Bruno Giorgini: Parole per una strage

| 7 Febbraio 2015 | Comments (0)

 

 

L’ultima notizia racconta che Charlie Hebdò sarà in edicola il 25 febbraio, cercando di fare fronte ai troppi morti, al troppo dolore, alla troppa violenza. Nel mentre gli scampati vivono come reclusi. Luz, colui che ha disegnato la maravigliosa copertina “tout est pardonné”, è obbligato a tenere le persiane di casa chiuse notte e giorno, anche andare a fare la spesa è diventata una corvè di guerra, essi i sopravvissuti devono muoversi come fossero in territorio nemico. Più precisamente, come se da ogni angolo potesse spuntare un nemico mortale. Nessuno più prende in giro Charb per quella frase che pareva un po’ retorica, “Je préfère mourir debout que vivre à genoux” preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio, e se non puoi prendere in giro il tuo direttore, perchè è morto ucciso, che satira puoi fare. La tentazione è di rispondere: nessuna. Ovvero quale spazio rimane per lo sberleffo e la libera ironia dopo un tale massacro dei tuoi amici e sconvolgimento del tuo mondo.

Sono nei guai quelli che si sono salvati, e noi con loro, perchè je suis Charlie, un po’ di Charlie c’è in ognuno, anche in quelli che si dibattono per dire je ne suis pas Charlie, e questo piccolo Charlie quasi decapitato, certamente stremato per disperazione, non avrà vita facile. In ognuno c’è un po’ di Charlie salvo in quelli che pretendono di essere la polizia del pensiero, come già accadde da noi ai tempi dell’Inquisizione, i neri fascisti fanatici della Jihad, nemici dell’umanità come i loro predecessori nazisti che portavano nelle fibie dei cinturoni il motto Gott mit uns, Dio è con noi, inciso sotto la croce uncinata. Da noi la fondazione per il carnevale di Viareggio, la tradizionale sfilata dei carri, ha deciso che non ci saranno carri riferiti alla vicenda e all’eccidio dei redattori di Charlie Hebdò, e nemmeno in ricordo dei morti, per motivi di ordine pubblico ha aggiunto, se non sbaglio, il Prefetto o altra autorità preposta. Insomma a Viareggio faranno finta di niene, nada de nada, come se nulla fosse avvenuto.  Ho sentito qualcuno affermare che si tratta di una misura di buon senso. Si può anche dire: misura di viltà, che è una brutta malattia oscurante la ragione, la pietas per gli assassinati, l’ethica e la libertà.

Del resto Panini editore di Topolino non è da meno rinunciando alla copertina [riportata in alto di questo articolo] dove i personaggi tengono in mano una matita, che qualcuno non la prenda per una provocazione, ahimè essi ben conoscono la via della fuga. Ma la realtà, durissima, rimane. Ci sono state venti persone uccise, non certamente uguali nemmeno nella morte, ma tutti francesi. Questa comune nazionalità, pur nella diversità di opinioni, religioni, comportamenti interroga ognuno di noi. La nostra coscienza individuale e collettiva, diciamo sociale, è chiamata in causa, gli assassini sono dei concittadini, francesi e europei, non si può sfuggire all’imperativo di sciogliere questo nodo, pena rimanerne strangolati. Ai concittadini omicidi, e a noi stessi, dobbiamo porre la domanda dell’antico ateniese durante una delle tante devastanti guerre civili. Egli fa un passo avanti dalle linee dei democratici e chiede all’esercito dei concittadini avversari: perchè ci uccidete, voi che condividete con noi la città? Da questa domanda cruciale – che equivale anche a chiedersi perchè la maggioranza del popolo tedesco votò prima e appoggiò poi Hitler, il nazismo, la guerra d’aggressione e la politica del genocidio – prende avvio il tentativo di mettere insieme un personale zibaldino di parole, espressioni, frasi  pensate, lette, dette, ascoltate durante la sequenza degli eventi, dall’eccidio del 7 gennaio alla pubblicazione del numero speciale di Charlie Hebdò, spesso cambiando significato da un giorno all’altro se non da una pagina all’altra a seconda degli accadimenti, del contesto e di chi le pronunciava. Con l’intenzione di fornire un patchwork aperto, una sorta di work in progress cui ciascuno possa contribuire – e ovviamente criticare perchè je suis Charlie, ma dicendola con Rosella Simone “per evitare sviste fanatiche, sempre possibili anche tra gli atei, è sempre meglio essere eretici”.

 

L’orizzonte degli eventi.

E’ la superficie che separa un Buco Nero dal resto dell’Universo. Il Buco Nero ha una attrazione gravitazionale tale da trattenere al suo interno persino i raggi di luce (i fotoni). In questo modo le patologie che racchiude, materia di densità infinita per esempio oppure curve di tipo tempo chiuse, cioè senza distinzione tra presente passato e futuro, rimangono intrappolate dentro l’orizzonte degli eventi senza contaminare il normale spaziotempo cosmico, quello dove noi viviamo. Ma poi Hawking ha spiegato che, per complicati effetti quantici, il buco non è proprio nero ma piuttosto grigio potendo emettere radiazione, e quindi le sue patologie arrivandoci addosso assolutamente inaspettate possono influire sul nostro laboratorio, e sui fenomeni che in esso sperimentiamo e studiamo,  stravolgendo le usuali coordinate conoscitive e operative. E’ successo il 7 gennaio 2015. Due uomini con armi lunghe e in divisa nera d’ordinanza eruttano dal buco nero jihadista in pieno centro a Parigi, entrano nella redazione di Charlie Hebdò, compiendo una strage. Vogliono prima di tutto sapere chi è Charb, quindi fucilano i presenti uccidendone dieci, escono, colpiscono ferendolo un poliziotto della brigata ciclistica sopraggiunto, poi lo finiscono riverso sul selciato. Rimontano in macchina, partono sparando contro un’auto della polizia che nel confronto impari tra pistole e kalashnikov si ritira, per fuggire fin fuori Parigi senza essere intercettati. La rosa molto concentrata dei colpi sul parabrezza dell’auto della polizia sta lì a certificare l’abilità dei tiratori. La fuga senza rimanere imbottigliati nel traffico parigino, e il cambio macchina poi armi in pugno definisce una preparazione preventiva accurata, nonchè una alta flessibilità operativa con notevole capacità di adattamento alle circostanze. Nessuno se l’aspettava. Il primo effetto guardando le immagini che si susseguono in televisione è di spaesamento, non sei a Parigi ma da qualche parte tra Mossul e Kobane. Nell’immaginario e nell’intelligenza più o meno di tutti la guerra jihadista si collocava in un altro universo rispetto a quello parigino, un altro spaziotempo confinato tra il Tigri e L’Eufrate. Tuttal’più potevano filtrare tra i due mondi atti di normale terrorismo, dalle bombe all’omicidio singolo, quando il terrorista – kamikaze o meno che sia – si confonde con la folla e uccide tra la folla, mentre qui siamo in presenza di una azione militare coniugata con la propaganda armata che addirittura si amplierà nei giorni successivi estendendosi a una intera regione di Francia. Qualcuno pensa che i Buchi Neri evaporanti di Hawking aprano una porta di comunicazione – i cosidetti Wormholes – tra universi altrimenti separati, e quando te li trovi di fronte rimani sconvolto, il tuo usuale spaziotempo viene sottoposto a una torsione così forte che rischia di frantumarsi. In altro linguaggio, lo specchio in cui eravamo abituati a rifletterci, riconoscendo la nostra immagine, va in frantumi lasciandoci spezzati: non sappiamo più chi siamo nè dove siamo.  E’ successo a tutti noi quel 7 gennaio del 2015 vedendo scorrere sotto i nostri occhi il film di una vera e propria operazione politico militare d’annientamento contro un intero gruppo di persone assunte come nemiche col pretesto che tenevano in mano penna e matita in un modo considerato offensivo, provocatorio, sgradito ai fanatici fascisti religiosi. Un pretesto risibile ma che, in certo qual modo ha funzionato, persino tra insospettabili amici miei. Con questo pretesto il fucile ha voluto uccidere la matita.


