Malala Yousafzai: Dateci penne per scrivere prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani

| 7 Dicembre 2012 | Comments (0)

 

 

 


 

 

Malala Yousafzai (nella foto) è una ragazzina pakistana di quattordici anni nata nel 1997 in una famiglia mussulmana (etnia pashtun) di Mingora . Il suo nome significa letteralmente “addolorata” ma è anche il nome di una guerriera pashtun del xix secolo , una Giovanna D’Arco afgana che ispirò il popolo a combattere fino alla morte contro britannici e indiani “anziché vivere una vita nella vergogna”, Il padre di Malala è Ziauddin Yiusafzai poeta ed educatore che ha organizzato una catena di scuole note con il nome di Khushal Public School. Quando i Talebani nel 2009 fecero un editto per impedire ad ogni ragazzina di proseguire le scuole Malala ha aperto un blog e ha iniziato una campagna rivolta alle sue coetanee per rivendicare il suo e il loro diritto, in quanto giovani donne, ad avere una istruzione. La reazione dei talebani non si è fatta attendere e il 9 ottobre 2012  un gruppo di talebani è salito sul pullman che la portava a scuola e le hanno sparato alla testa. Ricoverata all’ospedale militare di Peshawar  si è salvata dopo la rimozione chirurgica dei proiettili. E’ stata poi trasportata ad un ospedale di Londra dove l’equipe dei chirurghi inglese è ottimista. Il portavoce dei talebani pakistani Ihsanullah Ihsan ha rivendicato l’attentato affermando che la ragazzina e “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità” aggiungendo che nel caso di sua sopravvivenza sarà comunque uccisa da chi ha cuore la causa dei talebani. Il testo che pubblichiamo è stato scritto da Elisa Kidané (la sua foto è riportata qui sotto) che è una suora comboniana nata in Eritrea scrittrice e poetessa. Elisa Kidané si definisce: “eritrea per nascita, missionaria comboniana per vocazione, cittadina del mondo per scelta”. Il testo è stato preso dal blog di Nigrizia, rivista che insieme a Inchiesta e molte altre appoggia la campagna dei due referendum promossa dalla Fiom e la campagna Dichiariamo illegale la povertà.

 

 


 

ELISA KIDANE’: LA LEZIONE DI MALALA


Con gli adulti incapaci di trovare strade nuove per un mondo giusto, sono loro, i piccoli, i veri protagonisti di rivoluzioni pacifiche. Che cambieranno il mondo.

Dateci penne per scrivere, prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani. Sono parole di Malala Yousafzai, una ragazzina pakistana di 14 anni, che incarna da sola tutto il dolore e tutta la speranza del mondo. Da sola riesce a far paura a uomini retrogradi e violenti. Da sola fa quello che neppure le associazioni umanitarie più solide riescono a fare. La sua denuncia chiara, forte e senza distinguo ha talmente spaventato i talebani che hanno cercato di zittirla, per sempre.

A 11 anni decide di usare un blog, non per descrivere frivolezze e amenità, ma per raccontare di diritti negati a lei e a tante sue coetanee, solo perché donne. Racconta di scuole femminili chiuse o addirittura distrutte, fa appelli, supplica di aiutare le donne del suo paese perché riescano a far fronte alla cultura ancestrale che le vuole relegare, annullare. Parla, scrive, racconta. Troppo.

La minacciano, lei continua a scrivere, la avvisano che farà una brutta fine, lei continua a denunciare, le fanno sapere che non avranno pietà se continua a parlare, e lei con un sorriso disarmante va avanti nella sua ostinata e solitaria battaglia: non alimentare il potere della forza bruta che ovunque si nutre di silenzi, omertà e paure.

E infatti i detentori di questo potere reagiscono. Brutalmente. Programmano nei minimi dettagli l’agguato. Le sparano, mentre torna da scuola su uno scassato autobus. Ora è in fin di vita. Mentre scrivo si sta facendo di tutto per salvarla. La piccola Malala continua la sua battaglia contro il mostro Golia. Spero davvero che ce la faccia. Per ognuno di noi. Eh sì! Perché a questo siamo arrivati, ad avere bisogno di bambini e bambine martiri per difendere il nostro domani.

Un altro su mille: Iqbal, un ragazzino, anche lui pakistano, appena dodicenne. Aveva dato prova di sapere da che parte stare in una società che umilia e soffoca l’infanzia. Venne ucciso nel 1992 per aver denunciato i soprusi che subivano lui e altri bambini, resi schiavi e obbligati a lavorare in fatiscenti fabbriche di tappeti venduti poi in tutto il mondo. Ucciso mentre correva in bicicletta, gustando l’ebbrezza della vita che gli veniva incontro. Per lui non ci fu altro futuro che l’impatto sul selciato e l’oblio del suo coraggio.

Purtroppo Iqbal e Malala sono solo la punta d’iceberg delle nefandezze di cui il nostro mondo è capace, ma anche l’iceberg di storie di bambini e bambine che cercano di insegnarci qualcosa. Noi adulti facciamo proclami e costosi programmi a lunghissima scadenza su obiettivi irrealizzabili. Malala ne ha uno solo e lo grida ai quattro venti: Dateci penne per scrivere, prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani.

Proprio nei giorni dell’agguato a Malala, una notizia assurda si è aggiunta a ingolfare le incongruenza di questo nostro mondo di adulti. Il premio Nobel 2012 per la pace assegnato all’Unione europea. Ipocrita la motivazione. L’Ue «ha contribuito a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace». Certo, ora le guerre vengono combattute per procura e altrove. Sorvoliamo sul commercio mai in crisi delle armi, sul sostegno sfacciato ai dittatori di turno, sulle leggi disumane verso gli immigrati… Quel premio l’avrebbero dovuto assegnare a bambini e bambine come Iqbal e Malala.

Penso alla mia Africa: Dateci penne per scrivere, prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani. Come vorrei che a gridare questo monito fossimo noi adulti, noi società civile, noi uomini e donne che riempiamo blog e facebook di troppe parole che non hanno senso.

Dateci penne… Dateci scuole, dateci libri per alimentare la nostra mente, per capire che una società, un paese, una nazione si costruiscono attraverso il dialogo, l’istruzione. Ci sono ancora troppe nazioni, in Africa e ovunque, che insegnano ai loro giovani l’arte della guerra invece che quella del dialogo, l’arte di uccidere, non quella di costruire.

Mi diventa più chiaro quanto sia urgente accogliere il grido di Malala: dovremmo usarlo come apertura di ogni nostro giornale, di ogni mezzo di comunicazione, farne un grido di protesta, di avvertimento, di pericolo, di sfida.

Abolire le armi, inondare il mondo di libri, quaderni, penne. Il diritto allo studio non può essere solo uno degli obiettivi del millennio: dovrebbe essere l’unico obiettivo che da solo aiuterebbe a raggiungere tutti gli altri. E lo sanno troppo bene tutti: governi africani, Onu, stati occidentali, associazioni. Lo sanno anche i misogini che una donna istruita è un ostacolo all’avanzare di una mentalità medievale, lo sanno i governi che l’istruzione è la leva che scardina i troni dei dittatori.

Grazie Malala. Scusaci se abbiamo avuto bisogno del coraggio inaudito di te, bambina, per capire il valore dell’impegno personale, del coraggio di sfidare una società misogina, con il tuo sorriso disarmante di adolescente, e il coraggio di una leonessa.

 



 


 

Category: Donne, lavoro, femminismi, Osservatorio internazionale

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