Thomas Saglia e Elisabetta Giacchi: Project China. Un progetto chiamato Cina

| 7 Marzo 2021 | Comments (0)

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Project China è un progetto nato dalla nostra collaborazione e che ha avuto uno sviluppo piuttosto travagliato, da qui l’idea di chiamarlo “progetto Cina” (project China), come qualcosa di irrisolto e in continuo divenire. All’inizio, infatti, volevamo semplicemente ascoltare e raccogliere esperienze e testimonianze intorno alla Cina, conoscerla attraverso la vita e le impressioni di chi ci ha vissuto almeno un po’ come studente oppure lavoratore. Siamo partiti senza saperne granché, se non armati dei classici stereotipi e di molta incoscienza; infatti queste prime interviste sono andate un po’ con il pilota automatico, probabilmente perché noi non eravamo consapevoli della complessità che si celava nella miriade di aneddoti che ci venivano raccontanti e perché le domande che ponevamo avevano spesso come risultato quello di rinsaldare luoghi comuni che già conoscevamo, ma senza che se ne potesse capire l’origine o il significato.

Tuttavia ci siamo resi conto molto presto come esistesse una sorta di dicotomia tra la Cina sognata e studiata, quella più classica e che alcuni definiscono “più autentica”, e quella invece esperita e vissuta nella vita di tutti i giorni, la Cina contemporanea e smaniosa, frenetica e dalle mille opportunità lavorative da cogliere “perché oggi – si sa – il futuro passa per Pechino e Shanghai, non più per New York e Londra”. Erano idiosincrasie, queste, che andavano in conflitto con le aspettative di noi occidentali e che portavano a chiederci: Quindi, cos’è esattamente la Cina? La Cina che possiamo conoscere e vivere in Italia cosa ci racconta della Cina stessa? Questo intreccio di elementi nuovi, in contrasto fra loro, ci ha fatto prendere la decisione di inserire nella nostra ricerca anche persone cinesi: non tanto per dare un’aria di completezza e imparzialità al tutto, quanto per una nostra reale necessità di sentire il loro punto di vista, per una e per la prima volta.

Dopo la prima intervista con un ragazzo cinese nostro coetaneo, ci siamo resi conto che non stavamo più solo scoprendo delle esperienze di vita in un posto per noi esotico, ma che stavamo entrando in contatto diretto con un’altra cultura. Nonostante il bagaglio esperienziale comune e piuttosto simile, lo “shock culturale” non si è fatto attendere e abbiamo sperimentato una difficoltà, a tratti insormontabile, di comunicazione che andava oltre la lingua che si stava utilizzando per parlare. Le domande poste, che a noi potevano sembrare ovvie, scontate, a tratti quasi troppo semplici (la vita in Cina e in Italia, il cibo, l’istruzione, la politica,…) venivano recepite ed elaborate in maniera diversa rispetto a ciò che ci aspettavamo. Sentivamo una sorta di mancanza di volontà critica (ma non di spirito critico) che forse era figlia di una differente prospettiva e non di una volontà di nascondersi o di non esporsi troppo – anche se in alcuni casi è probabilmente successo. Intervista dopo intervista, abbiamo parlato con molti ragazzi cinesi, alcuni dei quali nati in Italia, i più invece cresciuti oppure trasferitisi per motivi di studio; è stato purtroppo impossibile avvicinare la prima generazione di immigrati, spesso perché più disinteressati e perché la scarsa conoscenza dell’italiano rappresentava un ostacolo e motivo di imbarazzo. Questi confronti ci hanno così permesso di arrivare al primo punto di svolta nel nostro percorso, ovvero quando ci siamo resi conto che la Cina non è semplicemente quella realtà distante che sembra funzionare per slogan opposti, composta da una società alacre e pioniera del nuovo futuro, ma che è l’insieme di tutti questi elementi che sono il frutto di un’evoluzione, di una storia e di una cultura iniziate migliaia di anni fa. Questa consapevolezza ci ha fatto ancora di più progredire e investire le nostre energie nella volontà di capirne di più, sia per noi che per quello che è diventato un progetto a tutti gli effetti. Abbiamo infatti deciso di partecipare a bandi che ci permettessero di condividere tutte queste esperienze raccolte in un anno di lavoro e, oramai decisi a portarlo a termine, ci siamo presi una pausa per riordinare le idee per poi proseguire con più chiarezza.

