Bianca Beccalli, Enrico Pugliese: L’esperienza delle imprese recuperate dai lavoratori in Argentina

| 30 Settembre 2013 | Comments (1)

 

 

 

Pubblichiamo la prefazione di Bianca Beccalli e Enrico Pugliese al libro di Aldo Marchetti, Fabbriche aperte, Il Mulino Bologna 2013

 

 

1.Forze di lavoro e forme di rappresentanza nella nuova realtà globale

Osservando con un’ottica europea  quel che avviene nel mondo del lavoro è evidente un processo ineluttabile di cambiamento nella composizione dell’occupazione, con la riduzione del numero e dell’incidenza degli occupati nell’industria, soprattutto nella grande fabbrica, e la diminuzione della densità sindacale, per altro non solo nel settore secondario. A questa  riduzione  della classe operaia, ormai in atto da alcuni decenni, corrisponde un indebolimento più che proporzionale del suo peso politico con un processo inverso a quello che si era verificato negli anni della grande espansione industriale del trentennio post-bellico.

La perdita di forza del sindacato è anch’esso un processo in atto da decenni ma con  caratteristiche e momenti di crisi diversi nei diversi paesi a partire dalla sconfitta dei lavoratori inglesi delle miniere e della cantieristica negli anni settanta e ottanta e al ridimensionamento della forza sindacale nella grande industria siderurgica e metalmeccanica in Francia, Italia e altrove. Se si tratti di declino inarrestabile o di un periodo di difficoltà dovuto a una situazione di accerchiamento, secondo la definizione di Guido Baglioni, vale a dire dell’emergere di ostacoli dovuti al nuovo contesto sociale produttivo, è oggetto di dibattito[1]. Ma il peggioramento delle condizioni dei lavoratori dell’industria, sia sul posto di lavoro che nella realtà quotidiana, è innegabile.

Le trasformazioni strutturali in corso nell’economia con i conseguenti cambiamenti nel mercato del lavoro e nel processo lavorativo, particolarmente  evidenti in Italia, interessano tutti i paesi sviluppati d’Europa quali che siano i sistemi di relazioni industriali storicamente consolidatesi nei sistemi capitalistici nazionali con la messa in discussione un po’ ovunque del modello sociale europeo. E nei diversi modelli di capitalismo si osserva come dato prevalente la convergenza verso una situazione di riduzione del potere e della forza sindacale, anche se con caratteristiche e livelli diversi tra un modello e l’altro. Insomma, c’è meno lavoro industriale, minore rilevanza della classe operaia, difficoltà di adeguamento della forma della rappresentanza alla diffusione di nuove figure che emergono nel mondo del lavoro. Non sono mancati casi interessanti di ripresa e rinnovamento della attività sindacale, come quello degli Stati Uniti degli anni novanta  ̶  con l’impegno sindacale nel settore dei servizi  caratterizzato da una forte presenza femminile e immigrata ̶ e con l’aumento della sindacalizzazione legata anche ad un rinnovamento della leadership sindacale, espressa ad esempio dalla presidenza di Sweeny nella Afl-Cio. È particolarmente interessante il fatto che questa ripresa dell’attività sindacale e questo maggior impegno del sindacato  non hanno riguardato le fabbriche e la tradizionale classe operaia ma soprattutto le nuove componenti del mondo del lavoro, gli addetti ai servizi tradizionalmente a basso livello di sindacalizzazione, appartenenti a quello che una volta si chiamava settore secondario del mercato del lavoro: lavoratori precari spesso immigrati di  recente e comunque appartenenti a minoranze etniche.

Diverso è il quadro che emerge se si assume un’ottica rivolta alla  situazione dei paesi del Sud del mondo, in particolare alle cosiddette economie emergenti. Il primo aspetto che si nota  ̶  e che già si poteva notare alcuni decenni addietro  ̶  è la modificazione della struttura occupazionale con l’estensione progressiva di un area di lavoratori occupati nell’industria. In un suo libro Beverly Silver offre un affresco generale dei cambiamenti in questo senso con una approfondita analisi e un’ampia documentazione dei cambiamenti nella composizione e nella distribuzione regionale della forza lavoro a livello internazionale[2].

Risulta chiaro – come è per altro confermato dalle statistiche internazionali in materia  ̶  che l’asse portante e  la localizzazione privilegiata dell’attività industriale non sono più collocate nelle economie avanzate europee e americane ma si sono spostati verso i paesi del Sud del mondo. Silver mette in evidenza la portata della crescita industriale nei nuovi paesi dove si è andata diffondendo la produzione manifatturiera sia per i processi di delocalizzazione, sia per l’autonomo sviluppo di apparati industriali che contribuiscono significativamente non solo alla modificazione del prodotto interno di questi paesi e al contenuto delle loro esportazioni ma anche alla crescita di una classe operaia, che è però in difficoltà  sul piano della capacità rivendicativa e in rapporto a ciò estremamente povera e mal pagata.

Alla presenza di figure professionali identificabili in base all’appartenenza settoriale (agricoltura, industria: appunto come contadini o operai) in molti paesi del Sud del mondo si affianca la persistenza, ancorché in forme rinnovate, di figure sociali e lavorative ancora indifferenziate di piccoli produttori autonomi. In questi contesti oltre al modello organizzativo del sindacato emergono tipi di organizzazione come in India la Sewa (Self Employed Women Association) resa nota al vasto pubblico in Italia da un interessante libretto di Mariella Gramaglia: una associazione con un milione di iscritte costituita da stampatrici di tessuti, ricamatrici, materassaie, lavandaie, operaie edili, vetraie, venditrici di frutta e verdura, tessuti e pentole[3]. In questo caso, non unico nei paesi del Sud del mondo, non c’è sempre una controparte padronale, non c’è un datore di lavoro: l’organizzazione è più simile a quella dei piccoli produttori autonomi nelle società pre-capitalistiche, che non a quella di un sindacato così come era andato delineandosi come organizzazione nel Novecento. Per quanto riguarda invece le organizzazioni dei lavoratori dipendenti dell’agricoltura e dell’industria in senso stretto non mancano esperienze anche significative in diversi paesi, a cominciare proprio dall’India, che hanno una presenza sindacale molto estesa. Ma due grandi problemi ne limitano le possibilità operative: l’isolamento della classe operaia industriale, da un lato, e spesso la forte repressione politica, dall’altro. Sempre sul tema della rappresentanza la varietà delle situazioni presenti  ̶  soprattutto ma non solo nei paesi del terzo mondo  ̶  sta attraendo l’interesse di studiosi e di istituzioni operanti a livello internazionale. Da una parte cresce la presenza di aggregazioni di lavoratori dipendenti e autonomi, a volte operanti anche nel settore informale dell’economia, per iniziativa delle Ong o riuniti in cooperativa, che si danno reciproco sostegno politico ed economico ad esempio con il micro-credito. Dall’altra emergono interessanti esperienze di collegamento con i sindacati sia nei paesi del Sud del mondo che negli stessi paesi sviluppati. E questa capacità di collegamento è uno dei segni di vitalità e una prospettiva di sviluppo del sindacato[4] .

