Cristina Biondi: 29 Nuovo dizionario della parola italiana. Da “Stalagmiti e impronte digitali” a “Stato di polizia”

| 3 Luglio 2020 | Comments (0)

 

STALAGMITI E IMPRONTE DIGITALI

Alcune notizie rimangono impresse a lungo nella memoria. Circa un mese fa un documentario mostrava l’interno di una grotta: bisogna entrarci con i guanti perché, toccando a mani nude una stalagmite, si lascia una lievissima impronta di grasso che rischia di compromettere la crescita nei millenni della colonna calcarea. A me è sembrata una di quelle verità che bisogna divulgare, non tanto per proteggere la longevità delle stalagmiti, quanto perché le nostre impronte digitali, rivelabili con traccianti fluorescenti, sono dappertutto, troppo dappertutto ed è un peccato che solo gli speleologi e gli assassini prendano le dovute precauzioni.

Ludovico ha tre anni, suo fratello otto mesi e sono posizionati su seggioloni vicini: il grande sfoglia un libretto ed è già in grado di fornire una descrizione delle figure rappresentate, il piccolo si protende nello sforzo di impossessarsi di quell’oggetto a lui ignoto e riesce a posizionare una miriade di impronte delle sue dita cicciotte, costretto a ritirare la mano ogni volta che Ludovico strattona il libretto che a buon diritto ritiene essere un suo possesso: solo lui sa che un gatto è un gatto e un cane è un cane. La mamma presto potrà pretendere che anche il più piccolo si esibisca: Come fa il gatto? Come fa il cane? Il maialino? Il leone? L’elefante?

Ludovico, per nulla soddisfatto, è fin troppo consapevole dell’importanza delle impronte digitali, del fastidio che ora gli causa tutto quel toccare, soprattutto se suo fratello non si fa nessun problema a tuffare le mani nella pappa prima di mandarle in perlustrazione per il mondo.

 

SUPERFLUO

Avrei immaginato l’esatto contrario: se la partita si concludesse in questi giorni, sarebbe per me irrilevante il numero di camicie da notte nell’armadio, di calzini nel cassetto, di scarpe nella scarpiera. Prima mi rimproveravo di avere troppo, adesso, nell’ipotesi che si stiano spalancando le porte dell’Ade, nulla mi sembra meno importante del mio guardaroba. Fino a ieri compravo più oggetti di quelli che è ragionevole avere in base alla propria aspettativa di vita, oggi sono diventata indifferente al numero, la qualità e lo stato di conservazione delle cose che possiedo: se io sono cenere e cenere ritornerò, anche loro sono cenere e diventeranno cenere. Il solo problema che mi faccio è per i prodotti della combustione: diossina e sostanze diossino-simili, furani, diossani, PCB e altri inquinanti organici persistenti. Gli inceneritori sono stati a lungo fra i maggiori produttori di diossina e l’abbattimento delle emissioni gassose, che ha consentito di ridurre l’inquinamento dell’atmosfera, produce nanoparticelle molto pericolose. Non che abbia molta importanza, ma sarei curiosa di sapere se le nanoparticelle sono più piccole o più grandi dei coronavirus.

 

PUBBLICITÀ? DI MALE IN PEGGIO

I pubblicitari dovrebbero rendersi conto dei cambiamenti di rotta e smettere di mostrare gioiosi assembramenti, happy hour, spiagge affollate e gente felice. Io propongo di mettere fuori legge la pubblicità televisiva: è intrusiva, ripetitiva e insistente come un interrogatorio di polizia. Abbiamo finalmente scoperto che la salute è importante e la pubblicità nuoce gravemente alla salute e provoca effetti collaterali.

Ma si rendono conto di cosa dicono i pubblicitari quando esordiscono: “Ultimo giorno!” Se fosse l’ultimo giorno e noi, invece di pentirci, comprassimo materassi appoggiati su doghe di legno e testiere regolabili, meriteremmo di andare all’inferno e di restarci per sempre. La crisi è grave e chi non ha soldi non può comprare il materasso appoggiato su doghe di legno e testiera regolabile e può continuare a dormire dove già dorme, mentre chi ha soldi ha perduto tanto la voglia di spendere quanto la tranquillità per dormire. Capisco che chi fabbrica letti non può produrre mascherine, ma non si può nemmeno cavar sangue da una rapa. La rapa è una rapa ed è il momento giusto per metterla in tavola.

 

PUBBLICITÀ E SENSO DEL LIMITE

Non esiste più un pregiudizio che ci portavamo dietro dalla notte dei tempi: il senso del pudore è una prerogativa femminile che segnava il confine tra pubblico e privato, recintava l’intimità come luogo appartato e sicuro. Non mi è del tutto chiaro come il femminismo si sia posto a riguardo, penso si sia ribellato a tante “virtù” imposte alle donne, nella prospettiva di un’aumentata dignità. Purtroppo ha aperto le porte a qualcos’altro: alla pubblicità. Pubblicità vuol dire rendere pubblico, cioè far conoscere, ancor prima che reclamizzare. Le donne aspirano a farsi ammirare e nei salotti dell’ancien regime le gran dame esibivano bellezza, eleganza e ricercatezza in spazi riservati, allora non esisteva la pubblicità, che vuol farci credere che tutto sia accessibile a tutti. Gli animi nobili che non amavano l’ostentazione indossavano abiti di seta e pizzo, ma portavano a contatto della pelle il cilicio, in segreto.

