Maurizio Scarpari: Stati Uniti e Cina nell’era Trump

| 17 marzo 2018 | Comments (0)

 

 

 

L’irrompere sulla scena di Donald Trump ha prodotto grande sconcerto e uno scompiglio istituzionale di dimensioni impensabili negli Stati Uniti e nel mondo, mettendo in discussione la validità e la solidità del modello di governance occidentale e del concetto stesso di democrazia.[1] Per molti, la politica riconducibile allo slogan “America First” e l’arrogante determinazione con cui viene portata avanti starebbero minando la reputazione e la posizione dominante dell’America nel mondo, favorendo la Cina, pronta a cogliere ogni opportunità per promuovere le proprie relazioni economiche e migliorare la propria immagine internazionale, proponendosi come potenza consapevole delle proprie responsabilità, rispettosa delle regole internazionali e fautrice di un nuovo ordine in grado di rispondere alle esigenze di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.[2]

Ci si chiede se stiamo assistendo al declino degli Stati Uniti e, più in generale, dell’Occidente in favore di una Cina destinata a diventare entro il 2050 il “grande paese socialista moderno, prosperoso, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello”[3] di cui ha parlato con orgoglio Xi Jinping in apertura del 19° Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) nell’ottobre 2017 come alcuni sostengono, o se sta avvenendo, piuttosto, un semplice riposizionamento funzionale al mantenimento dello status quo. Quanto pesa il fatto che alla guida delle prime due potenze economiche del pianeta ci siano dei presidenti dalla personalità forte e autoritaria, fautori di politiche egemoniche destinate a modificare radicalmente gli assetti geopolitici attuali (con Vladimir Putin che non sembra intenzionato a starsene a osservare impotente le loro mosse)? A distanza di pochi mesi dalla conclusione del primo mandato quinquennale di Xi Jinping e dalla sua riconferma alla guida del Pcc e del paese (novembre 2012 – ottobre 2017) e dopo oltre un anno dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca (gennaio 2016 – marzo 2017) e a pochi mesi dalle elezioni di medio termine previste per il 6 novembre 2018, quando si rinnoveranno la totalità della Camera e circa un terzo del Senato, qual è l’impatto che le politiche dei due leader esercitano sui delicati equilibri geopolitici globali? E quale ruolo avranno nel prossimo futuro le strategie di soft power delle due superpotenze?

I.I        Donald Trump

Donald Trump è un facoltoso e spregiudicato imprenditore, a capo di un impero immobiliare (ma non solo) immenso, e una star televisiva di seconda grandezza. La rivista Forbes lo colloca al 818° posto nella classifica 2018 delle persone più ricche del mondo, attribuendogli un capitale personale di 3,1 miliardi di dollari (secondo altre fonti sarebbe più ingente). Non si tratta quindi di un politico di professione, nonostante in passato avesse tentato, senza successo, di proporsi sia come candidato del partito riformista sia di quello democratico prima e repubblicano poi, passando per un breve periodo anche come indipendente. La sua elezione a presidente degli Stati Uniti del novembre 2016 è avvenuta nell’incredulità generale, sfatando la convinzione, diffusa ma rivelatesi inconsistente, che il sistema elettorale americano alla fine avrebbe prevalso e impedito l’ascesa di una persona impreparata a svolgere un ruolo di così grande responsabilità, che richiede doti umane, conoscenze e competenze che Trump non possiede e non potrebbe possedere considerata la sua storia personale e professionale. Il mondo ha assistito attonito e impotente (con la sola eccezione della Russia, se troveranno conferma le ipotesi di un intervento dei servizi segreti russi a suo favore)[4] al successo di Trump e a nulla sono valse le manifestazioni di sdegno e di protesta avvenute nel paese e nel mondo intero.

Nonostante sia stato dipinto come una persona afflitta da gravi disturbi della personalità, egocentrica, narcisista, megalomane, arrogante, irascibile, vendicativa, intollerante, sessista,[5] sia stato accusato di comportamento indecente da diverse donne e ritenuto da 35 psichiatri e psicologi statunitensi “emotivamente instabile” e dunque assolutamente “inadeguato a svolgere in modo affidabile il compito di presidente”,[6] contro ogni previsione egli ha vinto le elezioni. Le ha vinte dando voce allo scontento e alla frustrazione che tanta gente comune provava e non riusciva a far arrivare ai piani alti della politica, facendosi interprete di un malessere diffuso soprattutto in aree e in strati sociali culturalmente arretrati, rivolgendosi a quel “lato oscuro”, intollerante e incline alla violenza, razzista, sessista, antiabortista, evangelico quel tanto che basta per sostituire l’antisemitismo con l’antislamismo, antiscientifico e negazionista in tema di cambiamenti climatici che è parte integrante della società americana.[7] Si è rivolto direttamente alla “pancia” di chi si sentiva escluso o tradito dalle politiche forse troppo élitarie promosse dai settori dominanti del partito democratico, adottando uno stile presidenziale fortemente anticonvenzionale, politically incorrect ma estremamente diretto ed efficace, attaccando a testa bassa tutto e tutti allo scopo di smantellare più che costruire, dividere più che unire (a Divider not a Uniter), minacciando i suoi avversari di ritorsioni se non si fossero adattati alle sue volontà, ponendosi al centro della scena come se stesse vivendo la sua esperienza di presidente in un reality-show che quotidianamente deve essere alimentato di novità eclatanti per conservare e possibilmente incrementare l’audience.[8] Ha vinto grazie alla superficialità e ai troppi errori tattici e strategici dell’establishment democratico, all’incapacità del partito repubblicano, che all’inizio stentava a identificarsi in lui, di fermalo per tempo, lottando con ostinazione contro ogni avversario più preparato e competente, contro la “palude” di Washington che tanto disprezzava, contro quell’apparato politico e burocratico-governativo che l’ha osteggiato fin dai suoi primi interventi pubblici sentendo minacciati vantaggi storicamente riconosciutigli, rivelandosi irrispettoso di ogni prassi politicamente corretta e incurante del dileggio e delle aspre critiche a cui veniva quotidianamente sottoposto. E anche dopo il suo insediamento ha dovuto combattere contro autorevoli esponenti del “suo” stesso partito, tra i quali hanno avuto un peso tutt’altro che insignificante l’ex presidente George W. Bush e senatori in carica del calibro di John McCain, Bob Corker e Jeff Flake.[9]

Il suo stile inappropriato e la mancanza di esperienza politica si sono riflessi negativamente sulla composizione dello staff presidenziale, costituito da personaggi controversi e problematici, per lo più sprovvisti delle necessarie doti e competenze almeno quanto lui, in perenne lotta tra loro per affermare la propria influenza su un leader privo di una dottrina di governo dai contenuti ideologici ed etici accettabili. Per ricoprire le cariche più delicate sono stati “arruolati” – e via via in parte prontamente rimossi e sostituiti – ideologi della destra ultraradicale e del suprematismo bianco, convinti assertori delle teorie creazioniste, antievoluzioniste e antiscientifiche, fautori di una profonda revisione del sistema amministrativo, sociale, educativo, economico e diplomatico vigente, ex-dirigenti di multinazionali con interessi in ogni angolo del globo e dell’establishment economico-finanziario di Wall Street, in particolare della potente (e discussa) banca d’affari Goldman Sachs, e un nutrito gruppo di militari al più alto livello, tra i quali il generale a quattro stelle dei marines in pensione John F. Kelly, a cui è stato affidato il ruolo chiave di capo di gabinetto.[10]

È trascorso il primo anno di governo, caratterizzato dalla totale mancanza di sobrietà e di rispetto per quelle regole non codificate che sono alla base dello stile presidenziale al quale ogni leader dovrebbe attenersi,[11] ostentando una volgarità spesso gratuita, fatta di continue aggressioni verbali contro chiunque osasse manifestare perplessità o dissenso, di affermazioni pubbliche, per lo più via twitter, dal tono polemico e ingiurioso, volte a sconfessare i suoi detrattori ma anche i suoi collaboratori più stretti se solo osavano esprimere un parere personale o agire in maniera dissonante, fornendo interpretazioni distorte della realtà, spesso rivelatesi grossolane bugie (una media di 5,6 dichiarazioni false o fuorvianti al giorno nel primo anno in carica).[12] Si è assistito a un continuo braccio di ferro con il Congresso e i media, questi ultimi in particolare ritenuti pregiudizialmente ostili e menzogneri. I molteplici conflitti d’interesse che coinvolgono l’entourage presidenziale (soprattutto familiare), la richiesta di impeachment per ostruzione alla giustizia e l’insidiosa inchiesta Russiagate hanno certamente indebolito la sua credibilità e autorevolezza, ma non la sua determinazione.

Nella prima fase del suo governo ben poche sono state le promesse elettorali che Trump è riuscito a mantenere. Ma la situazione è in parte mutata verso la fine del 2017. Il via libera dato dalla Corte Suprema al Muslim Ban e il varo della riforma fiscale, che premia principalmente i redditi da capitale e prevede tagli alle tasse per 1,5 miliardi di dollari in dieci anni, ha segnato una sorta di giro di boa, dando nuovo vigore a Donald Trump, che nemmeno il disastroso epilogo delle elezioni in Alabama hanno potuto attenuare. Ha attuato una riforma sbilanciata e per molti aspetti iniqua (solo per il 2018 è previsto un taglio alla sanità di 25 milioni di dollari, un duro colpo per l’Obamacare), che punta principalmente a ridurre drasticamente le tasse sugli utili d’impresa (dal 35 al 21%) e sui proventi dei ceti più ricchi (dal 39,6 al 37%), introducendo agevolazioni sulle proprietà immobiliari e le eredità e sul rimpatrio di profitti accumulati all’estero da società americane. Si tratta di una riforma che favorisce soprattutto la classe imprenditoriale e benestante (compreso il presidente e il suo entourage familiare)[13] e ben poco la classe media e operaia alla quale Trump vorrebbe far credere che la riforma sia principalmente indirizzata.[14]

Non stupisce quindi che il partito repubblicano abbia ritrovato la sua compattezza: solo alla Camera c’è stata qualche defezione, insignificante per il risultato finale, al Senato, dove la maggioranza repubblicana è risicata, solo Bob Corker ha votato contro, e la legge è passata con 51 voti a favore e 49 contro. Il partito repubblicano sembra ormai aver accettato le intemperanze di Trump, e alcuni suoi membri, guidati da Francis Rooney, che siede alla Camera dei Rappresentanti, hanno rotto ogni indugio e avviato una campagna in difesa di Donald Trump e denigratoria nei confronti di Robert S. Mueller III, il temutissimo quanto odiato ex Direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi) nominato dal Dipartimento di Giustizia Procuratore speciale per le indagini sul Russiagate e che Trump vorrebbe “mandare a casa”, così come ha fatto con il Direttore dell’FBI James Comey e del Vicedirettore Andrew McCabe. Sono così state messe in discussione due istituzioni, l’FBI e il Dipartimento di Giustizia, sino ad ora considerate sacre e inviolabili dai repubblicani.

Questa nuova situazione sembra però aver subito una battuta d’arresto all’inizio del 2018 in seguito al procedere inesorabile e sempre più insidioso delle indagini di Mueller sul Russiagate e alla pubblicazione del libro-denuncia di Michael Wolff Fire and Fury: Inside the Trump White House e le compromettenti e imbarazzanti rivelazioni rilasciate da Steve Bannon, l’ex capo stratega di Donald Trump,[15] che chiamano in causa non solo il presidente ma anche i figli Donald Jr e Ivanka, nonché il genero-senior-advisor Jared Kushner.[16]

I.II       America First

Ogni capo di stato per comunicare in modo diretto e immediato con il suo elettorato conia uno o più slogan destinati a caratterizzare il suo mandato. È stato così per Barack Obama (“Yes we can”) ed è stato così anche per Donald Trump: “America First” (che non significa “America Alone” come Trump stesso ha voluto precisare) è lo slogan, già usato in passato per enfatizzare il nazionalismo americano in politica estera, che sintetizza perfettamente gli obiettivi di Trump presidente. Il suo corollario è “Make America Great Again”, che riprende lo slogan reganiano “Let’s America Great Again”. Per sottolineare il “tremendous success” (autoreferenziale) del suo viaggio in Asia, Trump ha poi lanciato l’ancor più efficace “America Is Back”. Sembrerebbe una contraddizione: lo spirito nazionalista e isolazionista implicito in “America First” e di rivalsa in “America Is Back” mal si coniugano con l’immagine di un’America che ambisce a svolgere responsabilmente il ruolo guida a livello globale. Una contraddizione solo apparente per Donald Trump, che è ben consapevole che gli Stati Uniti sono la prima potenza del pianeta da ben prima che egli sedesse nello Studio Ovale e che la loro leadership non era certo messa in discussione più di quanto possa esserlo ora. Egli parte dall’assunto che l’amministrazione Obama (ma talvolta il riferimento è anche alle amministrazioni Bush) abbia creato danni immensi agli Stati Uniti sia all’interno del paese sia in ambito internazionale, indebolendo l’economia e il prestigio americano nel mondo. I successi in ambito economico, la bassa disoccupazione e la borsa che macina un record dietro l’altro sarebbero gli evidenti risultati positivi della sua presidenza, un’evidente forzatura facilmente contestabile.[17] In quest’ottica non serve che gli Stati Uniti negozino con le altre nazioni e con gli organismi internazionali le loro strategie politiche, essi hanno il diritto e il dovere di imporle ovunque, unilateralmente se serve, per salvaguardare i propri interessi (spesso spacciati per “ragioni di sicurezza nazionale”) e anche quelli del mondo, per il semplice fatto che chi è posto al vertice di comando degli Stati Uniti sa cos’è meglio per tutti, coerentemente con la dottrina di “nazione indispensabile” che da decenni legittima l’interventismo americano ovunque e comunque.[18] Se negoziazione ci deve essere, essa deve avvenire secondo le regole del più forte, che detta modi e tempi a proprio insindacabile giudizio. Da qui la necessità di smantellare tutto ciò che ha caratterizzato l’amministrazione Obama; il ritiro dagli accordi sul clima e sul nucleare iraniano, dalle parterniship commerciali multilaterali e dagli organismi internazionali come l’Unesco sono la conseguenza diretta di questa visione.

