Maurizio Scarpari: All’ombra dell’anaconda. Considerazioni sinologiche

| 13 Gennaio 2021 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da Sinosfere del 13 Gennaio 2021

 

“Come conciliare l’entusiasmo di tutti noi che di Cina ci occupiamo in vario modo, con la necessità di criticare il regime, di prendere distanze dalla repressione feroce della minoranza musulmana in Xinjiang e del movimento democratico a Hong Kong, dal modello oligarchico di dominazione della società, di sfruttamento micidiale della manodopera salariata?” Con queste parole si interrogava, e ci interrogava, all’inizio del 2020 Andrea Berrini, scrittore ed editore con grande esperienza di Asia e di Cina, in un articolo stimolato da quell’“accenno di dibattito” avviato da Attilio Andreini a fine novembre 2019 e presto arenatosi a causa della non digeribilità di alcuni “bocconi succulenti che molto poco sono stati raccolti” che erano stati messi sul “piatto”.1) Berrini interveniva, ormai a bocce ferme, per porre l’attenzione sul tema della censura e dell’autocensura, assente allora e assente anche in questa ripresa del dibattito. L’ambito in cui si muove Berrini, quello dell’editoria, è di grande interesse per i sinologi, avendo egli dovuto – nei suoi numerosi incontri in Cina con scrittori ed editori cinesi – “incocciare con la censura, la repressione furente delle idee, le lamentele di alcuni, la malinconia di chi lasciava le pagine scritte nel cassetto o era obbligato a cercare una pubblicazione all’estero, la frustrazione di dover ammettere che sì, certi pensieri e sensazioni erano ormai espunti dalle proprie pagine” pur riconoscendo che “negli ultimi anni perfino a voci scomode e critiche è stato consentito di venire a galla, … sempre però con testi dai quali fosse espunta ogni critica”.

Il tema della censura non è esente da ambiguità, è complicato dalla concomitante presenza dell’autocensura, impalpabile, ma non per questo meno efficace: “In Cina – continua Berrini – la repressione delle idee prende analogamente la forma di un’autocensura previa di ciascuno sul proprio operare, e di un’autocensura delle case editrici, in questo caso delle riviste. Una repressione subdola, perché difficile da identificare con chiarezza, non c’è mai una linea definita.” Parole semplici e chiare che ben chiosavano un dibattito che s’era andato smarrendo sul nascere. Ora che il confronto è stato riaperto da Marco Fumian sulle pagine della stessa rivista che aveva ospitato l’appello di Andreini, ritengo utile soffermarmi a mia volta sul nesso censura-autocensura, che aiuta a mettere a fuoco un tema di grande rilevanza, ineludibile nel delineare il profilo ideale del “sinologo della Nuova Era”, figura che si immagina illusoriamente impenetrabile a quel condizionamento psicologico che, sempre più pressante e pervasivo, interferisce nella vita intellettuale e accademica.

In termini analoghi a quelli di Berrini si era espresso qualche tempo prima Perry Link, professore emerito di Studi sull’Asia Orientale all’Università di Princeton e Chancellorial Chair dell’Università della California a Riverside: nel 2014 di fronte alla Commissione Affari Esteri della Camera degli Stati Uniti si era pronunciato in merito alla limitazione della libertà accademica, mentre nel 2017 aveva illustrato il processo di trasformazione del fenomeno della censura e dell’autocensura nel mondo dell’editoria negli ultimi quarant’anni.2) Anche in questo caso parole semplici e chiare. Di recente anche Steve Tsang, Direttore del China Institute della School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra,3) ha avvertito studiosi e studenti della possibilità di divenire vittime di forme più o meno subdole di intimidazione, e il Times ha denunciato con una certa dose di preoccupazione l’insorgere di atteggiamenti acquiescenti da parte di alcune università inglesi.4) Un recente studio pubblicato su The China Quarterly ha inoltre evidenziato le difficoltà che i sinologi incontrano nel lavoro di ricerca a causa dell’eccessivo controllo e delle limitazioni imposte loro da parte delle istituzioni cinesi, descrivendo anche le diverse strategie che è possibile mettere in campo per cercare di ridurre, laddove possibile, gli effetti ingombranti della censura.5) A questi rischi non sembrerebbero immuni nemmeno i giovani aspiranti sinologi, timorosi della possibilità che un intervento fuori dal coro precluda loro il rilascio del visto per la RPC o la concessione di una borsa di studio.6)

Mai come in questo momento in Cina il controllo delle attività intellettuali e della stampa è stato così pervasivo e la censura e la repressione così pronte a intervenire: la potenza di fuoco messa in campo dal Dipartimento centrale di propaganda del Pcc e dalle numerose Commissioni create ad hoc è senza precedenti. Sono ben documentate le restrizioni della libertà di pensiero e di azione; vengono punite iniziative di modesta entità che tenderebbero a “fomentare dispute” o a “creare problemi” (questi i capi d’accusa che sono costati quattro anni di carcere all’avvocatessa Zhang Zhan, colpevole di aver divulgato immagini riprese col cellulare a Wuhan durante il periodo di lockdown) e condannati atti ritenuti “sovversivi”, finalizzati a compromettere la “sicurezza nazionale”, motivazione che viene invocata con una certa disinvoltura per stigmatizzare qualsiasi critica o azione considerata contraria alle politiche del governo o alla linea del partito, o poco rispettosa nei confronti di Xi Jinping o di alti funzionari. La recente presa di posizione di Xi Jinping sulla necessità di assumere un “approccio olistico” nella costruzione di un sistema di sicurezza nazionale più adeguato alle esigenze della Nuova Era, pone per la prima volta la sicurezza nazionale (i cui ambiti e confini non sono mai ben definiti) sullo stesso piano dello sviluppo del Paese, attribuendo massima priorità alla sicurezza. Non si può certo sperare in un allentamento della censura, c’è piuttosto motivo di temere un’ulteriore stretta.7)

