Jean-Pierre Sorou Piessou: La lotta contro le mutilazioni genitali femminili in Africa e altrove

| 20 Gennaio 2013 | Comments (1)

 

 

 

Pubblicato su www.slysajah.com il 19 gennaio 2013


La questione delle mutilazioni genitali delle donne in Africa che fino a qualche anno fa era molto dibattuta  e ora non piu’ deve ritornare ad occupare le prime pagine dei giornali e soprattutto la nostra agenda nella lotta contro le violenze orchestrate spesso dagli uomini contro le donne, prima causa del loro decesso. Ultimamente se ne era parlato a lungo dopo che milioni di donne in India erano scese nelle piazze e nelle strade per manifestare a volti scoperti contro gli stupri di massa, contro gli stupratori e loro complici nelle istituzioni pubbliche e nel mondo politico.

Io e credo molte persone soprattutto in Africa, la mia prima terra ritengono che da noi, la battaglia contro la violenza contro le donne (adulte, ragazze e bambine), tutte le donne debba essere combattuta alla radice. Per lunghi decenni si è confuso per esempio la bellissima tradizione africana che rispetta, adora e onora le donne e le protegge letteralmente contro la fatica tutelandole senza privarle di libertà e del senso di dignità ad alcuni usi strumentali della loro fisicità. Per esempio si è ritenuto che le mutilazioni del loro sesso, le infibulazioni, le excisioni siano una tradizione africana. A conferma che questo pensiero è errato e fuoriviante esiste il fatto che questa prassi non esiste ovunque in Africa e non esiste in tutte le etnie. In piu’ occasioni scrissi in queste pagine che in Africa esistono delle etnie sia di tipo patriarcale che matriarcale. Nell’etnia/famiglia matriarcale  il ruolo predominante in tutta la comunità è rivestito dalle donne. Cioè sono le donne che dettano le regole dell’educazione e offrono l’ultima parola nelle decisioni da prendere all’interno del gruppo. La mia etnia è una di queste.

Erano la mia madre e le mie zie che “comandano” e dunque esse rappresentano i pilastri fondamentali della mia famiglia e della mia comunità. Negli ultimi anni della sua vita, la mia madre Ariwo ebbe a conversare a lungo con me su delle questioni importanti dell’esistenza. Ogni volta che ci incontravamo in Africa durante le vacanze estive, solitamente in agosto, lei si apriva molto con me parlandomi di molte cose in presenza della mia compagna, madre dei miei figli. La mia madre ormai anziana si sentiva libera, liberata e serena, in pace con se stessa e con la comunità dei viventi che lei sentiva di lasciare. Mi parlo’ anche delle questioni femminili tra cui delle mutilazioni genitali che in realtà non esistevano nella mia famiglia. Qualche genero di un altra etnia sposata con una cugina cercava di introdurre questa abbominevole ed orrenda pratica, ma è stato subito bloccato nei suoi propositi. Quest’uomo non si rendeva conto di trovarsi in una comunità dove i capi sono le donne e non gli uomini, le quali donne tra l’altro non avevano mai avuto simpatia per queste prassi e usi che qualcuno spaccia per tradizione africana. Pertanto le donne si sono unite per rifiutare l’introduzione di questa assurdità.

Le due sorelle anziane  di mio padre, Toubui e Toyi che ho conosciuto prima che se ne andassero “sull’altra sponda del fiume”, tutto potevano accettare per la famiglia fuorché consentire la mutilazione genitale delle nostre donne, delle mie sorelle Dogbé, Léry, Lewè, Toto nell’intento di impedire  loro la gioia del sesso e della sessualità che è ritenuta in molte tradizioni africane un indispensabile  linguaggi fisico  o un espressione per costruire delle unioni o legami duraturi tra le persone e le comunità e non tanto un mero atto procreativo. Eppure come le mie zie sono ritenute guardiane delle tradizioni e dei valori africani. Lo stesso mio padre, un maschio, capovillaggio letterato, studente della scuola tedesca (Togo era una colonia tedesca) e francese (molto amico degli occidentali, europei ed americani di passaggio da noi), narratore e conoscitore della tradizione e del potere delle erbe doveva sempre rapportarsi a loro, alle sue sorelle per avere consigli e per ogni decisione che doveva prendere e per ogni scelta che era chiamato a fare.