In politica estera Trump si muove con la goffaggine di un elefante in una cristalleria, apparentemente senza avere una linea meditata e coerente. Le poche convinzioni che aveva al momento della sua nomina a presidente hanno dovuto fare i conti con la complessità dei problemi e con un establishment istituzionale e politico che procede in modo confuso e per certi versi schizofrenico, oscillando tra il desiderio di imbrigliarlo pur di limitarne i danni e la tentazione di assecondarlo pur di preservare i propri privilegi e ricavarne il maggior numero di vantaggi possibile. Dagli ultimi mesi del 2017, però, sentendosi più sicuro sul fronte interno, grazie soprattutto all’approvazione della legge fiscale e del Muslim Ban, Trump si è fatto più interventista e assertivo, e ha twittato compulsivamente e provocatoriamente contro l’Onu, i palestinesi, la Corea del Nord, la Cina, l’Iran, il Pakistan e chi più ne ha più ne metta.

Tale situazione di tensione costante si è ripercossa negativamente sulle relazioni internazionali: l’intesa che sembrava esserci tra Vladimir Putin e Donald Trump alla vigilia del suo insediamento alla Casa Bianca, che avrebbe dovuto contrastare le ambizioni di Cina e Europa, si è presto dissolto, l’establishment conservatore, da sempre ostile alla Russia, ha avuto il sopravvento, imbrigliando il presidente, e le relazioni tra le due superpotenze si sono fatte difficili. Per contro, l’iniziale atteggiamento ostile e persino provocatorio nei confronti della Cina di Xi Jinping si è trasformato in dialogo obbligato. Trump ha dovuto mettere da parte, almeno per un certo periodo, le politiche protezioniste suggeritegli dal suprematista bianco Steve Bannon, anticinese convinto, e da Peter Navarro, suo Assistente per le politiche commerciali e industriali e Direttore del National Trade Council, nonché grande teorico della necessità di contrastare l’avanzata della Cina, da lui etichettata come “il più efficace assassino del pianeta”.[19] In occasione del viaggio a Pechino compiuto nel novembre 2017, dove ha ricevuto un’accoglienza “imperiale” (visita di stato plus), Trump ha usato toni molto amichevoli, tutt’altro che aggressivi (ben diversi da quelli impiegati in patria, quando prometteva che non avrebbe più permesso alla Cina di “stuprarci”), imputando lo squilibrio commerciale tra Stati Uniti e Cina non tanto ai cinesi ma alle politiche “dissennate” di Barack Obama, e ha ripetutamente elogiato Xi Jinping, definendolo “una persona squisita”, “un uomo potente”, “il re della Cina”, un amico con il quale c’è “forte attrazione chimica”,[20] senza riuscire peraltro a smuoverlo dalle sue posizioni su nessuna delle questioni principali in agenda (crisi nordcoreana, riduzione del deficit commerciale, protezione della proprietà intellettuale, soprattutto in ambito tecnologico), favorendo accordi commerciali e memoranda of understanding fumosi e non vincolanti.[21] Questo non significa che la Cina non sia più l’antagonista principale degli Stati Uniti, sia sul piano economico che politico, come si evince dalla nuova strategia per l’Indo-Pacifico varata da Trump subito dopo il viaggio in Cina (in sostituzione di quella per l’Asia-Pacifico di Obama), dalle continue dichiarazioni ostili allo strapotere economico cinese e dalla stretta imposta agli investimenti cinesi negli Stati Uniti in nome della difesa della sicurezza nazionale, non solo per quanto riguarda aziende hi-tech, come ad esempio QuanComm, considerate altamente strategiche, ma anche operatori finanziari di prima grandezza come, ad esempio, Money Gram.

In Medio Oriente Trump non sembra avere una strategia coerente, se non quella di fungere da paladino di Israele, ma ha voluto comunque mostrare i muscoli fin dai primi mesi del suo insediamento, lanciando nell’aprile 2017 un attacco missilistico in Siria, rivelatosi un’inutile farsa orchestrata solo per guadagnare consenso interno. Si è poi recato a Riad con un folto gruppo di uomini d’affari per vendere armamenti e sistemi di difesa per oltre 110 miliardi di dollari (con l’obiettivo di arrivare a 350 in un decennio), coerentemente con quanto promesso alle aziende produttrici di materiali bellici e alla National Rifle Association, la potente lobby che agisce in favore dei possessori di armi da fuoco dalla quale Trump ha ricevuto lauti finanziamenti in campagna elettorale, che lo ha indotto a sostenere che sarebbe giunto il momento, dopo l’ennesimo massacro di studenti, di armare amministrativi e docenti delle scuole, motivandoli con incentivi federali.[22] Ha inoltre fatto marcia indietro rispetto alla promessa di ritiro delle truppe dall’Afghanistan, nonostante i costi sostenuti in termini umani ed economici siano da capogiro: non solo il contingente americano non è stato ritirato, ma è stato rafforzato. Inoltre, il presidente si è espresso con toni fortemente intimidatori nei confronti di Messico, Cuba e Venezuela, e ha messo in discussione importanti accordi, come quelli sul commercio con i paesi del Pacifico (Trans Pacific Partnership, Tpp), quello tra Stati Uniti, Canada e Messico (North American Free Trade Agreement, Nafta) e quello tra Stati Uniti e Corea del Sud, introducendo dazi e vincoli in modo sconsiderato e pericoloso per l’equilibrio economico di molti paesi.[23] Ha anche ritirato la partecipazione degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi e dall’Unesco (con valore effettivo dal 31 dicembre 2018), decisione quest’ultima presa e condivisa con Israele: uno schiaffo alle politiche ambientaliste, alla cultura e ai diritti universali sostenuti da quasi 200 paesi.

Il peggio di sé Trump lo ha però espresso nella crisi con la Corea del Nord e con l’Iran, i “regimi canaglia” di turno. La pericolosa escalation verbale tra lui e Kim Jong-un ha dato la misura della totale mancanza di attitudine, preparazione e capacità di Trump a ricoprire il ruolo di Comandante in capo della prima potenza militare del pianeta, com’era peraltro prevedibile in base al profilo psicopatologico delineato dal gruppo di autorevoli psichiatri poche settimane dopo il suo insediamento.[24] Pur di distogliere l’opinione pubblica dai gravi problemi interni che lo vedevano in difficoltà, Trump non ha esitato a innescare un’escalation mediatica, mettendo a rischio la sicurezza globale, improvvisando su una questione complessa che sarebbe stato meglio lasciar gestire ai diplomatici di professione. Avendo Trump trasformato gli Stati Uniti in “una nazione pericolosa per la sicurezza mondiale”,[25] l’establishment è stato costretto a intervenire nuovamente per bloccare le intemperanze presidenziali, determinando l’allontanamento dalla Casa Bianca di Steve Bannon e del suo collaboratore Sebastian Gorka, anche lui membro del movimento dei suprematisti bianchi, e scoraggiando nuove esternazioni alla John Wayne da parte del presidente che avrebbero potuto solo far precipitare gli eventi.[26]

Alla fine, al presidente non è restato che minacciare di ritorsioni la Corea del Sud e la Cina, e insistere con la Corea del Sud e il Giappone affinché provvedessero a potenziare il loro arsenale militare, con grande plauso dell’industria bellica americana. Il messaggio è stato prontamente recepito da entrambi i governi “amici”, al punto da indurre il primo ministro giapponese Shinzo Abe a cavalcare l’onda favorevole e indire elezioni anticipate, così da avere una maggioranza più forte che gli consenta di cambiare il dettato costituzionale, unico vincolo al riarmo del paese. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dal canto suo, ha seguito la linea diplomatica suggerita da Cina, Russia e Germania e ha applicato alla Corea del Nord una serie di sanzioni. Una linea rivelatesi vincente, che ha portato a un graduale raffreddamento della tensione e a un principio di dialogo tra le due Coree, grazie soprattutto all’intermediazione cinese.

Persino la visita di stato in Asia del novembre 2017 si è rivelata, agli occhi del mondo ma non di Trump, un insuccesso, non solo sul piano politico ma anche personale. L’atteggiamento assunto nei confronti di Pechino e di Pyongyang è stato a dir poco incoerente, anche se artatamente rilassato: “alla fine, tutto si sistemerà” ha dichiarato in conclusione della visita a Seul, salvo poi dare avvio alla più minacciosa esercitazione aeronavale mai avvenuta al largo della penisola coreana, che ha coinvolto tre portaerei a propulsione nucleare e undici navi lanciamissili della marina americana, nonché sette unità della marina sudcoreana e inserire la Corea del Nord nella lista dei paesi sponsor del terrorismo. Alla fine, il maggior risultato del viaggio asiatico di Trump (che forse era l’obiettivo primario della missione) si è avuto sul piano commerciale, grazie a una serie di accordi miliardari siglati a margine degli incontri politici, soprattutto con il Giappone e la Corea del Sud a cui sono state vendute “le migliori armi del mondo”, con beneficio, ancora una volta, per le aziende americane, “un bel po’ di posti di lavoro per noi” ha dichiarato in più occasioni.[27] Una rincorsa agli armamenti senza posa, soprattutto dopo il lancio da parte nordcoreana del quindicesimo missile balistico Icbm che, dopo aver toccato la più alta quota mai raggiunta in precedenza (5000 chilometri all’apogeo), è caduto a 250 chilometri dalle coste del Giappone, all’interno della zona economica esclusiva, in prossimità delle sue acque territoriali. Si tratta del più potente razzo mai lanciato dalla Corea del Nord, in grado di raggiungere gli Stati Uniti e l’Europa, che ha fatto esultare Kim, che finalmente si sente a capo di una potenza nucleare, e ha permesso al Ministro della Difesa americano James Mettis di affermare che la minaccia non riguarda ora solo gli Stati Uniti ma il mondo intero.[28]

Nel discorso all’Assemblea generale dell’Onu del settembre 2017 Trump aveva cercato di riprendersi lo spazio politico perduto, ribadendo con tono deciso, al limite dell’arroganza, la sua posizione di presidente degli Stati Uniti, la nazione indispensabile investita della missione di arginare “il male” incombente sull’intera umanità. Secondo un copione già messo in scena da altri presidenti che l’hanno preceduto,[29] con una retorica da superpotenza militare arroccata nella difesa del primato americano e dei suoi imperativi geostrategici, che ricorda l’atteggiamento di George W. Bush alla vigilia della sciagurata guerra contro l’Iraq, Trump ha richiamato alla responsabilità le “nazioni sovrane” (i Buoni), affinché si facciano carico, insieme agli Stati Uniti e sotto la loro insindacabile guida, del gravoso compito di reggere i fragili equilibri mondiali costantemente minacciati dai “regimi canaglia” (i Cattivi).[30]

Il messaggio era rivolto principalmente al governo di Pechino, sollecitato a intervenire con tutto il suo peso politico ed economico per risolvere la crisi nordcoreana prima che si scatenasse “la missione suicida di Rocket Man” (Kim Jong-un) che avrebbe provocato, come reazione automatica e inevitabile, l’immediata “distruzione totale” della Corea del Nord.[31] A nuove minacce sono seguite nuove risposte da parte di Kim. Va da sé che il rischio che di questo passo si potesse produrre una situazione di miscalculation è alto, con tutte le conseguenze che l’errore umano potrebbe comportare. Ma il mutato atteggiamento dimostrato da Trump, e anche da Kim, in occasione del viaggio in Asia del presidente americano fa intendere che una cosa è lo stile reboante e iperbolico usato da Trump nei suoi tweet e discorsi pubblici, altra è il pragmatismo politico (e commerciale) a cui, obtorto collo, è infine costretto a sottostare.

Caso mai la schermaglia con la Corea del Nord non fosse sufficiente, incalzato dalla necessità di tenere alta l’attenzione degli americani sui problemi di politica estera, Trump ha aperto un ulteriore fronte di tensione con l’Iran, non ratificando l’accordo sul nucleare siglato nel luglio 2015 tra la Repubblica islamica e i paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) e la Germania (i cosiddetti “5+1”), gravando in questo modo di ogni decisione il Congresso e provocando l’immediata reazione del presidente Hassan Rouhani e dei “falchi”, che non aspettavano altro per criticare l’apertura all’Occidente promossa da Rouhani e sostenuta da Obama.

In questo modo una questione di politica estera è stata trasformata in un problema di politica interna, da gestire nell’ambito del complesso rapporto tra presidente e Congresso. Per l’occasione, il principio “Quando l’America è unita nessuno potrà distruggerla” enunciato da Trump nell’ambito delle commemorazioni per gli attentati dell’11 settembre 2001, è stato prontamente adattato in termini più funzionali alle necessità del momento: “Quando l’America è unita nessuna forza sulla terra potrà dividerci”.[32]

È stata adottata una strategia della tensione, durata alcune settimane, che ha indotto l’Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica della sicurezza Federica Mogherini a intervenire per precisare, ancor prima che si giungesse alla rottura, che “l’accordo sul nucleare iraniano non appartiene a un paese o a sei paesi, appartiene alla comunità internazionale” e che non è dunque possibile che gli Stati Uniti si assumano il compito di smantellarlo, essendo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Si è trattato di una reazione ferma alla decisione unilaterale di Trump di disattendere gli impegni sottoscritti, nonostante in precedenza egli stesso avesse certificato per ben due volte l’accordo che, sino ad allora, risultava rispettato da tutti i contraenti. Contrariamente a quanto affermato da Trump, infatti, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’ente preposto ai controlli, aveva già effettuato otto ispezioni; nell’ultimo rapporto diffuso lo scorso agosto si affermava che l’Iran stava rispettando gli impegni, come peraltro ha confermato in ottobre il presidente stesso dell’Agenzia, Yukiya Amano.[33] Trump evidentemente si considera al di sopra di qualsiasi organismo internazionale, come si può evincere dal comportamento disinvolto e arrogante con cui affronta anche i suoi alleati. Stando alle sue stesse dichiarazioni, infatti, egli avrebbe agito solo dopo averli consultati.

In una dichiarazione congiunta, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May hanno prontamente manifestato l’intenzione di Germania, Francia e Regno Unito di rispettare l’accordo e di operare per la sua piena attuazione. Posizioni favorevoli al mantenimento dell’accordo sono state espresse anche da Federica Mogherini e da altri capi di governo, compreso Vladimir Putin che, attraverso il suo portavoce, ha fatto sapere che la decisione di Trump “danneggerà l’atmosfera di prevedibilità, sicurezza, stabilità e non proliferazione in tutto il mondo”. Il presidente Rouhani, dal canto suo, ha confermato l’intenzione di Teheran di rispettare gli impegni assunti e di continuare a collaborare con l’Aiea. La situazione di alto rischio creatasi ha indotto persino Papa Francesco a intervenire e a farsi promotore di un vertice mondiale sul disarmo nucleare presso la Santa Sede. L’isolamento americano è rotto solo da Israele e Arabia Saudita, prontamente schieratisi al fianco di Trump.