Proprio in quel momento, però, qualcosa è cambiato: questa volta non dentro di noi, ma nel mondo è arrivato qualcosa con cui ancora oggi stiamo facendo i conti, ovvero la pandemia. Qui il nostro progetto ha iniziato a prendere la forma finale che è nel documentario, la pausa di riflessione sommata alla nuova spinta mediatica relativa alla Cina ci ha fatto rendere conto che il nostro viaggio non era terminato, e che le nostre nuove certezze si basavano sì su qualcosa di più concreto e composito, ma che altrettanto molte domande rimanevano insolute; anche la gestione della pandemia stessa in Italia e in Cina aveva, per esempio, scoperchiato qualcosa che rimandava chiaramente a diverse visioni e a differenze culturali. Da questo momento in poi la ricerca è stata volta non più alle singole esperienze, bensì alla volontà di unire questi puntini per costruire un disegno quanto più completo possibile di ciò che è la Cina oggi. Ci siamo resi conto immediatamente che il terreno diventava sempre più scivoloso e che le opinioni avevano lasciato il passo a confronti e scontri di visioni diverse su come interpretare questo controverso Paese. Ore e ore di dibattito e confronto fra di noi portavano a opinioni cangianti ogni qualvolta le persone ci davano nuovi elementi sui quali riflettere, a partire dall’imprescindibile storia del Paese, dal rendersi conto cioè che la Cina odierna è frutto soprattutto del suo recente passato, della volontà di uscire da una situazione disastrata e di ritagliarsi nuovamente quel ruolo che i cinesi vedono come appartener loro nel mondo. Il lockdown ci ha fatto riflettere altresì sulla questione dell’obbedienza e della libertà, una libertà che, per quanto guidata e mal sfruttata, noi diamo per scontata e che crediamo essere universale nel suo significato e nella sua espressione. Per quanto iniziassimo a comprendere determinate dinamiche e approcci culturali, cercavamo il confronto e, in questo senso, due interviste in particolare a due ragazzi cinesi ci hanno aiutato ancora una volta ad aprire gli occhi e a mettere sempre tutto in discussione.

Si può dire che questa tematica sia l’emblema di ciò che stava crescendo in noi, ovvero il rendersi conto che non stavamo solo parlando un Paese diverso dal nostro ma che ci stavamo confrontando con una realtà più complessa, un Paese che è un continente con una cultura e delle radici diverse e lontane dalle nostre; per la prima volta nella nostra vita stavamo mettendo in discussione noi stessi come individui e come parti di un sistema e di una fetta di mondo, rendendoci oramai evidente come questa non fosse più l’unica nello scacchiere mondiale. Di qui si sono susseguite domande e interviste per indagare questo aspetto, e che si andavano sempre più a intrecciare con ciò che la Cina manifesta all’interno e all’esterno di se stessa attraverso la sua massima rappresentazione, ovvero il governo del Partito comunista cinese. Per un occidentale è probabilmente molto difficile immaginare e comprendere appieno il suo rapporto con la cittadinanza, e discernere dove inizi uno e finisca l’altro, dove inizi lo scambio (il famoso “sogno cinese”) e dove finisca la libertà individuale a vantaggio di un’unità di intenti e di armonia nazionale. Un altro aspetto sul quale – come naturale conseguenza – abbiamo posato la nostra riflessione è il ruolo della propaganda e del soft power che un Paese esercita sia verso i propri cittadini che, in misura ancora maggiore, nei confronti del resto del mondo; dunque ci siamo interrogati su quali e sull’origine dei valori che noi definiamo come parte integrante del nostro bagaglio culturale, scoprendo come siamo comunque padri e allo stesso tempo figli di quell’altra potenza che si contende l’influenza mondiale con la Cina, ovvero gli Stati Uniti. Alla fine di questo percorso, dove le domande sicuramente sono risultate ben più delle risposte che ci siamo dati, si è dovuti arrivare al punto di metterle in forma audiovisiva. Come già detto, tutta la seconda parte del nostro progetto si è svolta in periodo di lockdown, e questo ha implicato non molte sfide sia dal punto di vista emotivo sia dal punto di vista tecnico e strutturale. Si può dire che il nostro lavoro è stato davvero fatto in casa, totalmente realizzato nell’intimo di una camera che poteva diventare una prigione e che invece è diventato un portale sul mondo nel quale abbiamo raggiunto e incontrato virtualmente moltissime persone.