La matita e il fucile.

Una grande matita portata a spalla nella manifestazione dei due milioni a Parigi recita  I am not afraid, io non ho paura. Un’altra matita è stata posta a Caen, capitale della Normandia,  sul monumento che ricorda la vittoria contro il nazismo, non a caso. Scrive Stefano Benni in versi. Disse la matita al fucile/ “Oggi sono importante/ Anche se mi spari, tanti e tante/ Stanno dalla mia parte/ Sfiliamo in piazza, ben strette/ Milioni di baionette”/ Rispose alla matita il fucile/ “Tu sei un’arma geniale/ Ma l’uomo è uno strano animale/ Che dimentica in fretta/ Per un buon industriale/ Rendono più i carri armati/ Che i lapis colorati/ Vediamo chi tra noi/ Lasciò il segno/ Più profondo/ Se il tuo durerà un solo giorno/ Domani sarò di nuovo io/ A disegnare il mondo”/ Sorrise la matita/ “Forse son sfavorita/ Ma ancora non è finita.


La matita perdona, il fucile no.

La prima pagina di Charlie numero 1178, speciale dopo la fucilazione di dieci di loro, maravigliosa, nel senso letterale che desta maraviglia. Una scritta campeggia “Tout est pardonné”. Tutto è perdonato. L’unica parola di perdono comparsa nell’intera vicenda è stata scritta dalle vittime, laiche, atee, mangiapreti. Ma il Papa cristiano a nome Francesco, forse frastornato dall’altezza, era in aereo, o preda di un in/conscio totalitarismo monoteistico, non l’ha vista, non se ne è accorto. Anzi il Santo Padre, ahimè, si è esibito in un gag di particolare cattivo gusto, se si pensa ai morti di Charlie Hebdò, recitando ad usum delle telecamere, “io se offendi la mia mamma ti tiro un pugno”, mimando il pugno, ma la sua mamma non è la religione, nemmeno cattolica. Quindi ha ripetuto che non si possono offendere le religioni, forse riferendosi alla figura disegnata con turbante, barba e quella lacrima solitaria sulla guancia, col cartello in mano Je suis Charlie. Charlie il martire – dieci martiri – e il Papa ben dovrebbe conoscere il martirio, almeno per sentito dire quando si inginocchia sull’altare. Seppure io non veda l’offesa, la dico in modo benevolo: forse Francesco ha pensato alla blasfemia.


La blasfemia.

Molti più che dirlo esplicitamente, accennano: gli scalmanati irresponsabili di Charlie avrebbero a più riprese praticato con vignette e parole la blasfemia, incorrendo in un reato e/o peccato di lesa religione che magari non giustifica la morte ma però. Per l’intanto il reato di blasfemia fu cancellato in Francia nel 1789, lì quando fecero la Rivoluzione, e da allora cancellato rimase. In Pakistan invece il reato di blasfemia può comportare la pena di morte. In questo momento una donna cristiana Asia Bibi è in carcere dal 2009 condannata a morte nel 2010 per blasfemia verso Allah. Anche Gesù Cristo fu condannato per blasfemia e crocefisso. Quella crocefissione del figlio di Dio decretata da un tribunale ebraico, è la premessa, o almeno una delle premesse, per l’antisemitismo praticato lungo i secoli dai cristiani, con mille persecuzioni nei confronti degli ebrei appunto accusati di deicidio. Qualche anno fa girovagando per l’antico ghetto di Bologna mi capitò di incontrare una scolaresca cui la professoressa stava dicendo: ecco qua abitavano gli ebrei, quelli che hanno assassinato il figlio di Dio con la crocifissione. Al mio urlo scandalizzato ebbe a dire, ma come, non è forse vero?


L’antisemitismo.

Scoperte il pomeriggio del 7 l’identità e le fattezze dei due assassini jihadisti in fuga, Said e Cherif Kouachi nati in Francia, viene attivato un dispositivo di ricerca enorme con oltre ottantamila (80.000) agenti delle forze di polizia e reparti dell’esercito. Si tratta di uno spiegamento di uomini e donne in armi quale non si era mai visto in tempo di pace, che mettono in stato d‘assedio una intera regione per quasi tre giorni. Intanto un altro jihadista Amedy Coulibaly, anch’egli cittadino francese, apre a sorpresa un nuovo fronte uccidendo a Montrouge, periferia di Parigi, il brigadiere della polizia municipale Clarissa Jean- Philippe, e ferendo un altro agente. Lo stesso Coulibaly in un video postumo dichiara che lui e i Kouachi agivano in sincronia. E siamo a giovedì 8 gennaio. Quindi il 9, mentre i fratelli Kouachi si barricano dentro una tipografia situata a Dammartin – en- Goele, preparandosi allo scontro finale, Coulibaly entra nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes a Parigi – un negozio kosher frequentato essenzialmente da ebrei – prendendo in ostaggio almeno dieci (10) persone, quattro delle quali fucilate  quasi subito. Così il ciclo nazifascita si completa: dopo la strage degli intellettuali atei libertari e comunisti che con disegni e parole offendono i fedelissimi di Allah e Maometto, arriva l’uccisione degli ebrei, colpevoli di essere per l’appunto ebrei. Per fortuna altre persone presenti nell’ipermercato vengono messe in salvo da  Lassana Bathily, un giovane commesso musulmano. Lassana otterrà poi la cittadinanza francese di cui aveva fatto richiesta. Infine le forze di polizia attaccano i due luoghi, uccidendo sia i fratelli Kouachi che Coulibaly. Durante questa battaglia campale ingaggiata dai Kouachi e da Coulibaly con lo stato francese, i tre uomini curano anche il rapporto coi media, telefonando a un paio di televisioni, inoltre qualcuno posta un video dove Coulibaly presenta l’azione dichiarandone l’origine e tratteggiando l’organizzazione fino a dirne i costi. Se i fratelli si dichiarano militanti di Al Qaeda in versione yemenita, Coulibaly si proclama un soldato dell’Isis, il sedicente Califfato, o Daesh nella dizione araba. Sembra che le due organizzazioni competano al di là del Mediterraneo, ma stando a questa esperienza parigina pare proprio che in Europa collaborino strettamente. Ma l’antisemitismo non è soltanto innervato negli attacchi dei jihadisti, bensì circola nella società, minoritario certo, ma non trascurabile. Può addirittura capitare di incontrarlo negli annunci economici, dove per una richiesta di lavoro si specifica che gli ebrei non sono graditi, oppure in certi padroni di casa che, mascherandolo in vari modi, cercano di non affittare gli appartamenti a persone che si chiamino Levi, Cohen, Bloom, Weil. Gioca anche la paura di andare incontro a guai, dalle scritte insultanti in ascensore o nell’atrio, a quelle sui muri, fino al danneggiamento quando non sia il piccolo attentato, o neppure tanto piccolo. Così molti ebrei francesi migrano in Israele. Secondo i dati dell’agenzia ebraica nel 2014 hanno abbandonato la Francia in 7231, contro i 3293 nel 2013. E’ facile prevedere che dopo gli attentati di gennaio 2015 il flusso migratorio aumenterà. Per finire l’antisemitismo sta innervato nella metafisica di Heidegger, filosofo tedesco omaggiato e ripreso da molti anche in Italia. Seppure fu rettore dell’Università di Friburgo nel 1933 nonchè iscritto al partito nazista, dicendo per esempio in un discorso agli studenti “Non teoremi e idee siano le regole del vostro vivere. Il Fuhrer stesso e solo lui è la realtà tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge”, questi furono da molti intellettuali europei considerati peccati veniali, dovuti più a opportunismo che a reale convinzione. Adesso sono venuti alla stampa i suoi diari, veri e propri “Quaderni neri”, dove il suo antisemitismo appare nitido e senza scampo, un antisemitismo non accidentale ma organico alla sua metafisica (si veda per esempio Heidegger e gli ebrei. I “ quaderni neri”- Donatella Di Cesare – Bollati Boringhieri 2014). Se ne è discusso proprio a Parigi in un convegno “Heidegger et les juifs” dal 22 al 25 gennaio. Un modo anche questo di contrastare l’antisemitismo nelle sue radici teoriche più profonde, che stanno tutte dentro la filosofia “occidentale” almeno in versione heideggeriana. Così Coulibaly ammazza gli ebrei, ma Allah non sembra entrarci molto, assai meno di un professore  tedesco assurto a grande filosofo, senza che per decenni nessuno, o quasi, si chiedesse se la sua filosofia, insegnata  e omaggiata ovunque, avesse qualcosa a che fare con la sua adesione al nazismo. Dopo la seconda guerra mondiale i suoi colleghi intellettuali, non solo tedeschi, finsero che da una parte ci fosse la sua densa e profonda filosofia, dall’altra una sorta di stordimento politico, passeggero come un’influenza di stagione, peccato fosse la stagione nazista. Scrive Paul Celan: lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco/ lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria/ e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti.