Non pago, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal Global Compact, il patto Onu per la gestione mondiale di migranti e rifugiati, e nonostante il mondo intero fosse insorto per chiedergli di non farlo ha annunciato “con un semplice tweet” l’intenzione di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo così la Città Santa quale capitale dello stato Israele, incurante dell’importanza nodale di questo punto nella complessa trattativa di pace israelo-palestinese e decretando la fine degli accordi di Oslo e di ogni forma di mediazione futura da parte degli Stati Uniti. “Lo schiaffo del secolo ai palestinesi” lo ha definito il presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina Abū Māzen. Grande plauso invece da parte di Israele e condanna unanime del mondo; disordini in tutta l’area, con un primo bilancio di 20 morti, 5000 feriti e oltre 1000 arresti, e bombardamenti nel sud della Striscia di Gaza da parte dell’aviazione militare israeliana per bloccare le vie di approvvigionamento (i tunnel scavati da Hamas) per gli oltre due milioni di palestinesi che vivono nella striscia.

Si è trattato di un atto di hard diplomacy estremamente grave, l’ennesimo strappo che compromette seriamente ogni prospettiva di pace nell’area e pone ancora una volta gli Stati Uniti in un isolamento internazionale preoccupante, nel quale Trump sembra crogiolarsi compiaciuto. Infatti, alla vigilia dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apprestava a votare il 21 dicembre 2017 una risoluzione di condanna presentata da Turchia e Yemen (dopo il veto posto due giorni prima dagli Stati Uniti a una risoluzione analoga presentata dall’Egitto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; in Assemblea nessuna nazione ha diritto di veto), con toni “trumpiani” l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, ha minacciato di pesanti ritorsioni gli stati che l’avessero votata (“prenderemo i nomi di chi la voterà … non ci dimenticheremo di questo voto”), affermando la volontà dell’amministrazione statunitense di procedere comunque nel suo intento, incurante di ogni deliberazione che l’Assemblea fosse in procinto di prendere. Dei 193 paesi votanti, 21 non si sono presentati, 35 si sono astenuti, 9 hanno votato contro (inclusi Stati Uniti e Israele) e 128 si sono espressi a favore. I 7 paesi che hanno votato con Stati Uniti e Israele sono: Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Palau e Isole Marshall, tutti insieme contano 27 milioni di abitanti e hanno un peso politico e diplomatico assolutamente irrilevante. È stato uno schiaffo per Trump, un insuccesso politico clamoroso, mitigato solo dal timore di ritorsioni. Va comunque osservato che, al di là delle dichiarazioni di sdegno e di condanna, alla resa dei conti il tono aggressivo e vendicativo da “bulli di quartiere” di Trump e dell’ambasciatrice Haley ha esercitato una pressione notevole su nazioni come Australia e Canada, che si sono prudentemente astenute.

Come promesso la prima rappresaglia non si è fatta attendere e ha colpito proprio l’Onu, che ha subìto un taglio di fondi per il 2018 di 285 milioni di dollari. Lo scoppio dei disordini in Iran ha fornito a Trump un’ulteriore occasione per gettare benzina sul fuoco, nella speranza che il presidente riformista Hassan Rouhani venisse travolto ed estromesso dal governo, con conseguenze drammatiche per il paese e l’intera area. I disordini in Iran hanno spinto verso l’alto il costo del petrolio, fatto questo che non influisce sull’approvvigionamento americano (da anni gli Stati Uniti sono autosufficienti), anzi favorisce il recente piano di concessioni per le attività di esplorazione ed estrazione offshore di petrolio e gas, che entro il 2024 metterà a disposizione dei petrolieri il 90% delle aree offshore di competenza americana, a fronte del 6% previsto dall’amministrazione Obama. Un duro colpo per l’ambiente, che ha scatenato la reazione di numerosi governatori, anche di fede repubblicana.

Trump non ha esitato a chiedere una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per proporre nuove sanzioni all’Iran (l’ennesimo autogol, che ha visto gli Stati Uniti ancora una volta completamente isolati), annunciando nel contempo l’intenzione di mettere fine ai finanziamenti per l’agenzia dell’Onu sull’immigrazione destinati ai palestinesi, rei di non voler scendere a patti con Israele, e ha minacciato di ritorsioni il Pakistan, che non farebbe abbastanza per debellare il terrorismo, e la Corea del Nord. Ha destato grande sconcerto l’espressione, volutamente ambigua e volgare, indirizzata al presidente nordcoreano proprio nel momento in cui le diplomazie delle due Coree, abilmente orchestrate dalla Cina, creavano i presupposti di una prima, sostanziale apertura di dialogo e collaborazione, in occasione delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, tra i due stati confinanti: “Il mio pulsante nucleare è molto più grande e potente del suo, e soprattutto funziona!” ha twittato con virile orgoglio adolescenziale![34]

I.III      L’immagine degli Stati Uniti nel mondo

Sembra sistematico in Trump il tentativo di creare situazioni di tensione in ogni angolo della terra per poter poi cercare di costruire un rapporto basato sull’imposizione unilaterale delle proprie condizioni e, non ultimo, dei prodotti dell’industria a stelle e strisce. Il disprezzo dimostrato nei confronti di alcune nazioni e dei loro leader, spesso demonizzati o ridicolizzati, sta destabilizzando un ordine che già aveva le sue difficoltà a stare al passo con la complessità di un mondo sempre più globalizzato e imbarbarendo il clima politico generale, alimentando i rischi di seri conflitti diplomatici, commerciali, militari. Una pericolosa escalation che mette a dura prova la sicurezza globale.

Dall’elezione di Donald Trump sono avvenuti cambiamenti così radicali da erodere buona parte del consenso che la figura istituzionale del presidente della prima potenza mondiale aveva riscosso con Barack Obama. L’immagine stessa degli Stati Uniti è stata seriamente compromessa.

Secondo un sondaggio condotto in 37 nazioni dal Pew Research Center nel maggio 2017, il tasso di fiducia nel presidente in carica è crollato dal 64% di Obama a fine mandato al 22% di Trump a pochi mesi dal suo insediamento; coloro che hanno manifestato la loro sfiducia sono invece passati dal 23% al 74%.[35] Secondo sondaggi successivi, condotti verso la fine di ottobre 2017 su un campione di soli cittadini americani, solo il 34% degli intervistati (in seguito sceso al 32%) si è dichiarato a favore di Trump, mentre il 59% ha manifestato la propria disapprovazione.[36]

La pubblicazione del libro-denuncia di Michael Wolff Fire and Fury: Inside the Trump White House nel gennaio 2018[37] ha dato un nuovo, duro colpo all’immagine del presidente e dei suoi familiari, formalmente coinvolti contro ogni prassi istituzionale in delicate attività di governo, rendendo ancor più imbarazzante il suo permanere alla Casa Bianca. La bocciatura inferta qualche giorno dopo lo scandalo dall’Authority per l’energia (Ferc) al piano di finanziamenti per le centrali elettriche, che avrebbe dovuto rilanciare le attività legate all’estrazione e alla lavorazione del carbone (una delle principali misure promesse da Trump in campagna elettorale volte a rovesciare le politiche di Obama sui cambiamenti climatici), e il blocco da parte di un giudice distrettuale del provvedimento anti-immigrazione relativo agli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni (i cosiddetti Dreamers, coloro che “sognano” una vita serena e sicura nel paese in cui sono cresciuti), che una legge voluta da Obama intendeva naturalizzare, rappresentano l’ennesima manifestazione di insofferenza e chiusura da parte dell’apparato amministrativo nei confronti di un presidente che sembra muoversi in perenne dissintonia con il sentiment di buona parte del paese e del mondo. Il problema degli immigrati illegali è stato al centro di aspre polemiche, culminate nel government shutdown (blocco delle attività amministrative) e nelle dure reazioni suscitate dalle frasi sprezzanti rilasciate da Trump, nel corso di una riunione bipartisan sui paesi di origine degli immigrati caraibici, latinoamericani e africani, da lui definiti shithole countries “paesi cessi”, che hanno provocato l’immediata condanna e le richieste di scuse formali avanzate dall’Onu, dall’Unione africana (che rappresenta 55 paesi africani) e da altre nazioni che hanno etichettato come “razziste” le affermazioni del presidente, costringendolo a intervenire più volte per negare l’accaduto, al di là di ogni evidenza, visto che a denunciare l’accaduto erano stati due senatori, uno dei quali repubblicano (Lindsay Graham), presenti entrambi alla riunione.[38] È stata una situazione imbarazzante per molti esponenti del partito repubblicano e dei collaboratori di Trump, che ha determinato, oltre alla dura presa di posizione del senatore repubblicano Lindsay Graham, dell’ambasciatore americano a Panama John Feeley, che ha rassegnato le dimissioni pur di salvaguardare il proprio onore, e del Segretario di Stato Rex Tillerson, costretto ancora una volta a prendere le distanze dal presidente e a pronunciare un discorso sui “valori americani” che hanno nelle “differenze e diversità” e nel “rispetto” la loro stella polare, concetti evidentemente estranei al Trump-pensiero, fortemente condizionato da retaggi razzisti del passato duri a morire.[39] La posizione indipendente assunta da “T-Rex” Tillerson su questa come su altre questioni di rilevanza internazionale ha portato, nel marzo 2018, al suo licenziamento, brutalmente annunciato al mondo e al diretto interessato con un semplice tweet; al suo posto è stato nominato Mike Pompeo, il Direttore della Cia fedele sostenitore della linea dura promossa da Trump con Iran e Nord Corea: il capo dell’agenzia di intelligence più potente del mondo posto a capo della diplomazia statunitense, un fatto clamoroso che si commenta da sé.

Trump non sembra preoccuparsi troppo di quelli che considera incidenti di percorso e tantomeno dei sondaggi inclementi nei suoi confronti, ritenendoli poco rilevanti essendo confezionati ad arte dai suoi avversari e dai media per denigrare i suoi “indiscutibili” successi. Più viene criticato e ostacolato, più aumentano la sua rabbia e la sua frenesia a twittare in modo compulsivo e scomposto (sono oltre 2300 i tweet inviati nel solo primo anno del suo mandato), creando da sé i presupposti per nuove polemiche e situazioni di crisi.[40] Come in a one-man show Trump sembra aver un bisogno irrefrenabile di prendere tutta la scena, costi quel che costi: non passa giorno, ormai, che non intervenga su qualsiasi questione, sempre con i toni aspri, faziosi, aggressivi e provocatori di chi si sente in guerra con tutti. A livello mediatico è riuscito a surclassare qualsiasi altro politico o capo di stato, imponendosi all’attenzione mondiale come nessun altro prima di lui era riuscito a fare e il mondo un po’ alla volta si sta abituando alle sue intemperanze. Ci si chiede quanto possa sostenere un ritmo di esposizione così elevato senza subirne effetti devastanti.[41] In questa situazione, a ben poco sono serviti i toni concilianti usati a Davos, chiaramente ad usum della platea presente esplicitamente invitata a investire massicciamente nella sua America, e le parole di distensione pronunciate nel discorso sullo stato dell’Unione, che preludeva al violento tentativo di affossare la Commissione che indaga sul Russiagate prima che la situazione diventi per lui e il suo entourage insostenibile.

Già nel maggio 2017 la percentuale di quanti, a livello internazionale, hanno espresso un giudizio positivo sugli Stati Uniti come nazione leader erano crollati dal 64% al 49%, mentre coloro che hanno dichiarato di avere una visione negativa sono aumentati dal 26% al 39%.[42] Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata e molti osservatori ritengono che nel 2018 la tendenza non migliorerà, anzi.[43]

II.I       Xi Jinping

Xi Jinping è un politico di professione, membro di quell’aristocrazia rossa che da circa settant’anni governa la Cina: è infatti figlio di Xi Zhongxun, combattente comunista della prima ora che fu capo del Dipartimento propaganda del Pcc prima di cadere in disgrazia durante la Rivoluzione culturale; riabilitato negli anni Ottanta, ebbe un ruolo importante nell’organizzazione delle zone economiche speciali volute da Deng Xiaoping. La sua nomina a segretario generale del Pcc nel novembre 2012 e di presidente della Repubblica popolare cinese nel marzo 2013 rappresenta il punto di arrivo di una carriera di successo costruita nel corso di una vita con grande abilità e sostenuta da solida preparazione, straordinario acume politico, comprovate competenze e lunga esperienza.[44] Ritenuto uomo prudente e incline alla mediazione in una fase estremamente delicata per il futuro del partito e del paese, fin dalla sua nomina a segretario ha dato prova di grande autonomia, forte personalità e determinazione nel realizzare quelle riforme strutturali ritenute essenziali per far fare al sistema produttivo e alla società cinese quel salto di qualità senza il quale i rischi di implosione potrebbero trasformarsi rapidamente in tragica realtà.

Xi Jinping è uno statista estremamente carismatico, con un grande senso delle istituzioni, posato e gentile nei modi e nei toni, lucido, preparato, ambizioso, autoritario ed estremamente risoluto. Grande sostenitore del ruolo insostituibile del Pcc nella guida della Cina del futuro, una volta al vertice del partito e del governo ha accentrato nelle sue mani tutte le cariche più importanti e strategiche per il controllo del paese, tanto da meritarsi il soprannome di Presidente-di-tutto. Criticato per le sue posizioni apparentemente filo-maoiste, per la violenta campagna anti-corruzione, in Occidente interpretata da molti come uno strumento di lotta politica con cui avrebbe eliminato i suoi più temibili avversari (che gli è valso il soprannome di Padrino), per l’eccessivo controllo delle libertà civili, in diversi casi sfociato in censura e repressione, è considerato il leader cinese più potente e temuto dopo Mao. Per il suo carisma, l’atteggiamento risoluto e posato e l’immenso potere accumulato è stato paragonato a un imperatore con ambizioni egemoniche di stampo neo-colonialista.

Il bilancio dei suoi primi cinque anni di governo può definirsi positivo: nonostante le forti resistenze incontrate e le misure restrittive e in diversi casi repressive alle libertà individuali che via via si sono rese necessarie per tenere sotto controllo una situazione potenzialmente esplosiva, Xi è riuscito comunque a varare una serie di riforme strutturali importanti, a contrastare un sistema corruttivo fuori controllo e a promuovere ambiziosi progetti destinati a modificare radicalmente la vita dei cinesi e il ruolo del paese sullo scacchiere internazionale. Ma soprattutto ha chiuso definitivamente un’era, che ha visto la Cina prima umiliata dall’aggressione imperialista straniera e poi isolata dal resto del mondo; un passaggio obbligato per poter guardare avanti con dignità e orgoglio e posizionare la Cina nel ruolo di superpotenza in grado di trattare alla pari con Stati Uniti, Europa e Russia. L’abolizione del limite costituzionale dei due mandati presidenziali consecutivi deliberata nel marzo 2018 dall’Assemblea Nazionale del Popolo, l’attribuzione formale dell’appellativo di “core leader”, “nucleo della leadership” del partito e dello stato, e il conferimento dello status di massimo ideologo, dal momento che il suo “pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” è entrato a far parte dello statuto del partito, tributo riservato in vita solo a Mao e concesso a Deng come riconoscimento postumo, gli hanno già assicurato un posto di primissimo piano nella storia del paese pari a quello di Mao Zedong e Deng Xiaoping.

