Luiz Eduardo Soarez: Quel che so (e che non so) sulle manifestazioni in Brasile

| 20 Luglio 2013 | Comments (0)

 

 


Napoli Monitor (www. napolimonitor.it) è una rivista molto bella stampata e on line di Napoli che ha la sede nei quartieri spagnoli in Via Emanuele De Deo 63 A. La rivista racconta non solo le storie di Napoli ma anche commenta i fatti italiani e del mondo. Diffondiamo su Inchiestaonline.it i due più recenti interventi che hanno pubblicato  sul Brasile quello di Luiz Eduardo Soarez (23 giugno 2013) e quello  di Alessia di Eugenio (30 giugno 2013). I disegni riprodotti fanno parte dell’archivio disegni della rivista.

 

Luiz Eduardo Soares, 60 anni, antropologo, insegna all’università di Rio de Janeiro. A cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila è stato responsabile della sicurezza pubblica, prima nello stato di Rio de Janeiro e poi nel governo nazionale del presidente Lula. In entrambi i casi, è stato messo da parte quando si apprestava a realizzare importanti riforme degli apparati di polizia. Ha scritto numerosi libri, tra questi alcuni saggi su violenza e politica a Rio e sulla riforma della polizia, ma anche opere di narrativa costruite intorno a eventi reali, come “Tropa de elite”, da cui è stato tratto un film distribuito anche in Italia. Questo testo è apparso sul suo blog www.luizeduardosoares.com

 

(…) Centinaia di migliaia di persone occupano le strade di molte città brasiliane, protestando contro l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico. Chi può dire quel che sa su questo movimento? E quel che non sa? O meglio, che buone domande si possono formulare sui fatti di questi giorni, per le quali non disponiamo ancora di risposte adeguate?

Sull’universo tematico delle manifestazioni

So che l’aumento delle tariffe colpisce la maggioranza dei lavoratori in un periodo segnato dall’aumento dell’inflazione. So che il potere esecutivo, nelle sue tre articolazioni (municipale, statale, federale), ha adottato meccanismi di protezione degli interessi popolari, ritardando una misura che era difficilmente evitabile. In questo modo ha reso l’aumento delle tariffe un evento unico, speciale, separandolo dalla normale aspettativa che riguarda le dinamiche dei prezzi degli alimenti e dei servizi.

So anche che il valore del trasporto pubblico è solo la punta di un immenso iceberg, che comprende la sua qualità e le condizioni drammatiche della mobilità urbana – non solo a Rio o a San Paolo. So quindi che nell’immaginario individuale e collettivo il significato dell’aumento delle tariffe si estende alle giornate disumane che devono patire i lavoratori, fino agli altri aspetti negativi dell’esperienza popolare nelle città: la precarietà dell’impiego, le disuguaglianze nell’abitare, nella salute, nell’educazione, nella sicurezza e nell’accesso al sistema giudiziario.

Gli anelli di contiguità simbolica e politica connettono i problemi tra loro, accentuando ciò che li accomuna: la diseguaglianza. E lo fanno in un contesto normativo e istituzionale, lo stato democratico di diritto, in cui si enfatizza continuamente un principio cardine: l’equità. Per questo, i significati negativi si aggravano, accentuando l’intensità con la quale vengono recepiti e comunicati: mettono in primo piano la diseguaglianza, che contrasta fortemente con le aspettative generate dal patto costituzionale. Insomma, il discorso sulla cittadinanza vale o non vale per tutti? (…)