I venti morti. E’ venuto il momento di nominarli tutti. Dodici, come gli apostoli – si metterebbero a irrridermi se mi sentissero – uccisi il 7 gennaio alla redazione di Charlie. Georges Wolinski disegnatore, Charb (Stéphane Charbonnier) disegnatore e direttore, Tignous (Bernard Verlhac) disegnatore, Michel Renaud giornalista che si trovava lì per caso dovendo restituire dei disegni a Cabu, Philippe Honoré disegnatore, Moustafà Ourrad correttore di bozze, Elsa Cayat psicologa giornalista, Bernard Maris economista antiliberista, Fréderic Boisseau portiere, Cabu  (Jean Cabut) disegnatore, Franck Brinsolaro poliziotto di scorta a Charb, infine Ahmed Merabet poliziotto ciclista accorso in aiuto e ucciso in strada. Quindi Clarissa Jean-Philippe brigadiere della polizia municipale colpita l’otto gennaio in strada a Montrouge. Infine Yoav Hattab, Philippe Braham, Yohan Cohen e Francois-Michel Saada ammazzati il 9 nell’ipermercato kosher. Da ultimo vengono uccisi i tre combattenti del terrore jihadista, Cherif e Said Kouachi,  Amedy Coulibaly. Venti in tre giorni, tutti cittadini francesi, tutti (con?)cittadini.


Le esequie.

Sono molti venti funerali, ciascuno diverso, nessuno di stato, i morti e i vivi di Charlie non l’avrebbero tollerato. Quello di Tignous a Montreuil, banlieue di Parigi al canto di Bella Ciao; quello di Charb a Pontoise altra banlieue parigina sulle note dell’Internazionale coi pugni chiusi le bandiere rosse e il ritmo di jazz; l’austero funerale con rito musulmano di Ahmed Merabet; i funerali in Israele di Yoav Hattab, Philippe Braham, Yohan Cohen e Francois-Michel Saada, segno di una sfiducia e un timore per la propria sorte che allontana molti ebrei dalla terra di Francia. Ai tre poliziotti caduti viene conferita da Hollande la Legion d’ Onore postuma al valor civile.


La sepoltura

di Cherif e Said Kouachi e di Amedy Coulibaly immagino con rito musulmano è stata “clandestina”, inumandoli in tombe senza nome per evitare che diventino luoghi di culto jihadista. Non so se si tratti di una scelta giusta. E’ tutta un’altra storia ma vicino a dove sono nato c’è la tomba di Mussolini, ben riconoscibile. Ogni anno era, e è ancor oggi, meta di pellegrinaggi fascisti, con cui  quando ero ragazzo bene e spesso ci si scontrava. Serviva quella tomba coi gagliardetti del fascio a tenere vivo in noi giovani la coscienza antifascista almeno tanto quanto ai vecchi gerarchi e nuovi squadristi per darsi un’identità, riconoscendosi in una storia. Forse più a noi, però.  Chiamavamo  sedute di educazione alla democrazia militante sia le discussioni serrate tra noi giovani antifasciti per decidere le iniziative di contrasto che i confronti piuttosto vivaci faccia a faccia con i fascisti. So che è tutto diverso, ma ciò non toglie che dal punto di vista umano un poco mi ripugni l’idea della sepoltura clandestina, lasciando la tomba di qualcuno senza nome, e che dal punto di vista politico se culto c’ha da essere, meglio alla luce del sole dove i “cultori” li puoi vedere, contare e se del caso combattere.


Guerra e/o terrorismo.

Dopo le tristi sepolture e i versi per gli scampati, è il momento di misurare gli eventi sul piano della forza. Senza dubbio l’iniziativa dei jihadisti si presenta e vuole presentarsi coram populo come una azione di guerra nel cuore d’Europa prolungata su un arco di quasi tre giorni con attacchi a vari obiettivi considerati nemici da annientare: i redattori di Charlie, i poliziotti, gli ebrei. Attacchi riusciti contro obiettivi o protetti come la redazione di Charlie, oppure colpiti quando già l’intero corpo delle forze dello stato era all’erta e dispiegato in ogni dove. Gli agenti delle forze di polizia e militari direttamente in campo sono oltre ottantamila (80000), a fronte di un gruppo di fuoco jihadista di tre combattenti, e qualche altro, ma non paiono molti più di dieci, addetti al settore logistico e di supporto. Non solo, ma prima dell’azione il gruppo che si prepara allo scontro fino alle estreme conseguenze, mette in salvo Hayat Boumedienne, militante di rango e compagna di Coulibaly, esfiltrandola assieme a un altro componente sotto gli occhi della polizia turca verso la Siria, probabilmente nel territorio controllato dall’Isis. Non c’è dubbio che si tratti di un’impresa con tutti i crismi per farne una narrazione apologetica destinata a accendere l’immaginario di molti giovani e meno giovani militanti e simpatizzanti della Jihad, e per reclutare i fondamentalisti più fanatici.


Jihad e jihadisti.