Grazie a lui la Cina è, al momento, l’unica nazione ad avere una visione di sviluppo economico e sociale globale, organico e lungimirante, su base multilaterale, finalizzato non solo alla propria crescita ma anche allo sviluppo dell’intero pianeta. Obiettivo principale della politica di Xi Jinping è creare le condizioni affinché la Cina possa ritrovare il suo posto al centro (zhong 中) del tianxia 天下 “[ciò che è] sotto il cielo”: si realizzerebbe in questo modo il “sogno cinese” (zhongguo meng 中国梦) di rinnovamento e rinascita nazionale (zhongguo fuxing 中国复兴) di cui Xi Jinping parla sin da quando venne nominato segretario generale del Pcc nel 2012.

II.II      Il sogno cinese

Come i suoi predecessori anche Xi Jinping ha lanciato una serie di slogan destinati a caratterizzare le sue politiche, quello del “sogno cinese” è senz’altro il più importante. All’inizio non era ben chiaro a cosa veramente si riferisse, trattandosi di un concetto astratto, fumoso, una bella immagine a cui dare significato concreto man mano che si procedeva verso il cammino di rinnovamento.[45] Fu dunque un po’ alla volta che i contenuti del sogno sono andati delineandosi.

In politica interna gli obiettivi principali per realizzare il “sogno cinese” sono sintetizzabili nei punti qui sotto elencati:

  • mantenimento del tasso di crescita dell’economia entro valori sostenuti ma contenuti, congrui con un modello di sviluppo più equilibrato rispetto al passato;
  • rinnovamento del sistema produttivo, con un’attenzione particolare alla salvaguardia dell’ambiente, che consenta al paese di superare il modello “fabbrica del mondo” per avviarsi verso più avanzate e sofisticate forme di sviluppo;
  • ammodernamento delle infrastrutture, con particolare attenzione al settore dei trasporti, aumentando le zone di libero scambio per favorire la commercializzazione dei prodotti cinesi;
  • superamento dell’inefficienza radicata e diffusa soprattutto nel sistema delle imprese statali, favorendo l’uscita dal mercato delle cosiddette “imprese zombie”;
  • accelerazione dell’innovazione tecnologica come motore di sviluppo sia in ambito economico che sociale, soprattutto in alcuni settori hi-tech ritenuti strategici per il paese (digitale, intelligenza artificiale, robotica, medicina di precisione, genomica, nuovi materiali, ecc.);[46]
  • promozione di uno sviluppo integrato urbano-rurale che riduca gli eccessivi squilibri tra città e campagna, favorendo la rivitalizzazione del settore agroalimentare, l’espansione controllata delle città di media dimensione, la riconfigurazione delle grandi città e dei maggiori agglomerati urbani, l’urbanizzazione necessaria per sostenere l’industria, sia per quanto riguarda le opere primarie sia secondarie, una migliore gestione dei flussi migratori, ecc.;
  • rafforzamento del sistema finanziario e graduale riduzione dell’indebitamento pubblico e privato, salito dal 162% del 2008 all’attuale 300% circa del Pil;
  • maggiore controllo dei flussi internazionali di capitali, sia in entrata che in uscita;
  • attenzione costante per la questione morale e lotta intransigente alla corruzione, essenziale per garantire il funzionamento efficace della macchina statale e produttiva e il mantenimento dell’armonia sociale;
  • incremento delle politiche di riequilibrio delle diseguaglianze sociali creatasi nel corso degli ultimi decenni, con particolare attenzione alla ridistribuzione della ricchezza;
  • incentivazione dei consumi interni e miglioramento dei servizi pubblici, soprattutto nelle aree più arretrate che meno hanno goduto dei benefici derivanti dal progresso economico;
  • eliminazione totale della povertà assoluta entro il 2020;
  • potenziamento dei servizi di welfare, in particolare nei settori dell’assistenza sanitaria e del sistema pensionistico, e in generale di tutto ciò che è legato alla sicurezza sociale e a una migliore qualità della vita;
  • modernizzazione dell’Esercito popolare di liberazione, ringiovanimento e moralizzazione dei vertici, intensificazione dei rapporti tra industria bellica e industria civile e rafforzamento della presenza militare cinese nell’area asiatica del Pacifico;
  • miglioramento del sistema di sicurezza interna, con particolare attenzione alla sicurezza informatica, e maggior impegno nella lotta contro il terrorismo; potenziamento del sistema di sorveglianza delle attività di ogni singolo cittadino nell’ambito del progetto Social Credit System che dovrebbe consentire agli organi di controllo governativi di monitorare e valutare il comportamento e l’affidabilità dei propri cittadini in tempo reale;
  • promozione della cultura tradizionale, e in particolare dei valori del confucianesimo, chiusura verso i cosiddetti valori occidentali considerati inadatti, e soprattutto pericolosi, alla realtà cinese e maggiore attenzione per la qualità dell’istruzione e della ricerca di base e applicata;
  • promozione dell’orgoglio nazionale e dei valori patriottici, affinché non solo i cinesi residenti in patria, ma anche quelli sparsi nel mondo si sentano partecipi del processo di rinnovamento e contribuiscano fattivamente alla rinascita della Cina e alla diffusione della cultura cinese tradizionale; il sogno cinese potrà realizzarsi solo se ci sarà uno sforzo corale verso un unico obiettivo che trasformerà il sogno da cinese a “sogno globale” (shijie meng 世界梦).

Un’agenda densa come si può ben vedere. I processi di trasformazione avanzano spediti, incontrando numerose difficoltà e in modo non sempre uniforme, sicché permangono differenze regionali profonde e si affermano nuove forme di diseguaglianza e sperequazione sociale. In questa fase il tentativo di trovare nuove sintesi tra nazionalismo politico e nazionalismo culturale impone al partito una gestione sempre più centralizzata e autoritaria del potere, tendente a ridurre gli spazi di libertà a disposizione della società civile. Una situazione non semplice. Restano inoltre da verificare le reali intenzioni di inclusività da parte della Cina nei molteplici progetti messi in campo, senza contare che le principali industrie europee e statunitensi non vedono di buon occhio il programma di ammodernamento manifatturiero Made in China 2025, che ha come obiettivo la profonda trasformazione entro il 2025 del sistema industriale cinese, sia per quanto riguarda i processi di automazione sia per quanto attiene all’innovazione, in particolare nei settori a più alto tasso di tecnologia.[47] Infine non vanno sottovalutati i rischi che la revisione del sistema legislativo e l’imponente opera di moralizzazione in atto, che ha comportato l’individuazione e punizione di oltre un milione e trecentomila funzionari e politici corrotti in cinque anni, non si trasformino in strumenti di azione politica volti all’eliminazione, anche fisica, dei propri avversari.

Per rendere più rapida e indolore l’accettazione delle deliberazione del partito a tutti i livelli dell’apparato burocratico-amministrativo e della società, mel marzo 2018 l’Assemblea Nazionale del popolo ha varato un’imponente riforma delle istituzioni, che ridisegna la mappa dei ministeri e delle commissioni governative in funzione di un rafforzamento capillare del partito e inaugura la Commissione Nazionale di Supervisione, l’organo che in materia di lotta alla corruzione incorporerà le funzioni di competenza della magistratura ordinaria e del partito: l’azione di controllo e repressione dei comportamenti pubblici ritenuti inappropriati o illegali verrà così estesa dai membri dal partito all’intera società, ricorrendo a uno strumento indipendente sia dalla magistratura che dall’esecutivo.

In politica estera il progetto di punta, noto come yi dai yi lu 一带一路 “una cintura [di infrastrutture], una via” (One Belt, One Road, ribattezzato Belt and Road Initiative), è incentrato sulle nuove vie della seta. Esso coinvolge direttamente 65 nazioni, che comprendono il 62% della popolazione mondiale, posseggono il 75% delle riserve energetiche e producono 1/3 del prodotto interno lordo globale, e ha come obiettivo dichiarato la costruzione di una moderna rete di infrastrutture e di vie di comunicazione e di trasporto che si estenda lungo il continente euroasiatico fino a giungere alle coste atlantiche, l’Africa e i paesi dell’Asia meridionale e del Sudest asiatico. In prospettiva l’iniziativa dovrebbe coinvolgere un centinaio di paesi, compresi gli stati dell’America del Sud, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda. Si tratta di un’impresa di dimensioni planetarie destinata, se portata a compimento, a cambiare gli assetti geopolitici ed economici del mondo, favorendo le relazioni tra gli stati e gli scambi economici e commerciali, l’incontro tra i popoli, le attività culturali e i flussi turistici. Mai nella storia dell’umanità si è pensato così in grande, mai prima d’ora erano stati previsti investimenti tanto consistenti: i costi stimati solo per la prima fase del progetto sono almeno dodici volte superiori, in termini attualizzati, al valore del Piano Marshall promosso dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale.[48]

Tali ambizioni si rifanno al ruolo storico svolto dalla Cina per oltre due millenni. Non va infatti scordato che in Asia orientale la civiltà cinese ha rappresentato per secoli un modello a cui guardare con ammirazione e da cui trarre ispirazione, un interlocutore imprescindibile nelle relazioni diplomatiche e commerciali. La Cina era, di nome (zhongguo 中国 “lo stato al centro”) e di fatto, il fulcro del mondo civile, il tianxia. Questo termine, che ha avuto sfumature di significato diverse nel corso della storia, ha un carattere di universalità e per oltre due millenni ha coinciso con il concetto stesso di impero (i popoli al di fuori del tianxia erano considerati “barbari”). Oggi è tornato in auge nell’utopica speranza che sia tempo di promuovere una cultura nuova, basata su un’autentica solidarietà e cooperazione tra i popoli, che superi gli egoismi regionali, soprattutto da parte dei paesi più sviluppati, e aiuti l’umanità a vedere il mondo non più da una prospettiva di parte ma globale, concependo il consesso civile come un’entità unica che includa tutto e tutti e non escluda nulla e nessuno, in base al principio confuciano di “armonia nel rispetto delle diversità” (he er bu tong 和而不同).[49] In quest’ottica i problemi nel mondo dovrebbero essere percepiti e reinterpretati come problemi del mondo ed essere quindi affrontati in una visione globale improntata all’armonia, alla pace e al benessere collettivo, nello spirito dell’assunto, formulato nel III secolo a.C.: “Il mondo (tianxia) non appartiene a un singolo uomo, ma al mondo stesso”, che trova la sua sintesi perfetta, per l’appunto, nel concetto di tianxia, mondo globale.[50] Si tratta di un modello di governo universale verso cui il mondo attuale sembra sempre meno indirizzato.

Per un lungo periodo l’impero cinese ha rappresentato il paese più prospero, civile e tecnologicamente avanzato del pianeta. Tra il XIII e XV secolo produceva, da solo, tra il 25% e il 30% della ricchezza globale. Nei secoli successivi mutamenti radicali a livello mondiale hanno modificato in modo drastico il quadro geopolitico, cambiando profondamente le economie e le relazioni tra gli stati, e determinando il graduale declino del paese. È solo grazie alle riforme di apertura e sviluppo promosse alla fine degli anni Settanta che la Cina è riuscita a invertire il trend negativo, a uscire dalla povertà assoluta in cui viveva gran parte della sua popolazione e a diventare la seconda potenza economica mondiale.[51]

Nel corso del suo lungo declino la Cina perse la sua tradizionale capacità di attrazione. Nel rivendicare per la Cina un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale, Xi Jinping ha voluto sancire la fine di un’epoca, “il secolo dell’umiliazione nazionale”, dare carattere stabile all’inversione di traiettoria tracciata dai suoi predecessori e riaffermare con forza una linea di continuità con un passato glorioso, enfatizzando con orgoglio l’appartenenza a una civiltà millenaria che non può e non deve essere sacrificata o abbandonata in nome di concezioni e sistemi politici estranei al mondo cinese. I valori espressi dalle concezioni filosofiche, etiche ed estetiche tradizionali, tornati attuali solo di recente dopo un periodo di duro ostracismo, concorrono a dare un nuovo spessore morale all’ideologia socialista, valorizzando le esigenze più profonde dell’uomo accanto alle considerazioni e alle strategie economiche, in modo da rafforzare un’identità collettiva che trova nella propria cultura i suoi punti di forza e la sua originalità.[52]

La mancanza di direzione in politica estera da parte degli Stati Uniti e dell’Europa sta favorendo principalmente la Cina. È così in Africa, dove il paese asiatico opera da anni, ed è così anche in Europa, come si è potuto constatare, ad esempio, in occasione della crisi di Crimea, quando le sanzioni alla Russia volute da Barack Obama, ostacolando le relazioni commerciali con i paesi occidentali, hanno spalancato le porte del Cremlino alle aziende cinesi, favorendo una nuova, proficua stagione di collaborazione tra Russia e Cina; o in occasione della crisi greca, gestita dalle autorità di Bruxelles in modo così rigido e penalizzante da rendere inevitabile la ricerca da parte del governo ellenico di interlocutori alternativi disposti a investire per condurre il paese fuori da una crisi che sembrava non avere vie d’uscita.

Il migliore assist alla Cina è però venuto dalla crisi nordcoreana, nel corso della quale Pechino, per richiesta dello stesso Trump, si è vista assegnare un ruolo di intermediario che la diplomazia cinese, abituata alle intemperanze di Kim Jong-un, sta gestendo con grande prudenza e senso di responsabilità.

La diplomazia cinese è diventata in questi anni molto attiva, e il globe-trotting president Xi Jinping, Li Keqiang e alcuni dei ministri e viceministri più autorevoli si recano continuamente all’estero per promuovere iniziative e accordi che concernono gli ambiti più disparati.

Tre iniziative, in particolare, hanno riscosso un successo diplomatico notevole e hanno avuto un ritorno di immagine paragonabile a quello delle Olimpiadi del 2008.