Nel mirino della censura ci sono naturalmente anche le università, i centri di ricerca e i docenti universitari (i casi del prof. Xu Zhangrun dell’Università Qinghua e del prof. Benny Tai della Università di Hong Kong sono solo la punta dell’iceberg). Nemmeno gli accademici stranieri sono risparmiati, come documenta il caso del prof. Nobu Iwatani dell’Università di Hokkaido.8) I tentativi di reazione degli studenti, laddove si sono manifestati, sono stati stroncati sul nascere, com’è accaduto di recente all’Università Fudan di Shanghai, uno degli atenei più aperti all’innovazione e al dialogo, dove si è assistito alla repressione delle proteste suscitate dall’annuncio che il Ministero dell’Istruzione aveva cancellato dallo statuto ogni riferimento alla libertà di pensiero in favore dei principi dell’ideologia socialista della Nuova Era enunciati da Xi Jinping. A ciò si aggiunge la preoccupazione dei docenti degli atenei di Hong Kong in seguito alla promulgazione della Legge sulla sicurezza nazionale, dopo i continui arresti e l’annuncio dell’avvio di una sostanziale revisione dei corsi e dei testi di studio in essi adottati.

L’organizzazione mondiale che monitora le violazioni dei diritti umani, Human Rights Watch, è più volte intervenuta sul tema degli abusi in ambito accademico all’interno e all’esterno della Cina. Sophie Richardson, direttrice dell’area Cina, ha da poco firmato sia il nuovo Codice di comportamento contro ogni forma di abuso all’interno del mondo accademico, sia il rapporto China’s Influence on Global Human Rights System, nel quale viene denunciato il tentativo, da parte dei rappresentanti cinesi alle Nazioni Unite (la Cina è membro effettivo del Consiglio dei diritti umani), di riscrivere le regole e le procedure d’indagine a proprio vantaggio, minimizzando in particolare l’esistenza della censura e dell’autocensura all’interno del mondo accademico, delle comunità cinesi all’estero e del mondo degli affari.9)

Fuori della Cina il problema è avvertito in particolare in quegli atenei che svolgono attività finanziate, in tutto o anche solo in parte, da enti cinesi o i cui bilanci risentono significativamente della presenza di studenti cinesi nei loro corsi. Maggiore è la dipendenza dai finanziamenti e dai benefici di varia natura di cui godono le istituzioni e le persone (per infrastrutture, ricerche, viaggi di studio, convegni, pubblicazioni, ecc.), più marcata è la pressione esercitata dalla controparte cinese e, di conseguenza, più si accentua la tendenza, accettata come “inevitabile”, a eludere quei commenti o quei comportamenti che potrebbero essere ritenuti inopportuni o inaccettabili dalle autorità cinesi. Spesso vengono ignorati quegli ambiti di ricerca considerati “a rischio”, previlegiando argomenti meno compromettenti. In casi estremi, per evitare problemi con il partner cinese, l’ateneo stesso si è fatto promotore di azioni di “moral” suasion, esercitando pressioni di varia natura o ricorrendo a provvedimenti sanzionatori, com’è avvenuto, ad esempio, nel caso della prof. Anne-Marie Brady dell’Università neozelandese di Canterbury.10)

L’aspetto più insidioso non riguarda tanto la censura, quanto l’autocensura, sempre più diffusa, che concorre tanto quanto la prima, se non di più, ad “armonizzare (he 和) le menti e le anime” (“melassare” è la traduzione che ho proposto in questo caso per he 和).11) “The Anaconda in the Chandelier” è l’espressione, divenuta iconica, coniata da Perry Link per descrivere come opera in concreto l’autocensura cinese:

“Negli ultimi tempi l’autorità censoria del governo cinese” scriveva nel 2002 “non assomiglia tanto a una tigre mangia-uomini o a un drago che sbuffa fuoco, quanto piuttosto a un anaconda gigante che avvolge le sue spire attorno a un lampadario che incombe sulle nostre teste. Di solito il grande serpente non si muove. Non serve che si muova. Non sente alcun bisogno di esplicitare i suoi divieti. Il suo costante e silenzioso messaggio è ‘decidi tu stesso’, dopodiché, il più delle volte, tutti coloro che si trovano nella sua ombra fanno i loro piccoli e grandi aggiustamenti, tutto in modo abbastanza ‘naturale’. In pratica, l’Unione Sovietica, dove la nozione di Stalin di ‘ingegneria dell’anima’ è stata perseguita per la prima volta, è stata ben lungi dall’ottenere i risultati che i comunisti cinesi hanno raggiunto nell’ingegneria psicologica”.12)

Dal 2002 quell’anaconda è cresciuto a dismisura e la sua ombra si è fatta ancor più incombente di quanto Link potesse immaginare.

