, “associazione Vittoria”, “federazione del gioco del pallone”, frequentati dai suoi amici di gioventù, da vecchietti che sapeva clienti delle nigeriane e semmai padroni di qualche buco, agli ambulanti, agli operai e ai mediatori che bastava chiedere e cercavano di risolvere con una modica cifra, mentre invitavi loro una birretta pagata a metà prezzo, era diventata la sua missione più importante.

Ma nessuno, in città, si fidava delle nigeriane: “Troppo casino”, gli rispondevano tutti e non smollavano le loro case tenute in piedi ad AveMarie che non ricevevano un minimo di manutenzione da almeno un secolo, neanche se per quaranta metri quadrati e letti recuperati alla savansandir da qualche immodenzaio con materasso zuppo di piscio e di liquidi strani, venivano offerti mille euro al mese.

Ogni tanto qualcuna di loro si decideva ad occupare una tana mezzo diroccata del centro storico, normalmente di proprietà del comune che neanche sapeva quali fossero gli immobili in suo possesso.

Quando occupavano, se ne stavano tranquille e cercavano di non fare casino: L’unica cosa che chiedevano a Gavino, era di darle una mano per l’allaccio della luce e dell’acqua, per il resto zitte e mosca.

Quelle case, d’altronde, erano ormai arrivate alla frutta, non erano certamente pezzi di pregio. Erano case mezzo imbarcate, con i muri ingobbiti dagli anni e dal pressapochismo dei tecnici del comune che in quelle strade evitavano persino di passarci.

E poi, in questa città lo sanno anche le lucertole che prendono il sole arrombandosi nella parte a sud, lungo i muri di calcare del Duomo che i soldi per l’arredo e il decoro urbano, le amministrazioni, li hanno sempre spesi nella parte secondo loro nobile della città. Quella che da sempre fa da vetrina per i turisti in tour e a cui avanzava qualche mezza giornata che non dedicavano ad abbronzarsi le chiappe.

Quelle nigeriane, invece, appena entrate non potevano che fare del bene a quelle baracche in muratura. Donne alla buona, che si accontentavano di poco: aggiustavano quello che potevano, spendendo le quattro svanziche che cantavano nelle loro berte, avanzate dai soldi che spedivano in Nigeria e la quota per l’osusu che dovevano versare mensilmente alle casse comuni delle madames proprietarie riconosciute dei posti in strada.

Perché a quelle donne, in quanto a casa, bastava un tetto tenuto su alla buona, sufficiente per non figurarsi di essere ancora nelle catapecchie di cartone della periferia di Lagos, di Benin city, di Abuja o di Enugu, da cui erano scappate, versando la solita quota di cinquemila euro ai passeur che li accompagnavano per cento frontiere africane, omaggiando in natura i loro gentili accompagnatori e le guardie alla dogana, compresi tutti i membri delle polizie con le quali venivano in contatto durante la loro strada verso Tripoli. Policeman, che come obolo, oltre un’offerta in dollari, pretendevano una spedita obbligatoria di ringraziamento.

Quelle lavoratrici della notte, d’altronde, per risparmiare sul restauro di quelle case, avevano imparato la lezione, facendosi aiutare da una discreta schiera di muratori locali benevolenti, i quali, quello che non imbertavano in argent, lo pareggiavano con scannamenti rateizzati. Per il resto, essendo di buon cuore, perdonavano.

Ma Gavino, per la troppa delle lavoratrici coloured della notte, era Gavino. Uno indispensabile. Utile e voluto bene da quei messi male della città bassa.

Anche Marie Angelique, ne parlava come di un angelo: mezzo cieco, storto come un albero piegato dal maestrale, malaticcio, ma utile come l’aria. Uno che trovavi sempre a disposizione nei vicoli della Petit Afrique cittadina: “Gavino è forse l’unico blanche della città che non mi ha chiesto di accontentarlo con un servizio dentro i pantaloni”, ricordava alle amiche quando se ne parlava. Lo rispettava, Marie Angelique, perché sapeva che quell’uomo, oltre loro, voleva bene ai bambini color carboncino che avevano colonizzato tutti i vicoli della Petit Afrique, a cui teneva come fossero suoi.