Nel gennaio 2017, a Davos, alla vigilia dell’insediamento di Trump alla casa Bianca, Xi Jinping ha presentato al mondo il nuovo corso della politica estera cinese, ergendosi a paladino della globalizzazione, dei principi del libero mercato, degli accordi sul clima e sul disarmo nucleare. Con un discorso di ampio respiro, ha proposto un modello di governance a guida multipolare, rispondente ai bisogni degli stati più arretrati, e ha criticato le posizioni protezioniste statunitensi ed europee, che rischiano di portare a un’inutile guerra commerciale, con grave danno per tutti. Si è assistito a un rovesciamento di posizioni, nel momento che Xi ha difeso i valori del liberismo in una prospettiva globale più equilibrata e aperta (salvo però poi mantenere una serie di limitazioni e vincoli all’interno del proprio paese), mentre Trump, che non aveva presenziato all’incontro, continuava a elogiare, via twitter, la Brexit e ad attaccare la Comunità Europea e Angela Merkel, promettendo l’avvio di misure protezioniste a difesa degli interessi degli Stati Uniti.

A metà maggio si è tenuto nei pressi di Pechino il Forum sulle nuove vie della seta, che ha visto la partecipazione di 29 fra capi di stato e di governo, di oltre 1200 delegati provenienti da 110 paesi e dei rappresentanti di 61 organizzazioni internazionali (gli Stati Uniti, non interessati al/dal progetto, hanno inviato una delegazione), mentre a inizio settembre si sono riunti a Xiamen i rappresentanti dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Convitato di pietra, Kim Jong-un ha fatto sentire in entrambe le occasioni la sua voce, prima lanciando un missile che ha sorvolato il Giappone proprio mentre nella capitale cinese si apriva il Forum sulle vie della seta, poi attuando il più potente test nucleare mai effettuato (che avrebbe dovuto scatenare “fuoco e fiamme” a detta di Trump) nello stesso giorno in cui si inaugurava il vertice di Xiamen. Si è trattato del maldestro tentativo di esercitare una pressione sul proprio “alleato”, togliendo a Xi Jinping il palcoscenico accuratamente costruito dalla diplomazia cinese, per indurlo ad affrontare Trump e mettere in discussione la presenza, ritenuta indebitamente minacciosa, delle forze armate statunitensi nella penisola coreana e nell’area circostante. Nessuna azione di disturbo è stata invece intrapresa da Pyongyang né durante il 19° Congresso del Pcc, né in occasione della visita di Trump in Asia.

 

II.III    L’immagine della Cina nel mondo

Nell’ultimo decennio il governo cinese, consapevole che il paese deve affrontare le contraddizioni di uno sviluppo squilibrato, le crescenti aspirazioni dell’intera popolazione a “una vita migliore” (concetto ribadito più volte da Xi Jinping nella relazione inaugurale al 19° Congresso del Pcc) e le molteplici difficoltà e resistenze che le politiche di espansione economica e militare (da alcuni etichettate come neo-colonialiste) incontrano in molti paesi ha speso cifre colossali per promuovere l’immagine della Cina nel mondo.[53] Nonostante gli sforzi profusi, appare ancora difficile da colmare la distanza esistente fra l’immagine che la Cina ha di sé, o che vorrebbe dare di sé, e quella che il resto del mondo ha della Cina.

Il programma per la diffusione della lingua e della cultura cinesi, che prevede la creazione degli Istituti Confucio nei paesi che hanno o intendono avere relazioni con la Cina, considerato il fiore all’occhiello della politica di soft power, pur ottenendo un buon successo sul fronte dell’insegnamento linguistico, lascia a desiderare sul piano culturale, a causa di un’offerta per lo più incentrata su stereotipi e svilita da condizionamenti ideologici volti a evitare iniziative sgradite al regime e a presentare una visione edulcorata della realtà cinese da parte di docenti selezionati dallo Hanban, l’agenzia governativa che gestisce gli Istituti Confucio, emanazione, di fatto, dell’ufficio propaganda del Pcc, al quale gli insegnanti devono costantemente rendere conto o direttamente o attraverso le ambasciate dei paesi in cui operano. I risultati sono finora modesti, nonostante la grande importanza attribuita da Xi Jinping alla cultura in funzione dell’incremento del prestigio nazionale nel mondo (tanto da inserirla tra le “quattro fiducie”), nella convinzione che “farsi conoscere” equivalga a “farsi amare”.[54]

Non sono d’aiuto alla reciproca comprensione i continui interventi di censura che ormai colpiscono ogni settore di attività, soprattutto i media e le aziende informatiche, gli intellettuali e gli artisti e persino Winnie The Pooh, l’orsetto reo di assomigliare a Xi Jinping e sospetto di essere usato maliziosamente per deridere il presidente e quindi di minacciarne l’immagine.[55] Sono intimidazioni indirizzate a limitare l’autonomia dei singoli e delle istituzioni sia pubbliche sia indipendenti, non solo cinesi ma anche estere, sia che si tratti di università che operano in Cina (come, ad esempio, la Duke University o la Rijcksuniversiteit Gronigen) o all’estero (come ha denunciato, per prima ma non ultima, l’Università di Chicago, che ha chiuso il proprio Istituto Confucio in forte polemica con lo Hanban) oppure di centri di ricerca e associazioni accademiche (come evidenziato, ad esempio, dal cosiddetto “Incidente di Braga” del luglio 2014), sia che si tratti di importanti testate giornalistiche (come nel caso di Bloomberg) o case editrici (com’è avvenuto di recente con la Cambridge University Press e Springer Nature). Le forti reazioni da parte di alcuni paesi, Australia in testa, che sentono come troppo invasiva e pericolosa l’influenza cinese nelle proprie università e istituzioni culturali e l’allarme lanciato da numerosi esperti che denunciano l’aumento crescente di controllo ideologico su istituzioni sia all’interno sia all’esterno della Cina pongono seri dubbi sulla capacità delle autorità cinesi di migliorare la propria immagine nel mondo.[56]

L’avvio di politiche repressive nei confronti di intellettuali, giornalisti, avvocati e dissidenti e di attività sistematiche di manipolazione dell’opinione pubblica,[57] l’interferenza con la libera espressione di vari credo religiosi che negli ultimi anni avevano goduto di un momento di relativa apertura, non concorrono a migliorare l’immagine della Cina all’estero. Per non parlare poi dell’atteggiamento di estrema chiusura nei confronti di personalità di grande levatura intellettuale e spirituale apprezzate all’estero, come ad esempio il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo o il Dalai Lama.

In alcuni paesi dove sono stati avviati progetti infrastrutturali nell’ambito della Belt and Road Initiative il modo di procedere cinese (scarsa attenzione all’ambiente, impiego di materiali e maestranze per lo più cinesi, differenze di salario tra lavoratori cinesi e lavoratori locali, ecc.) sta creando malumori e resistenze, indebolendo il potenziale di soft power insito nel progetto e alimentando i timori che i benefici ricadranno principalmente sulla Cina, che si troverà a essere al centro di un network estremamente ramificato posto sotto il controllo di Pechino.[58] La scarsa propensione al rispetto delle tutele dei lavoratori, l’inesauribile bisogno di materie prime, l’eccesso di produttività e i rischi di dumping commerciale, la massiccia politica di investimenti finanziari, industriali, immobiliari e infrastrutturali condotta in modo sistematico in ogni continente non hanno fatto che rafforzare pregiudizi e diffidenze ed esasperare timori e paure, causando irrigidimenti da parte dei governi e forti ostilità tra la gente comune.

Per questi motivi nella maggior parte dei paesi dove opera la Cina viene ancor oggi percepita come una minaccia, prevalentemente economica, ma anche politica e militare, a causa dell’assertività mostrata su questioni strategiche complesse come, ad esempio, la definizione dei confini territoriali nel Mar Cinese Meridionale, finalizzata al controllo delle vie commerciali nei mari dell’Asia orientale e all’affermazione della propria supremazia nell’area del Pacifico.

Il concetto stesso di soft power, così come lo aveva definito Joseph S. Nye, è oggetto oggi di riconsiderazione.[59] È opinione sempre più diffusa che il modo di procedere cinese andrebbe analizzato come un caso particolare: i confini tra soft e hard power sembrano infatti confondersi, con sovrapposizioni e sconfinamenti non semplici da determinare, tant’è che si tende a distinguere all’interno del concetto diverse componenti che rispecchino specifiche realtà, aree geografiche, motivazioni politiche, ecc., e a parlare più di smart power, integrated power, cultural power, negative soft power e così via.[60] Semplificando possiamo distinguere diverse platee alle quali le politiche di soft power sono indirizzate:

  • i cinesi che vivono all’interno del paese, essendo il loro consenso indispensabile per portare avanti le scelte strategiche decise dal partito e attuate dal governo e per promuovere la legittimazione del Pcc, del suo leader e del gruppo dirigente che lo sostiene;[61]
  • i cinesi di Taiwan;
  • le comunità cinesi residenti all’estero, e tutti coloro che si trovano a soggiornare fuori del paese per periodi limitati; il contatto costante con la madre patria è essenziale per mantenere saldo l’orgoglio nazionale (sono loro i migliori ambasciatori all’estero) e per garantire il flusso di valuta pregiata che, attraverso le rimesse ai parenti e i piccoli e grandi investimenti, ogni anno arriva in Cina;[62]
  • i governi e le popolazioni di paesi esteri con i quali la Cina ha relazioni di varia natura.[63]

Le iniziative promosse a livello governativo tardano a dare i frutti sperati soprattutto a causa dell’incapacità da parte della dirigenza cinese di comprendere la differenza tra propaganda, diplomazia e persuasione. Si stenta inoltre ad accettare l’idea che i soldi da soli non bastano a sostenere una proposta culturale e uno stile di vita.[64] In un mondo precipitato in una profonda crisi economica che per alcuni paesi rende ancora difficile trovare una soddisfacente via di ripresa le risorse finanziarie messe a disposizione a vario titolo dai cinesi rappresentano una tentazione alla quale sembra impossibile resistere. Investire ingenti somme di denaro non significa, però, riuscire a “conquistare il cuore della gente” (de min xin 得民心), per usare un’altra espressione confuciana oggi tornata in voga.[65] Per risultare convincenti e ottenere consensi, soprattutto all’estero, è necessario attingere a valori etici di portata universale, che trascendano la dimensione nazionale, e soprattutto è necessario coltivare relazioni di autentica reciprocità. La prospettiva cinese è ancora troppo incentrata sulla propria ideologia e troppo condizionata da politiche che, al di là della retorica, stanno sempre più restringendo gli spazi di apertura culturale e di comunicazione con mondi tra loro profondamente diversi, vanificando così gran parte degli sforzi profusi e anche le impreviste ricadute di immagine derivanti dal nuovo corso intrapreso dagli Stati Uniti nell’era Trump. Dal canto suo l’Occidente è ancora troppo condizionato da pregiudizi e paure creati ad arte tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento (il mito del cosiddetto “pericolo giallo”) in un’ottica egemonica alla quale non riesce in alcun modo a rinunciare.[66]

 

III        Conclusioni

In un mondo in cui gli interessi di un’esigua minoranza prevalgono con sempre maggiore arroganza sulle aspirazioni e le necessità dei meno abbienti,[67] si sono create le condizioni per il moltiplicarsi di movimenti fondamentalisti di ispirazione ideologica e religiosa che hanno fatto del conflitto armato e degli attentati terroristici la ragione primaria della propria esistenza. Inoltre, i cambiamenti climatici stanno producendo modificazioni catastrofiche degli assetti idrogeologici e delle condizioni di vita di intere popolazioni, con conseguenti perdite di coltivazioni e di risorse idriche essenziali.[68] Le risposte a questi fenomeni destinati a cambiare gli assetti geopolitici del mondo sono diverse.

Nella Cina di Xi Jinping è in corso un processo di trasformazione radicale della società, del sistema produttivo e delle istituzioni di governo che, recuperando parte dei valori etici e del patrimonio culturale tradizionale, ha come obiettivo la costruzione di una nazione moderna, prospera e potente. Si stanno compiendo sforzi straordinari per costruire un’immagine nuova e più positiva di un paese che, pur tra mille contraddizioni e problemi interni che non hanno ancora trovato risposte adeguate, sta portando avanti con determinazione un progetto concreto a lunga scadenza di riorganizzazione e ristrutturazione in una prospettiva di sviluppo globale che, dopo aver fatto uscire dalla povertà assoluta oltre 700 milioni di persone (60 milioni solo nell’ultimo quinquennio), si prefigge di continuare in questa direzione, riscattando dall’indigenza almeno dieci milioni di individui l’anno e contribuendo a migliorare le condizioni generali di vita dei cinesi e delle popolazioni di altri paesi. Desta non poche preoccupazioni la recente svolta accentratrice e autoritaria, che richiede capacità di gestione eccezionali, se si vuole evitare un arretramento delle conquiste ottenute negli ultimi decenni.

In Occidente stiamo assistendo a una profonda crisi dei valori e delle istituzioni che imporrà una trasformazione della società, destinata a essere sempre più multirazziale, e la ridefinizione delle relazioni tra stati in un’ottica che non potrà che essere diversa da quella attuale. Gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano ossessionati dal solo obiettivo di “rendere l’America di nuovo grande” in una prospettiva egemonica alla quale non intendono in alcun modo rinunciare; l’obiettivo politico principale di Trump sembra essere lo smantellamento sistematico di tutto ciò che il suo predecessore ha realizzato in otto anni di governo, in un’ottica di decostruzione sistematica dello stato sociale che favorisca il dominio assoluto di un’esigua élite. Di questo passo l’immagine degli Stati Uniti verrà ulteriormente indebolita, mettendo a nudo i punti di fragilità del modello americano e, più in generale, di quello occidentale. Ciò nonostante la posizione dominante degli Stati Uniti sembra per lungi dall’essere seriamente compromessa.[69] La Cina non sembra infatti pronta a cogliere questa opportunità; nonostante gli enormi sforzi profusi e il crescente livello di affidabilità sul piano internazionale di cui gode, la cultura, i valori e lo stile di vita cinesi non esercitano quell’influenza e quell’attrazione “sottile e penetrante” che i suoi dirigenti si aspetterebbero e non riescono ad affermarsi al di fuori del paese.