Sui manifestanti

Sono molti e diversi, e i loro propositi sono molteplici. Sono gruppi semi-organizzati che dibattono le opzioni nelle reti sociali; sono quelli attratti dalla piazza per un sentimento di solidarietà, che si fa forte non perché il tema principale, il prezzo dei trasporti, mobiliti intensamente, ma perché la brutalità della polizia, la violenza dello stato suscita la coesione di quelli che la ripudiano. Ci sono, come naturale e inevitabile, militanti politici che percepiscono l’opportunità di indebolire gli avversari che sono al potere. Ci sono i cittadini comuni, indignati contro gli aumenti, la (im)mobilità urbana, la qualità dei servizi pubblici e il rosario di problemi già elencati. Ci sarà sempre qualche provocatore, animato dalle più diverse motivazioni, in un ambiente caratterizzato dalla mancanza di leadership chiaramente riconoscibili e dalla mancanza di esperienza rispetto a questa modalità di azione collettiva, che quindi favorisce l’azione di coloro che sono disposti ad azioni violente, ovviamente minoritarie e puntuali. E qui si noti l’errore che fa il Pt (partito di Lula e Dilma Roussef, al governo nazionale da dieci anni, ndr) opponendosi, o l’errore che fa qualsiasi partito popolare cercando la cooptazione. Per quanto si possa essere critici della forma partito è indiscutibile la sua importanza nella trasmissione delle esperienze accumulate e nella formazione della militanza. Anche il linguaggio delle masse nelle piazze ha la sua grammatica. La spontaneità è l’energia, ma l’organizzazione la potenzia e la canalizza.

Sullo stato nelle sue diverse articolazioni, in particolare le polizie

So che la polizia militare ha agito, soprattutto a San Paolo, con brutalità criminale e, purtroppo, come è la prassi, il suo comportamento è stato difeso dal governatore dello stato, riproducendo l’atteggiamento che ha promosso l’impunità dei poliziotti che commettono esecuzioni extragiudiziarie. So anche che la polizia militare organizzata come esercito è condannata a essere inservibile come strumento al servizio della cittadinanza e della garanzia dei diritti. So che è ingiusto accusare i poliziotti individualmente, per quanto ogni individuo debba ritenersi responsabile dei suoi atti. Ma tali atti esprimono l’orientamento della corporazione, cosa che amplia lo spettro della responsabilità per azioni criminali, comprendendo le istituzioni di polizia e i governi.

Quello che non so

Questo è il punto decisivo. Non so che cosa c’è di più nelle manifestazioni (ma so quel che c’è), al di là di quel che ho potuto osservare, basandomi su quel che il mio schema cognitivo mi permette vedere. O meglio, non so quel che questo movimento, nella sua eterogeneità, sta inventando e ci sta dicendo, e sta dicendo a se stesso mentre si costituisce. Non so che nuove narrazioni produrrà, o meglio, ha già prodotto. Ma qui ci sono le domande che mi sembrano decisive: perché, nel marasma generato dallo scetticismo politico, in tanti vanno per strada, innamorandosi dell’azione collettiva, correndo il rischio di essere feriti, o addirittura di morire, o di essere incarcerati? Qual è il nuovo senso di gruppi che si forgiano nelle reti e nelle piazze, tessendo la loro unità nella differenza, sperimentando una solidarietà di altro tipo, una fraternità senza bandiere, a dispetto della (e a causa della) molteplicità di desideri spesso molto diversi e di obiettivi diffusi?