Ad una maggiore differenziazione del mondo del lavoro corrisponde quindi una crescente “Varietà delle rappresentanze”, un termine che è stato coniato proprio in occasione della progettazione del disegno di ricerca internazionale all’interno del quale si colloca il volume di Aldo Marchetti che stiamo qui presentando[5]. “Varietà delle rappresentanze” evoca le altre parole chiave “varieties of capitalism” diventate di attualità ormai da quasi un ventennio in una ampia letteratura di political economy, di politologia e sociologia, a partire dallo spunti iniziali di Peter Hall e David Soskice[6]. Ma la corrispondenza tra le due varietà non è affatto ovvia e non vi è rapporto simmetrico tra tipo di capitalismo e tipo di rappresentanza. Sull’argomento svolge una interessante discussione Guglielmo Meardi, in un recente saggio[7] che espone i risultati di una ricerca comparativa su tre grandi paesi europei (Francia, Germania e Regno Unito). Egli osserva che mentre vi sono alcune tendenze comuni tra i diversi paesi soggetti ai processi di globalizzazione nel Nord e nel Sud del mondo, permangono d’altro canto significative differenze che derivano dalle storie  nazionali e che riguardano sia le tradizioni di cittadinanza, che quelle di relazioni industriali.

Inoltre, le differenze in alcuni casi sono state ulteriormente approfondite dalle situazioni di crisi nella quale non solo si sono registrate proteste e mobilitazioni ma anche azioni collettive a volte originali, come appunto quella delle fabbriche recuperate. In queste azioni collettive un aspetto particolarmente interessante è il tipo di partecipazione e di leadership che non è costituito solo da lavoratori o soggetti marginali ma comprende gruppi sociali diversi, la cui presenza per necessità impone forme di rappresentanza peculiari.

Il termine “rappresentanza”, in questo contesto è perciò un termine di confine poiché riguarda la rappresentanza dei cittadini e quella dei lavoratori. Il confine tra i due tipi è stato storicamente incerto, e ancor di più lo è ora. Ha coinciso, per attori e osservatori, con la distinzione tra diritti civili, politici e sociali.  Secondo questa triade, definita a suo tempo da T.H. Marshall[8], quelli civili vengono rivendicati e arrivano prima e in generale alcuni sono le precondizioni degli altri. Ma gli storici che hanno rivisitato questo tema tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila, come Eric Hobsbawm e Charles Tilly[9], ci mostrano un intreccio più complesso dei temi e degli attori: ad esempio i lavoratori che lottavano per il diritto di associazione non erano così lontani dai cittadini che combattevano per l’estensione del suffragio e si mescolavano talora negli stessi luoghi. Questo intreccio tra rivendicazioni dei diritti sociali e rivendicazioni dei diritti civili è visibile ancor oggi proprio in un contesto come quello argentino dove le mobilitazioni e le rivendicazioni per il riconoscimento della rappresentanza e perché i soggetti interessati possano avere voce si intrecciano con le tematiche del welfare e delle politiche sociali, con le iniziative riguardanti le condizioni materiali dei lavoratori ed della popolazione.

Oggi nel processo di globalizzazione, tutto ciò si è ulteriormente complicato, per via dei nuovi vincoli della cittadinanza e della nuova agenda delle richieste: la sequenza dei diritti si è modificata in particolare quando sono comparsi in scena nuovi soggetti esclusi dalla rappresentanza, vuoi per l’impatto della globalizzazione, che introduce soggetti del tutto nuovi come popolazioni immigrate da altre zone; vuoi per svolte interne legate a processi di deindustrializzazione, delocalizzazione, crisi, impoverimento ed emarginazione sociale. In questi casi i diritti che vengono richiesti prima degli altri sono quelli sociali e raramente i diritti politici, a cui pochi ambiscono per varie ragioni, e persino sui diritti civili non vi è più consenso.

Queste diverse versioni o tappe della cittadinanza trovano specifiche sedimentazioni nei vari paesi (anche all’interno della stessa Europa) e danno luogo a politiche che si intrecciano con le tradizioni di relazioni industriali, in particolare con le tradizioni di organizzazione e di rappresentanza dei lavoratori

Da questo punto di vista la situazione dell’America latina si presenta particolarmente complessa per il diverso grado di sviluppo e per la maggiore o minore tradizione industriale dei suoi paesi. I processi di delocalizzazione delle industrie europee e nordamericane hanno riguardato diversi paesi appartenenti a questo sub continente ma c’è anche una tradizione industriale autonoma, sulla quale si sono innestati gli Ide (investimenti diretti all’estero). Così in un paese come il Brasile la grande espansione economica degli ultimi decenni ̶ con tutte le contraddizioni sociali che stanno emergendo proprio in questo periodo   ̶   ha visto un consolidamento e un’ espansione del tessuto industriale e di una classe operaia con antiche tradizioni sindacali. E una tradizione del genere esiste anche in altri  paesi del subcontinente.

