Silvano Bertini: Le imprese e le politiche industriali alla ricerca del valore

| 8 Aprile 2015 | Comments (0)

 

 

 

Pubblichiamo questo intervento di Silvano Bertini, responsabile del servizio Politiche di Sviluppo Economico dell’Assessorato alle attività produttive della Regione Emilia Romagna scritto in occasione del Rapporto sulla cooperazione in Emilia Romagna presentato dalla Lega Coop Emilia Romagna a Bologna il 26 novembre 2014

 

 

Crescere controcorrente

Uno degli ultimi interventi del professor Paul Krugman[1] inizia con questa frase: “Siamo nel mezzo di una straordinaria catastrofe per i paesi avanzati e benestanti del mondo”. Segue una analisi impietosa del malfunzionamento in cui è entrata l’economia mondiale e dei meccanismi viziosi che rendono molto problematica una inversione di tendenza.

E’ evidente che si è rotto il motore della crescita a livello macroeconomico e purtroppo ai livelli decisionali più alti del governo dell’economia, fatta forse eccezione per la BCE di Mario Draghi, peraltro comunque isolata, sembra che nessuno sia in grado di fare la prima mossa per invertire la tendenza, perseverando, soprattutto in Europa, in comportamenti lesivi per il benessere della collettività e per lo sviluppo.

Tuttavia, l’economia reale, anche in questo contesto avverso, deve continuare a vivere, a generare lavoro e benessere. C’è un problema che riguarda le imprese in se stesse, la loro capacità di sopravvivere, di garantire adeguata remunerazione ai salari e al profitto d’impresa, di crescere. C’è un altro problema, ovviamente collegato, che riguarda l’intero sistema economico (nel nostro caso regionale, con le sue declinazioni locali) di gestire una fase evolutiva che, se non accompagnata dalle scelte e dai comportamenti più adeguati, può portare ad un processo di regressione economica e sociale.

La sfida è complessa. Le imprese già attive devono compiere sforzi maggiori che in passato, anche di tipo culturale, per incanalarsi in percorsi sostenibili e virtuosi. Come vedremo nel resto di questo articolo, quelli che un tempo erano investimenti di carattere eccezionale e straordinario, a volte di sola immagine per l’impresa, e spesso a portata solo delle imprese di maggior successo, oggi diventano una condizione basilare per l’esistenza, la sopravvivenza di tutte le imprese. Purtroppo, chi non ha fatto sufficientemente questi sforzi, o non è in grado di farli, rischia di essere trascinato via dalla corrente.

Contemporaneamente, chi a vari livelli contribuisce allo sviluppo regionale deve fare in modo che l’inevitabile processo di ricambio imprenditoriale e occupazionale, torni, dopo questi anni di crisi acuta, a somma 0 e possibilmente positiva, sostenendo e favorendo quei comportamenti virtuosi e trasformarli da casi individuali ad elementi di sistema.

L’Emilia-Romagna, va detto, è ancora considerata, anche in Europa, un caso speciale in termini di parametri economici a confronto con tutto ciò che ci circonda, soprattutto in Italia. Tanti elementi dimostrano che la vitalità del tessuto produttivo è tutt’altro che sopita. Per di più l’attenzione degli investitori nazionali ed esteri è ulteriormente aumentata in questi ultimi anni; le nostre imprese in difficoltà trovano quasi sempre acquirenti e persino  gli investimenti diretti, un tempo molto più rari, si stanno realizzando in misura più significativa.

Tuttavia, il costo della crisi è particolarmente alto per una regione che era giunta nel 2007 ad uno stato di sostanziale piena occupazione (e di conseguenza non pronta ad una evoluzione tanto negativa). Crisi aziendali e occupazionali e, da qualche tempo, saldi negativi nella demografia di impresa e nei flussi di “cervelli” (o meglio, di giovani talenti) indicano che la forza del sistema emiliano-romagnolo è messa a dura prova. E’ palpabile una esigenza diffusa di ripensamento del sistema e dei modelli di impresa, di rigenerazione dovuta al semplice fatto che, anche nella migliore delle ipotesi a livello macroeconomico, il passato non può tornare.

Sta per avviarsi un quinquennio in cui una somma non certamente stratosferica, ma pur sempre importante, di fondi europei può dare un contributo significativo per alimentare tali processi di cambiamento, agendo su un motore comunque tutt’altro che spento, quello del sistema produttivo dell’Emilia-Romagna.

 

Le vie del cambiamento

Prima di addentrarci sulla declinazione di alcune delle linee strategiche regionali, è opportuna una breve digressione su quali sono, almeno sulla base delle valutazioni di chi scrive, i fattori su cui bisogna agire.