La Russia di Vladimir Putin e un’Europa che stenta a trovare il passo giusto tentano di inserirsi in questo gioco a due, ma senza particolare successo per il momento. Alcuni ritengono che questo sarà il secolo che vedrà il declino della leadership degli Stati Uniti e dell’Occidente a vantaggio della Cina e dell’Asia, altri prevedono invece che il passaggio di testimone non avverrà. Di certo sarà un secolo che porterà a trasformazioni radicali, senza le quali il mondo non sarebbe in grado di affrontare problemi di natura sovranazionale, come l’aumento vertiginoso della popolazione, l’alto tasso di inquinamento atmosferico, i drammatici cambiamenti climatici, le imponenti migrazioni di massa, i rischi di una guerra globale. Gli attuali equilibri geopolitici, militari, economici e commerciali sono comunque destinati a mutare, l’incognita riguarda la portata di questo cambiamento, le modalità e i tempi con cui avverrà. Il tanto temuto scontro tra civiltà potrà essere evitato solo a condizione che si abbia la capacità di trovare nuove forme di dialogo e di integrazione tra nazioni responsabili, capaci di mettere al primo punto della loro agenda l’interesse del mondo e in secondo piano le ambizioni nazionali, impresa tutt’altro che semplice da realizzare ma che ormai appare ineludibile. Il mondo globalizzato richiede la creazione di un nuovo ordine mondiale, più equilibrato, armonioso e pacifico dell’attuale. Si tratta di non perdere l’occasione, anche se la strada appare oggi più in salita di ieri.[70]

 

Questo testo verrà pubblicato a stampa in “Inchiesta” aprile-giugno 2018

 

NOTE

[1] Il grido d’allarme viene da molteplici parti. Tra gli interventi più incisivi segnalo Naomi Klein, No is Not Enough: Resisting Trump’s Shock Politics and Winning the World We Need, Chicago, Baymarcket Books, 2017 (trad. it. Shock Politics. L’incubo Trump e il futuro della democrazia, Milano, Feltrinelli, 2017), David Frum, Trumpocracy: The Corruption of the America Republic, New York, Harper, 2018, e lo studio condotto dai professori di Harvard Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, How Democracies Die, New York, Crown, 2018.

[2] Si vedano, ad esempio, Helena Legarda e Michael Fuchs, “As Trump withdraws America from the world, Xi’s China takes advantage”, Center for American Progress (Foreign Policy and Security), 29 novembre 2017, e il reportage di Evan Osnon “Making China Great Again: As Donald Trump surrenders America’s global commitments, Xi Jinping is learning to pick up the pieces” apparso l’8 gennaio 2018 in The New Yorker (anche in Internazionale, 1240, 26 gennaio -1 febbraio 2018, pp. 40-48, con il titolo “Il migliore amico della Cina. Gli Stati Uniti di Donald Trump riducono il loro impegno internazionale. Lasciando spazio alla leadership cinese”.

[3] Xi Jinping, 决胜全面建成小康社会夺取新时代中国特色社会主义伟大胜利, discorso inaugurale del 18 ottobre 2017 al 19° Congresso Nazionale del Pcc, Renimin chubanshe, ottobre 2017 (ed. ingl. Secure a Decisive Victory in Building a Moderately Prosperous Society in All Respects and Strive for the Great Success of Socialism with Chinese Characteristics for e New Era, Xinhuanet, 3 novembre 2017).

[4] Luke Harding, Collusion: Secret Meetings, Dirty Money, and How Russia Helped Trump Win, New York, Vintage, 2017 (trad. it. Collusion. Come la Russia ha aiutato Trump a conquistare la Casa Bianca, Milano, Mondadori, 2017).

[5] Secondo l’indagine condotta dal Pew Research Center di Washington in 37 nazioni nel maggio 2017, Trump è percepito sì come un leader forte (55% degli intervistati) ma soprattutto come arrogante (75%), intollerante (65%) e pericoloso (62%); solo il 39% pensa che abbia carisma, il 26% che sia preparato e il 23% che abbia a cuore il benessere collettivo. Richard Wike et al., U.S. Image Suffers as Publics Around World Question Trump’s Leadership, Washington DC, Pew Research Center, 26 giugno 2017.

[6] Lance Dodes et al., “Mental health professionals warn about Trump”, The New York Times, 13 febbraio 2017. Si veda anche l’editoriale della Nbc a firma di Richard Painter e Leanne Watt, “The 25th amendment proves why Trump’s mental health matter”, NbcNews, 18 ottobre 2017. Gli interventi sull’argomento sono numerosi; tra i più significativi si vedano Keith Olbermann, Trump is F*ucking Crazy (This is not a joke), New York, Blue Rider, 2017, Brandy X. Lee et al., The Dangerous Case of Donald Trump. 27 Psychiatrics and Mental Health Experts Assess a President, New York, Thomas Dunne Books, 2017, e l’editoriale del The New York Times del 10 gennaio 2018 “Is Mr. Trump Nuts?”.

[7] Massimo Teodori, Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti, Venezia, Marsilio, 2017. Si vedano anche Mattia Ferraresi, La febbre di Trump. Un fenomeno americano, Venezia, Marsilio, 2017, David Neiwert, Alt-America: The Rise of the Radical Right in the Age of Trump, London-New York, Verso, 2017, Gennaro Sangiuliano, Trump: vita di un presidente contro tutti, Milano, Mondadori, 2017, e Sergio Romano, Trump e la fine dell’American Dream, Milano, Longanesi, 2017.

[8] Unica eccezione è rappresentata dal regista del documentario Trumpland, Micheal Moore, che definì Trump un “disgraziato, ignorante e pericoloso pagliaccio part time e sociopatico a tempo pieno” prevedendone la nomina in tempi non sospetti. Moore si è dichiarato convinto che Trump verrà rieletto al secondo mandato (Christian Champagne, “Micheal Moore says Trump is on track to win again in 2020”, Fast Company, 28 agosto 2017).

[9] In particolare Bob Corker, presidente della Commissione senatoriale degli affari esteri, ha denunciato apertamente il rischio di essere trascinati in una terza guerra mondiale a causa delle intemperanze e delle continue minacce rivolte alle altre nazioni da Trump, che tratterebbe “la sua carica come un reality tv, come se stesse interpretando una puntata di The Apprentice”, lo show televisivo condotto (e coprodotto) da Trump prima di scendere in campo per le presidenziali. “Mi spaventa e deve spaventare chiunque abbia a cuore la nostra nazione” ha dichiarato Corker, che ha anche accusato Trump di aver trasformato la Casa Bianca in “un asilo nido per adulti” (Jonathan Martin e Mark Landler, “Bob Corker says Trump’s recklessness threatens ‘World War III’”, The New York Times, 8 ottobre 2017).

[10] Sono inoltre state create delle commissioni e dei forum di indirizzo, composti da decine di esperti reclutati dal mondo dell’imprenditoria, della finanza, delle arti, delle religioni, i quali si sono defilati man mano che si trovavano in disaccordo con alcune prese di posizione del presidente, decretando così l’affossamento, avvenuto per mano stessa di Trump, delle commissioni e dei forum.

[11] Greg Weiner, “The president’s self-destructive disruption”, The New York Times, 11 ottobre 2017, Áine Cain, “Management experts break down Trump’s leadership style during his first 100 days as president”, Business Insider, 19 maggio 2017, e Peter Baker, “For Trump, a year of reinventing the presidency”, The New York Times, 31 dicembre 2017.

[12] Glenn Kessler, Meg Kelly e Nicole Lewis, “President Trump has made 1,950 false or misleading claims over 347 days”, The Washington Post, 2 gennaio 2018.

[13] È stato stimato che il presidente risparmierà tra 11 e 15 milioni di dollari all’anno e che la revisione delle tasse di successione potrebbe consentire ai suoi eredi un risparmio di 4,5 milioni di dollari. Per Jared Kushner, genero e consigliere del presidente, i risparmi stimati sono compresi tra 5 e 12 milioni di dollari (“Usa: approvata la riforma fiscale. Trump: «L’America torna grande». Meno tasse (a chi lavora per sé)”, Corriere della sera, 21 dicembre 2017.

[14] Paul Krugman, “Lies, Lies, Lies, Lies, Lies, Lies, Lies, Lies, Lies, Lies”, The New York Times (Paul Krugman New York Times Blog), 14 ottobre 2017. Sarebbero in particolare i gruppi finanziari e bancari a trarne i maggiori benefici, e alcuni gruppi industriali che hanno prontamente elargito bonus una tantum fino a 2000 dollari per dipendente e annunciato investimenti in favore dei lavoratori delle proprie aziende come forma di ringraziamento al presidente e sostegno alla riforma, in molti casi una sorta di captatio benevolentiae nei confronti delle istituzioni (è il caso di AT&T impegnata nell’acquisizione della Time Warner per 84,5 milioni di dollari che necessita di essere sbloccata dal Dipartimento di Giustizia) o di gratitudine per i contratti milionari siglati al seguito dei viaggi presidenziali in giro per il mondo (è il caso, ad esempio, della Boeing). Va da sé che una cosa è se i benefici fiscali avvengono all’interno del rapporto tra lo stato e i cittadini-lavoratori, altra se i benefici vengono elargiti dal datore di lavoro sotto forma di bonus o di benfits di qualsivoglia tipo, magari per sbloccare una trattativa sindacale complessa e/o per annunciare, come è avvenuto nel caso della Walmart, la contestuale chiusura di alcuni stabilimenti e/o punti vendita.

[15] Vale la pena soffermarsi brevemente su Stephen (Steve) Bannon, uno dei collaboratori più stretti e influenti di Trump durante l’ultima fase della campagna elettorale e i primi mesi del mandato presidenziale. Cineasta e giornalista, direttore di Breitbart News, il portale di estrema destra da lui fondato che è considerato la piattaforma internet del movimento razzista con simpatie neonaziste che promuove il suprematismo bianco, il maschilismo, l’islamofobia, l’antisemitismo, il protezionismo, l’isolazionismo e altri valori della destra più radicale sostenuti dal movimento Alternative Right (Alt-right). In qualità di coordinatore della sua campagna elettorale 2016 Bannon è stato tra gli artefici del successo politico di Trump e per questo è stato nominato consigliere anziano e capo stratega del presidente (carica inventata ad hoc per lui), posizione che ha ricoperto dal 20 gennaio al 18 agosto 2017. È stato anche membro del Consiglio per la sicurezza nazionale dal 29 gennaio al 5 aprile 2017. La diffidenza mostrata verso il duo Ivanka Trump – Jared Kushner e le posizioni anti-interventiste sulla crisi nordcoreana lo ha reso inviso alla lobby militare-industriale, e non è forse casuale che il suo allontanamento sia avvenuto proprio per mano del generale John Kelly poco dopo la sua nomina a capo di gabinetto. Con queste parole Bannon ha commentato il suo allontanamento dalla Casa Bianca: “La presidenza Trump, per la quale abbiamo combattuto e vinto, è finita.” Ha destato curiosità e in alcuni persino sconcerto la presenza di Bannon a Hong Kong (dove è intervenuto a un convegno a porte chiuse organizzato da una società d’investimenti di proprietà dello stato cinese) dopo il suo allontanamento dalla Casa Bianca, avvenuto poche settimane prima dell’arrivo di Trump in Cina e, soprattutto, nel quartiere generale del Pcc e del governo a due passi dalla Città proibita a Pechino, dove Bannon avrebbe incontrato, segretamente, Wang Qishan, all’epoca capo della potente (e temutissima) Commissione centrale di vigilanza, oggi Vicepresidente della Repubblica Popolare (Tom Mitchell e Demetri Sevastopulo, “Steve Bannon held secret meeting in China”, The Financial Times, 21 settembre 2017). Il rapporto fra Trump e Bannon è rimasto nell’ambiguità fino alla pubblicazione del libro di Michael Wolff Fire and Fury: Inside the Trump White House, New York, Henry Holt & Co., 2018 (trad. it. Fuoco e furia. Dentro la Casa Bianca di Trump, Milano, Rizzoli, 2018), che ha sancito la rottura definitiva tra i due e l’uscita definitiva di Bannon da Trumpland.

[16] Michael Wolff, cit. Il libro era programmato per uscire in libreria il 9 gennaio 2018, ma già il 3 gennaio 2018 sono apparse le prime anticipazioni su The Guardian (David Smith, “Trump Tower meeting with Russians ‘treasonous’, Bannon says in explosive book”) e sul New York Magazine che ha pubblicato un estratto dal titolo “Donald Trump didn’t want to be president. One year ago: the plan to lose, and the administration’s shocked first days”. La tesi del “candidato che non voleva vincere” che si era lanciato nell’agone politico per interessi personali legati alle sue attività extrapolitiche era già stata avanzata da Micheal Moore nell’agosto del 2016, in piena campagna elettorale (“Trump is self-sabotaging his campaign because he never really wanted the job in the first place”, Huffpost, 16 agosto 2016). Come prima reazione al clamore mediatico suscitato dalle anticipazioni, Trump ha accusato Bannon di “aver perso la testa” e ha etichettato il libro come “fraudolento” e “infondato”. Ha poi preso immediatamente le distanze da quello che un tempo era stato il suo principale consigliere, ridimensionandone il ruolo e diffidandolo, attraverso i suoi avvocati, dall’insistere nelle accuse. Per evitare che il volume potesse venir bloccato da un tribunale, l’editore ne ha anticipato l’uscita al 5 gennaio. Lo scandalo ha colpito non solo la famiglia presidenziale e il presidente in persona, ma anche Bannon che è stato rimosso dal posto di direttore della rivista Breitbart News e che, dopo gli ultimi insuccessi, sembra ormai caduto in disgrazia, salvo riciclarsi come consulente politico in diversi paesi europei (Jeremy W. Peters, “Steve Bannon steps down from Breitbart News”, The New York Times, 9 gennaio 2018). Sulla sua storia e sul ruolo da lui avuto nel determinare le scelte politiche di Donald Trump si veda Kurt Bardella, “Inside Steve Bannon’s ‘Fight Club’”, The New York Times, 10 gennaio 2018. In seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate a Wolff, Bannon ha dovuto presentarsi alla Commissione presieduta dal direttore Robert Mueller III sul Russiagate, e pare che abbia deciso di collaborare.

[17] Sempre pronto ad attribuirsi meriti non suoi, o almeno non solo suoi, Trump è passato dal predire un crollo della borsa al primo rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed a considerare i risultati borsistici positivi come il metro di valutazione del suo successo, incurante del fatto che gli indici borsistici americani sono in salita costante dal 2009 nonostante i tassi d’interesse siano aumentati nel 2017 ben tre volte. Stesso discorso vale per l’economia nel suo complesso. Si veda a tal proposito il giudizio caustico rilasciato da Paul Krugman a Josh Barro nel corso di un’intervista pubblicata da Business Insider il 15 dicembre 2017 e ripresa da Business Insider Italia il 27 dicembre 2017: “Il merito che va a Trump è essenzialmente pari a zero” (Graham Rapier e Josh Barro, “Il premio Nobel Paul Krugman: ‘Trump non ha alcun merito sull’economia e i Bitcoin sono un’enorme bolla’”).