La mia madre anziana di circa ott’anni che non sapeva né leggere, né scrivere, mi parlava delle mutilazioni genitali come di una violenza contre le donne e non possono essere considerate atti delle tradizioni della terra africana. Quindi per lei chi infligge quest’atto alle donne è ritenersi un violentatore e non un guardiano delle tradizioni. Un particolare in questi dialoghi notturni con mia madre è il modo con cui lei mi racconta queste questioni. Me le racconta come delle lezioni che lei desiderava impartire a noi. Lei mi ha anche confermato  il fatto che per combattere in modo efficace questo male che mina profondamente e alla radice il rapporto tra uomo e donna e il senso di rispetto che dovrebbe sorreggere questo legame, occorre intervenire’  sulle altre donne, in particolare modo sulle donne piu’ anziane. Queste donne anziane, le nonne “les GRANDS-MERES” sono ritenute  maestre nell’educazione dei piu’ giovani. Dunque convincere queste Grand-mère a ripudiare questa prassi è la prima e la piu’ importante vittoria in questa battaglia.

Le donne africane in molti casi o situazioni sono in grado offrire delle testomonianze piuttosto efficace non solo in campo delle mutilazioni e delle violenze contro le donne e fornire nuove chiave di lettura di questo fenomeno. Mi disse mi madre, “solo le donne sono in grado di riportare il loro dolore e sofferenza come strumento di lotta per sradicare sofferenze altrui” e dunque nel nostro caso per comprendere le conseguenze che provocano le mutilazioni sull’equilibrio delle donne e sull’intero sistema delle relazioni tra i membri della comunità. Ora scopro esattamente quello che lei mi disse sei anni fa. Il dibattito dunque sulla lotta contro le excisioni ed infibulazioni va spostato dentro la comunità delle Grands-Mères”, le nonne che rappresentano l’autorità dentro a comunità. Come già fanno in alcuni villaggi nel sud del Senegal con le projet Grandmother dove le mutilazioni genitali sono regolarmente pratiche, spostare il dibattito dentro la Comunità sottolineando fortemente quali sono i veri valori africani condisi perfino dalle altre culture ex europee e quali sono le cose negative da abbandonare perché sconvenienti. Dunque les grands-mères, le nonne vanno assolutamente integrate nel dibattito permettendo loro di dire a voce alta e con credibilità che ci sono dei valori da vivere e dei disvalori da abbandonare per sempre”. Les grands-mères (grandmothers) sono le educatrici per eccellenza delle giovani donne della comunità. Sono ritenute les maîtres-à-penser, les sages femmes, le donne sagge e consapevoli e mature in ogni decisione e scelta.

Come negli anni precedenti questi discorsi diventano estenuanti se non vengono immediatamente eseguiti e tradotti in prassi reale. Se il ruolo delle Grand-mères sono indispensabili, utili sono le testimoniane e il sostegno delle donne africane vittime della violenza e delle donne africane che lavorano all’estero, in esilio o in immigrazione. A volte il sostegno convinto di chi vive tra due mondi o due culture o due esperienze nell’approccio tra l’uomo e la donna puo’ essere determinante in questa battaglia culturale. C’è bisogno a mio parere di una serie di lumi della ragione e soprattutto di una grande saggezza per convincere molte realtà (sono ancora numerose le comunità africane che credono che questo fenomeno sia un valore delle tradizioni africane) a cancellare per sempre questa prassi. Mi rattristo molto per esempio quando apprendo che alcuni amici gioiscono e fanno una grande festa alla nascita di un figlio maschio mentre si arrabbiano all’annuncio dell’arrivo di una femmina. Brutto segno che rischia di segnare il senso di disparità di trattamento e di stima di questi bimbi già nelle prime ore della loro nascita.