Il problema di fondo è quello di incrementare il valore aggiunto, che è la base per mantenere l’occupazione, attirare talenti, investire. C’è poco da insegnare ovviamente alle imprese dell’Emilia-Romagna e in particolare, alle stesse imprese cooperative, se non altro per la loro storia. Ma in un contesto di non crescita e di domanda interna depressa, di elevata concorrenza internazionale sul costo dei fattori produttivi a partire dal lavoro, di politiche economiche iper restrittive, quali sono i modi per creare valore aggiunto e crescita? Sono sempre gli stessi?

In un contesto come quello appena sintetizzato, la prima cosa da dire è che precondizione per creare valore è quella di ottenere un elevato livello di competitività di tipo dinamico e cercare di mantenerlo nel tempo a livello di imprese e a livello di sistema. Cosa si intende con il termine “dinamico”? Vuol dire che l’innovazione non è più un fatto occasionale, ma deve essere continua e permanente ed agire su più livelli, quello tecnologico, ma anche quelli non strettamente tecnologici, di carattere organizzativo, strategico, culturale.

I primi tempi in cui si parlava di economia della conoscenza in molti pensavano esclusivamente alle imprese dell’alta tecnologia e alle Università. Calandoci sul terreno di una economia che ha sviluppato in diversi decenni le sue specializzazioni e le sue competenze come quella dell’Emilia-Romagna, la vera economia della conoscenza è quella di moltiplicare la produzione di idee sulla base del know-how accumulato, estremamente sofisticato, anche favorendone l’incontro, all’interno o nell’intorno delle imprese, con altre conoscenze di tipo scientifico, o, ad esempio, di tipo umanistico.

Bisogna evitare la tentazione di regredire accettando solo la sfida dei costi o di una produttività concepita come “numero di pezzi”. Per accrescere il valore è necessario arricchire il sistema produttivo, cercare di mettere in gioco nuove risorse intellettuali. Il fulcro strategico dell’impresa inevitabilmente va spostato dal momento produttivo al momento della concezione ed elaborazione di idee, progetti, prodotti e servizi. La produzione non va abbandonata, tutt’altro, ma va riorganizzata in funzione dell’attività di innovazione, anche se questo dovesse comportare un parziale decentramento di parti di produzione.

Vediamo gli aspetti in cui si può sostanziare questa nuova forma di dinamismo innovativo.

Il primo è quello dell’innovazione tecnologica in senso stretto, cioè l’impegno ad aumentare il contenuto di conoscenza tecnologica nei prodotti o servizi e nei processi produttivi. Naturalmente questo non è un obiettivo di per sé, ma in quanto gli elementi tecnologici rappresentano la fonte di un miglioramento dal punto di vista delle caratteristiche funzionali e prestazionali di ciò che viene prodotto.

Sono state identificate a livello europeo 6 tecnologie abilitanti chiave, cioè quelle tecnologie in grado di intervenire trasversalmente su vari settori dell’economia per determinare un cambiamento dei rispettivi paradigmi tecnologico-produttivi. Sono state indicate: la microelettronica, le nanotecnologie, i nuovi materiali, la fotonica, le nuove tecnologie di processo, le biotecnologie industriali (dimenticando forse le tecnologie digitali, per cui ci permettiamo di dire 6 +1).

Per fare un esempio, pensiamo a cosa può avere significato in un settore come quello delle piastrelle di ceramica, l’introduzione di superfici funzionalizzate attraverso soluzioni nanotecnologiche (piastrelle antibatteriche, autopulenti, ecc.) o attraverso nuovi materiali (piastrelle ultrasottili, termiche, fotovoltaiche). Questo significa intercettare nuove nicchie di mercato più specialistiche e molto spesso più remunerative.

L’investimento in ricerca e sviluppo e innovazione è considerato spesso non a portata delle imprese minori. In parte questo è vero, ma è altrettanto vero che la soglia per organizzare tale funzione si è fortemente ridimensionata e, a seconda delle strategie aziendali, a volte è compatibile anche con imprese molto piccole. Il passaggio chiave è legato alla crescente necessità di contenuto multidisciplinare dell’innovazione e di contaminazioni incrociate tra tecnologie e settori diversi. In sintesi, elevando il livello dell’innovazione da quello incrementale, basato sul problem solving, a quello più sostanziale, basato su risultati sperimentali, non ci si può più concentrare su una tecnologia produttiva specifica, perfezionandola all’infinito, ma è necessario trovare appunto soluzioni che nascono spesso da tecnologie trasversali (le tecnologie abilitanti, appunto) o tecnologie apparentemente non afferenti al settore, ma con qualche elemento di convergenza. Ad esempio, per l’innovazione nel settore delle macchine per il packaging alimentare e farmaceutico, oggi è chiaramente indispensabile il contributo della ricerca nel campo delle biotecnologie e delle scienze della vita, così come anche nel campo dei materiali compatibili dal punto di vista ambientale.