La forza della moltitudine è stata ritrovata dai giovani e dai cittadini che vengono attratti dal magnetismo di un’appartenenza precaria, provvisoria, senza volto, ma con un’anima. Che anima possiede il movimento? Intuisco, suppongo, sento che ha un’anima, un’unità che gli è propria – non verbalizzata – e una personalità. Intuisco che quest’anima non è quella che si farebbe discendere – come il negativo – da una comparazione con quel che conosciamo. Altrimenti, non essendo, il movimento, organizzato alla maniera antica, si dovrebbe dedurre che sia inorganico; non avendo una piattaforma chiara e una visione condivisa che incorpori le mediazioni, si dovrebbe dedurre che sia irrazionale, non politicizzato, se non selvaggio. Le visioni negative corrispondono al riempimento delle lacune della nostra ignoranza. Credo che ci converrebbe optare per l’umiltà, invece di precipitarci in giudizi e analisi. Non mi sembra ragionevole affermare quel che il movimento non è, prendendo le generazioni passate come riferimento e considerando come inconcludenza e incompletezza ciò che semplicemente è differente e ancora non riusciamo a comprendere. C’è del magnetismo nel movimento, c’è una connessione metonimica con questioni cruciali per il Brasile e per il mondo, c’è un dialogo tacito, cosciente e incosciente, con l’umanità su scala planetaria, con la nostra memoria sociale e con la tradizione della nostra cultura politica. C’è il coraggio di perdere la paura e di rinunciare all’apatia. C’è, in questi eventi, nel movimento, l’attitudine a imparare facendo. C’è il coraggio sufficiente per creare e, pertanto, per sbagliare. Da parte nostra, anziani e governanti, autoreferenziali e insicuri, minacciati nei nostri schemi cognitivi e pratici, dovremmo ascoltare, accompagnare, rispettare, rifiutare la violenza della polizia (e di ogni altro tipo), ammettere la nostra ignoranza e considerare l’ipotesi che qualcosa di nuovo stia sorgendo e che questa novità possa essere virtuosa e repubblicana, magari la reinvenzione della politica democratica. Forse la migliore forma di ascoltare potrebbe essere quella di provare a unirsi al coro, nelle piazze. Per (ri)cominciare a parlare. (luiz eduardo soares / traduzione di lr)

 

 

 

Alessia di Eugenio : Brasile, i morti silenziosi delle favelas


Lo sai cos’è morire? È finita la vita. Finiti baci sulla bocca, bere birra, attraversare la strada, imprecare. Finite le risate con gli amici, gli abbracci alle persone care, finite brighe di bar, finito mangiare a bocca aperta, dormire fino a tardi. Finito il sentire fame, sonno, paura, desiderio. Fine, finito. Si può morire di tante cose: malattie, incidenti, tempo. Morte sopraggiunta o procurata. Si può morire uccisi. Le persone piangono, sentono mancanza, dolore, si lamentano. Alcune volte ignorano. Oppure si indignano, protestano, reclamano. Stare in strada, nel Brasile, uccide. E uccide anche con occhio clinico: quasi sempre uccide “nero”, uccide “povero”, uccide “la gente che non conta”, che non si nota. Morti che non fanno rumore. E neanche lo dice nel modo giusto. Dice così: morì, è morto. No, non è morto. È stato ucciso. (articolo apparso sul blog Biscate Social Club)

Nella notte tra lunedì 24 e martedì 25 sono state uccise (“morirono”, dicono) dodici persone. Neanche il conto è certo, ciascuno “dice” e conta le morti che non contano. Nel grande complesso di favelas della Maré (situato nella periferia nord di Rio de Janeiro) la polizia ha ucciso dodici persone. Si cercano i nomi per scriverli e riportarli in un articolo ma non si trovano, o meglio si trova solo quello del tredicesimo morto, il sergente del BOPE (battaglione delle operazioni speciali della polizia). Anche nominare la morte diventa un privilegio. Le giustificazioni sono quelle di sempre: erano banditi, criminali oppure “sospetti”. Le persone accendono la televisione e ascoltano il reporter sentenziare con tono grave: “La polizia costretta a intervenire per ristabilire l’ordine”. Oppure: “La polizia promette investigazioni”.

Lunedì sera una piccola manifestazione (come le tante che si stanno succedendo in questi giorni in tutto il Brasile) è partita dal quartiere di Bom Successo, nella periferia nord di Rio. Ancora non è chiaro cosa sia accaduto e le ricostruzioni ufficiali lasciano perplessi. La polizia afferma di essere intervenuta quando, arrivati all’altezza di Avenida Brasil (vicino alle comunità di Nova Holanda e Parque União, parti del complesso della Maré), ha avvistato alcune persone coinvolte in un arrastão (una sorta di assalto collettivo). Una volta fuggite queste verso l’entrata della favela, la polizia si è sentita giustificata a entrare e commettere qualsiasi tipo di atrocità. Così, quella che era cominciata come la repressione di una manifestazione è diventata una notte di sparatorie fino alle cinque di mattina. Chi si trovava dentro la favela non riusciva a uscire e chi era rimasto fuori non poteva entrare. Gli abitanti hanno denunciato invasioni di case, perquisizioni ingiustificate e aggressioni durante la notte.