Ma ancora più interessante e ricca di contraddizioni, sia per quel che riguarda la storia e la realtà produttiva attuale sia per quel che riguarda il sindacato e le forme di rappresentanza, è la situazione dell’Argentina. Se il sogno di un grande processo di  industrializzazione (da opporre al modello di sviluppo agricolo legato alle grandi proprietà terriere) cominciò a declinare già a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, sotto lo stesso regime di Juan Perón, una presenza industriale anche significativa c’è sempre stata. Allo stesso modo  ̶  alla stregua dei paesi europei avanzati  ̶  gli anni ottanta hanno visto processi di deindustrializzazione come quelli accennati all’inizio di queste note (per altro aggravati in Argentina dall’imposizione esterna di politiche di aggiustamento strutturale). Ma nella crisi devastante del 2000-2001 un ulteriore violento processo di chiusura e smantellamento di fabbriche e di molteplici altre attività produttive investì il paese. E’ in questo quadro di cambiamenti che va analizzata l’esperienza delle fabbriche recuperate alla quale è dedicato il libro di Aldo Marchetti: esperienza assolutamente originale, non da paese sottosviluppato ma da paese con una socializzazione manifatturiera e una grande ancorché drammatica storia sindacale. Si tratta infatti di un sindacato forte e molto politicizzato, tanto da essere all’origine del movimento sociale peronista, a sua volta all’origine del governo populista attuale. Insomma va tenuto presente che sia dal punto di vista della composizione sociale che dal punto di vista del sindacato e delle forme della rappresentanza, l’Argentina si è storicamente collocata nell’area delle moderne economie capitalistiche, ancorché in posizione relativamente periferica e avendo vissuto una lunga fase di declino economico e politico. Tutto questo aiuta a comprendere la portata, il ruolo, la specificità e il successo delle “fabbriche recuperate”:  per la precisione Empresas recuperadas por sus trabajadores (Ert). In primo luogo si è trattato di una forma di resistenza operaia e lotta per la sopravvivenza, per altro in maniera concreta e operativa, in un contesto particolare; in secondo luogo si è trattato di un movimento capace di esprimere una forma di risposta ai processi di deindustrializzazione che la crisi aveva aggravato drammaticamente; in terzo luogo, dal punta di vista dell’organizzazione del lavoro e delle forme di rappresentanza, si è trattato di “fabbriche senza padroni” – come dice il nome ufficiale e registrato della più famosa di esse  la Fasinpat (Fabrica sin patrones), il che significa che manca il principale soggetto istituzionale della contrattazione, la naturale controparte del sindacato industriale. Come si vedrà, non è questa l’unica forma nuova di organizzazione dei lavoratori dell’industria e dei lavoratori in generale emersa dopo la crisi e la ripresa della organizzazione sindacale. Sforzi in direzione della organizzazione dei soggetti più deboli e per dare a loro rappresentanza in Argentina se ne registrano molteplici, dentro e fuori i sindacati tradizionali con forme di autorganizzazione di soggetti esclusi e discriminati[10].

 

2 La ricerca di Marchetti nel quadro della nuova realtà economica e politica dell’Argentina

Il sottotitolo del libro di Marchetti recita “democrazia operaia e organizzazione del lavoro” specificando l’oggetto della ricerca e indicando al contempo i nodi intorno ai quali vanno ricercati i principali motivi del successo (e delle difficoltà) dell’esperienza delle fabbriche recuperate. Intorno al tema della democrazia, della partecipazione e dell’organizzazione del lavoro, in un contesto proprietario e di gestione completamente nuovo e originale  si sono registrate, e si registrano tuttora, tensioni, dibattiti interni e conflitti di interesse e di valore. Nella puntigliosa sottolineatura che fanno sempre sia i protagonisti che gli studiosi del fenomeno si sostiene l’inopportunità dell’uso del termine “fabbriche occupate” che viene in mente soprattutto a noi europei. Come è illustrato nella prima parte del libro, nel periodo più grave della crisi argentina le fabbriche in questione  ̶  e anche altre attività produttive ̶ erano state abbandonate dai proprietari senza alcun  intento di proseguire la produzione, smantellandole o semplicemente lasciandole decadere. In un primo periodo in generale c’è stata effettivamente l’occupazione da parte degli operai anche per impedire che le aziende venissero chiuse e i macchinari portati via. Ma questo è stato solo un momento, anche se importante e fondante. L’originalità dell’esperienza sta altrove: sta nel recupero e nel fatto che la produzione è continuata, e continua tuttora, e che quindi si è recuperata la funzione produttiva delle imprese.

Ma procediamo con ordine. Nel libro, dopo una breve introduzione, segue  un capitolo storico dedicato alla evoluzione dell’economia, della condizione dei lavoratori e del sindacato nel corso delle diverse fasi della storia argentina del dopoguerra a partire dall’esperimento peronista (e le sue interruzioni, in particolare quella della dittatura militare). Il modesto sviluppo nel corso di mezzo secolo (per lo meno a partire dagli anni cinquanta) di quella che era stata una delle più dinamiche economie e delle più avanzate realtà sociali a livello internazionale è stato il frutto delle scelte del regime di Perón e in misura ancora più grave del regime dei generali, fino al disastro dell’epoca di Menem.

L’analisi della storia economica e politica e del paese condotta da Marchetti va avanti sino all’oggi, soffermandosi su alcuni  momenti centrali: in particolare quello della gestione Menem della politica economica con le privatizzazioni e le scelte ultraliberiste e quello relativo al disastro (fracaso) che ne seguì. Si tratta di una esperienza ormai relativamente lontana nel tempo della quale però ancora si osservano le ferite. Vicende politiche, economiche e sindacali si intrecciano in questa sezione del lavoro che illustra il processo storico attraverso cui si giunge alla fase odierna e al contesto nel quale ha luogo l’esperienza delle fabbriche recuperate.

C’è poi un capitolo, quello portante che rappresenta il cuore del libro, dedicato alla storia del movimento delle fabbriche recuperate, al modo in cui al movimento reagiscono le istituzioni, alle reazioni dei precedenti proprietari che le avevano abbandonate, fino al consolidamento dell’esperienza. Qui viene anche discusso il significato stesso di Ert sottolineando la specificità della ragione sociale delle imprese, che da un lato spesso aderiscono alle organizzazioni cooperative dall’altro tendono a distinguersene per i motivi che vedremo. E si passa così alle particolarità nell’organizzazione del lavoro delle Ert, al rapporto con le istituzioni e con i sindacati e last but not least alle particolari forme e  natura della rappresentanza.

Segue infine un resoconto della storia e della realtà attuale di alcune imprese significative, a cominciare della Fasinpat, la più famosa ed emblematica; casi diversi che mostrano la vastità e l’articolazione del movimento, compreso il fatto che in qualche caso il termine fabbriche recuperate, che solitamente è usato nel linguaggio comune,  non è esatto giacché non sempre si tratta di imprese industriali ma a volte anche di attività terziarie, quale è appunto il caso di un importante albergo oggetto della quarta storia. I casi descritti non sono necessariamente quelli di maggior successo, bensì quelli capaci di illustrare la complessità del fenomeno, con le diverse traiettorie e le diverse problematiche, e di mostrare come   ̶  e attraverso quali scelte  ̶  esse sono riuscite a resistere e ad aver successo: sia nelle singole imprese sia nel movimento sociale da esse espresso.