Un giornalista a me carissimo conoscendo la mia passione di mente e di cuore per Charlie Hebdò, telefona da Parigi tra il serio e il faceto dicendo: non puoi negare che due proletari hanno ammazzato dei borghesi, amici tuoi ma sempre borghesi. Si tratta di una sciocchezza pronunciata per farmi arrabbiare, tanto più che è facilissimo rispondere: sì, proletari come le esseesse. Non è che i Krupp che pure dettero soldi a palate e forza politico economica al nazismo, si siano mai messi la divisa del III Reich. Quasi sempre i combattenti di prima linea  e trincea o addetti ai lavori sporchi sono proletari, come i soldati americani in Viet Nam se preferisci, in questo senso la guerra è sempre guerra tra poveri. Marx individuava nei lavoratori manuali quando privi di coscienza di classe la base di massa per la reazione più brutale. Infatti negli USA i muratori andavano con la polizia a pestare gli studenti che manifestavano contro la guerra in Viet Nam, e erano parecchio violenti, oltre la violenza poliziesca, profittando del fatto di non esser vincolati da una divisa. Epperò c’è, nella stupida provocazione del giornalista a me carissimo di cui sopra, traccia di una convinzione che affiora quasi dall’inconscio di molti, specie di sinistra, no global e pacifisti. Insomma sarebbe il Jihad un movimento agito dai poveri del mondo contro i ricchi, dagli sfruttati contro gli sfruttatori, dagli oppressi contro gli oppressori, dai popoli del “terzo mondo” contro gli imperialisti e colonialisti “occidentali”, o , per dirla con Vittorio Sermonti, un movimento dei malestanti contro i benestanti.  Al fondo un movimento antagonista contro il capitale e, in prospettiva, un movimento di liberazione seppure oggi distorto, fanatico, dittatoriale e/o totalitario, similfascista e con qualche violazione dei diritti umani nonchè crimine contro l’umanità. Per il terrorismo poi, ma non lo usavano forse anche i combattenti del FLN algerino, i francesi migliori come Sartre e Jeanson collaborando a organizzare la filiera dei porteurs des valises, dove stava l’esplosivo che serviva per le bombe lasciate in qua  e in là tra Parigi e Algeri, bombe che ammazzavano anche i civili. Qulcuno si spinge fino a ricordare il terrore instaurato da Robespierre e Saint-Just perchè la Repubblica di Liberté Egalité e Fraternité potesse vivere. Ebbene mi dispiace ma siamo del tutto fuori squadra. Il Jihad è un movimento armato certamente complesso ma altrettanto certamente organizzato e finanziato da una oligarchia composta da ricchissimi mercanti di esseri umani, danaro, petrolio, armi , droghe e da potenti capi tribali e religiosi del mondo arabo (e non solo), con la collaborazione attiva di molti stati dal Qatar all’Arabia Saudita, con la Turchia benevola. Non senza simpatici paradossi come quello di una Francia che per un verso bombarda le forze dell’IS, o Daesh, sventolando la bandiera della libertà e per l’altro vende proprio al Qatar forniture assai cospicue di armi che probabilmente travasano dritte nei magazzini di Mossul, la capitale del Califfato. Insomma è in atto una guerra per cambiare i rapporti di forza, la spartizione dei poteri e dei profitti, su un’area molto vasta che va dall’Africa al Medio Oriente fino al Caucaso. L’Islam del rigore fondamentalista è nè più nè meno la chiave di volta per mobilitare ampie masse, muovendole nello scacchiere a seconda degli interessi in gioco. Stabilito che siamo di fronte a una oligarchia che arruola un proprio esercito, in parte mercenario in parte volontario, è chiaro che  il movimento per funzionare ha bisogno di ideologhi intelligenti in grado di attivare i meccanismi giusti, agendo in particolare sul versante religioso. Per esempio Abu Mussab Al Suri di estrazione alto borghese – già portavoce di Bin Laden, pubblicò nel 2005 un “Appello alla resistenza islamica globale” di oltre mille pagine. Si racconta che fu  arrestato dai pakistani che poi lo passarono alla CIA la quale a sua volta lo consegnò ai siriani di Assad che lo liberò nel 2012 per iniettarlo dentro la lotta antiregime, affinchè Al Suri operasse nel senso di stravolgere la rivolta popolare da laica lotta per la democrazia a Jihad religiosa, e oggi nessuna delle fonti raggiungibili  sembra sapere bene dove si trovi, tanto per capire quanto la storia sia intricata. Al Suri definisce gli obiettivi della Jihad: prima di tutto gli ebrei, che però vanno attaccati al di fuori delle sinagoghe (il motivo di questa prescrizione è nel contempo ovvio e assai fine), poi gli apostati, cioè i musulmani dissidenti, specie quelli inseriti negli apparati dello stato, soprattutto poliziotti e soldati, infine gli intellettuali e artisti. Guarda caso è il modello praticato dai Kouachi e da Coulibaly. I giovani francesi arruolati nel Jihad tramite Djamel Beghal, nato in Kabilia, esperto informatico, operativo col GIA algerino (Gruppi Islamici Algerini), quindi in giro per mezzo mondo nelle umme fondamentaliste dal Regno Unito all’Afghanistan, a studiare come teologo militante. Uomo molto colto, brillante e ironico, alcune sue battute in risposta al giudice istruttore francese che lo sta interrogando finiscono su Le Monde, egli recluta alla Jihad Cherif Kouachi e Amedy Coulibaly. Così narra un convertito in carcere per spiegare la presa che hanno i fondamentalisti sui prigionieri: “Dopo una rapina ti trovi in prigione. Passano i mesi. La tua automobile e la tua casa sono sotto sequestro. Tu dici: ho sbagliato carriera. E poi tu vedi degli uomini in passeggiata, condannati a vent’anni e sempre col sorriso. Tu chiedi qual’è il loro segreto. E’ l’Islam! Sono carismatici. Appaiono gentili, per meglio mettere il loro disco dentro la tua testa.” Val la pena ora leggere parte di un testo di Slavoj Zizek un filosofo neomarxista, che cerca di dipanare il problema di quale sia la natura della fede jihadista, specie nei suo adepti europei. “L’attacco a Charlie Hebdo non è stato un mero «episodio di orrore passeggero»: seguiva un preciso piano religioso e politico e, come tale, era parte di uno schema molto più ampio. William Butler Yeats sembra rendere a pieno la nostra situazione attuale: «I migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità». È un’eccellente descrizione della frattura tra i liberali anemici e i fondamentalisti appassionati. A differenza dei veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattano in realtà la loro stessa tentazione. È qui che la diagnosi di Yeats non è all’altezza della situazione attuale: l’intensità passionale dei terroristi testimonia una mancanza di vera convinzione. Quanto dev’essere fragile la fede di un musulmano se si sente minacciata da una stupida caricatura in un settimanale di satira? Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Le recenti vicissitudini del fondamentalismo islamico confermano la vecchia intuizione di Benjamin per cui «ogni ascesa del fascismo reca testimonianza di una rivoluzione fallita»: l’ascesa del fascismo rappresenta il fallimento della sinistra, ma al tempo stesso è la prova che c’era un potenziale rivoluzionario, il malcontento, che la sinistra non è stata capace di mobilitare. La stessa cosa vale per il cosiddetto ‘fascismo islamico’ di oggi? Lasciato a se stesso, il liberalismo si indebolirà lentamente da solo: la sola cosa che può salvare i suoi valori fondamentali è una sinistra rinnovata. Per far sopravvivere la sua eredità-chiave, il liberalismo ha bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. È questo l’unico modo per  sconfiggere il fondamentalismo, per togliergli il terreno da sotto i piedi.”


Islam.