Il tema dell’autocensura è così intimamente legato alla figura del sinologo che non si può evitare di parlarne nel tracciare il profilo del “sinologo della Nuova Era”: è infatti innegabile che da quando la Cina ha intrapreso la politica di finanziare università, centri di ricerca e associazioni culturali (fenomeno tutto sommato abbastanza recente) la posizione delle autorità amministrative preposte a ricevere quei finanziamenti, e dei sinologi che quei finanziamenti sollecitano, si è fatta più delicata e per certi versi ambigua. L’autocensura è, infatti, la conditio sine qua non della relazione con la controparte cinese nel momento in cui viene sottoscritto un contratto in ambito culturale, è un “non detto” di cui entrambi i contraenti sono consci, al punto da non farne mistero. Chi sostiene di non subire alcun tipo di censura quando si è autocensurato in via preventiva (come nel caso dell’istituzione degli Istituti Confucio all’interno delle università) vuole dare da intendere a se stesso, ancor prima che ad altri, che la libertà accademica sarà comunque salvaguardata dalla personale capacità di gestire il rapporto con la controparte cinese. Si tratta di una pia illusione, se non di un inganno, innanzi tutto verso se stessi: autocensurarsi equivale sempre e comunque a cedere sul piano dell’autonomia. E quant’anche fosse una strategia accettabile, un pragmatismo indispensabile, chi segna il limite oltre il quale non è lecito andare?

Le dinamiche instauratesi tra la Cina e diversi altri Paesi all’indomani dello sbarco nel mondo accademico degli Istituti Confucio (IC) sono un esempio lampante della capacità cinese d’infiltrazione nel tessuto culturale, politico ed economico di un Paese. Nessun istituto culturale al mondo è incardinato in università straniere, gli IC rappresentano dunque un caso unico, un’anomalia sorprendente se si considera che dipendono da un organismo statale totalmente controllato dal Pcc, notoriamente irrispettoso della libertà di espressione e dell’autonomia accademica, il cui Dipartimento centrale di propaganda è particolarmente attivo in patria e all’estero. Gli IC sono solo un tassello di una strategia di ben più ampio respiro, che meriterebbe di essere indagata approfonditamente, comprendendo, tra l’altro, lucrosi contratti offerti da atenei e centri di ricerca cinesi a “esperti” nei più diversi ambiti (rivelatisi i migliori ambasciatori del successo cinese) e il proliferare di centri studi e associazioni culturali che organizzano eventi o offrono servizi di consulenza e assistenza, prevalentemente economica e commerciale, ma che soprattutto creano i giusti contatti con il mondo della politica e dell’apparato burocratico locale. Si tratta di network di “relazioni di qualità” e di “interessi forti” che si prefiggono l’obiettivo di facilitare il dialogo tra/con le “persone che contano” e, attraverso queste, tra/con le istituzioni, svolgendo funzioni di lobby e favorendo la creazione di consenso nei confronti della Cina, anche a livello popolare. Fanno parte di questi network politici, ex parlamentari ed ex ministri, ex diplomatici, docenti universitari, ricercatori, economisti, politologi, analisti ed esperti di relazioni internazionali, giornalisti, imprenditori ecc.13)

Il patto tra istituzioni, per lo più universitarie, gestito dallo Hanban (oggi trasformatosi in Centro per l’istruzione e la cooperazione del Ministero dell’istruzione cinese),14) che è alla base della costituzione di ogni IC, poggia su un accordo “sconveniente” che prevede finanziamenti, agevolazioni e benefici vari, personali e istituzionali, in cambio di un atteggiamento collaborativo su una serie di tematiche particolarmente scottanti (ed ecco riemergere prepotente il tema dell’autocensura: o si evita tout court di affrontare certi temi spigolosi, o si partecipa, fianco a fianco con il partner cinese, a un estenuante lavoro di negoziazione volto a smussare o a espungere i punti critici, in nome dell’armonia melassante) e dell’aiuto a diffondere l’influenza degli IC all’interno e all’esterno dell’ateneo. L’accordo trova un contesto particolarmente ricettivo laddove sono più scarsi i finanziamenti statali alle università, come ad esempio l’Italia. Il condizionamento non si limita alle sole attività dello IC; senza che ce se ne renda conto fino in fondo, esso si espande all’intero ateneo che ha sottoscritto il contratto, non coinvolge solo quella parte dei docenti e degli studenti di cinese che ne traggono vantaggio, ma anche quella parte che non vorrebbe essere coinvolta, pena il trovarsi isolata o tacciata di fare politica invece di cultura, e quei docenti non sinologi che per un motivo o per l’altro hanno a che fare con la Cina.

Il sistema degli IC, congegnato dal Dipartimento centrale di propaganda del Pcc, senza che da parte degli altri Paesi vi sia, né pretendere che vi sia, un proprio corrispettivo in Cina, si è diffuso a macchia d’olio, come si evince dall’elevato numero di istituti creati nel mondo (la metà comunque di quelli previsti per il 2020; in Italia sono 12). Non secondaria in questo processo è la capacità degli IC di espandere la propria influenza all’esterno dell’ateneo partner, coinvolgendo nei propri corsi di lingua e cultura la società civile e, aspetto a mio avviso più preoccupante, le scuole di istruzione secondaria, attraverso l’istituzione delle cosiddette Aule Confucio. Visto l’alto grado di indottrinamento ideologico a cui sono sottoposti in patria gli insegnanti di lingua e cultura cinese per stranieri, selezionati dallo Hanban e non dallo Stato italiano attraverso normali concorsi pubblici, appare non esente da rischi affidare loro classi di adolescenti non ancora formati, e quindi meno solidi dal punto di vista critico e intellettuale.15) L’argomento che il personale cinese si limiterebbe a insegnare lingua e cultura senza ombra di propaganda è del tutto inconsistente: non esiste infatti insegnamento che possa prescindere da scelte critiche del docente sugli elementi da trasmettere e sui testi attraverso i quali trasmetterli, e, nel caso della Cina, impegnata a offrire un’immagine edulcorata e spesso distorta della propria storia e della propria realtà politica e sociale, questi elementi sono formulati su indicazione diretta di Xi Jinping. Ciò vale soprattutto oggi, nella cosiddetta “era dello storytelling made in RPC”, come l’ha correttamente definita Marina Miranda, “risultato di una attenta pianificazione in campo ideologico e dottrinale, programmata nel medio-lungo periodo”.16)