 

3. Le fabbriche recuperate  in Argentina oggi e le esperienze storiche in Europa.

Non è andata altrettanto bene invece per quanto riguarda le esperienze europee e italiane  che pure ci sono state, soprattutto nel dopoguerra e negli anni settanta .“La Lip combat pour toutes les travailleurs” è uno slogan che a lungo è risuonato nelle mobilitazioni operaie degli anni settanta in tutta Europa come ricorda chi partecipava alle vicende operaie e sindacali di quel periodo o le seguiva con l’interesse dello studioso. Si tratta nel caso specifico della fabbrica francese di orologi  che continuò a produrre in situazione di autogestione dopo la minaccia di chiusura da parte della vecchia proprietà. Ma quello slogan fa anche pensare alle speranze deluse e alle sconfitte del movimento operaio che seguirono i momenti di grande forza sindacale degli anni settanta. Siamo all’inizio dei colossali processi di ristrutturazione industriale e deindustrializzazione che si dispiegheranno pienamente nel decennio successivo. La classe operaia europea  ̶  e quella italiana in particolare  ̶  si sente ancora forte. Manca solo qualche anno alla sconfitta sindacale alla Fiat del 1980 ma ancora si pensa di poter incidere sulle scelte riguardanti l’organizzazione del lavoro e della produzione. Non è concepibile nella cultura sindacale dell’epoca che i proprietari di una fabbrica possano deciderne impunemente la chiusura: gli operai resistono nella convinzione che potranno farcela da soli senza di loro. Eppure -ne tratta brevemente nel suo libro Marchetti- tutte le esperienze si esaurirono in tempi più o meno lunghi, ma che raramente  superarono i due o tre anni.

La storia della Lip è simile quindi a quella di altre fabbriche italiane destinate poi alla chiusura negli anni settanta. Risonanza simile ad esempio ebbero fabbriche quali la Fioravanti, la Feda, la Fargas, la Balzarotti ma anche in questi casi il copione è lo stesso. I lavoratori pensano di potercela fare da soli e in effetti per un periodo le fabbriche effettivamente funzionano. C’è solidarietà, c’è speranza. Ma poi la lotta si affievolisce, cominciano le difficoltà e l’esperienza si esaurisce. Rimane il ricordo delle lotte e degli entusiasmi, rimane -come per molte altre battaglie- la nostalgia ma anche il senso della sconfitta e del sopraggiungere di tempi peggiori. Ci sono state anche in Italia le fabbriche senza padroni ma la cosa è presto finita.

Un riferimento a parte merita una esperienza di vasta portata che è quella  della resistenza degli operai alla chiusura delle Officine Reggiane più di venti anni prima subito dopo la fine della seconda guerra mondiale: un caso in cui la capacità dei lavoratori si espresse anche sul piano dell’ innovazione di prodotto con la creazione di un particolare trattore, il celebre R60 “la vacca di ferro” che ebbe anche una significativa funzione simbolica. L’esperienza delle Officine Reggiane  ̶  ancorché conclusasi anch’essa con la sconfitta  ̶ è stata una delle più avanzate per compattezza interna dei lavoratori di diverso livello, compresi diversi quadri tecnici e per solidarietà a livello territoriale: potremmo dire che si è trattato di quella meno distante dalle fabbriche recuperate in Argentina. Naturalmente resta l’elemento di differenza rappresentato dal fatto che essa non era inserita all’interno di un più generale movimento: semmai, al contrario, aveva luogo nel quadro del declino del movimento dei Consigli di gestione[11].

C’è da chiedersi perché nel contesto europeo e italiano l’esito fu il fallimento o quanto meno l’esaurimento dell’esperienza mentre in Argentina, con tutte le difficoltà che hanno incontrato e tutt’ora incontrano, le fabbriche recuperate durano in vita e in piena attività, in molti casi ormai da oltre un decennio. La risposta a questo quesito comporta un riferimento alla differenza tra la situazione economica e politica europea degli anni settanta (e di oggi) e la situazione dell’Argentina degli anni più difficili della crisi del 2000-2001 e della ripresa che, con luci e ombre, sta andando tutt’ora avanti. E comporta soprattutto un riferimento al clima culturale della ripresa con il riaccendersi della mobilitazione politica e culturale che, proprio a partire dalla crisi, si è verificata in Argentina e che per molti versi è visibile tutt’ora.  L’esperienza delle fabbriche recuperate -illustra bene Marchetti- non può essere compresa senza tener conto del disastro argentino e dei comportamenti irresponsabili di molti imprenditori che le autorità locali all’epoca di Menem incoraggiarono. Bisogna dunque tener conto di fattori permissivi e in particolare del mutato clima politico ed economico in America latina, ma anche di fattori per così dire di necessità che nel corso della crisi imposero in qualche modo ai lavoratori di agire, pena la loro stessa sopravvivenza.

 

4.Il contesto politico e culturale dello sviluppo delle ‘fabbriche recuperate’

Per quanto riguarda il nuovo clima politico e culturale vanno sottolineate alcune specificità che mostrano profonde differenze tra la situazione argentina e quella europea (e italiana) degli anni nei quali quei tentativi ebbero luogo. Inoltre molte delle speranze, ma anche degli orientamenti politico-culturali e delle convinzioni in materia economica e sindacale, che avevano grande forza in Europa negli anni settanta, si registrano ora in Argentina, in una mutata situazione globale. Alcuni assunti dominanti in economia, almeno nel filone principale, nella main stream economics, non sono dati o non sono più dati per  scontati in America Latina e in particolar modo in Argentina. A ragione o a torto, ma certo in modo interessante, negli ambienti politici e  culturali del paese sudamericano si parla sempre più spesso di ‘post neo-liberismo’. Avendo sperimentato gli effetti  delle politiche di liberismo estremo e di aggiustamento strutturale con contrazione della spesa e raffreddamento, fino alla crisi paralizzante, dell’economia nazionale, le concezioni neo-liberiste sono ora considerate dannose sia a livello accademico che a quello di opinione pubblica e di dibattito politico[12]. E questo si riflette  nelle scelte generali di politica economica e sociale, delle quali è tuttavia opportuno tenere in conto le contraddizioni e i rischi ma che inequivocabilmente hanno permesso un processo di crescita economica e  di miglioramento delle condizioni sociali.

Innanzitutto c’è un orientamento drasticamente diverso da quello dominante in Europa in materia di spesa pubblica a carattere sociale e di spesa pubblica in generale. Parlare di intervento dello stato nell’economia non è considerato cosa di altri tempi o dissennato approccio all’economia. Dopo l’assoluta prevalenza neo-liberista con la privatizzazione e la vendita a imprese straniere di tutto quanto avesse un minimo di validità economica (e l’impoverimento generale del paese che ne derivò) nel corso del decennio successivo alla crisi sono stati fatti significativi passi nella direzione opposta. Molte attività statali che erano state privatizzate sono di nuovo di proprietà statale, anche se restano i segni della deindustrializzazione e della decadimento e abbandono di infrastrutture pubbliche.