Compresa, Princesse, figlia di Hafsah, un’altra nigeriana che lavorava dopo le nove di sera, fra le strade che costeggiavano uno dei centri commerciali della periferia e qualche volta dalle parti del cimitero che sapeva di poter contare sulla sua disponibilità.

Era una attenta Hafsah, una abituata a capire in una frazione di secondo di che pasta erano fatti i suoi clienti: se pagavano, se volevano cose strane, se piaceva loro andare sul violento. Figurarsi se non aveva capito come era fatto Gavino. Era una che la laurea nell’università della strada, l’aveva presa con il massimo dei voti.

Princesse, era così affezionata a quella specie di scarto di uomo con poca salute, da chiamarlo “papi”. Perché ogni mattina, la accompagnava a scuola e ogni giorno la riprendeva all’uscita, sostituendo la madre che nelle stesse ore cercava di rifarsi del sonno perduto a causa del suo job notturno.

Per Princesse, Gavino, rappresentava l’unico straccio di padre che avesse mai avuto. Uno che forse, le faceva dimenticare di essere il prodotto di una spedita finita male: con la madre sbronza di palm wine e Amarula, costretta a farsi ripassare da un marinaio liberiano in calore – fra quelli imbarcati sulla nave della speranza che l’aveva accolta – usandola per le sue infornate per due settimane, prima di smollarla a Marrakesh, dove la nave faceva scalo.

Per quel passaggio, Hfsah, nella sua fuga da Benin city, per dormire nella stiva del suo cargo, aveva smollato tremila dollari al capitano della Starsea: la solita carretta di bandiera incerta, proprietà di armatore altrettanto incerto che aveva contattato a Lagos, dove stava caricando pesce secco per le industrie delle farine alimentari inglesi.

Ma Princesse della storia della madre non sapeva ancora nulla e Gavino, era semplicemente uno che si interessava a lei, facendola sentire proprio come tutti gli altri biddisò bianchi, cinesi, dell’Est, suoi compagni di classe che fuori dal portone del grande palazzone che ospitava le scuole elementari, avevano sempre uno dei loro genitori ad aspettarli.

E quei genitori, ogni volta che vedevano Gavino, con le sue spalle da gobbo e quegli occhiali a fondo di bottiglia, ritirare Princesse e il resto della trummata di carboncini che lo aspettavano, distribuendo una caramella a testa pescandola da un sacchetto di carta alimentare, pensavano di lui tutto il male possibile in quanto a schifezze. La loro disapprovazione si limitava agli sguardi, sia ben chiaro. Non si azzardavano a chiedergli nulla: forse perché si pensavano superiori, o forse perché si cagavano dalla paura, o si vergognavano per non avere avuto mai il coraggio di intervenire. Vallo a sapere.

Princesse, nonostante i suoi quasi nove anni, era così alta che a Gavino arrivava ormai alla spalla. Portava una testa di treccine afro e extension colorate che valorizzavano quel suo viso regolare e un sorriso ancora senza nuvole. Ma era il sorriso di una bambina che ancora non sapeva che se nella sua vita non fosse cambiato nulla, probabilmente a quattordici anni, avrebbe sostituito la madre di notte nel suo lavoro al centro commerciale e al cimitero.

Per adesso, anche grazie a Gavino, era giusto pensasse a godersi quello straccio di infanzia che ancora le rimaneva. Il resto doveva ancora arrivare.

Ma fino a questo momento, per tutte le nigeriane della Petit Afrique, quello notturno era l’unico lavoro che potevano permettersi, non ne avevano altri e lo sapevano.

Con quel job, tenevano in piedi i loro parenti che in Nigeria, aspettavano i loro assegni famelici come cavallette.