Significa pace, obbedienza, sottomissione. I musulmani non appartengono a una chiesa. Professano una religione del Libro dove ognuno se la vede direttamente con Allah, e ogni credente può avere una sua idea dell’Islam, senza tema di scomunica, perchè nessun essere umano ha questa autorità. Si tratta insomma di una religione senza centro, come una distesa di sabbia dove ogni granello ha una sua autonomia e un suo peso. Come nei mucchi di sabbia, la frana può essere provocata da un semplice granello aggiunto sulla cima quando il sistema è in uno stato critico. Poi nella grande distesa di sabbia islamica compaiono le dune, cioè le comunità, l’umma dei fedeli, e le grandi correnti/partizioni, sunniti, sciti, wahabiti, salafiti, sufi, alcune con un significato più politico altre più filosofico, e non è qui il caso di entrare nel merito. Soltanto mi pare che la libertà, se vogliamo il libero arbitrio, non sia contemplata come un valore e/o una qualità dell’essere umano, tantomeno un diritto, ma piuttosto venga vista come qualcosa di pericoloso se non immorale, certamente nelle versioni fondamentaliste. Nel contempo mi sembra una religione indocile proprio perchè non ha nessun centro da cui promani l’autorità, seppure esistono i maestri costituenti un clero con le sue gerarchie interne che spesso oltre la vita religiosa organizza la vita associata, disegna, o pretende di disegnare, la politica. Infine la gerarchia dei preti islamici giudica secondo la Sharia, legge islamica che può essere interpretata sia in senso metafisico che pratico sulla falsariga di un codice penale superiore. Infine l’Islam è una nazione, la dizione “nazione islamica” essendo di uso corrente. Una nazione che non si è mai incarnata in uno stato, in un territorio governato strettamente secondo la legge islamica, l’Islam non ha mai avuto l’equivalente dello stato pontificio per i cattolici, e neppure sul versante politico è potuta nascere “democrazia islamica”, qualcosa di simile alla nostra “democrazia cristiana”. Da qui la forza attrattiva dell’invenzione del Califfato, Daesh lo stato del totalitarismo islamista che governa col terrore, la violazione sistematica dei diritti umani, una catena già oggi impressionante di crimini contro l’umanità. Daesh comparso improvvisamente in breve ha conquistato un territorio grande più o meno come la Francia. Non più un gruppo terrorista per quanto esteso ma certamente un tentativo di stato con le sue leggi, la Sharia, coi suoi ministeri, la sua polizia, il suo esercito, oltre 40.000 uomini coi soldati stipendiati mese per mese, i suoi commerci, il suo petrolio, le sue relazioni diplomatiche come quelle evidenti con la Turchia, e le sue guerre contro i crociati, gli apostati musulmani, gli ebrei e gli intellettuali. Daesh travolge le frontiere disegnate dal colonialismo che così mostrano tutta la loro artificialità, e ogni guerra contro Daesh non può non porsi il problema di una nuova configurazione statuale, per esempio nei termini di una qualche forma federale, ancora molto di là da venire. Daesh che sul terreno ha incontrato due resistenze, quella dei Kurdi benemeriti che tentano, anche nel tumulto guerresco, di costruire forme di democrazia, e quella dei pasdaran iraniani. Già l’Iran dei mullah in prima fila nella guerra contro Daesh, sembra un po’ la scelta tra la padella e la brace, però comunque tra totalitarismi l’Iran sembra meno peggio di Daesh. Per esempio io potrei sopravvivere a Theran,  e con qualche accortezza persin quasi vivere, ma non certo a Mossul. Infine Daesh pare voglia accreditarsi come il ferro di lancia nella guerra contro i crociati cristiani, il versante islamista della guerra di civiltà.


La guerra di civiltà.

S’intende tra la pretesa civiltà cristiano giudaica e quella musulmana. Ma per esempio io non mi riconosco nella civiltà cristiano giudaica, ammesso che esista al di là di una ipostasi ideologica. Uno dei miei libri di formazione fu “Perchè non sono cristiano” di Bertrand Russel, ancor oggi una buona lettura, nonchè un testo di Ayer, filosofo analitico insigne, di cui non ricordo il titolo ma dove si smontavano una a una le prove dell’esistenza di Dio proposte da Tommaso. Per non dire che questa sedicente civiltà ha prodotto un paio di guerre mondiali sanguinosissime, il nazismo, la shoah, i campi di concentramento  e sterminio per il genocidio del popolo ebraico. E non fu guerra di civiltà quella tra la Germania nazista, l’Italia fascista e il Giappone imperiale da una parte e dall’altra le potenze democratico capitalistiche in alleanza con l’URSS stalinista e totalitaria. Per quanto mi riguarda preferisco di gran lunga riconoscermi, se proprio si deve, nella civiltà greco romana.  Nè è facile definire una civiltà islamica, perchè i credenti asiatici non mi pare che abbiano molto da spartire con quelli del Maghreb, oppure i  musulmani dell’India con i credenti della Cina. Diciamolo in altro modo con le parole di Amos Oz. Gli assassini di Parigi questa settimana hanno molto più in comune con i cristiani violenti e gli ebrei razzisti che non con i musulmani pacifici.


La guerra civile.

Guerra di civiltà in Francia, dove i cittadini di fede e/o cultura musulmana sono tra i cinque e dieci milioni, significa dire guerra civile. Ma nemmeno l’azione di guerra compiuta dai jihadisti parigini, nonostante tutti i morti, assassini e assassinati, fossero francesi, si configura come un atto connesso a un processo di guerra civile. Qualcuno parla di guerra civile larvale, un virus ormai iniettato nel corpo sociale che prima o poi infetterà tutto l’organismo. Una spirale infernale di pregiudizi razzisti, atti contro le moschee e contro le sinagoghe, diffidenza sociale, divieti più o meno ottusi, prediche più o meno infuocate, qualche attentato, repressione poliziesca fuor di misura e lesiva dei diritti, magari una rivolta più o meno di massa, potrebbe creare un clima di tensioni e paure crescenti. A questo punto qualche altra azione di guerra jihadista dispiegata potrebbe produrre un salto di qualità,  trasformando i conflitti diffusi a bassa intensità in veri e propri episodi di guerra civile. Si tratta di un destino non scontato, ma la convivenza civile abbisogna prima di tutto di un’eguaglianza di diritti umani, civili, politici e sociali ben più sostanziale di quella oggi presente, nonchè di una libertà anche religiosa assai robusta, ben stabilita e condivisa. Si tratta di condizioni forse non sufficienti, ma certamente necessarie.


Il velo e la paura.

Parlando di Islam è scontato si debba affrontare la questione della donna. I suoi pochi diritti, i suoi molti doveri, le sue sottomissioni, spesso non solo ingiuste, ma odiose. Del resto, pur con tutta la differenza del caso, scrive Mario Adinolfi, ex deputato PD e atttuale direttore del quotidiano cattolico un pelo integralista La Croce: “La moglie sottomessa cristiana è la pietra fondante su cui si edifica la famiglia”, soltanto che lui non ha la polizia per imporre la sottomissione. Quindi ci sono i movimenti femministi islamici di cui varrebbe la gioia parlare, le coraggiose manifestazioni di dissenso, come le signore che guidano l’auto in Arabia Saudita e vanno in galera, la ragazza che va a vedere una partita di pallavolo maschile in Iran e va in galera, le ragazze iraniane che su Internet si mostrano senza velo, che non si può in pubblico ordina la polizia islamica. Ma qui vorrei riflettere sul rovescio della medaglia, il divieto in Francia di portare il velo a scuola considerato come una impropria ostentazione religiosa, e per lo stesso motivo per le impiegate negli uffici pubblici,  poi il velo che occulti totalmente o anche solo parzialmente il viso, cioè il burqa e/o il niqab, vietati per strada, nelle piazze, sui marciapiedi, insomma in ogni luogo pubblico, sub specie di non riconoscibilità. La legge sulla scuola recita “Nelle scuole, nei collegi e nei licei pubblici è proibito portare segni o abiti con i quali gli alunni manifestino ostentatamente (in francese: ostensiblement) un´appartenenza religiosa”. Il divieto formalmente non si limita al velo islamico ma riguarda anche le croci cristiane di una certa dimensione, la kippah ebraica, il turbante dei sikh e, nell’interpretazione di Luc Ferry ministro della Pubblica Istruzione, “una certa pelosità”, vale a dire la barba lasciata crescere secondo il rito musulmano, o forse anche i cernacchi ebraici, chissà. Ma il provvedimento è stato letto come precipuo contro il velo musulmano e le giovani studentesse credenti lo hanno sentito come una prepotenza nei loro confronti, così le loro famiglie, lo stesso può dirsi per il divieto di burka e niqab, che ha tutta l’aria di un divieto discriminatorio verso le donne musulmane, creando un diffuso malcontento in tutti/e i/le musulmani/e di Francia, e pure altrove. Perchè la Republique abbia preso una decisione tanto priva di senso quanto impopolare, che fastidi le dessero i veli, in cosa inquinassero la vita associata e/o mettessero in crisi la convivenza civile francamente è difficile capire. Francamente la legge assomiglia assai a una umiliante discriminazione nei riguardi delle donne musulmane. Intanto ancora una volta la lotta avviene contendendosi il corpo della donna, se tu Islam, marito, padre, fede religiosa le imponi il velo, io stato repubblicano le impongo il divieto di portarlo: comunque sia si decide quale apparato a dominante maschile, diciamo patriarcale,  comanda sul corpo femminile, senza mai interpellare la libertà delle dirette interessate. Poi una risposta ci viene da Martha C. Nissbaum quando, dopo aver elencato tutti i paesi europei dove vigono  leggi più o meno analoghe, scrive che “La maggior parte dei comportamenti errati in materia di religione ha a che fare con la paura. (..) Il timore di solito nasce da qualche problema reale (..) In secondo luogo, la paura può essere facilmente indirizzata su un oggetto che magari ha poco a che vedere con il problema di fondo, ma che serve come facile surrogato (..) terzo la paura si nutre dell’idea di un nemico mascherato (..) L’idea di coprire il volto ha assunto un enorme significato simbolico nei dibattiti attuali sul ruolo dell’Islam in Europa. L’ossessione per la rimozione del velo segue una lunga tradizione (..) che postula l’esistenza di un complotto segreto che uscirà allo scoperto per ucciderci al momento opportuno.(..)(Stuart) Mill suggerisce che la paura, per sua natura, è contraria a una visione più ampia del bene (..)La paura per definizione contrae lo spirito”. Per inciso, in italiano il libro di Nussbaum si titola “ La nuova intolleranza” sottotitolo “Superare la paura dell’Islam e vivere in una società più libera” mentre in lingua originale suona “The New Religious Intolerance”, senza sottotitolo.


