Dalai Lama: La consapevolezza della morte e dell’impermanenza

| 4 Novembre 2014 | Comments (0)

 

 

 

 

Diffondo dal Blog di Cesare Vacca del 4 novembre 2014

La descrizione del processo di morte più completa e affascinante è quella che ne fa il buddismo e, in particolare, un poemetto scritto da Losang Chokyi Gyeltsen, primo Panchen Lama, vissuto nel XVII secolo. Il Panchen Lama (panchen significa grande studioso) è il leader spirituale della regione intorno a Shigatse, come il Dalai Lama è il leader politico e spirituale di tutto il Tibet.

Il poema si intitola Desideri da esprimere per essere liberati dalle situazioni pericolose dello stato intermedio. L’eroe che libera dalla paura ed è insieme descrizione degli stati mentali, che si attraversano nel processo di morte ed anche dopo. Il poema è stato commentato dall’attuale Dalai Lama in persona, che ha raccolto le sue riflessioni sull’argomento nel libro Lungo il sentiero dell’illuminazione, edito da Mondadori. A questo libro sono largamente debitore per i commenti che riporterò, ma non avrei potuto farne a meno considerata la difficoltà dell’argomento.

Il Dalai Lama esordisce dicendo:

“È fondamentale essere consapevoli della morte […] Si analizza la morte non per cadere preda della paura, ma per apprezzare questa preziosa esistenza, durante la quale puoi compiere molte pratiche importanti […] Se accetti che la morte fa parte della vita, quando essa arriverà davvero, ti risulterà forse più facile affrontarla. Buddha ha detto:

Un luogo dove stare al riparo dalla morte non esiste.

Non esiste nello spazio, non esiste nell’oceano.

E neppure se sei nel mezzo di una montagna”.

(Dalai lama, Lungo il Sentiero dell’Illuminazione, pag. 3)

Il primo problema da rimuovere è la negazione della morte come fatto inevitabile, una negazione che avviene, per esempio, ogni volta che cerchiamo di trattenere in stato vegetativo un malato terminale. Si fa tanto parlare di sacralità della vita, ma per rispettare la vita è indispensabile imparare a rispettare la morte e a non considerarla come un accidente evitabile con l’applicazione delle moderne tecniche mediche. Eppure, qualora i medici ci annunciassero l’esistenza di un tumore incurabile nel nostro corpo, saremmo noi disposti a rinunciare alle cure e a prepararci serenamente al viaggio di trasformazione finale, o piuttosto non accetteremmo di sottoporci a dolorosissimi interventi chirurgici, a devastanti chemioterapie, ad essere illusoriamente mantenuti in vita attaccati a macchine, fleboclisi, respiratori e così via, nell’illusione di prolungare di qualche ora la nostra vita vigile? Ma che vita sarebbe? In ogni caso si tratta di un’illusione: il momento della morte è segnato e nessuno e nessuna macchina e nessuna cura possono rimandarlo.

Qual’ è il problema all’origine di questi atteggiamenti insensati? Anzitutto pensiamo di non morire mai, al limite ammettiamo che, sì, moriremo, ma che, in ogni caso, non è ancora il momento: ci penseremo quando ci saremo! Il Vangelo di Luca (12, vers. 15-21) racconta questa parabola:

E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”. Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.