Nelle favelas i proiettili non sono di gomma come in altre zone della città. L’Observatório de favelas, progetto sociale che ha sede nella Maré da più di dieci anni, racconta l’accaduto in un comunicato: il BOPE ha tagliato i cavi del telefono, lasciato parte della comunità senza luce durante le operazioni (strade completamente oscurate) e lanciato gas lacrimogeni nella zona. Scrivono: “Qual è il senso di tutto questo? Perché entrare nella favela se il ‘problema’ era nell’Avenida Brasil? Qual è il senso di queste morti che potevano essere evitate?”.

Nel pomeriggio del giorno seguente l’Observatorio ha invitato tutti a radunarsi all’entrata della favela (davanti alla sua sede) per mandare via la polizia (che è rimasta fino alla sera del giorno seguente), dare appoggio agli abitanti e denunciare l’accaduto. Contro quest’operazione è stato realizzato uno striscione: “A polícia que reprime na avenida é a mesma que mata na favela” (la polizia che reprime in strada è la stessa che uccide nella favela). Dopo un presidio all’entrata della favela è partito un piccolo corteo che in un clima di tensione si è diretto per le strade interne della comunità. Il corteo diventava via via più numeroso. Si cantava “Chega de massacre” (ne ho abbastanza di massacri) e ”Fora Caveirão” (contro i blindati della polizia ancora presenti nelle strade). Martedì sera c’è stata una grande assemblea pubblica del movimento (all’aperto, nella piazza davanti all’entrata di una facoltà del centro). Erano presenti moltissime persone, e nessuno ha lasciato che passasse sotto silenzio l’accaduto.

In questi giorni si discute di molte questioni. La preoccupazione è legata ai tentativi di una parte della destra (più o meno organizzata, a seconda delle città) di strumentalizzare il movimento nutrendosi del malcontento nei confronti della politica. Una destra che, gridando alla corruzione contro il governo e dentro al PT, manifesta per i diritti sociali e cerca di fomentare lo spirito nazionalista della protesta, dimenticando i conflitti di classe interni alla società brasiliana. Così, soprattutto nelle ultime manifestazioni, in molte città si sono verificati episodi di violenza nei confronti di militanti e aggressioni omofobe nei luoghi dove la destra è ben organizzata, per esempio a Sao Paolo. In altre città, come a Rio, si sono registrati episodi di violenza contro la parte del corteo considerata di sinistra o aggressioni contro chi ha portato in manifestazione bandiere di movimenti sociali o sindacati.

In molti si chiedono se l’insofferenza alle forme classiche di rappresentanza partitica e quel cantare “senza partito, via le bandiere!” o “il popolo unito non ha bisogno di partito!” bastino per parlare di un movimento aperto a tutti e realmente “orizzontale”. Il movimento è ampio, organizzato tramite la rete, estremamente eterogeneo, ma è proprio quest’eterogeneità a rendere le cose molto complesse da decifrare.

La prossima grande data di mobilitazione è prevista al Maracanã per il 30 giugno, mentre sabato c’è stata un’altra grande manifestazione promossa dagli abitanti di una comunità (Horto) che, insieme con le altre favelas colpite dalle rimozioni, cominciano a organizzarsi. Le manifestazioni si moltiplicano nel centro e nelle periferie, nonostante i tentativi del governo di pacificare gli animi (è di pochi giorni fa la proposta di Dilma di destinare il cento per cento delle risorse proveniente dalle royalties a salute e istruzione), e altri già parlino di prime vittorie del movimento.

 


Category: Osservatorio America Latina, Osservatorio internazionale

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