A ricordarci “la censura previa” di cui parlava Andrea Berrini e a cui faceva riferimento Perry Link, ci sarà sempre quell’anaconda gigante che dormicchia, ma non dorme, attorcigliato sopra di noi, vigile e pronto a intervenire qualora necessario. L’autocensura, è bene sottolinearlo, non è un peccato veniale, soprattutto se viene indotta in cambio di soldi e/o benefici di varia natura: è invece un peccato gravissimo almeno quanto lo è la censura, non essendo altro che l’altra faccia della stessa medaglia. Il suo peso dal punto di vista etico non è affatto minore, che sia frutto della paura di possibili ritorsioni o che nasca dalla volontà di ottenere ciò che serve per realizzare i propri obiettivi, personali e/o istituzionali, riducendo le difficoltà che si incontrerebbero altrimenti.

La questione ci riguarda dunque molto da vicino, perché siamo noi sinologi i principali artefici del successo degli IC, dal momento che abbiamo noi stessi favorito il loro ingresso all’interno delle nostre università, proponendoci di dirigerli (affiancati da un co-direttore di parte cinese), e acconsentendo ad agevolare la realizzazione dei loro obiettivi strategici. Se le attività svolte attraverso il coinvolgimento degli IC non vengono censurate, è perché quelle attività non recano alcun fastidio, e perché, semmai ci fosse il rischio che lambissero terreni minati, il contratto prevede la garanzia che non vengano mai superati i limiti consentiti. Se così non fosse, si può stare certi che la censura scatterebbe, come ha fatto chiaramente intendere nel 2014 la direttrice dello Hanban, Xu Lin, agli oltre quattrocento sinologi europei riuniti a congresso a Braga, in Portogallo.17) Il suo fu un messaggio forte e chiaro, diretto anche ai sinologi non presenti. La sera prima dell’apertura dei lavori congressuali, senza averne alcun titolo, requisì i programmi che riportavano gli abstract degli interventi, alcuni dei quali erano, a suo giudizio, “in contrasto con la normativa cinese” (affrontavano, cioè, temi “sensibili”, ritenuti off limits), e li restituì la mattina successiva privati di quelle pagine ritenute lesive dell’immagine della Cina, scatenando la pronta reazione del presidente dell’Associazione europea di studi cinesi, il professor Roger Greatrex dell’Università di Lund, che denunciò pubblicamente il comportamento di Xu Lin come un inaccettabile atto di arroganza e una palese violazione della libertà e dell’autonomia accademica, e provocando un processo mediatico internazionale culminato in un’intervista rilasciata da Xu Lin alla BBC, dai toni persino esilaranti, che ha fatto storia. Per i sinologi europei rappresentò l’occasione per aprire finalmente gli occhi sui rischi che correvano con l’aver favorito l’incardinamento degli IC all’interno dei propri atenei (oltreoceano la questione era già ampiamente dibattuta e le associazioni di docenti erano scese in campo prendendo posizione in modo netto).18)

Ma come ipnotizzati dagli occhi del serpente Kaa, la reazione che ci si sarebbe dovuti attendere da parte dei sinologi non ci fu, si preferì considerare l’evento un incidente di poco conto. Anzi: quasi a voler esorcizzare quanto successo, con un tempismo a dir poco eccezionale, otto atenei ospitanti un IC al loro interno, uno dei quali italiano, conferirono una laurea honoris causae un premio internazionale a Xu Lin, che apprezzò il sostegno ricevuto in un momento di evidente difficoltà. Ricambiò il favore in occasione della conferenza mondiale degli IC che si sarebbe tenuta di lì a pochi mesi a Xiamen, dove gli IC delle università riverenti e omaggianti vennero premiati con la “medaglietta” di rito destinata ai migliori IC dell’anno (in un caso fu premiato il co-direttore italiano), creando un cortocircuito che passò quasi del tutto inosservato: “Un loop autoreferenziale imbarazzante – feci presente all’epoca –, che non contribuisce certo a creare quell’immagine di autonomia, trasparenza e rigore intellettuale che sarebbe auspicabile.”19)

All’estero le cose sono andate diversamente. Nel giro di pochi anni una cinquantina di IC sono stati chiusi, per lo più negli Stati Uniti, ma anche in Giappone, Canada, Australia, Svezia, Germania, Francia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi. Università di altri Paesi sono determinate a non rinnovare oltre gli accordi a suo tempo sottoscritti con lo Hanban, mosse anche dai recenti scandali scoppiati alla Vrije Universiteit di Bruxelles (il co-direttore cinese, accusato di spionaggio, è stato espulso dal Paese e l’IC è stato chiuso) o alla Freie Universität di Berlino (l’Hanban ha finanziato una cattedra di lingua cinese con il vincolo di recessione, in qualsiasi momento, a discrezione delle autorità legislative cinesi, in evidente violazione dell’autonomia accademica). Vi sono Paesi – oltre agli Stati Uniti, ad esempio, l’India – che stanno valutando la questione a livello governativo, sottraendola così alla sola competenza degli atenei, percorrendo una via non semplice, ma interessante e forse auspicabile.20)