Oggi non c’è alcun segreto sulla biancheria intima, nessun pudore per le micosi ungueali, per l’incontinenza, per le piccole perdite (non chiedetemi di specificare: è un problema femminile), per la secchezza vaginale, per le ragadi, per i talloni ruvidi e per le ascelle sudate (via i peli e via l’odore). Si suppone che l’adolescente, notando i primi segni della pubertà, abbia immediata necessità di un rasoio, che la donna affronti il primo capello bianco correndo ad acquistare la tintura e che l’anziana ai primi accenni di spossatezza si autosomministri vitamine e sali minerali (una sola pillola contiene una ventina degli uni e una quindicina degli altri). Bisognerebbe approfittare degli stacchi pubblicitari per andare in bagno (il nostro bagno) o in cucina (la nostra cucina) pur di non assistere a una scena che si ripete ogni mezz’ora: una ragazza sputa nel suo lavandino saliva striata di sangue.

Per essere lasciati in pace non basta silenziare la voce, bisogna andare altrove e nel mio nichilismo penso che il mondo era molto più serio quando tutti temevano le prime manifestazioni della tisi. La mia irritazione non deriva dalla vista delle gengive irritate: come medico non ho mai provato fastidio davanti all’esibizione di un sintomo. Me la prendo con chi vorrebbe convincerci della fondamentale importanza di un dentifricio antiplacca, e ci obbliga ad assistere alla sua apparizione salvifica ogni mezz’ora. Non è un lavaggio del cervello, è una cerimonia liturgica.

 

MATERASSI, SEMPRE MATERASSI

Mi sono chiesta perché in me sia così radicato l’odio per la pubblicità dei materassi. Dopo tanti anni forse dovrei sostituire il mio, forse uno nuovo gioverebbe alla mia colonna vertebrale. Non ho mai sofferto di mal di schiena, non ho partorito né in casa, né altrove, nessuno tra i padri, nonni e bisnonni è morto nel mio letto: materassi, reti e spalliere non hanno mai assistito a nulla di memorabile, tranne ad alcune cosette che però non hanno cambiato i destini del mondo. Dimenticavo le malattie, il letto di dolore, ma soffrendo di affezioni polmonari sono stata costretta a passare più di una notte tossendo sul divano. Non mi spiego perché la vista di un materasso nuovo, candido, comodo e facilmente igienizzabile mi metta di cattivo umore. So che nel mio letto ci sono gli acari, ma non sono allergica, so che c’è una macchia da tanti anni, da quando ci rovesciammo il caffè del mattino, so che avremmo dovuto dormire sul lato estivo d’estate e sul lato invernale d’inverno. Amo le lenzuola fresche di bucato, i piumini caldi e quelli leggeri, non sogno quasi più, dormo bene con un leggero sonnifero, associato alla melatonina. Da quando c’è il covid la notte trascorre esattamente come prima, ma se un giorno, forse vicino, forse lontano, le cose andranno male, vorrei mettere un bel gruzzoletto sotto il mio vecchio materasso

 

METTERCI  IL CAPPELLO

I giardinieri del comune stanno lavorando a tutte le aiuole dei bordi stradali di Mestre. Io ho l’età giusta per fare quello che le vecchine hanno sempre fatto: non posso mettere la mia sedia (una sedia bassa di legno con la seduta impagliata e relativo cuscino tondo all’uncinetto) davanti all’uscio, ma non per questo rinuncio a osservare ogni dettaglio e a criticare. Parte subito l’indignazione, che è lo scudo dietro al quale difendo tutti i miei argomenti: le aiuole erano trascurate, terra battuta adatta solo al raspare dei cani, ma numerosi cespugli, tra i quali bellissimi pittospori nani, si erano adattati bene all’incuria, come le due palme che stavano di fronte alla scuola. Tutto tagliato, tabula rasa e i giardinieri non hanno saputo dirmi il perché, loro avrebbero anche scavato trincee e posizionato cavalli di frisia in obbedienza a ordini superiori.