Je suis Charlie. La risposta civile dei cittadini.

Già dal 7 gennaio pomeriggio persone cominciano a affluire in Place de la Republique, alla sera sono migliaia. In silenzio dicono je suis Charlie, tutti siamo Charlie coi primi cartelli fatti in casa. Lo stesso succede in altre città. Il movimento cresce e si estende geograficamente la sera successiva come un’onda che s’ingrossa. Non c’è rabbia. Dolore, tristezza e resistenza contro l’aggressione fascisto islamica sono i sentimenti dominanti. I cittadini pongono il loro corpo in comune a scudo e difesa della polis, cioè della libera convivenza. S’avverte che bisogna difendere la libertà in pericolo, perchè senza libertà non c’è democrazia nè convivenza civile, in specie nelle moderne metropoli e città dove stratificano culture, costumi, religioni molto diverse tra loro. Soltanto riconoscendoci tutti concittadini portatori di eguali diritti e libertà, possiamo stare insieme in pace. Mai come oggi è stata vera la definizione di Aristotele secondo la quale “la città è un sistema di differenze”, e ognuno deve essere libero di portare la sua senza subire violenza, discriminazione, esclusione. Il che non significa senza conflitti, soltanto evitandone la degenerazione in guerra civile, larvale o dispiegata. Scrive Ian McEwan: “Il solo garante della libertà di culto e della tolleranza universale è lo stato laico. Esso rispetta tutte le religioni in seno alla legalità e crede a tutte – o a nessuna. (..) Il principio della libertà di parola è fondamentale. Il prezzo da pagare è l’offesa occasionale. E’ lecito pretendere che l’offesa non conduca alla violenza o a minacce di violenza. (..) La libertà che consente ai redattori di Charlie Hebdò di fare satira è la stessa libertà che consente ai musulmani di praticare il loro culto e di esprimere apertamente le loro opinioni.(..) La libertà di parola è dura, fa rumore, a volte ferisce, ma quando è necessario far convivere una simile pluralità d’opinioni non lascia alternative, se non l’intimidazione, la violenza e l’aspro conflitto tra comunità. La libertà di parola non è mai esagerata.(..) Senza libertà di parola la democrazia è una finzione. (..) La libertà di parola non è il nemico della religione, è il suo nume tutelare.” Aggiungerei che la libertà individuale, il libero arbitrio, o free will, libera volontà, è costitutivo dell’essere umano, frutto dell’evoluzione, andando quindi al di là della definizione politica, per accedere alla nostra natura biologica sul versante sia del corpo che della mente. Diciamo che il libero arbitrio è proprietà cognitiva intrinseca all’essere umano. Inoltre quanti più gradi di libertà sono presenti e attivi, tanto più la vita associata sarà ricca, creativa e la convivenza civile robusta. Il discorso sulla libertà di McEwan vive nelle piazze francesi che si riempiono, a volte specie nelle cittadine di provincia raccogliendo oltre la metà degli abitanti, in pratica tutti gli adulti. Il Presidente Hollande e il primo ministro Valls intuiscono che l’onda sta diventando uno tsunami, scegliendo di cavalcarlo e in qualche modo incanalarlo nella grande marcia repubblicana di domenica 11 gennaio.  Essi hanno un duplice obiettivo, quello di misurare e mostrare l’unità del popolo francese nonchè, con l’invito a molti capi di stato e di governo, europei in primis, di mettere in risonanza questo popolo francese ma anche europeo, con i suoi governanti. Pare quasi che Hollande e Valls si siano improvvisamente resi conto del fossato che divide i popoli dai loro governanti, fossato che rischia di diventare una frattura abissale dentro cui può precipitare la democrazia rompendosi le ossa mentre nascono e crescono mostri, in buona sostanza fascismo, razzismo, antisemitismo. Non a caso fin dai primi momenti essi fissano i paletti della libertà di satira ovviamente ma anche di religione, esplicitamente affermando e ripetendo che nessun atto ostile ai cittadini di fede musulmana e contro le moschee sarà tollerato dalla Republique. Col che in pochi giorni ci saranno tra i 150 e 200 attentati che vanno da alcune molotov a una miriade di scritte offensive sui muri e di sfregi come la cacca e/o la carne di maiale sparpagliata qua e là. Avviene poi domenica 11 la fiumana di cittadini/e a milioni ovunque in Francia, e a Parigi in particolare, con i governanti in cordone, seppure separati dalle masse, che camminare nelle stesse strade passi, ma proprio a contatto di gomito sarebbe troppo. Alcuni poi erano in palese contraddizione con sè stessi, perchè nel mentre sfilavano a Parigi per la libertà di satira, nei loro paesi la libertà di stampa, d’opinione e di religione non era proprio all’apice, anzi veniva calpestata, per esempio in Arabia Saudita dove il blogger Raif Badawi proprio nelle stesse ore è condannato a ricevere mille frustate in pubblico, comminate 50 a settimana,  lo stesso potrebbe dirsi per la Turchia o l’Egitto, seppure con gradi diversi di violenza oppressiva. Per questa mobilitazione di piazza, certamente la più massiva dal dopoguerra a oggi, bastino ora alcune scritte e cartelli che mettiamo semplicemente in fila. Su Dio e la religione: Rire bordel de dieu, Dieu est humour, l’umanità prima della religione; sulle differenze: siamo tutti francesi siamo tutti ebrei siamo tutti mussulmani siamo tutti Charlie Hebdò, io sono ebreo io sono mussulman io sono poliziotto io sono Charlie, coltiviamo le differenze restiamo uniti;  sulla paura I am not afraid je suis la Republique, non ho paura io sono la Repubblica;  sul diritto al dissenso ecco una parafrasi di una famosa frase di Voltaire io disapprovo quel che dici ma darei la vita per continuare a non essere d’accordo con te;  ma da qualche parte si combatte ci ricordano i più militanti quindi Kobane Charlie meme combat;  nè può mancare il richiamo ideologico: il capitalismo e le religioni totalitarie ci dividono, l’arte e la libertà ci uniscono. Possiamo anche chiederci se questa eccezionale discesa in piazza dei multiformi cittadini francesi e europei possa prefigurare una nuova cittadinanza europea, una Costituzione Europea dico fondata su Libertè Egalitè Fraternitè, e un corpus di diritti sociali. Non sarà cosa facile epperò almeno potrebbe da qui mettersi in cammino, lungo accidentato ma che mi pare del tutto necessario per non rimanere stritolati tra la guerra d’Ucraina, l’avanzata brutale di forze di destra e nazionaliste, le diseguaglianze estreme e ormai insopportabili tra pochissimi ricchi che hanno tutto e una moltitudine di poveri senza nulla, le agressioni dei fascisti del terrore islamista. Infine le parole di Jeannette Bougrab compagna di Charb a un giornalista che le chiede se questa folla enorme che dice je suis Charlie non sia un forma di vittoria: “No no. Assolutamente no perchè lui è morto. Non è assolutamente una vittoria. E’ una sconfitta, una tragedia per il nostro paese. E io non posso gioire all’idea che ci siano dei giovani che scendono in piazza per manifestare perchè hanno ammazzato e mi hanno strappato l’essere caro che mi ha accompagnato nella vita.”