Il problema dell’ingerenza cinese nelle attività culturali non riguarda solo le istituzioni universitarie. Il caso in cui si è recentemente trovato il Musée d’Histoire de Nantes è emblematico: una mostra su Genghis Khan e l’impero mongolo organizzata con il Museo della Mongolia Interna di Hohhot, programmata per febbraio 2021 al Château des ducs de Bretagne, è stata annullata a pochi mesi dall’inaugurazione per l’intervento, last minute e a gamba tesa, del National Administration of Cultural Heritage di Pechino intenzionato a rivedere l’intero progetto e “riscrivere la storia della cultura mongola in favore di una nuova narrazione nazionale” (nelle parole del direttore Bertrand Guillet). Veniva disapprovato persino il titolo, “Fils du Ciel et des steppes. Gengis Kahn et la naissance de l’Empire mongol”, perché metteva in evidenza il nome di Gengis Khan e l’espressione “Impero mongolo”, pretendendo che apparisse solo un generico riferimento alla cultura delle steppe. “In nome dei valori umani, scientifici ed etici difesi dall’istituzione museale” i promotori dell’iniziativa hanno deciso di rinunciare alla collaborazione con il Museo della Mongolia Interna e di posticipare l’evento al 2024, e di riorganizzare la sezione espositiva attingendo alle collezioni presenti nei musei europei e americani. Il problema che i musei al di fuori della Cina si trovano ad affrontare non è poi tanto diverso da quello degli atenei, dei centri di ricerca o delle associazioni culturali, e non sempre si è disposti a cedere.21)

Finché non si scioglierà questo nodo, è difficile immaginare che il sinologo che opera all’interno di un’università, di un centro di ricerca o di un museo possa sentirsi libero di svolgere il proprio lavoro in autonomia, come peraltro prevedono la Carta costituzionale, la Corte europea dei diritti umani e, più nel dettaglio, la Magna Charta Universitatum, stilata nel 1988 su iniziativa dell’Università di Bologna in occasione del Nono centenario della sua fondazione e sottoscritta a tutt’oggi da 904 università di 88 paesi, che rappresenta una sorta di codice deontologico al quale ci si dovrebbe attenere nella professione accademica. Nei suoi Principi fondamentali la Charta sancisce la piena “indipendenza morale e scientifica [degli atenei] nei confronti di ogni potere politico ed economico”, presupposto ritenuto indispensabile per salvaguardare l’indipendenza e l’autonomia di pensiero e di espressione all’interno degli atenei. Ne consegue che “essendo la libertà d’insegnamento, di ricerca e di formazione il principio fondamentale di vita delle università, sia i pubblici poteri sia le università devono garantire e promuovere, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, il rispetto di questa esigenza prioritaria”.22) Il 30 giugno 2006 la Charta è stata fatta propria dal Consiglio d’Europa, con Raccomandazione n. 1762.

L’indipendenza accademica non è un principio astratto e scontato che possa proteggerci automaticamente da ogni condizionamento, come si trattasse di una sorta di scudo che rende impermeabili a ogni tentativo di contaminazione, al contrario, è un principio etico, e in quanto tale è fragile ed esposto a continue minacce provenienti dall’esterno così come dall’interno della stessa istituzione universitaria; per questa ragione va perseguito con tenacia e coerenza e difeso con ogni mezzo:

“L’autonomia intellettuale e morale” recita la Charta nell’edizione 2020 “è il segno distintivo di qualsiasi università e il presupposto per l’adempimento delle sue responsabilità nei confronti della società. Questa indipendenza deve essere riconosciuta e protetta dai governi e dalla società in generale, e difesa con forza dalle istituzioni stesse. … Nel creare e diffondere la conoscenza, le università mettono in discussione dogmi e dottrine consolidate e incoraggiano il pensiero critico di studenti e studiosi. La libertà accademica è la loro linfa vitale; la ricerca aperta e il dialogo sono il loro nutrimento. Prioritario per le università è il dovere di insegnare e fare ricerca in modo etico e con integrità, producendo risultati che si fondino su basi solide, affidabili e accessibili.”