Soprattutto era importante per gli uomini, nigeriani come loro che si erano trovati in città. I quali, tanto per non sbagliare, non sapendo che fare della loro vita, non facevano un beneamato: se non bere, fumare, incannandosi di brutto tutto il giorno, arricchendo con cifre da urlo i pusher di quartiere che vendevano maria e relativi derivati. O facendo i corrieri che per ogni viaggio con ovuli di bamba nello stomaco, del peso complessivo di un chilo e mezzo, intascavano cinquecento euro.

Anche se poi, tutti sapevano che la polizia ormai li fiaggava di brutto. Si erano inventati lo sport del “becca un nigeriano al giorno”, controllandoli di brutto appena sbarcati dall’aereo o quando mettevano piede sul molo passeggeri giù al porto.

Per questo, fare Job, per una nigeriana era importante, non farlo diventava un problema pesante.

Perciò, il giorno che hanno visto arrivare i policeman, con le loro macchine lampeggianti, fermarsi proprio difronte alla porta di Marie Angelique, tutti si sono chiesti cosa diavolo fosse capitato. Non stavano venendo per ingabbiarla, si seppe subito: era morta Marie Angelique. Uccisa con venticinque coltellate di cui solo una mortale alla carotide.

A capire per prima che in quella casa bassa che dava direttamente sulla strada dove abitava Marie Angelique, fosse capitato qualcosa di pesante, a quanto pare, è stata Nadifa, la grosse maman dell’African Shop. Quelli che ti fanno ancora oggi la cronaca dei fatti, ti ricordano che Marie Angelique, il giorno prima di essere uccisa, era passata da lei, la grosse maman, dicendole che il giorno dopo, verso le dieci, avendo qualche ora libera, sarebbe passata per farsi rimettere a posto alcuni vestiti.

Nadifa, lo sapevano tutti in quartiere, oltre che con quel suo Afrikan Shop, guadagnava qualche euro in più, grazie alla sua abilità alla macchina da cucire. Lei veniva da Dakar, la capitale della moda in Africa, ed era un’artista nel realizzare il “sabador”: i lunghi pantaloni comodi, con sopra una casacca che arrivava quasi ai piedi, con maniche lunghe ed un’apertura davanti sul petto. Gli uomini e le donne, passavano da lei, sapendo che si era attrezzata la cantina, con due ragazze senegalesi come aiutanti che stavano imparando il mestiere, incaricate di realizzare il grosso, prima che lei passasse per le rifiniture.

Nadifa, che conosceva, Marie Angelique, come personcina puntuale, non vedendola arrivare, mandò una delle sue ragazze a controllare. Non passò mica tanto che se la vide, spaventata, ritornare all’African Shop: “Mon Dieu, il y a du sang sur la porte”, riferì balbettando alla grosse maman.

Nadifa, a quel punto pensò bene di chiamare Ryan, un altro sengalese che a due passi dal suo Afrikan Shop, gestiva una specie di negozio di alimentari, chiedendogli il favore di andare a controllare.

Non ci volle molto neanche a Ryan, per capire: “Nadifa – gli sussurrò preoccupato ritornando quasi subito dalla grosse maman – Marie Angelique est mort. Il faut appellé la police”, prima di rifugiarsi nel suo negozio di “Delice africaine” e non uscirne per tutta la mattinata.

A Nadifa, non rimase altro che telefonare al figlio, Fared, che per fortuna in quel momento era libero dai clienti e le raccontò un po’ tutto. Il figlio che era uno attento, sapeva come comportarsi: “laisse tombé, maman, ci penso io. Surtout ne fermez pas le magazine”, gli consigliò con voce imperiosa.