L’amore di Elsa per il suo papà.

A proposito dell’amore e del dolore per i morti, riportiamo di seguito la lettera che Elsa Wolinski scrive al padre Georges. Papà ci sei? Mi senti? Se ci sei, fammelo capire…mandami un disegno! Bene, bene, non puoi sentirmi. Un po’ lo sospettavo.Da quando sei morto, mi dico che tu devi finalmente sapere se Dio esiste. Tutti ti immaginano in cielo, con delle ragazze nude che ridono di te. Ma io, io so quello che stai facendo. Devi aver domandato una matita, per disegnare un tavolo, delle foglie e una lampada. E ora, sicuramente, starai disegnando due volte mamma perché lei sia con te anche lassù. Ah, e poi starai cercando un letto per un pisolino. La siesta è sacra in casa Wolinski. Sai, io dormo nel tuo letto. Sai ho dovuto cospargere la tua camera del mio profumo, perché sapeva troppo di te. È strano dormire al tuo posto. Ma io sto bene con te, là, fra i tuoi fogli. Mamma ti aveva regalato dei pantaloni, non hai avuto il tempo di metterli. A proposito, papà, ne approfitto: posso prendere i tuoi maglioni di cachemire? Papà, Elle Magazine mi ha chiesto di scriverti una lettera. Ma non ho tempo. Il telefono non smette di squillare e devo prendermi cura di mamma. Sai, lei si sta comportando bene. È sempre molto bella, come sua abitudine. Anche le mie sorelle sono là. Ci teniamo l’un l’altra. E poi ci si deve incontrare al 36, quai des Orfèvres per mandare avanti il tuo lavoro. Ho l’impressione di trovarmi in quei famosi thriller che entrambi amiamo tanto. E poi, le pompe funebri, per sceglierti un’urna e un pezzo di terra. Non ci si pensa, ma è più difficile scegliere un’urna che un paio di scarpe di Prada. Mi piacerebbe tenere l’urna con me. Ti terrei nella mia borsa, ti metterei accanto al mio letto. Papà, mi chiedo: hai sofferto? Perché è questo quello che mi angoscia, sai. Ho paura che tu abbia avuto paura. Ho paura che tu abbia sentito dolore. Non ti hanno toccato che il tronco, le ferite, non si vedono. Sei bello, in questo drappo bianco che ti avvolge. Hai l’aria felice di sempre. Non vorrei avvicinarmi troppo, non mi vuoi? Vorrei essere in grado di baciarti per l’ultima volta, ma non ci riesco. Ho chiesto alla signora dell’Istituto di Medicina Legale se si poteva coprirti, ma lei mi ha detto di no. Papà,sembra che stai dormendo. Ma tu non dormi, sei morto. Per tutti gli altri, Wolinski è ancora vivo. Ma per me te ne sei andato. Elsa ha perso il suo papà”.


Je ne suis pas Charlie.

Come dice sempre un mio amico: guai all’unanimità. Così mettiamo in macchina anche coloro che non ne vogliono sapere di esser Charlie per svariati motivi. Alcuni per distinguersi a tutti i costi non amando il comune, ciò che è comune a tutti gli esseri umani, se no dove va a finire la mia individualità, ciò che mi fa singolo e singolare. Non è semplice fiera delle vanità e/o una cretinaggine piccolo borghese – a volte mi scappa un linguaggio d’altri tempi come quando mi sveglio pensando di essere comunista, e poi man mano che il giorno avanza mi rendo conto trattarsi di una nevrosi. E’ la consapevolezza che nella notte in cui tutte le vacche sono nere, si smarrisce spesso il senso e significato delle cose, le migliori come le peggiori. Insomma non bisogna mai portare il cervello all’ammasso. Quindi comincio. Già l’8 gennaio mattina il Financial Times scrive che in fondo in fondo i redattori di Charlie Habdò se la sono cercata. Sarà pregiudizio ma dal giornale porta bandiera del capitalismo libero e selvaggio, nonchè alfiere della speculazione finanziaria, me lo aspettavo. Per due motivi. Primo perchè cosa vuoi che gliene importi al Financial Times se è stato falcidiato un gruppo di anarchici comunisti atei e mangia preti, residuati bellici di un maggio ‘68  dove addirittura fu incendiata la Borsa, che giusto in Francia ancora possono annidarsi in un giornale. Secondo, uno degli uccisi, l’oncle Bernard, al secolo Bernard Maris era un economista antiliberista assai noto che non disdegnava di essere consigliere della Banca di Francia, capace, scrivendo  sull’economia, di demistificare i dogmi del liberismo, anzi spesso ridicolizzandoli, e chissà quante volte al Financial Times si sono sentiti presi per il culo da questo strano collega del tutto irridente la normale solidarietà di casta. Magari quel “se la sono cercata” sottintendeva nell’inconscio: “se l’è cercata lui l’oncle Bernard”. Però ci sono alcuni/e con cui discuto accanitamente, i quali dicono che gli sghignazzanti miei eroi di Charlie hanno esagerato in provocazione, che mi sembra sul serio una affermazione esagerata, cioè out of jail per dirla con Shakespeare, o fuori dai coppi nel più rustico bolognese. E’ mai possibile che l’elementare concetto per cui la risposta a una offesa deve essere all’offesa stessa commensurata, sfugga. Quel che apparirebbe ovvio in qualunque altra situazione, cioè che se tu m’insulti io non posso spararti e di te fare strage, anche la legittima difesa è basata su questo assunto, nel nostro caso diventi intorticolato fino all’imbecillità e alla demenza immorale. E soltanto perchè si mette in questione la religione! Suvvia, a me le vostre religioni appaiono, ben oltre la formulazione di Feurbach dell’oppio dei popoli, essere vero e proprio massacro dei popoli. Adesso saltiamo all’ultimo numero il 1178, primo dopo la strage, di Charlie Hebdò. Riferiscono le cronache che qua e là, dall’Algeria alla Nigeria, folle di fanatici musulmani hanno preso a pretesto la pubblicazione per assaltare e bruciare chiese cristiane, nonchè bruciare il tricolore francese, con una ventina di morti. Nelle foto alcuni innalzano cartelli je ne suis pas charlie, e vorrei ben vedere! Soltanto, leggendo gli articoli sui giornali italici, mi paiono tutti stranamente indulgenti. Mi domando cosa avrebbero scritto se, dopo il massacro al 10 di rue Nicolas-Appert nell’XI arrondissement di Parigi, migliaia di persone avessero attaccato le moschee. Ma al di là dei media, molti di noi avrebbero urlato giustamente che erano atti di razzismo insopportabili, e quelli di noi che fossero stati ancora con cuore e braccia militanti sarebbero accorsi a difendere quei luoghi di culto, anch’io che sono ateo. Più precisamente mi auguro e sono fiducioso che tutti coloro i quali hanno scritto, detto, pensato je suis Charlie sarebbero accorsi, perchè la libertà è una e indivisibile. Il colmo della strumentalizzazione politica è comunque stato raggiunto a Grozny, dove il regime filo Putin, guidato da Ramzan Kadyrov, ha convocato una manifestazione contro l’eretica pubblicazione cui hanno partecipato parecchie centinaia di migliaia di persone. In un contorto doppio nodo questa mobilitazione comandata in nome dell’Islam e dello czar, era invece una esibizione di forza volta a tutt’altro (chi vuole saperne di più legga Adriano Sofri che di Caucaso s’intende). Ora che ci siamo liberati dei feticci, affrontiamo il problema duro. Un bambino di otto anni viene convocato dalla polizia per essere sentito in merito a una possibile apologia di terrorismo, di cui si sarebbe macchiato rifiutandosi in qualche modo di “essere charlie”. Così il preside ha avvertito le polizia e quindi il fanciullo è stato interrogato, con tutti i crismi e le garanzie della legalità, mancherebbe altro, con il prevedibile risultato che Ahmed di terrorismo non sapeva niente di niente. Siamo a Nizza, feudo del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, ma è difficile pensare che ci sia dietro una qualche iniziativa politica. No, si tratta di un Preside invaso dalla paranoia, che come la paura, raggrinzisce lo spirito e dissecca la mente, e di una azione della polizia che ne segnala la pochezza. Ma il fatto è che proprio tra i ragazzini impuberi e adolescenti figli di famiglie francesi arabo musulmane si è misurata una riottosità consistente al minuto di silenzio per il lutto nazionale, un rifiuto a essere charlie. Non solo nelle scuole diciamo difficili, ma ovunque, anche in quelle frequentate dalla borghesia. Il discorso meriterebbe ben più estesa e profonda analisi, qui basti dire che questi giovanissimi cittadini della Republique si riconoscono molto spesso e quasi dappertutto su base etnica. Cioè la loro identità, ormai alla terza o quarta generazione uscita dall’immigrazione, non è ancora definita dalla appartenenza alla Repubblica. Questo è il fenomeno più inquietante, non quella ristretta minoranza di giovani che può qua e là aderire all’ideologia islamista, e magari fare il passo dell’arruolamento nella jihad. Mentre i loro fratelli maggiori, o i loro giovani genitori, magari per opposizione però con la Republique si confrontavano, cercando anche mediazioni tra la cultura tradizionale dei luoghi d’origine genitoriale e quella francese, producendo forme meticce per esempio nell’ambito musicale. Un passo decisivo fu la famosa Marche des beurs contro il razzismo. Cominciata dalla citè de le Cayolle in Marsiglia il 13 ottobre 1983 con poche decine di giovani, 36 per chi ama i numeri esatti, traversa la Francia per arrivare a Parigi il 3 dicembre accolta da oltre centomila persone. Un successo straordinario da cui nasce per esempio SOSRacisme. Lì acquistano esistenza nello spazio pubblico e identità politico sociale i beurs, i giovani immigrati di seconda generazione, creando una nuova arte di strada, una nuova musica e una nuova lingua, il verlan che sostituisce l’antico argot degli apaches parigini da allora confinato ai turisti in cerca di Jean Gabin. Finanche la filosofia accademica di Foucault, Deleuze, Guattari, Barthes ne viene contaminata. Fu un periodo entusiasmante di emancipazione e liberazione, costellato di scontri anche violenti con i poliziotti della Republique, una grande scuola di democrazia, se volete: di cittadinanza attiva. Oggi quel che lascia sgomenti è il vuoto in cui si muovono gli adolescenti di cultura arabo musulmana, ormai molto lontani dalla tradizione dei nonni e dei padri, nel contempo altrettanto lontani, separati, dalla cultura che aveva dato luogo al movimento beurs e a sos racisme. Cultura quest’ultima che va detto fu accolta da Mitterand che favorì i processi di naturalizzazione, per cui diventarono francesi milioni di immigrati, senza giungere a concedere il diritto di voto agli stranieri non europei. Epperò non riuscì a permeare la Republique in modo permanente, o meglio: senza risucire a scardinare in profondità la cultura coloniale che in parte non trascurabile modella lo stato e la società francese. Nè funziona più come mescolatore sociale e formazione civica la scuola barcamenandosi come può tra nuove forme di comunicazione e informazione, internet social networks twitter e via correndo nel mondo virtuale, e antichi programmi un tempo avanzati, oggi troppo spesso solo tediosi. Inoltre la scuola francese è attanagliata da gerarchizzazioni e diseguaglianze crescenti, potenzialmente esplosive. Anche qui il discorso sarebbe lungo, e alcuni professori,  Catherine Robert, Isabelle Richer, Valérie Louys et Damien Boussard hanno scritto una lettera titolata