È questa l’unica Charta intorno alla quale “la nostra comunità di studiosi” dovrebbe riconoscersi, la sola titolata a indicare i confini entro i quali svolgere la collaborazione con le istituzioni culturali cinesi, e non la “Carta condivisa tra gli Atenei” proposta da Stefania Stafutti in difesa del sistema degli IC.23) Affidiamoci dunque con convinzione ai principi di libertà e indipendenza contenuti nella Magna Charta Universitatum per tracciare il profilo del “sinologo della Nuova Era”: studioso appassionato, impegnato, dotato di talento, rigoroso nel metodo, impermeabile alle lusinghe del potere e libero da qualsiasi forma di condizionamento (soprattutto economico), in grado di non confondere i cinesi e la loro straordinaria cultura con i loro governanti e le loro politiche, che non tema di mettere “in discussione dogmi e dottrine consolidate” e che incoraggi “il pensiero critico di studenti e studiosi”. Un autentico junzi 君子 che, in quanto tale, non potrebbe che impegnarsi a livello sociale, sentendo come suo dovere, soprattutto in una situazione particolare come quella che stiamo vivendo, “prendere una posizione pubblica… spendersi per illuminare certe dinamiche e le sottostanti complicità, anche quando questo porta a conclusioni che mettono in discussione confortanti ‘certezze’”,24) partecipando “attivamente al processo di copertura mediatica degli organi di stampa sulla Cina”,25) per contribuire nei fatti alla costruzione di un’informazione indipendente in grado di far saltare, anche a costo di usare la dinamite – per usare le parole di Simone Pieranni –, “i ponti della diseguaglianza, del populismo, del dominio attraverso i nostri dati e il nostro lavoro”.26) Una sinologia libera da timori e impedimenti, audace e preparata, in grado di aiutare i meno esperti a destrutturare “le costruzioni narratologiche e propagandistiche” costruite ad arte dalla macchina mediatica cinese27) e a sviluppare un autentico senso critico che consenta agli studenti di “reggere e assorbire l’urto con una civiltà e una cultura che preme per diventare egemone”,28) una sinologia solida nei principi, libera di dibattere e prendere posizioni in piena autonomia, che esca dai palazzi per dare il proprio contributo di idee al netto di quanto suggeritole o paventatole dall’ombra dell’anaconda, diventandocosì punto di riferimento credibile per le nostre istituzioni; ne guadagnerebbe il Paese e ne guadagnerebbe l’immagine stessa della Cina, la cui capacità di attrazione, se non si considerano finanziamenti e benefit con cui sta inondando il mondo, è ben lungi dall’essersi affermata.29)

Schierarsi è inevitabile, soprattutto se vengono violati i diritti di libertà e di espressione e se in discussione ci sono i valori civili in cui crediamo, fa parte della coerenza dei nostri sentimenti, della nostra dignità di studiosi liberi e indipendenti, della fedeltà a presupposti irrinunciabili, fondati anche sulla nostra esperienza personale e sull’impegno assunto con la presa di servizio, la quale fissa principi e confini deontologici della nostra professione, enunciati dalla Charta, che equivale, mutatis mutandis, al giuramento di Ippocrate prestato dai medici prima di iniziare a esercitare.30)

Negli Stati Uniti desta preoccupazione il calo degli studenti di cinese nei loro atenei, risultato della aggressiva campagna anti-cinese promossa da Donald Trump, che in prospettiva ridurrà il numero di sinologi in grado di consigliare e orientare le scelte di governi e aziende, che, privi di guide esperte, potrebbero non prendere le decisioni migliori.31) Il problema in Italia non si pone, non solo perché il numero degli aspiranti sinologi non è in calo ma in aumento, ma anche perché le nostre istituzioni governative per elaborare valide strategie nei confronti della Cina non hanno mai preso seriamente in considerazione esperti sinologi, “certificati” dai nostri atenei o centri di ricerca e non da qualche università cinese, come talvolta è invece accaduto. È arrivato il momento di far fare alla sinologia italiana, che annovera studiosi di valore e giovani preparati e dalle grandi potenzialità, il salto di qualità che le circostanze attuali richiedono.

La questione non è puramente accademica. La Cina è una realtà sempre più presente, non sta più, come un tempo, dall’altra parte del mondo, isolata da tutti, non può più essere semplicemente quell’oggetto di studio fine a se stesso che ci siamo concessi per lungo tempo. È giunta tra noi, sospinta da ambizioni forti, che mirano a cambiare l’assetto geopolitico dell’intero pianeta, che si scontrano con resistenze altrettanto potenti, imponendo a chiunque, prima di tutto a noi sinologi, riflessioni nuove e scelte ben ponderate. Parafrasando le parole di Franceschini, mi chiedo: “Se non i sinologi, chi dovrebbe garantire l’autonomia degli studi sulla Cina all’interno degli atenei? E se non ora, quando verrà il momento di prendere posizione?”32)

Maurizio Scarpari ha insegnato lingua cinese classica dal 1977 al 2011 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Le sue ricerche riguardano principalmente la Cina pre-imperiale, i settori privilegiati sono il filologico-linguistico classico, l’archeologico e quello relativo alla storia del pensiero filosofico antico e alla sua incidenza sul pensiero politico attuale. È autore di oltre un centinaio di libri e articoli scientifici. Tra i suoi ultimi libri si segnalano Il confucianesimo. I fondamenti e i testi (Torino: Einaudi 2010), Mencio e l’arte di governo (Venezia: Marsilio 2013) e Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato (Bologna: Mulino 2015). Per la collana Grandi Opere Einaudi ha curato la serie in più volumi La Cina (2009-2013). Insieme a L. Lanciotti ha curato la mostra di arte e archeologia cinese Cina. Nascita di un Impero (Roma, Scuderie del Quirinale, 2006-2007), insieme a S. Rastelli ha curato la mostra Il Celeste Impero. Dall’Esercito di Terracotta alla Via della Seta (Torino, Museo di Antichità, 2008), insieme a S. De Caro ha curato il catalogo della mostra I due imperi. L’aquila e il dragone. Ha inoltre fatto parte del Comitato Scientifico delle mostre 7000 anni di Cina. Arte e archeologia cinese dal Neolitico alla Dinastia degli Han (Venezia, Palazzo Ducale, 1983), Cina a Venezia. Dalla Dinastia Han a Marco Polo (Venezia, Palazzo Ducale, 1986), Cina 220 A.C. I guerrieri di Xi’an (Roma, Palazzo Venezia, 1994), Cina. Alla corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang (25-907) (Firenze, Palazzo Strozzi, 2008), I due imperi. L’aquila e il dragone (Milano, Palazzo Reale, 2010; Roma, Curia Iulia e Palazzo Venezia, 2010-2011). Fra le sue pubblicazioni più recenti, si segnala il libro Grammatica di lingua cinese classica (Milano: Hoepli, 2020), in collaborazione con Attilio Andreini.