Non tutti sono d’accordo sulla validità delle scelte di politica economica  dei governi Kirchner e certamente i problemi economici attuali sono significativi a cominciare dall’inflazione galoppante. Le disparità sociali con una distribuzione del reddito ancora assolutamente iniqua sono evidenti in Argentina. Così la sociologa Maristella Svampa -una delle autrici più citate da Marchetti per la costruzione del quadro sociale ed economico all’interno del quale si svolge l’esperienza delle fabbriche recuperate- mette in evidenza l’entità del fenomeno della povertà e analizza le condizioni dei poveri anche nella situazione attuale[13].

Le politiche di welfare sono sempre esistite nell’ Argentina del dopoguerra e hanno rappresentato uno degli aspetti fondanti del populismo peronista. Di esse però  non era rimasta che l’ombra durante la fase neo-liberista. E  anche le carenze attuali sono evidenti. Ma la spesa pubblica a carattere sociale ha migliorato in maniera davvero significativa anche le condizioni di settori marginali della società argentina, come la popolazione indigena delle aree del Nord. Si pensi al grande piano di edilizia popolare che ha proceduto con enorme successo determinando incrementi occupazionali particolarmente significativi in alcune aree grazie all’autocostruzione. E’ questo il caso dell’area di Jujui dove le cooperative legate al movimento “Tupac Amaru”, nate come forma di solidarietà dal basso e sviluppatesi nel più grave periodo della crisi, sono riuscite non solo a realizzare interi villaggi di case auto costruite per la popolazione locale in gran parte indigena, ma anche a costruire un movimento capace di dare voce a settori della popolazione tradizionalmente marginali. I notevoli risparmi permessi dall’autocostruzione e dalla partecipazione collettiva al progetto hanno permesso di dar vita a una serie di servizi nel campo della formazione e dell’assistenza, integrando così il magro welfare statale e locale. Un ulteriore caso innovativo nel quadro della varietà della rappresentanza.

Allo stesso modo, in altri paesi dell’America Latina, soprattutto quelli ricchi di risorse naturali, c’è stata una nuova significativa estensione del sistema di welfare con attenzione anche alla rivalutazione delle pensioni, anche se il loro grado di copertura rimane piuttosto modesto, soprattutto in considerazione degli elevati tassi di inflazione. Ma è significativo il segnale che l’aumento delle pensioni ha inteso dare: una delle tante sottolineature della drastica inversione di tendenza rispetto all’epoca precedente.

Non mancano i critici della politica economia e sociale dell’Argentina. E il dissenso interno non è rappresentato solo dalle componenti nostalgiche legate all’oligarchia agraria bensì anche da aree di sinistra. In quest’ultimo ambiente si denuncia in primo luogo la gestione autoritaria e l’insensibilità del governo alle critiche di economisti e politici ma anche  ̶  di certo esagerando  ̶  il ricorso a quella che è definita come una linea di politica economica ‘estrattivista’: basata essenzialmente sulla esportazione delle risorse naturali. Ciò con una precisazione: come tutti dicono, il “petrolio argentino” è la soia, una sorta di ricchezza naturale dovuta all’elevata produttività dei terreni, che comporta una sorta di posizione di rendita. L’esportazione di questo prodotto permette al paese di ricevere un flusso finanziario grazie al quale e possibile sostenere la grande spesa pubblica per il welfare e l’intervento dello stato nelle infrastrutture e altro.

Si possono criticare quanto si vuole le scelte di politica economica anti liberiste (o, come si dice in Argentina, post neo-liberalistas) ma di certo il tasso di disoccupazione negli anni della ripresa e dei governi Kirchner, anche dopo la drastica riduzione iniziale, si è mantenuto a livelli bassi e comunque inferiori a quelli dei paesi europei[14]. Non sappiamo come andrà a finire. Né ci sentiamo di valutare le scelte di politica economica. Ma, per quel che ci riguarda, l’inversione di tendenza nella gestione dell’economia e nelle politiche sociali ha determinato un clima di relativa fiducia che ha permesso anche il successo delle esperienza oggetto di questo studio.

Di particolare interesse sono stati poi gli interventi sul mercato del lavoro con un’attenzione ai livelli di frantumazione tra lavoro istituzionale regolare, lavoro precario e lavoro semplicemente informale, con un intento complessivo ̶ ovviamente tra tensioni notevoli ̶ del governo e dei sindacati di portare dove possibile verso il lavoro tutelato, comprese forme di recupero in senso lavorativo dei disoccupati. C’è un piano che funziona come i “lavori socialmente utili” in Italia, spesso per altro un po’ ‘finti’ e retribuiti con un modesto sussidio, ma con incentivi positivi al lavoro e non punitivi come nel caso del workfare americano. Infine c’è una dinamica piuttosto vivace all’interno delle (e tra le) organizzazioni sindacali e rapporti complessi tra rappresentati e non rappresentati, che si esprimono anche all’interno della fabbriche recuperate.

L’Argentina dell’inizio del XXI secolo presenta una grande varietà di forme di rappresentanza. Alcune ricordano esperienze passate che risalgono alle prime fasi dell’industrializzazione, altre sono tradizionali, altre ancora del tutto innovative. Si tratta, nel primo caso, di organizzazioni cooperative che ricordano le società di mutuo soccorso precedenti la formazione del sindacalismo. La rete di cooperative è molto ampia e radicata, come in America Latina in generale. Un esempio estremo di questa categoria è la grande cooperazione edilizia nelle Ande, alla quale abbiamo accennato. Vi sono poi i sindacati tradizionali, con una lunga storia alle spalle, sempre con forte politicizzazione, con frequenti scissioni e con la formazione di nuovi sindacati, concorrenti nella rappresentanza degli stessi lavoratori ma con forte enfasi sulla partecipazione democratica. Vi sono infine nuovi movimenti sociali, con forme di mobilitazione nuove e spettacolari. Essi nascono fuori dall’ambiente di lavoro in senso stretto, e reclutano sia lavoratori emarginati dal lavoro che marginali per non esservi mai entrati. I piqueteros, con la loro pratica di blocchi stradali, ne sono un esempio che mostra lo stretto intreccio con l’autorità pubblica e con i partiti. Mostra anche la fragilità di tali movimenti, in cui l’aiuto del potere politico si risolve in cooptazione. Dunque molte di queste mobilitazioni hanno avuto una breve durata. Le fabbriche recuperate hanno qualche tratto in comune con le diverse forme di rappresentanza di questo repertorio, ma sono una varietà diversa come viene spiegato nel corso del volume.