Noi siamo Charlie. Ma siamo anche i genitori dei tre assassini”

Siamo professori di Seine-Saint-Denis. Intellettuali, scienziati, adulti, libertari, abbiamo imparato a fare a meno di Dio e a detestare il potere e il suo godimento perverso. Non abbiamo altro maestro all’infuori del sapere (un po’ retorici NdR).  Quelli di Charlie Hebdò ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. In questo, l’attentato ci colpisce. Anche se alcuni di noi non hanno mai avuto il coraggio di tanta insolenza, noi siamo feriti. Noi siamo Charlie per questo. Se i crimini perpetrati da questi assassini sono odiosi, ciò che è terribile è che essi parlano francese, con l’accento dei giovani di periferia. Questi due assassini sono come i nostri studenti.(..). Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili.(..). Noi, cioè i funzionari di uno Stato inadempiente, noi, i professori di una scuola che ha lasciato quei due e molti altri ai lati della strada dei valori repubblicani, (..) Quelli di Charlie Hebdo erano i nostri fratelli: li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, in affidamento: pupilli della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno quindi ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura questo provoca quel sentimento che non è mai evocato da qualche giorno: la vergogna. Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera (..). Ma come fare quando si prova vergogna e si è in collera verso gli assassini, ma anche verso se stessi? (..). Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia degli imbecilli e degli psicotici marcire in prigione e diventare il giocattolo di manipolatori perversi, quella di una scuola che viene privata di mezzi e di sostegno, quella di una politica urbanistica che rinchiude gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in cloache di periferia. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù si insegna solo attraverso l’esempio. «Nous sommes Charlie», possiamo appuntarci sul bavero. Ma affermare solidarietà alle vittime non ci esenterà della responsabilità collettiva di questo delitto. Noi siamo anche i genitori dei tre assassini.

D’altra parte Valls ha parlato in modo esplicito di “apartheid territoriale, sociale etnico” che affligge una parte del popolo francese, un’affermazione forte e del tutto inusuale per il primo ministro di un governo socialista e nella patria dei diritti dell’uomo. Un’affermazione che, se presa sul serio, dovrebbe dare luogo a una sorta di rivoluzione culturale che non sarà nè breve nè indolore. Certo lo choc della strage è stato grande anche  per il sistema politico, e si può sperare che qualcosa abbia insegnato, senza troppe illusioni. Nel contempo il Fronte Nazionale preme alle costole, e se pure Marine Le Pen è rimasta spiazzata nella settimana di passione, oggi sta riprendendo fiato e forza.


Da ultimo il rapporto dalla città assediata.

Non essendo possibile trarre conclusioni, mi sono venuti in mente alcuni versi del poeta Zbigniew Herbert. “Troppo vecchio per portare le armi e lottare come gli altri/ hanno avuto la bontà di assegnarmi il ruolo minore di cronista/ metto per iscritto – chissà per chi – la storia dell’assedio/../ ci è rimasto solo il luogo dell’attaccamento al luogo/ possediamo ancora rovine di templi spettri di case e giardini/ se perdiamo le rovine non ci resterà nulla/../la sera mi piace girovagare al limiti della Città/ lungo i confini della nostra incerta libertà/../ l’assedio è lungo i nemici devono darsi il cambio/ nulla li unisce tranne la voglia di annientarci/../crescono i cimiteri cala il numero dei difensori/ ma la difesa continua e continuerà fino alla fine/ e se la Città cadrà e se ne salva uno/ lui porterà in sé la Città lungo le vie dell’esilio/ lui sarà la Città/……”

 

 

 

 

 

 

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Category: Osservatorio internazionale, Politica

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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