Data l’impossibilità di raccogliere materiale video, ci siamo affidati molto agli archivi e alle risorse disponibili online, così come al moltissimo materiale donatoci dalle persone coinvolte nelle interviste. Abbiamo deciso di mantenere questa natura ibrida e condivisa come anima del progetto e di far sì che l’intero nostro lavoro potesse essere liberamente visibile su richiesta per tutti. Rendere il nostro percorso un film non è stato semplice, anche perché non ci sentivamo e non ci sentiamo tutt’ora degli esperti; di conseguenza non avrebbe potuto essere un punto sulla Cina, ma doveva mantenere, anche nella narrativa, l’idea di percorso e di evoluzione del pensiero a partire dagli stereotipi fino alla riflessione sul ruolo nostro e della Cina nel mondo. Abbiamo quindi deciso di utilizzare Elisabetta come avatar di questo percorso in modo tale che potesse accompagnare in maniera diretta lo spettatore in questo viaggio che si snoda nel tempo e nello spazio, ma anche tra i sogni e gli studi televisivi. Non è stato semplice, ma è stata una grande sfida – come tutto in questo progetto – e speriamo che, anche grazie al nostro lavoro, molte persone possano perlomeno rendersi conto delle sfaccettature e della complessità di punti di vista che compongono il parlare, ma anche solo il conoscere questa grande realtà fatta di luci, ombre e contrasti quale è la Cina.

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THOMAS SAGLIA (Trento, 1990)
Dopo gli studi universitari, dove ha approfondito la storia e la teoria del cinema, del teatro e della musica a Trento, ha svolto un anno di servizio civile presso la redazione di Altrove Reporter. Qui ha avuto il ruolo di responsabile del settore audiovisivo (interviste, copertura video) ed è stato autore, regista e montatore del suo primo documentario, I capitali italiani (2016, 60’), un’indagine sull’emigrazione trentina in cinque capitali europee (Berlino, Londra, Vienna, Bruxelles e Amsterdam). È arrivato finalista nel concorso “Memorie migranti” di Gualdo Tadino. Nel frattempo ha collaborato con diverse realtà territoriali (Jump Cut, Comune di Riva del Garda, Accademia della montagna, Trento Film Festival). Si è diplomato in regia presso la ZeLIG, School for Documentary, Television e New Media, di Bolzano dove, tra i vari progetti, ha realizzato due lungometraggi in qualità di regista e comontatore: PAPA’ DARIO! (2018, 75’) e Le creature di Andrea (2019, 75’). Quest’ultimo ha vinto il premio del pubblico al ViaEmili@DocFest di Modena e ha ricevuto una menzione speciale al Trento Film Festival. Tra i cortometraggi si possono annoverare Lo scambio (2017, 16’), Verde bosco (2018, 10’) e Vigilia (2019, 13’), progetto autoriale incentrato sul Gay Pride svoltosi a Trento e che lo ha visto impegnato come regista, cinematographer e montatore.
ELISABETTA GIACCHI (Orzinuovi, 1991)
Si laurea a Firenze con il massimo dei voti in storia dell’arte moderna e parallelamente svolge il servizio civile ad Altrove Reporter, dove copre i ruoli di progettista e intervistatrice. È infatti quest’ultima esperienza che la porta successivamente ad approfondire gli ambiti della progettazione, dell’illustrazione e dell’animazione. A oggi, ha collaborato con differenti associazioni e realtà del territorio trentino al fine di promuovere l’arte attraverso mostre e iniziative culturali.

 

 

 

 

Category: Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale

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