E se proprio si sa di dover morire, si preferisce accantonare il pensiero poiché il momento appare lontano. Si ha, in altre parole, un forte senso di permanenza: la mia vita, le mie cose, i miei affetti e tutto ciò che mi circonda non finiranno mai. Questo è un atteggiamento estremamente pericoloso perché genera attaccamento, cupidigia, litigiosità, ira, invidia e così via: penso che la mia vita finirà, o prima o poi, ma reputo quel momento lontano, tanto vale che mi goda la vita e trattenga i miei averi e i miei affetti, che sono l’unica cosa concreta che ho e che mi rendono la vita bella e piacevole, per cui sono disposto a tutto per non perdere ciò che ho e mi batto, senza esclusioni di colpi, contro tutto ciò che minaccia la mia esistenza, i miei averi, le persone che mi sono care. Il senso di permanenza delle cose mi ha giocato un brutto scherzo: ho generato in me stesso ansia, sofferenza e infelicità. Rincorrendo beni destinati a perire, ho rinunciato a rincorrere un bene più grande e duraturo: migliorare le mie vite future, essere liberato dal ciclo delle rinascite, raggiungere la Consapevolezza totale, che mi darà modo di aiutare l’umanità. Questo è un punto di vista buddista, che accolgo con riserva in quanto, come vedremo nel prossimo capitolo, il tempo è una dimensione del tutto illusoria, mentre l’impostazione vista prende come assiomatico l’esistenza di vite “future” e successive l’una all’altra. Vedremo come è possibile conciliare impostazioni, che sembrano tanto differenti. Per ora mi basta evidenziare come l’illusione della permanenza generi comunque sofferenza e come la stessa illusione ci renda stolti al punto di perseguire obiettivi estremamente limitati a sfavore dell’unico obiettivo valido, ovvero la nostra realizzazione, il mantenimento della Consapevolezza. È un atteggiamento da eliminare dal nostro profondo con la pratica della meditazione, ben sapendo che noi stessi siamo la causa, gli unici artefici del nostro dolore o della nostra felicità. Il Dalai Lama scrive:

 “Buddha ha detto:

I Buddha non lavano le cattive azioni con l’acqua,

né rimuovono con le loro mani le sofferenze di chi trasmigra,

né passano ad altri le conoscenze che hanno acquisito.

Gli esseri si liberano attraverso gli insegnamenti della Verità, la natura delle cose.

Tu sei il protettore di te stesso; agio e disagio sono nelle tue mani”. (Dalai lama, Lungo il Sentiero dell’Illuminazione, pag. 17)

Gli esseri si liberano attraverso gli insegnamenti della Verità, la natura delle cose! Si trova lo stesso concetto nel Vangelo di Giovanni (8, 31-32): “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”.

La conoscenza della Verità, ovvero la conoscenza della natura delle cose – lo dice Buddha – e l’interiorizzazione di questa Verità, la sua accettazione consapevole, ci portano alla liberazione finale, perché solo così potremo vivere con “fede”. Qual’ è il modo migliore di conoscere la Verità? Facendo lunghe discussioni? Leggendo molti libri? Intuendola? Questo sarebbe già un notevole passo avanti, ma le parole di altri uomini, per quanto saggi ed illuminati, non potranno mai convincerci di ciò che nemmeno sospettiamo. Il modo migliore di conoscere la Verità è “vedere”, ovvero farne esperienza diretta. Quando ciò avviene, non sono più possibili dubbi e il modo di vivere verrà regolato di conseguenza. Cosa si vede? Un numero illimitato di filamenti di Energia, che si legano in modo intelligente e consapevole per realizzare tutto l’esistente conosciuto, ignoto e inconoscibile, il tutto al di fuori di ogni concetto di spazio e di tempo, concetti che, vedendo, si rivelano del tutto illusori, così come si rivela illusoria l’esistenza materiale, prodotto di un particolare – e molto limitato – modo di percepire. Ma se l’esistenza materiale è illusoria, se è solo il prodotto delle nostre limitate capacità percettive, non vi può essere dubbio che anche la morte sia un passaggio illusorio, per cui potremmo viverla in un modo diverso, molto più consapevole e molto più utile per l’economia della nostra evoluzione. Per arrivare a questo risultato e per considerare la morte in un modo del tutto diverso, rispetto a quello a cui siamo abituati, è necessario meditare molto su di essa. Ma come? Quali argomenti affrontare? Come è possibile impegnarsi in considerazioni tanto difficili, nulla sapendo di ciò che ci attende al momento del trapasso? La lettura e la meditazione del poema del Primo Panchen Lama ci può essere di enorme aiuto.

Category: Culture e Religioni, Osservatorio internazionale, Osservatorio Tibet

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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