 

5.Il sarto di Ulm e la riuscita dell’esperienza delle imprese recuperate

Un sorta di apologo in poesia di Bertolt Brecht rovescia la morale di una antica storia tedesca: quella del sarto di Ulm. Il sarto era convinto di aver inventato una sorta di macchina per volare. Evidentemente la cosa gli sembrava facile e possibile. Il principe-vescovo di Ulm gli chiese di dare una dimostrazione concreta della sua invenzione. E il sarto gettandosi in volo dal campanile del  duomo finì miseramente sul sagrato. Eppure  ̶  commenta Brecht  ̶  qualche secolo dopo l’uomo effettivamente cominciò a volare[15]. Evidentemente erano indispensabili alcune condizioni specifiche: non bastava volerlo, non bastava provare, bisognava che si trovassero anche le soluzioni adatte, soluzioni tecniche nel caso del volo, sociali nel caso delle fabbriche recuperate studiate da Marchetti. Ma, senza la tenacia e la volontà di superare con scelte realistiche le difficoltà, non si sarebbe potuto raggiungere l’obiettivo. Brecht rovescia la morale della storia del sarto di Ulm mostrando che il principe-vescovo aveva torto nel decretare che “l’uomo non può volare” e che quella del sarto è solo una pagina un po’ tragica e un po’ comica nello sforzo umano per raggiungere obiettivi di progresso. Così come nel caso del sarto di Ulm  ̶  ma forse il paragone è ingeneroso  ̶  in diversi casi di fabbriche occupate in passato si è ritenuto di poter fare senza il padrone: insomma che la fabbrica potesse essere condotta direttamente dagli operai sic et simpliciter. La cosa è possibile, ma a determinate e complesse condizioni. E di queste condizioni soggettive e di contesto parla Marchetti per quel che riguarda le fabbriche aperte fornendo documentazione statistica sull’aumento del loro numero nel corso dell’ultimo decennio e sui pochi casi di insuccesso.

Innanzitutto c’è da considerare l’entità e la portata del movimento e i motivi per cui è riuscito ad avere grandi dimensioni. In generale in Europa nei decenni scorsi le occupazioni di fabbriche in risposta ai progetti di chiusura da parte dei proprietari o dei managers hanno riguardano specifiche unità produttive investite dalla crisi individualmente o al massimo come comparto industriale. In Argentina, negli anni del disastro, tutta l’economia industriale fu colpita e le chiusure (e relative smobilitazioni) di fabbriche avvennero a livello di massa. Sempre tra i fattori per così dire di necessità c’è il fatto che gli operai non avevano alcuna possibilità alternativa: non si poteva cambiar mestiere, non si poteva trovare un altro lavoro. Per di più, come documenta Marchetti, l’atteggiamento e il comportamento padronale furono  assolutamente cinici. In molti casi si tentò di vendere il macchinario, traendo profitti dalla fabbrica chiusa. E questo avvenne anche in una situazione di scontro politico, ma in un contesto istituzionale ormai divenuto democratico: non c’erano più i generali, anche se la situazione economica era disperata.

Il riferimento allo scontro politico va sottolineato non solo per gli elementi di conflitto ma, anche e soprattutto, per gli aspetti di solidarietà che in quel periodo si svilupparono. Il rapporto di aiuto reciproco con la gente dei quartieri è spesso citato nei resoconti su queste esperienze. E più in avanti, nel corso del tempo, si registrano anche accordi con acquirenti stabiliti anch’essi per solidarietà e in qualche caso commesse pubbliche. Ma non sono questi gli aspetti più significativi e per qualche verso sorprendenti. Marchetti dedica molto spazio proprio al funzionamento delle fabbriche  recuperate come imprese e non semplicemente all’interno del modello della impresa cooperativa ma come impresa autogestita, vale a dire qualcosa di più complesso e più avanzato ma anche di una natura diversa dalla cooperativa.

Nello sviluppo dei sistemi cooperativi in Europa, con il crescere della dimensione e della portata dell’impresa, è emersa sempre una contraddizione riguardante il ruolo dei membri con maggiori responsabilità e competenze tecniche e manageriali da un lato e la loro posizione rispetto ai soci dall’altro. I modi in cui questa contraddizione è stata storicamente affrontata sono diversi ma la principale via d’uscita, al crescere della dimensione e della complessità dell’impresa, è stata l’assunzione in qualità di dipendenti di tecnici e managers con funzioni specifiche. Alcune delle funzioni originarie della cooperativa di produzione, sia quella ‘calmieratrice’ rispetto al prezzo di vendita dei prodotti, sia quella riguardante il controllo democratico della gestione, rimangono attive (entro certi limiti) così come il principio di ‘una testa un voto’ per i soci. Ma nel caso delle fabbriche recuperate argentine, che pure in generale hanno scelto di aderire alle centrali cooperative, il modello di organizzazione del lavoro e della produzione è diverso: è quello dell’autogestione, vale dire di gestione diretta dell’impresa da parte dei lavoratori per quel che  attiene l’organizzazione del lavoro e a tutte le scelte produttive e di mercato. Scrive al riguardo Marchetti “Ciò che si è consolidato nel tempo è quindi un modello combinato di gestione dell’impresa in cui la democrazia operaia si esprime in primo luogo attraverso la partecipazione alle assemblee, in un clima di autogestione e in secondo luogo attraverso l’osservanza dei meccanismi normativi formali. Tra questi due modelli non si è aperto un conflitto ma si è stabilito un rapporto funzionale”. E questo è molto importante perché l’adesione al modello cooperativo permette di godere dei benefici di legge in materia e di non restare isolati nel panorama economico e istituzionale nazionale. La differenza rispetto al modello cooperativo convenzionale consiste invece nella maggior democrazia interna e nella maggiore partecipazione attraverso l’assemblea.