1. Attilio Andreini, “Ecco perché è fondamentale parlare”, Sinosfere, 25 novembre 2019; Andrea Berrini, “Censura e autocensura in Cina”, Doppiozero, 28 gennaio 2020.
2. Perry Link, Is Academic Freedom Threatened by China’s Influence on American Universities?, testimonianza resa alla U.S. House Commission on Foreign Affairs, 4 dicembre 2014; Id., “Beijing’s bold new censorship”, The New York Review, 5 settembre 2017.
3. Citato in Daniel Maxwell, “How China Mastered the Art of Academic Censorship”, Study International, 5 agosto 2019.
4. Rosemary Bennet, “Universities ‘Pander to Chinese Censors’”, The Times, 10 luglio 2020.
5. Sheena Chestnut Greitens e Rory Truex, “Repressive Experiences among China Scholars: New Evidence from Survey Data”, The China Quarterly, 242, June 2020, pp.349-375.
6. Fiorenzo Lafirenza, “La Cina non è solo successi, dobbiamo trasmettere senso critico”, Corriere.it, 16 dicembre 2019.
7. “Xi Stresses Building Holistic National Security Architecture”, Xinhua, 12 dicembre 2020.
8. Per una sintesi della vicenda, v. Shaun ODwyer, Chinas Growing Threat to Academic Freedom, The Japan Times, 25 novembre 2019.
9. Sophie Richardson, Government Threats to Academic Freedom Abroad. New 12-point Code of Conduct to Help Educational Institutions respond, Human Right Watch, 21 marzo 2019, Id., China’s Influence on Global Human Rights System, Human Right Watch, 14 settembre 2020.
10. Anne-Marie Brady, “Open Letter on Harassment Campaign against Anne-Marie Brady”, Sinopsis. China in Context and Perspective, 12 dicembre 2018; John Power, “If it Weren’t so Sinister, we’d Laugh’: Probe of China Researcher Raises Fears in New Zealand”, South China Morning Post, 21 ottobre 2020.
11. Maurizio Scarpari, “Fuori gli Istituti Confucio delle università italiane”, La Lettura (Corriere della Sera), 419, 8 dicembre 2019 (anche in Corriere.it, 16 dicembre 2019, e Inchiesta online, 16 dicembre 2019).
12. Perry Link, “China: The Anaconda in the Chandelier”, The New York Review, 11 aprile 2002.
13. Anne-Marie Brady, Magic Weapons: China’s Political Influence Activities under Xi Jinping”, Wilson Center, 18 settembre 2017. Sul caso italiano, vedi Paolo Messa, L’era dello sharp power, University Bocconi Editore, Milano, 2018, pp. 141-155, in particolare pp. 145-148, e Lucrezia Poggetti, “China’s Growing Political Influence in Italy: A Case Study of Beijing’s Influencing Tactics in Europe”, in Andrew Foxall e John Hemmings (eds.), The Art of Deceit: How China and Russia Use Sharp Power to Subvert the West, The Henry Jackson Society, London, dicembre 2019, pp. 14-19.
14. Il nuovo Centro ha affidato la gestione degli IC alla Chinese International Education Foundation; si tratta di una operazione di restyling resasi necessaria non solo per nascondere il fatto che l’ente, non governativo, sia diretto dal Dipartimento centrale di propaganda del Pcc e affrontare quindi, con maggior agio, le difficoltà in cui si dibattono attualmente gli IC, ma anche per predisporsi in modo più efficace alla nuova fase di espansione che le autorità al vertice si sono prefissate, ampliando il raggio d’azione degli IC dall’istruzione a ogni forma possibile di cooperazione.
15. Esiste una discreta letteratura sul ruolo che gli insegnanti di lingua cinese per studenti stranieri devono svolgere sul fronte dell’educazione ideologica e politica degli studenti stranieri. Vedi, ad esempio, Chen Binbin 陈彬彬, Gao Zhongqiao 高中桥 e Dong Dongdong 董冬栋, “Yidai yilu beijing xia liuxuesheng de sixiang zhengzhi jiaoyu xianzhuang fenxi – yi Hainan gaoxiao wei li” 一带一路背景下留学生的思想政治教育现状分析——以海南高校为例 (L’educazione ideologica e politica degli studenti stranieri nel contesto delle “Nuove Vie della Seta”: analisi dello stato attuale. Il caso studio degli istituti di istruzione superiore di Hainan), Zhiku shidai (Think Tank Era), 2020, 2, pp. 145-146; Chao Shang e Lu Cao, “The Study of the Guidance and Formation of Chinese Courses for the Ideological and Moral Cultivation of Foreign Students”, Social Science, Education and Human Science, 2nd International Conference on Pedagogy, Communication and Sociology (ICPCS 2020), Gennaio 6-7 2020, Bangkok, pp. 124-127. Si veda anche Sharon Hsu, “Istituti Confucio, come Pechino educa i docenti a diffondere propaganda”, Epoch Times, 28 settembre 2020.
16. Marina Miranda, “L’idea dello storytelling, la Cina e noi”, Sinosfere, 20 dicembre 2020.
17. Sull’intera vicenda vedi, anche per le indicazioni bibliografiche, Maurizio Scarpari, Soft power in salsa agrodolce. Confucianesimo, Istituti Confucio e libertà accademica”Inchiesta online, 29 settembre 2014, e Id., “Istituti Confucio, promozione culturale o propaganda politica?”Cinaforum, 3 aprile 2015.
18. The Canadian Association of University Teachers,Universities and Colleges Urged to End Ties with Confucius Institutes, dicembre 17, 2013; Association Committee A on Academic Freedom and Tenure of the American Association of University Professors (AAUP), On Partnerships With Foreign Governments: The case of Confucius institutes, June 2014.
19. Maurizio Scarpari, “Istituti Confucio, promozione culturale o propaganda politica?”,cit.
20. È, ad esempio, il caso dell’India. Shishir Gupta, “Upset at India’s Big Review of Confucius Institutes Tomorrow, China Says ‘Be Fair’”, Hindustan Times, 4 agosto 2020.
21. Kabir Jhala, “Chinese Interference Derails Genghis Khan Exhibition in France”, The Art Newspaper, 14 ottobre 2020. Sull’atteggiamento apertamente ambiguo assunto da alcuni musei occidentali, vedi Cristina Ruiz, “Museum Grapple with Ethics of China Projects”, The Art Newspaper, 1 settembre 2020. Interessante in tal senso sono le dichiarazioni di Ai Weiwei raccolte da Cristina Ruiz, “Ai Wewei: If you Do not Question Chinese Power, you are Complicit with it – That Goes for Art Organisations too”, The Art Newspaper, 1 settembre 2020.
22. Magna Charta Universitatum 1988, in Observatory Magna Charta Universitatum.
23. Stefania Stafutti, “Zhongxue wei yong: la Cina come strumento?”, Sinosfere, 4 novembre 2020.
24. Ivan Franceschini, “Cina globale. Appunti per una critica sistemica”, Sinosfere, 10 novembre 2020.
25. Gianluigi Negro, “Alcune riflessioni sul ruolo della stampa italiana nell’affrontare il dibattito sulla Cina contemporanea”, Sinosfere, 19 novembre 2020.
26. Simone Pieranni, “Costruire ponti con la dinamite”, Sinosfere, 6 dicembre 2020.
27. Marina Miranda, cit.
28. Fiorenzo Lafirenza, cit.
29. Maurizio Scarpari, “Fuori gli Istituti Confucio delle università italiane”, cit.
30. Sophie Richardson, China’s Influence on Global Human Right System, cit.
31. “Barriers to Sinology: As China’s Power Waxes, the West’s Study of it is Waning”, The Economist, 28 novembre 2020.
32. Ivan Franceschini, cit.