Determinante sarà dunque  il convolgimento di tutte le comunità e famiglie africane nonché i singoli cittadini nell’operare per convincere inanzittutto che le mutilazioni sono delle gravi violazioni dei diritti delle donne e della loro libertà in primo luogo. E in secondo luogo le mutilazioni non aggiungono nulla alla dignità della donna, se non quello di impoverirla, di abbruttirla nel suo essere Naturale ed Affascinante.

Chi sta in esilio e che gioisce per il figlio maschio e si rabbuia per la femmina dimostra di non aver colto quanto si sta impartendo in questi anni sui valori dell’Uguaglianza, della Pari opportunità (Egalité de chance) e sul rispetto della Donna e dell’Uomo che per fortuna si trovano in diverse costituzioni dei paesi.. Molti passi sono stati fatti in questa direzione, ma purtroppo la strada da compiere è ancora lunga e ardua. La nostra discesa in campo in questa battaglia durissima contro le mutliazioni, infibulazioni, excisioni delle Donne in alcune realtà africane (non è una questione delle religioni come si è creduto per lungo tempo) e altrove deve essere ritenuta essenziale per rompere la catena di violenza che avvolge la donna impedendola di Vivere, di Desiderare, di Gioire, di Cantare la belleza, di Sorridere alla Vita, di Pensare e di Decidere per l’avvenire proprio e quello di chi la circonda. E dunque per noi è una battaglia di civiltà umana per restituire alla Donna il suo volto umano di madre, di sorella, di amica, di moglie, di amante, di fidanzata…di Donna come Persona umana.


 

Category: Donne, lavoro, femminismi, Osservatorio internazionale

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About Jean-Pierre Piessou: Jean-Pierre Sourou Piessou è nato nel Togo nel 1961 ed è arrivato in Italia nel 1990 per studiare. Dopo la laurea in filosofia e teologia conseguita a Roma nel '97 presso l'Università Pontificia ha lavorato per 18 mesi come venditore di libri porta a porta, Attualmente è responsabile dell'Ufficio stranieri della Cisl a Verona. Ha fondato con Alloune Blaye musicista e cantautore, conoscitore della tradizione orale africana, la rivista on line Slysajah (www.slysajah,com), rivista e progetti tra Africa e Europa Il suo nome africano Sourou significa “calmo tranquillo paziente”

Comments (1)

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  1. Avatar klaus ha detto:

    Mi vengono alcuni pensieri: prima di tutto non capisco quando parli di etnia/famiglia, di ‘nostre donne’ , di ‘battaglia culturale’

    -anche ammessa la validità di queste etnie matriarcali e patriarcali, non penso che un membro di una di queste ‘etnie’ possa imporre il suo modo di vedere l’influenza sociale sulla femminilità e sull’uso del corpo femminile e l’interpretazione dei contrasti sociali ed etici implicati. Non almeno senza aver approfondito molto tempo la conoscenza delle interpretazioni simboliche operanti negli attori sociali di quella ‘etnia’. E questo vuol dire vivere anni in quel contesto, parlando con quegli altri attori sociali implicati.
    Così come dici che la gioia e l’espressione del sesso sono per molte tradizioni africane una espressione sociale e culturale, questi complessi vengono espressi in altre culture africane in tanti altri modi. E -come tu narri che le donne della tua etnia si sono opposte alla introduzione di una di queste espressioni- forse esisteranno altre donne di altre etnie che si opporrebbero alla introduzione della tua visione nella loro etnia. Non ti pare di agire nel modo che stai criticando?

    -nel mio ragionamento mi riferisco solo alle pratiche di MGF simbolicamente importanti per la stuttura sociale, mentre nella analisi il concetto di mutilazione genitale femminile è mischiato continuamente a quello di violenza e stupro

    -penso che l’unico modo di intendere il problema sarebbe dare voce (nel senso di andare lì e ascoltare di persona), nelle circostanze appropriate, alle società in questione; prima di giudicare eticamente il fenomeno.

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