Non che l’autogestione nelle Ert si esprima attraverso un regime assembleare. In qualche caso di piccola impresa questo è possibile. Ma non è questa la regola. Normalmente lo statuto prevede un consiglio d’amministrazione e un assemblea (coerentemente con gli obblighi formali delle impresse cooperative). Ma, mentre in generale nel settore cooperativo le decisioni di fatto vengono prese dal consiglio direttivo e l’assemblea si riunisce in genere annualmente, secondo il requisito minimo previsto dalla legge, nelle Ert la diversità dal: “modello della cooperativa tradizionale si manifesta nella inversione dei compiti tra il consiglio di amministrazione e l’assemblea. Si tende attraverso gradazioni a far pesare di più il corpo collettivo della democrazia diretta rispetto agli organismi del potere rappresentativo”. Inoltre “anche nelle aziende di più grandi dimensioni le assemblee generali possono essere sollecitate da quelle di reparto o di turno”

Ancora una volta, anche per comprendere i nessi tra esigenze gestionali ed  esigenze di democrazia e partecipazione, bisogna tenere conto dei fattori permissivi e dei fattori di necessità. Nessuna alternativa all’autogestione era possibile all’inizio, in altri termini nessuna organizzazione gerarchica, nessuna tradizionale direzione delle imprese sarebbero state possibili per il semplice fatto che nella fase calda delle occupazioni i managers in generale scelsero di abbandonare anch’essi le fabbriche lasciando gli operai al loro destino. Questi dovettero per forza di cose fare da soli. E ora: “nonostante tutti gli sforzi i lavoratori delle Ert sono consapevoli che il loro grado di qualificazione resta sempre al disotto della necessità e che le attività formative coprono solo in parte il fabbisogno di nuove conoscenze”. Da scelta obbligata quella dell’autogestione diventa nel corso del tempo una scelta politica per altro non vista particolarmente di buon grado dalle istituzioni e dallo stesso sindacato. Per di più: “non sono pochi i giuristi, economisti e giornalisti contrari alle Ert che le hanno definito come un “paraiso de vagos” (un paradiso degli oziosi). A  questa convinzione sostanzialmente ideologica se ne aggiunge l’altra fondata su aspetti tecnici secondo la quale un’azienda: “non può funzionare  senza personale qualificato e un corpo manageriale capace di svolgere la funzione di direzione”. Mentre i dirigenti del movimento mostrano su quest’ultimo punto piena consapevolezza, alcuni sottolineano per altro verso anche i risparmi che si realizzerebbero per effetto del venir meno dei “costi manageriali”, oltre l’ovvia considerazione relativa alla ricchezza aggiuntiva per le Ert derivante dalla mancata rendita e dal mancato profitto del proprietario.

A determinare le difficoltà soprattutto nelle fasi iniziali dell’esperienza delle fabbriche recuperate non contribuì solo la mancanza di competenze tecnico-manageriali ma anche la ridotta disponibilità di capitale da parte dei lavoratori. Non si tratta solo di scarsa capacità di innovazione tecnologica ma anche di scarsa possibilità di accesso a soluzioni produttive nuove che implicano ristrutturazione. Importante è al riguardo una forma di solidarietà orizzontale tra imprese per quel che riguarda il costo di manutenzione, riparazione e sostituzione del macchinario. E qui  Marchetti cita il caso della Federatión Red Gráfica Cooperativa dove un gruppo di aziende del settore grafico si sono unite con una sorta di collaborazione e rete riguardante non solo acquisto e gestione del macchinario ma anche scambio di personale, corsi di formazione comune, passaggi di informazioni e commesse.

Da questo punto di vista, proprio per la partecipazione democratica, gli statuti delle Ert sono diversi tra loro e diverso è il carattere della disciplina di fabbrica. Anche gli orari di lavoro cambiano e in qualche caso l’orario d’inizio – in origine molto anticipato  ̶   è stato spostato in avanti. Ma anche se con differenze dovute alle dimensioni, al settore produttivo o al contesto, c’è ormai un equilibrio consolidato su questo aspetto. In generale l’orario di lavoro è più lungo e anche i salari sono spesso più modesti di quelli delle imprese private corrispondenti. Per cui tra i critici dell’esperienza si fa notare che le imprese spesso sopravvivono grazie all’autosfruttamento. Come si può notare, questa obiezione è speculare a quella relativa al “paradiso degli oziosi” e come quella ha una forte componente ideologica. Essa infatti non tiene conto delle condizioni di partenza e delle difficoltà dovute all’assenza di capitali necessari per il miglioramento tecnologico delle aziende. Tornando per un istante alla questione del “paradiso degli oziosi” va detto che esiste un problema di gestione del tempo e di tentativo di sottrarsi ai ritmi e ai carichi di lavoro tradizionalmente imposti dalla direzione. E in clima di autogestione questo comporta problemi organizzativi di non poco conto.

Rispetto alla ormai vasta letteratura, anche in italiano, disponibile ed esaustivamente esaminata da Marchetti, la parte più originale del libro – e quella che mostra la competenza dell’autore in materia di sociologia e organizzazione del lavoro – riguarda proprio il funzionamento delle fabbriche recuperate come imprese e l’organizzazione della produzione con il controllo dei tempi e dei metodi di lavoro all’interno della pratica  dell’autogestione, oltre che il modo in cui vengono gestiti i conflitti e i problemi che emergono continuamente.

Un’ultima tematica trattata da Marchetti nel corso del libro e affrontata in maggior dettaglio nella parte finale riguarda i rapporti con le organizzazioni sindacali e  con le altre strutture di rappresentanza di cittadini e lavoratori nella larga varietà di forme di rappresentanza presenti in questo momento in Argentina, alle quali abbiamo già fatto cenno. Egli parte dalla difficoltà iniziali e dalla immagine delle Ert che in partenza prevaleva nella società argentina. “Considerate come esperienza eccentrica e temeraria da molte organizzazioni sindacali; pericolosa e irrazionale dal mondo delle imprese; ai margine della legalità e appena tollerabile da gran parte dei partiti politici, erano comunque destinate, nell’opinione comune, a una vita assai breve”. “Ma- prosegue Marchetti – anche ora che sono un movimento organizzato e ambiscono a diventare un comparto specifico dell’economia sociale sono viste con perplessità da gran parte del sindacalismo tradizionale, che le ha fin dall’inizio considerate come qualcosa di anomalo ed estraneo a una logica negoziale”. Questo è indubbiamente comprensibile nella misura in cui i sindacati si muovono all’interno di una logica tradizionale. Ma a questa logica finisce per sfuggire una larga parte del mondo del lavoro con le nuove forme di organizzazione della produzione e la estrema varietà di situazioni lavorative e di esigenze di rappresentanza che esse esprimono. Non è un caso  che la solidarietà maggiore alle Ert si sia avuta principalmente dal mondo della cooperazione, delle ong e dall’accademia  e molto meno dal sindacato. Non c’è invece per converso un orientamento anti-sindacale tra gli esponenti delle fabbriche recuperate. Alla considerazione che, essendo senza padrone, gli operai delle Ert non hanno una controparte a cui riferirsi o un soggetto nei cui confronti indirizzare l’azione sindacale, un dirigente del movimento risponde che la controparte c’è ed è lo stato e ciò è di tutto rilievo dal punto di vista delle forme e dei contenuti della rappresentanza.