[18] La nozione di “nazione indispensabile” è un concetto ben radicato nell’animo degli americani e largamente diffuso tra i politici, sia repubblicani che democratici. Madeleine Albright, Segretario di Stato durante il secondo mandato di Bill Clinton, lo ha così sintetizzato: “Se dobbiamo usare la forza è perché siamo l’America: siamo la nazione indispensabile, siamo in alto e vediamo più lontano nel futuro degli altri paesi.” Intervista a Madeleine Albright per Nbc-Tv, Usis Washington File, 19 febbraio 1998.

[19] Peter Navarro e Greg Autry, Death of China: Confronting the Dragon: A Global Call to Action, Upper Saddle River NJ, Pearson FT Press, 2011. Dal libro ha tratto ispirazione il lungometraggio Death by China di Martin Sheen del 2012. In precedenza Navarro aveva pubblicato un altro libro fortemente anticinese, The Coming China Wars: Where They Will Be Fought, How Can They Be Won, Upper Saddle River NJ, FT Press, 2006 (revised and enlarged edition, Upper Saddle River NJ, Pearson Education Press, 2008).

[20] Mark Landler, “Trump heaps praise on Xi Jinping and blames predecessors for trade gaps”, The New York Times, 9 novembre 2017, Jane Perlez e Mark Landler, “Wooing Trump, Xi Jinping seeks great power status for China”, The New York Times, 6 novembre 2017.

[21] Stando alle dichiarazioni ufficiali si sarebbero presi accordi per 9 miliardi di dollari con prospettive, tutte da concretizzare, di arrivare a 250 nei prossimi anni. Un’operazione che è parsa più di facciata che di sostanza, che corre il rischio di venire vanificata alla luce della recente stretta agli investimenti cinesi in terra americana.

[22] Julie Hirschfeld Davis, “Trump suggests teachers get a ‘bit of a bonus’ to carry guns”, The New York Times, 22 febbraio 2018, Julie Bosman e Stephanie Saul, “‘Teachers are educators, not security guards’: Educators respond to Trump proposal”, The New York Times, 22 febbraio 2018.

[23] Maurizio Ricci, “Commercio, Trump non sa quello che fa: ecco perché è una pallina impazzita”, la Repubblica.it, 17 marzo 2018.

[24] Lance Dodes et al., cit.

[25] Gideon Rachman, “America is now a dangerous nation. The president may exploit an overseas conflict to distract from problems at home”, The Financial Times, 14 agosto 2017.

[26] “Military solutions are now full in place, looked and loaded” ha twittato Trump dal suo campo da golf di Bedminster nel New Jersey dove era impegnato a “lavorare sodo”, parafrasando l’espressione “look and load” (“armi cariche e pronte”) usata da John Wayne in Sands of Iwo Jima del 1949 (David Usborne, “President Trump needs to cut the John Wayne act and stop the heated rhetoric with North Korea”, Independent, 12 agosto 2017, e anche Darren Samelson, Matthew Nussbaum, “Trump’s ‘John Wayne’ presidency struggles with tragedy”, Politico, 14 agosto 2017). La figlia di Wayne, Aissa Wayne, è una sostenitrice della prima ora di Trump (Tessa Berenson, “John Wayne daughter endorses Donald Trump”, Time, 19 gennaio 2016). La citazione ha fatto seguito a un’altra, “fuoco e fiamme” (“fire and fury like the world have never seen”), usata da Trump come minaccia contro la Corea del Nord, tratta questa volta dalla famosa serie di videogiochi di guerra Fire and Fury, espressione da cui si è ispirato il libro-scandalo di Michael Wolff Fire and Fury: Inside the Trump White House.

[27] Mark Landler e Julie Hirschfeld Davis, “Trump tells Japan it can protect itself by buying U.S. arms”, The New York Times, 6 novembre 2017, Julie Hirschfeld Davis, Mark Landler e Choe Sang-un, “No war threats from Trump, who tells Koreans ‘It will all work out’”, The New York Times, 7 novembre 2017, Keith Bradsher e Ana Swanson, “Trump’s visit to China: More business deals than trade pacts”, The New York Times, 7 novembre 2017.

[28] Significativa è parsa la posizione assunta dal pluridecorato generale John Hyten, comandante del United States Strategic Command e, quindi, responsabile dell’intero arsenale nucleare statunitense, che ha pubblicamente dichiarato che in caso dovesse ricevere dal Presidente-Comandante-in-capo l’ordine di lanciare un attacco atomico verso un paese ostile agli Stati Uniti o ai suoi alleati, si sarebbe rifiutato di eseguirlo se avesse valutato che l’ordine fosse “illegale”. Naturalmente sull’interpretazione e definizione di “illegale” si è aperto un dibattito mai concluso (Kathryn Watson, “Top general says he would resist ‘illegal’ nuke order from Trump”, Cbs News, 18 novembre 2018).

[29] Il tema è brillantemente affrontato da Joseph Joffe, The Myth of America’s Decline. Politics, Economics, and a Half Century of False Prophecies, New York-London, Liveright Publishing Corporation, 2014 (trad. it. Perché l’America non fallirà. Politica, economia e mezzo secolo di false profezie, Novara, Utet-De Agostini, 2014).

[30] Il valore strategico dell’Eurasia è sempre stato ben chiaro agli esperti statunitensi, come si evince, ad esempio, dal rapporto del Council on Foreign Relations redatto da Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Carter (The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives, New York, Basic Books, 1997, trad. it. La grande scacchiera, Milano, Longanesi, 1998), o dal controverso rapporto del PNAC (Project for the New American Century), l’Istituto di ricerca con sede a Washington che ha tra i suoi fondatori Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione Bush (figlio), e Donald Rumsfeld, Segretario di Stato durante le amministrazioni di Ford e Bush (figlio): Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces and Resources for the New Century, settembre 2000. Entrambi i fronti, democratico e repubblicano, avevano chiaro il ruolo chiave dell’Eurasia per il controllo globale da parte degli Stati Uniti. Come ebbe a scrivere Brzezinski: “Alla lunga, la politica globale diventerà sempre meno congeniale alla concentrazione del potere egemonico nelle mani di un singolo Stato. E quindi l’America non solo è la prima, oltre che la sola, vera superpotenza globale; ma probabilmente è anche destinata a essere l’ultima” (p. 209). Ecco perché “Il compito più immediato è quello di assicurare che nessuno Stato o unione di Stati conquisti la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia, o anche di sminuirne in modo significativo il decisivo arbitrato.” (pp. 197-198).

[31] Va notato che l’unico impiego di armi nucleari è avvenuto per mano degli americani nel 1945, quando nessun’altra nazione possedeva la bomba atomica. Il ricorso alle armi nucleari tra nazioni nuclearizzate oggi è da ritenersi altamente improbabile, a meno che non si accetti l’eventualità di venir rasi al suolo un secondo dopo aver lanciato un proprio missile. Altra questione è invece l’uso politico che si fa della minaccia nucleare.

[32] Daniella Diaz, “Trump says he spoke to US Vergin Islands’ ‘president’ – which is him”, Cnn Politics, 14 ottobre 2017.

[33] Julian Borger, Saeed Kamali Dehghan e Peter Beaumont, “Trump threatens to rip up Iran nuclear deal unless US and allies fix ‘serious flaws’”, The Guardian, 13 ottobre 2017.

[34] Commenti salaci e preoccupati non si sono fatti attendere, ovviamente. Si veda, ad esempio, Peter Baker e Michael Tackett, “Trump says his ‘nuclear button’ is ‘much bigger’ than North Korea’s”, The New York Times, 2 gennaio 2017.

[35] Richard Wike et al., cit. Si tratta di percentuali paragonabili solo a quelle disastrose raggiunte da George W. Bush alla fine del suo mandato. Come leader mondiale Trump ispira meno fiducia nell’opinione pubblica di Angela Merkel, ma anche di Xi Jinping e di Vladimir Putin. Non sorprende dunque che dopo la fallimentare visita in Europa di Trump lo scorso maggio la cancelliera tedesca abbia dichiarato che era giunto il momento “di prendere in mano il nostro destino”, evidenziando la distanza che si è venuta a creare tra Stati Uniti ed Europa non solo su temi rilevanti per il pianeta come la lotta all’inquinamento e al riscaldamento globale, ma anche sui sempre più delicati equilibri politici all’interno del mondo occidentale e dell’Alleanza Atlantica (Gideon Rachman, “Merkel’s blunder, Trump and the end of the West”, The Financial Times, 29 maggio 2017). D’altro canto Trump aveva apprezzato la scelta del Regno Unito di uscire dalla Comunità Europea e manifestato la speranza che altri paesi avrebbero presto seguito le sue orme (Ewen MacAskill, “Donald Trump arrives in UK and hails Brexit vote as ‘great victory’”, The Guardian, 24 giugno 2016).

[36] Declining Confidence in Trump, Lower Job Ratings for Congressional Leaders, Washington DC, Pew Research Center, 2 novembre 2017.

[37] Michael Wolff, cit.

[38] Sul tentativo del presidente di negare l’accaduto e far ricadere la colpa della mancata soluzione del problema dei Dreamers ai democratici, secondo il principio che “non c’è miglior difesa dell’attacco, anche a costo di negare ogni evidenza”, si rinvia a Thomas Kaplan, Noah Weiland e Michael D. Shear, “Hopes dim for DECA deal as lawmakers battle over Trump’s immigration remarks”, The New York Times, 14 gennaio 2018, e a Jonathan Martin, Michael D. Shear e Sherley Gay Stolberg, “As shutdown talk rises, Trump’s immigration words pose risks for both parties”, The New York Times, 15 gennaio 2018.

[39] Come spiega Vivian Yee, “In Trump’s immigration remarks, echoes of a century-old racial ranking”, The New York Times, 13 gennaio 2018. È in questo contesto che Trump, costretto a far fronte a un altro scandalo relativo all’ex pornostar Stephanie Clifford, in arte Stormy Daniels, (il cui silenzio è costato, all’avvocato di Trump Micheal Cohen, 130.000 dollari, pagati a suo dire di tasca propria) e alle assurde dichiarazioni rilasciate da Trump stesso a The Wall Street Journal circa la sua presunta amicizia con Kim Jong-un, ha innescato un’ulteriore polemica con la Gran Bretagna: prendendo a pretesto il suo personale disappunto per lo spostamento dell’ambasciata americana a Londra da un quartiere all’altro della città che avrebbe comportato uno spreco di denaro e di prestigio a suo dire ingiustificabile (spostamento voluto secondo Trump da Obama, ma in realtà deciso da Bush), il presidente si è rifiutato di recarsi nella capitale inglese come preannunciato. La visita avrebbe dovuto avvenire alla fine del 2017, ma le tensioni createsi tra Washington e Londra l’avrebbero fatta slittare all’inizio del 2018, retrocedendola a normale “visita di lavoro”, per evitare il coinvolgimento, previsto dal protocollo se la visita fosse stata “di stato”, della famiglia reale. Le ragioni della rinuncia sarebbero invece altre: hanno pesato i forti timori per le contestazioni che la presenza di Trump avrebbe sicuramente scatenato, l’imbarazzo nel ricevere un presidente sempre più ingombrante e imprevedibile, il gelo creatosi per l’infelice retweet di Trump a sostegno del movimento ultranazionalista e islamofobico di estrema destra “Britain First” e la presa di posizione assunta dal governo inglese all’Onu a favore della risoluzione di condanna contro la decisione, assunta unilateralmente dall’amministrazione Trump, di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di trasferire nella Città Santa l’ambasciata statunitense. Sullo sfondo c’è anche l’invito a Barack e Michelle Obama alle nozze del principe Harry con Meghan Markle che avrebbe escluso un’eventuale partecipazione di Donald e Melania Trump, peraltro non invitati. A poco sono serviti questi diversivi, alla fine la questione con Stormy Daniels si è ingigantita al punto da indurre Trump a chiederle un risarcimento di 20 milioni di dollari.

[40] Chris Stevenson, “Donald Trump’s unprecedented first year in the White House in numbers”, Independent, 18 gennaio 2018, Randy Yeip, “Trump takes to twitter like clockwork”, The Wall Street Journal, 19 gennaio, 2018, e Peter Oborne e Tom Roberts, How Trump Thinks: His Tweets and the Birth of a New Political Language, London, Head of Zeus, 2017.

[41] Jon Meacham, “Donald Trump and the limits of the reality TV presidency”, The New York Times, 29 dicembre 2017.

[42] Richard Wike et al., cit. Questi dati negativi non sembrano comunque inficiare l’appeal del popolo americano, che resta positivo per il 58% degli intervistati (solo il 26% ha un atteggiamento negativo), così come positiva rimane l’influenza nel mondo della cultura popolare a stelle e strisce, uno dei punti di forza del soft power statunitense, anche se l’analisi fa emergere dati discordanti: se il 65% apprezza la musica, il cinema e la televisione prodotti negli Stati Uniti e il 54% ritiene che il governo rispetti le libertà personali, la maggioranza degli intervistati non è per niente favorevole alla concezione americana di democrazia (46%, a fronte del 43% favorevole), e non ritiene che le idee e lo stile di vita americani siano diffusi nel loro paese (54%, a fronte di un 38% che invece è convinto del contrario).

[43] Hal Brands, “If you thought 2017 was bad, just wait for 2018”, Foreign Policy, 8 gennaio 2018, Id., American Grand Strategy in the Age of Trump, Washington DC, Brookings Institution Press, 2018.

[44] Willy Wo-Lap Lam, Chinese Politics in the Era of Xi Jinping: Renaissance, Reform, or Regression?, New York, Routledge, 2015, Kerry Brown, Ceo, China: The Rise of Xi Jinping, London, I.B. Tauris & Co., 2016, Reprint Edition, 2017.

[45] Beatrice Gallelli, “Metafore di una metafora: la retorica del ‘sogno cinese’”, Annali di Ca’ Foscari, Serie Orientale, 52, 2016, pp. 207-242.

[46] Jonathan Woetzel, Jeongmin Seong et al., China Digital Economy: A Leading Global Force, New York, McKinsey Global Institute, agosto 2017, Jonathan Woetzel, Diaan-Yi Lin et al., China’s Role in the Next Phase of Globalization, New York, McKinsey Global Institute, aprile 2017, e Dominic Barton, Jonathan Woetzel et. al., Artificial Intelligence: Implications for China, New York, McKinsey Global Institute, aprile 2017. Secondo una recente indagine condotta tra i maggiori produttori di tecnologia del mondo, Stati Uniti e Cina sono i paesi con le più elevate aspettative di crescita, con uno scarto minimo di potenzialità tra i due paesi. Inoltre, si prevede che nel giro di quattro anni Shanghai e Pechino entreranno nella rosa dei dieci principali poli dell’innovazione al mondo: Shanghai al primo posto, davanti a New York, e Pechino al terzo a pari merito con Tokyo (Kpmg, The Changing Landscape of Disruptive Technologies 2017, I, 22 marzo 2017, II, 31 luglio 2017).