Presto avrebbero dovuto esserci le elezioni e forse il sindaco, che si è ricandidato, voleva metterci il cappello sulle aiuole, belle e curate. Se le elezioni verranno rimandate lui dovrà confrontarsi con il problema del verde pubblico. Come si comporteranno le migliaia di piantine? Oggi le bergenie hanno l’aria di cavarsela benissimo, ma le alchemille molli hanno un’aria un po’ troppo molle. Gli iris hanno belle foglie, ma i narcisi, piantati in fiore, sono scomparsi. Funzionerà l’impianto d’irrigazione? La mia malvagità da vecchia strega ha trovato una fonte di sicura soddisfazione: mi è bastato guardare la pacciamatura per predire un disastro totale. Le aiuole sono a livello dei marciapiedi, a volte lievemente sopraelevate ed è stata stesa una coltre di argilla espansa senza nessun cordolo che possa contenerla. La pioggia, il vento, il raspare dei cani e la maleducazione dei mestrini che hanno già seminato per conto loro guanti, mascherine e cartacce, concorreranno al disastro totale, vendicando i miei pittospori. Dico miei perché ho un giardino pieno di pittospori nani, le sole piante che siano resistite alle mie cure. Una cosa è criticare, una cosa è saperci fare. A Mestre siamo in terra ferma e la previsione di tutte le streghe è che al prossimo sindaco i guai verranno dall’aria e dal mare.

 

SENILITÀ

Se lo spazzolino è bagnato, vuol dire che mi sono già lavata i denti. Quand’ero giovane ero incurante del problema, con tutta probabilità mi lavavo i denti tutti i giorni e ogni tanto me li lavavo due volte. Oggi devo imparare a dissimulare le dimenticanze, i vuoti di memoria e le distrazioni. Distratta lo sono sempre stata, ma solo ultimamente mi sono posta l’obiettivo di avere più controllo delle mie azioni: per non finire in casa di riposo. Purtroppo mi sento fragile e dopo il coronavirus le mie fantasie di sedere a un grande tavolo rotondo con molte compagne meste ma sorridenti e la mia tazza di tè (ho lavorato lì qualche anno come medico: il tè ci scorre a fiumi, buono e ben zuccherato) sono svanite come una nuvoletta rosa dopo il tramonto.

Il problema è dove scappare, e la prima risposta al problema mi è venuta in automatico: “non in America, non è un posto tranquillo”. L’inconscio è il luogo delle attualizzazioni del passato, delle sovrapposizioni, delle confusioni. Allora, quando il problema non era finire in ospizio, ma in un lager, la cosa migliore era emigrare in America, mollare tutto e non fidarsi di quasi nessuno. Idem in vecchiaia, ma se non si potrà scappare in America, né restare a casa, dove si potrà andare? Un’opzione ragionevole è: direttamente al Creatore, ma io mi sento appesantita da troppi pensieri negativi per volare in cielo e troppo impegnata a reprimere le mie cattiverie per finire all’inferno. Rimane il purgatorio, ma forse, potendo scegliere, è meglio andare in casa di riposo.

 

STATO DI POLIZIA

Per superare la dicotomia tra regimi illiberali e democrazie basta guardare le forze di polizia: i poliziotti in assetto d’intervento, con scudi, giubbotto antiproiettile caschi e armi sono tutti uguali, tanto che un cinese è indistinguibile da un americano. È difficile capire se le prime immagini che scorrono sullo schermo durante il telegiornale vengono da Hong Kong o da New York, perché le città moderne si assomigliano molto, soprattutto se viste tra fumi d’incendi e di lacrimogeni, e identico è il modo di contenere le proteste, manganellata in più o manganellata in meno, proiettile in più o in meno. Le elezioni democratiche hanno una bella ritualità: a ognuno una scheda colorata e una matita (io preferirei una scheda bianca e una penna a inchiostro, mettere nero su bianco sarebbe più assertivo), le cabine elettorali sono più piccole delle cabine della spiaggia, noi non ci spogliamo, ma poi avviene lo spoglio delle schede.

Non è un momento né di espressione, né di contenimento della protesta, il rituale è più o meno quello di un’evacuazione di massa che avviene secondo le regole suggerite dal comune senso del pudore, inteso al modo di Bunuel. Ma, se c’è da esprimere rabbia, frustrazione, ideali per i quali si è disposti a dare la vita, paure profonde ed esili speranze, indignazione, aspirazioni represse, quel trabiccolo provvisorio di legno che assomiglia a un cesso da campo non è in grado di contenere nessuna espressione, nessun sentimento. Allora c’è la piazza dove tutto viene a galla restando alla superficie, non ci sono frontiere da varcare, non vi si scavano trincee, non ci sono cavalli di frisia e nonostante fucili e pistole il rituale è quello del duello all’arma bianca: uomo contro uomo, ci si picchia, ci si accoltella, si è troppo vestiti per mordersi. I regimi illiberali però hanno rotto questo schema: arrivano in piazza i carri armati che creano una gran confusione tra guerra e protesta, tra chi difende la patria e chi l’attacca. I regimi illiberali sono gli unici a credere che nella confusione generale, nel caos della rivolta, nella liquidità della globalizzazione esista lo “Stato” (cioè il potere allo “stato” solido).

Category: Libri e librerie, Nuovi media, Osservatorio internazionale

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