In conclusione il libro va apprezzato per il modo in cui conduce l’analisi di un fenomeno di grande interesse inquadrandolo nel suo contesto storico e sociale e per l’individuazione dei motivi per cui le fabbriche recuperate sono riuscite a vivere rappresentando un eccezionale esperienza di autogestione. Ma, se si vuol trarre dallo studio di Marchetti anche una morale questa non consiste nel proporre le fabbriche recuperate come modello. D’altro canto, secondo quanto mostra Marchetti, neanche il movimento delle Ert si propone come tale. La morale semmai è che ci sono sempre alternative possibili: che non c’è un’unica via per la gestione e lo sviluppo delle imprese e che l’autogestione è una delle vie possibili. Secondo Marchetti l’autogestione, purché affrontata con realismo, può funzionare, così come elementi di solidarietà sono possibili anche all’interno di una situazione economica difficile  come quella attuale.

 

 

Bibliografia:

Baglioni, G., L’accerchiamento. Perché si riduce la tutela sindacale tradizionale, Il Mulino, Bologna, 2008.

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Gramaglia, M., Indiana, Nel cuore della democrazia più complicata del mondo, Donzelli, Roma, 2008.

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Hobsbawn, E., The Age of Extremes: A History of the World 1914-1991,Vintage, New York, 1994.

Marshall, T. H., Citisenship and Social Class: and other essays, Cambridge University Press, Cambridge, 1950.

Meardi, G., Unions between National and transnational migration. A comparison of Germany, UK and France, Paper for the Sase Annual Meeting, Milano, Mimeo, 2013.

Palomino, H., (a cura di), La nueva dinamica de las relaciones industriales en la Argentina, Jorge Baudino Ediciones, Buenos Aires, 2010.

Schuman, S.J., Eaton E., Organizing Workers in Informal Economy, Report to the Solidarity Center, Rutgers University, Mimeo, 2012.

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Svampa, M., La societad excluyente. L’Argentiba bajo el signo del neoliberalismo, Ediciones Taurus, Buenos Aires, 2005.

Tilly, C., Big Structures, Larges Processes, Huge Comparison, New-York, Sage Foundation, 1984.

 

Note


[1] G. Baglioni, L’accerchiamento. Perché si riduce la tutela sindacale tradizionale, Bologna, Il Mulino, 2008.

[2] J. B. Silver, Forces of Labor. Workers’Movement and Globalization, Cambridge, Cambridge University Press, 2003.

[3] M. Gramaglia, Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo, Roma Donzelli, 2008.

[4] S. J. Schuman e E. Eaton, Organizing Workers in Informal Economy, Report to the Solidarity Center, Rutgers University, mimeo, 2012.

[5] L’interesse per lo studio delle varietà delle forme di rappresentanza è emerso nel corso di seminari tenuti nel corso del 2012 e 2013 a Roma (irpps Cnr e Sapienza), Napoli (Università Federico II), Milano (Statale e Bicocca) e presso la Fondazione Feltrinelli con il sostegno della Fondazione. Alle riunioni di ricerca hanno partecipato oltre ai ricercatori del Prin “Nuovi soggetti del lavoro e forme della rappresentanza”, anche Ota de Leonardis, Aldo Marchetti, Diana Mauri.

[6] P. A. Hall e D. Soskice, Varieties of Capitalism. The Institutional Foundations of Comparative Advantage, Oxford, Oxford University Press, 2001.

[7] G. Meardi, Unions between National and Transnational Migration. A Comparison of Germany, UK and France, Paper for the Sase Annual Meeting,  Milano, mimeo, 2013.

[8] T. H. Marshall, Citisenship and Social Class: And Other Essays, Cambridge, Cambridge University Press, 1950.

[9] Vedi: E. Hobsbawn, The age of Extremes: A History of the World 1914-1991, New York, Vintage, 1994, e C. Tilly, Big Structures, Larges Processes, Huge Comparison, New York, Sage Foundation, 1984.

[10] M. Svampa, La societad excluyente. L’Argentina bajo el signo del neoliberalismo, Buenos Aires, Ediciones Taurus, 2005

[11] Come scrive Davide Bidussa l’occupazione delle Officine Meccaniche Reggiane venne attuata per impedire il progetto di ristrutturazione che prevedeva una drastica riduzione degli addetti. L’esito della vicenda alla fine sarà l’affermazione del disegno imprenditoriale: infatti solo 700 su 5.000 che costituivano la manodopera della fabbrica saranno ripresi in organico delle Nuove Reggiane. Bidussa inquadra la vicenda nel contesto della storia più ampia dei Consigli di gestione: “ il fatto che questi ultimi fossero in grado di dirigere la ripresa e la produzione dimostrava come in quella fase la classe operaia fosse in grado di riappropriarsi del processo produttivo in tutte le sue fasi” (D. Bidussa, I giorni dell’R 60, La rivista del Manifesto, n°21, 2001).

[12] Particolarmente interessante da questo punto di vista è il lavoro condotto dall’Instituto de Investigaciones Gino Germani di Buenos Aires. Per inciso va ricordato come nel Congresso di mid-term della International Sociological Association tenuto nel 2012 proprio a Buenos Aires, diverse sessioni specifiche e generali furono dedicate alla situazione dell’ Argentina e dell’America Latina, con frequenti riferimenti al superamento delle teorie e delle pratiche neoliberiste.

[13] M. Svampa, La societad excluyente. L’Argentina bajo el signo del neoliberalismo, cit.

[14] Da considerare da questo punto di vista le interessanti riflessioni del sociologo argentino Hector Palomino ( a cura di) La nueva dinámica de las relaciones industriales en la Argentina, Buenos Aires, Jorge Baudino Ediciones, 2010.

[15] Il riferimento all’apologo del sarto di Ulm, al commento di Brecht e alle condizioni perché un obiettivo all’apparenza utopico si realizzi è suggerito dalla lettura del libro di L. Magri Il sarto di Ulm, Il Saggiatore, 2011.

 

 

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About Enrico Pugliese: Enrico Pugliese (1942) è professore ordinario di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell'Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l'analisi del funzionamento del mercato del lavoro e la condizione delle fasce deboli dell'offerta di lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Si è occupato, inoltre, dello studio dei sistemi di welfare, con particolare attenzione al caso italiano e all'analisi delle politiche sociali. Tra le sue pubblicazioni recenti: L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006); Il lavoro (con Enzo Mingione, Carocci, 2010); L'esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010); La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, 2011).

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  1. Avatar Jacques ha detto:

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