[47] Jane Perlez, Paul Mozur e Jonathan Ansfield, “China’s technology ambitions could upset the global trade order”, The New York Times, 7 novembre 2017.

[48] Scott Cendrowski, “Inside China’s global spending spree. ‘One Belt One Road,’ China’s $3 trillion infrastructure-building campaign, could be a windfall for Western companies and investors”, Fortune 2017 Investor Guide, 12 dicembre 2016. I costi stimati per il completamento del progetto variano da fonte a fonte. Solo da parte cinese sono previsti investimenti per oltre 1000 miliardi di dollari per il primo decennio e di almeno altri 2000 per il periodo successivo. Secondo uno studio compilato dal China Power Team del Center for Strategic & International Studies i costi complessivi per realizzare le infrastrutture necessarie ammonterebbe a 26.000 miliardi di dollari (How Will The Belt and Road Initiative Advance China’s Interests?, 8 maggio 2017, aggiornato l’11 settembre 2017, accesso online dal 9 ottobre 2017).

[49] Lunyu 论语 13.24.

[50] Lüshi chunqiu 吕氏春秋 1.4.2. Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato, Bologna, il Mulino, 2015, pp. 137-141.

[51] Stephen Broadberry, Hanhui Guan e David Daokui Li, China, Europe and The Great Divergence: A Study in Historical National Accounting, 980-1850, Oxford, University of Oxford, Discussion Papers in Economic and Social History, n. 155, 17 aprile 2017.

[52] Sul recupero della tradizione e, in particolare, del confucianesimo si vedano Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio, cit., e Id., “Tradizione e confucianesimo nella Cina del XXI secolo”, in Emanuela Magno e Marcello Ghilardi (a cura di), La filosofia e l’altrove. Festschrift per Giangiorgio Pasqualotto, Milano-Udine, Mimesis, 2016, pp. 253-274.

[53] Almeno una media di dieci miliardi di dollari l’anno negli ultimi quindici anni secondo David Shambaugh, China’s Soft-Power Push. The Search for Respect, New York, Council of Foreign Relations, luglio-agosto 2015. Si vedano anche Osamu Sayama, China’s Approach to Soft Power. Seeking a Balance between Nationalism, Legitimacy and International Influence, London, Royal United Service for Defence and Security Studies, marzo 2016, e Eleanor Albert, China’s Big Bet on Soft Power, New York, Council of Foreign Relations, 11 maggio 2017.

[54] Marshall Sahlins, Confucius Institutes: Academic Malware, Chicago, Prickly Paradigm Press, 2015, Maurizio Scarpari, “Soft power in salsa agrodolce. Confucianesimo, Istituti Confucio e libertà accademica”, Inchiesta online, 29 settembre 2014, Perry Link, Is Academic Freedom Threatened by China’s Influence on American Universities?, Testimony Presented to the U.S. House Committee on Foreign Affairs, 4 dicembre 2014, Falk Hartig, “Communicating China to the world: Confucius Institutes and China’s strategic narratives”, Politics, 35 (3-4), 2015, pp. 245-258, e Jeffrey Gil, Soft Power and the Worldwide Promotion of Chinese Language Learning. The Confucius Institute Project, Bristol-Blue Ridge Summit PA, Multilingual Matters, 2017.

[55] Nel 2013 i netizen cinesi hanno ironizzato a lungo sulla presunta somiglianza tra Winnie e Xi: ha spopolato sui social di mezzo mondo la foto del presidente Xi a passeggio con il presidente Obama nel corso del vertice in California accostata a un disegno di Winnie a passeggio con Tigro, suo compagno di avventure. L’anno successivo era toccato al primo ministro giapponese Shinzo Abe, ripreso con Xi nel corso di una conferenza stampa in cui, dopo anni di tensione tra Pechino e Tokyo, i due leader si lasciavano mestamente con una poco convinta stretta di mano: in questo caso l’immagine ha ricordato Winnie mentre tendeva la zampa a l’asinello Ih-Oh, altro personaggio del cartone animato. Triste sorte è toccata anche all’immagine che metteva a confronto una macchinetta giocattolo che ritraeva Winnie in piedi al suo interno e Xi in piedi nella sua automobile durante una parata: in meno di un’ora la foto pubblicata su Weibo ha ricevuto oltre 65.000 condivisioni, prima di venire censurata (Tom Batchelor, “China bans Winnie The Pooh on social media after comparison with President Xi Jinping”, Independent, 17 luglio 2017).

[56] Ian Johnson, “Cambridge University Press removes academic articles on Chinese site”, The New York Times, 18 agosto 2017, Javier C. Hernández, “Leading Western publisher bows to Chinese censorship”, The New York Times, 1 novembre 2017, Jacqueline Williams, “Australian furor over Chinese influence follows book’s delay”, The New York Times, 20 novembre 2017, e Ellie Bothwell, “Chinese power ‘may lead to global academic censorship crisis’”, Times Higher Education, 7 dicembre 2017.

[57] Come, ad esempio, la manipolazione del consenso ottenuto attraverso l’uso fraudolento dei social media operato dai membri del cosiddetto wumaodang 五毛党 “partito dei 50 centesimi”, per il quale si rinvia a Gary King, Jennifer Pan e Margaret E. Roberts, “How the Chinese government fabricates social media posts for strategic distraction, not engaged argument”, American Political Review, 111, 3, 2017, pp. 484-501.

[58] Justina Crabtree e Cheang Ming, “Why soft power could be the real value of China’s massive Belt and Road project?”, Cnbc, 22 maggio 2017.

[59] Todd Hall, “An unclear attraction: A critical examination of soft power as an analytical category”, The Chinese Journal of International Politics, 3 (2), 2010, pp. 189-211, Abhinav Dutta, “The concept of soft power: A critical analysis”, International Affairs Forum, Washington DC, Center for International Relation, 27 agosto 2017.

[60] Sulle diverse definizioni di soft power in Cina si veda Tanina Zappone, “Soft power in cinese. Ideologia del potere e adattamento culturale”, in Clara Bulfoni e Silvia Pozzi (a cura di), Atti del XIII convegno dell’Associazione Italiana di Studi Cinesi, Milano, Franco Angeli, 2014, pp. 414-425. Per un’analisi del soft power culturale si veda Guozuo Zhang, Research Outline for China’s Cultural Soft Power, Singapore, Social Science Academic Press e Springer Nature Singapore Pte Ltd, 2017, Sabrina Rastelli, “Il ‘soffice potere’ dell’arte: la diplomazia pubblica e le esposizioni di arte antica”, Mondo cinese, 143, 2010, pp. 128-144, Paola Voci e Luo Hui (eds.), Screening China’s Soft Power, New York, Routledge, 2018, e Natalia Riva, “La cultura come risorsa di soft power e industria pilastro dell’economia cinese”, Mondo cinese, 161, 2017, pp. 23-38. Sulla definizione di negative soft power si rinvia a William A. Callahan, “Identity and security in China: The negative soft power of the China dream”, Politics, 35 (3-4), 2015, pp. 216-229.

[61] William A. Callahan, cit.

[62] Sheng Ding, “Engaging diaspora via charm offensive and indigenised communication: An analysis of China’s diaspora engagement politics in the Xi era”, Politics, 35 (3-4), 2015, pp. 230-244, Kingsley Edney, The Globalization of Chinese Propaganda: International Power and Domestic Political Cohesion, New York, Palgrave Macmillan, 2014, e Id., “Building national cohesion and domestic legitimacy: A regime security approach to soft power in China, Politics, 35 (3-4), 2015, pp. 259-272.

[63] Osamu Sayama, cit.

[64] David Shambaugh, “China’s soft-power push”, cit., e l’editoriale del 23 marzo 2017 in The Economist: “China is spending billions to make the world love it. Can money buy that sort of thing?”.

[65] Mengzi 孟子 7A.14.

[66] Maurizio Scarpari, “Soft power. Un glorioso passato che non convince il resto del mondo”, In Asia (il manifesto), 25 maggio 2017, pp. 4-5. Un caso emblematico che meriterebbe un’attenta riflessione da parte delle autorità cinesi riguarda l’elezione del nuovo Direttore generale dell’Unesco, avvenuta nell’ottobre 2017 e ratificata dall’Assemblea generale il mese successivo. La nuova direttrice, l’ex ministro della cultura francese Andrey Azoulay, è stata eletta alla sesta votazione. Nelle prime votazioni uno dei quattro candidati era il cinese Qian Tang, funzionario dell’Unesco dal 1993 e assistente del Direttore generale aggiunto per l’Educazione dal 2010. La Cina ambiva a ricoprire questa posizione di prestigio, ma per tre votazioni consecutive la candidatura di Qian Tang ha ottenuto solo 5 voti su 58, prima di essere ritirata. Una brutta figura che certo Qian Tang, dal 2001 alto dirigente del settore educazione dell’ente, non meritava, ma che dovrebbe far riflettere sul peso effettivo della Cina nelle istituzioni culturali non cinesi.

[67] Secondo l’ultimo rapporto sulla diseguaglianza nel mondo rilasciato dall’organizzazione non profit Oxfam di Oxford, l’1% della popolazione mondiale (ca. 75 milioni di individui) ha beneficato, da sola, dell’82% della ricchezza netta prodotta globalmente tra marzo 2016 e marzo 2017, mentre alla fascia più povera, che costituisce il 50% della popolazione del pianeta (3,7 miliardi di individui), non è andato praticamente nulla. Secondo il rapporto, l’1% della popolazione mondiale possiede da sola quanto il restante 99%, una forbice che invece di assottigliarsi continua ad aumentare.

[68] Fao et al., The State of Food Security in the World, Building Resilience for Peace and Food Security, Rome, Fao, 2017.

[69] L’indice Soft Power 30. A Global Ranking of Soft Power 2017 compilato nella primavera 2017 dal centro di ricerca Portland di Londra e dalla University of Southern California Centre on Public Diplomacy di Los Angeles registra un ulteriore avanzamento della Cina rispetto l’anno precedente, essendo passata dalla ventottesima posizione del 2016 alla venticinquesima (era trentesima nel 2015), e una regressione degli Stati Uniti dalla tradizionale posizione al vertice della classifica sia nel 2015 sia nel 2016 alla terza posizione nel 2017. Questi dati vanno presi con cautela, per due motivi: innanzi tutto perché il soft power è una categoria più concettuale che materiale, difficilmente valutabile in modo oggettivo, che muta considerevolmente in base al paniere di parametri utilizzati, alle aree considerate, alle fasce di genere e di età, ecc., e in secondo luogo perché gli indici per il 2017 al momento disponibili tengono conto, nella migliore delle ipotesi, solo dei primi mesi del governo Trump. E infatti gli altri due centri di valutazione di solito presi in considerazione, basandosi su criteri di analisi differenti, danno risultati contrastanti. L’indice compilato dal Real Instituto Alcano di Madrid, Alcano Global Presence Report 2017, datato al 1 giugno 2017, conferma ai vertici della classifica gli Stati Uniti e al secondo posto la Cina, che aveva raggiunto questa posizione già nel 2016. Il Soft Power Survey 2016/2017 realizzato da Monocle in collaborazione con l’Institue for Government di Londra non è qui significativo, essendo stato compilato prima che Trump diventasse presidente (è datato a novembre 2016). Per Monocle gli Stati Uniti sono al primo posto e la Cina al ventesimo.

[70] Nicolas Berggruen e Nathan Gardels, Intelligent Governance for the 21st Century: A Middle Way Between West and East, Cambridge-Malden, Polity Press, 2012, Graham Allison, China Vs. America. Managing the Next Clash of Civilizations, New York, Council on Foreign Relations, settembre-ottobre 2017, e Richard Haas, A World in Disarray: American Foreign Policy and the Crisis of the Old Order, New York, Penguin Random House, 2018.

 

 

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About Maurizio Scarpari: Maurizio Scarpari ha insegnato Lingua cinese classica dal 1977 al 2011 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha ricoperto diverse cariche accademiche, tra le quali quelle di Prorettore Vicario, Presidente del Consiglio dei Direttori di Dipartimento, Direttore del Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale, componente del Consiglio di Amministrazione, del Senato Accademico e dell’Advisory Board dell’Università Ca’ Foscari. È stato anche Presidente di Ca’ Foscari Formazione e Ricerca S.r.l. e componente del Consiglio di Amministrazione dell’Ente per il Diritto allo Studio Universitario (ESU) di Venezia. Le sue ricerche riguardano principalmente la Cina pre-imperiale, i settori privilegiati sono il filologico-linguistico classico, l’archeologico e quello relativo alla storia del pensiero filosofico antico e alla sua incidenza sul pensiero politico attuale. È autore di oltre un centinaio di libri e articoli scientifici. Tra i suoi ultimi libri si segnalano Il confucianesimo. I fondamenti e i testi (Torino, Einaudi 2010) e Mencio e l’arte di governo (Venezia, Marsilio 2013). Per la collana Grandi Opere Einaudi ha curato la serie in più volumi La Cina (2009-2013). Per Inchiesta ha di recente pubblicato il saggio “Confucianesimo e religione” nel dossier “Passato e presente nella Cina d’oggi” curato da Amina Crisma (Inchiesta, XXXXIII, 181, pp. 64-96: 76-85). Insieme a L. Lanciotti ha curato la mostra di arte e archeologia cinese Cina. Nascita di un Impero (Roma, Scuderie del Quirinale, 2006-2007), insieme a S. Rastelli ha curato la mostra Il Celeste Impero. Dall’Esercito di Terracotta alla Via della Seta (Torino, Museo di Antichità, 2008), insieme a S. De Caro ha curato il catalogo della mostra I due imperi. L’aquila e il dragone. Ha inoltre fatto parte del Comitato Scientifico delle mostre 7000 anni di Cina. Arte e archeologia cinese dal Neolitico alla Dinastia degli Han (Venezia, Palazzo Ducale, 1983), Cina a Venezia. Dalla Dinastia Han a Marco Polo (Venezia, Palazzo Ducale, 1986), Cina 220 A.C. I guerrieri di Xi’an (Roma, Palazzo Venezia, 1994), Cina. Alla corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang (25-907) (Firenze, Palazzo Strozzi, 2008), I due imperi. L’aquila e il dragone (Milano, Palazzo Reale, 2010; Roma, Curia Iulia e Palazzo Venezia, 2010-2011).

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