Fu così che alla Mobile, arrivò una telefonata anonima che chiedeva di andare a controllare le condizioni di Marie Angelique, perché o era morta o l’avevano fatta fuori. La constatazione del decesso fu veloce, come pure le conclusioni dei policemen: probabilmente un cliente fuori come i terrazzi, aveva esagerato e gli era scappata la mano. “Delitto nel mondo della prostituzione”, titolò il giornale che sparò in prima pagina la foto di Marie Angelique, con i soliti commenti compassionevoli sul mestiere dell’uccisa e un intelligente approfondimento di una messa bene dell’università che a quanto pare studiava il fenomeno della prostituzione femminile in città.

Ma di Marie Angelique, inutile ricordarlo, non fotteva “à personne”. I problemi della gente della mia città sono tanti: disoccupazione, figli a casa senza uno straccio di lavoro, tasse da pagare e tutto il resto della compagnia cantante di imposte, su cui non è proprio il caso di stare a perdere del tempo. La gente, bloccava la questione con il solito “poveraccia” che non si nega a nessuno, ma per il resto, non perdeva del tempo ad interrogarsi sul perché a una prostituta, qualcuno fuori come i terrazzi, voglia troncare lo sviluppo.

Quel delitto, inutile ricordarlo, poteva interessare per un giorno, per il secondo non ne parlava più nessuno. Così, già dal giorno dopo, la prima pagina, fu conquistata dalla cronaca di una mareggiata che aveva portato a riva non so quante meduse, delle pelagie nocticula, come sottolineava l’articolo che avevano invaso l’intero arenile, dando all’opposizione in comune la possibilità di chiedere al sindaco, cosa avesse intenzione di fare per non disturbare il tranquillo abbronzamento di chiappe dei turisti, unica risorsa della mia città dopo la chiusura delle fabbriche, che chissà per quale fortunata coincidenza sceglievano ancora le nostre coste.

Però, siccome i morti appartengono alla categoria di quelli che hanno finito di soffrire, gli unici che stavano rischiando grosso, erano i tre bambini, Michel, Eloise e Chanta che avevano vissuto fino ad allora con Marie Angelique. Quel brutto giorno, quando uscirono da scuola, verso l’una e mezza, trovarono Gavino a prenderli in consegna che li portò da Jasmine: non solo per non vedere Marie Angelique nelle condizioni in cui era stata ridotta, ma perché quei tre nidiacei, se non si stava attenti, rischiavano di essere spediti in chissà quale cesso di orfanotrofio.

La sera discutendo con Jasmine, Gavino, prese la decisione di tenerseli a casa: “A scuola non conoscevano Marie Angelique e il prossimo anno, per iscriverli, qualche senegalese può sempre dichiarare che sono loro parenti. In quartiere ho fatto favori a tutti, qualcuno indietro mi spetta”.

Ora, Michel, Eloise e Chantal stanno nel buco di Gavino di due stanze e cucinino ed è contento perché ha trovato il modo di togliere dalle mani degli uffici comunali le loro vite. Quei tre biddisò, continuano a stare nella Petit Afrique: i più piccoli hanno ripreso a giocare in strada con gli altri bambini e Chantal a fare la smorfiosa con Joseph.

Ma Gavino, che non fa parte della categoria di quelli che si fanno mangiare la pastasciutta in testa, sa quando intervenire. Chi ha ucciso Marie Angelique non lo sa nessuno. Gavino dice che è stata uccisa dalla storia. Ma vai a capire cosa voglia significare.

La vita continua.


Category: Fumetti, racconti ecc.., Osservatorio internazionale

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About Nello Rubattu: Nello Rubattu è nato a Sassari. Dopo gli studi a Bologna ha lavorato come addetto stampa per importanti organizzazioni e aziende italiane. Ha vissuto buona parte della sua vita all'estero ed è presidente di Su Disterru-Onlus che sta dando vita ad Asuni, un piccolo centro della Sardegna, ad un centro di documentazione sulle culture migranti. Ha scritto alcuni romanzi e un libro sul mondo delle cooperative agricole europee. Attualmente vive a Bologna

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