Category: Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale, Scuola e Università, Storia della scienza e filosofia

About Maurizio Scarpari: Maurizio Scarpari ha insegnato Lingua cinese classica dal 1977 al 2011 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha ricoperto diverse cariche accademiche, tra le quali quelle di Prorettore Vicario, Presidente del Consiglio dei Direttori di Dipartimento, Direttore del Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale, componente del Consiglio di Amministrazione, del Senato Accademico e dell’Advisory Board dell’Università Ca’ Foscari. È stato anche Presidente di Ca’ Foscari Formazione e Ricerca S.r.l. e componente del Consiglio di Amministrazione dell’Ente per il Diritto allo Studio Universitario (ESU) di Venezia. Le sue ricerche riguardano principalmente la Cina pre-imperiale, i settori privilegiati sono il filologico-linguistico classico, l’archeologico e quello relativo alla storia del pensiero filosofico antico e alla sua incidenza sul pensiero politico attuale. È autore di oltre un centinaio di libri e articoli scientifici. Tra i suoi ultimi libri si segnalano Il confucianesimo. I fondamenti e i testi (Torino, Einaudi 2010) e Mencio e l’arte di governo (Venezia, Marsilio 2013). Per la collana Grandi Opere Einaudi ha curato la serie in più volumi La Cina (2009-2013). Per Inchiesta ha di recente pubblicato il saggio “Confucianesimo e religione” nel dossier “Passato e presente nella Cina d’oggi” curato da Amina Crisma (Inchiesta, XXXXIII, 181, pp. 64-96: 76-85). Insieme a L. Lanciotti ha curato la mostra di arte e archeologia cinese Cina. Nascita di un Impero (Roma, Scuderie del Quirinale, 2006-2007), insieme a S. Rastelli ha curato la mostra Il Celeste Impero. Dall’Esercito di Terracotta alla Via della Seta (Torino, Museo di Antichità, 2008), insieme a S. De Caro ha curato il catalogo della mostra I due imperi. L’aquila e il dragone. Ha inoltre fatto parte del Comitato Scientifico delle mostre 7000 anni di Cina. Arte e archeologia cinese dal Neolitico alla Dinastia degli Han (Venezia, Palazzo Ducale, 1983), Cina a Venezia. Dalla Dinastia Han a Marco Polo (Venezia, Palazzo Ducale, 1986), Cina 220 A.C. I guerrieri di Xi’an (Roma, Palazzo Venezia, 1994), Cina. Alla corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang (25-907) (Firenze, Palazzo Strozzi, 2008), I due imperi. L’aquila e il dragone (Milano, Palazzo Reale, 2010; Roma, Curia Iulia e Palazzo Venezia, 2010-2011).

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