Questa necessità di far convergere diverse tecnologie non fa innalzare, la dimensione minima per fare ricerca e sviluppo, piuttosto la fa abbassare. Anche il centro di ricerca di una grande impresa non può occuparsi di tutto. Al contrario si sta dimostrando efficace il modello secondo cui vi può essere un gruppo di ricerca molto specializzato sulle problematiche specifiche dell’impresa che lavori in modo aperto, intercettando all’esterno le collaborazioni più appropriate e magari condividendo parte dei propri risultati. L’innovazione aperta è a portata delle imprese del nostro sistema e sicuramente sono in grado di trarne importanti risultati. Nelle reti di ricerca la collaborazione è quasi sempre un gioco a somma positiva.

Naturalmente, per favorire l’instaurarsi di un ecosistema in cui si sviluppi efficacemente questo modo di fare innovazione è necessaria la possibilità di individuare facilmente, a partire dal territorio regionale, una serie di centri di competenza di elevata qualità scientifica e capaci di collaborare con le imprese. La Regione Emilia-Romagna ha costruito appositamente una rete di laboratori di ricerca industriale e centri per l’innovazione, generati soprattutto dalle Università e dagli enti di ricerca, che deve svolgere questo specifico ruolo a favore del sistema produttivo, soprattutto in questa fase di intenso cambiamento.

Un secondo aspetto molto importante è quello di stimolare la creatività e l’inventiva. Senza ricorrere alla complessità di un percorso di ricerca e sviluppo, a volte l’innovazione nasce da processi intuitivi o dalla capacità di individuare chiavi di lettura diverse delle competenze e delle risorse a disposizione e dei bisogni del mercato; non si tratta solo del semplice problem solving, ma anche di introdurre nuovi concetti nei prodotti o servizi, e di conseguenza, aprirsi nuovi mercati.

Questa è una capacità che ha buone basi nella nostra regione, quantomeno a livello di sistema. Si può sicuramente migliorare rafforzando e rendendo più diffuso e consapevole il ricorso ad uno strumento come quello del design. Il design di prodotto è quella componente che spesso è necessaria per tradurre le opportunità tecnologiche in prodotti rivolti a rispondere a specifici bisogni sul mercato, incluso l’elemento della percezione del prodotto da parte dei clienti. C’è bisogno di una concatenazione di linguaggi e sensibilità tra chi fa ricerca e sviluppo e chi produce per il mercato, e il design può spesso rappresentare l’anello di congiunzione. Si può pensare, ad esempio a come in questa fase viene riconcepito un bene come la bicicletta, che a seguito di adeguamenti tecnologici può divenire sia un mezzo pubblico per la mobilità in città, sia un bene estremamente maneggevole e pieghevole trasportabile comodamente in viaggio con qualsiasi mezzo, per essere pronto all’uso in qualsiasi luogo turistico e naturalistico.

Altro esempio a cui può contribuire un uso più intenso della creatività può essere l’individuazione di un valore più alto da dare ad un semplice prodotto industriale, far emergere la conoscenza che vi è incorporata e valorizzarla in una offerta di servizio più avanzata. Da un profumo alla progettazione di sistemi sensoriali gradevoli, dal costruire edifici a realizzare luoghi in cui si trascorrono momenti di vita in condizioni piacevoli.

Un terzo elemento, distinto concettualmente, ma fortemente legato ai primi due è quello che consiste nel contenuto valoriale che si incorpora nei prodotti. Un valore che non riguarda solo i clienti e gli utilizzatori finali, ma anche tutti i cosiddetti stakeholders legati a quel prodotto, fino all’interesse collettivo. Realizzare prodotti che rispondono all’obiettivo della sostenibilità ambientale, ad esempio, in questa fase, compatibilmente con le condizioni economiche del mercato, è un elemento che fa la differenza. Nessuno (o quasi) si vuole più sentire responsabile di contribuire a peggiorare lo stato dell’ambiente, e al tempo stesso vuole godere egli stesso godere di un ambiente sano.

I tre termini usati dalla Commissione Europea per la Strategia Europa 2020 “intelligente, sostenibile, inclusiva” sono piuttosto esaustivi. Significa che la ricerca e l’innovazione nell’industria devono rispondere sempre più, oltre che alla competitività pura e semplice, a bisogni alti, come un ambiente sano, la qualità della vita sotto ogni aspetto, lo sviluppo della dimensione della società dell’informazione (intesa come nuova forma di organizzazione economica e sociale).

La sostenibilità. la salute e il benessere, la società dell’informazione sono fattori di trasformazione sociale culturalmente condivisi e pertanto rappresentano i drivers dell’innovazione in quasi tutti gli ambiti. Basti pensare alla domanda di efficienza energetica e di energie pulite, abitazioni passive, motori elettrici, riciclo e riuso; oppure, alimenti biologici e nutraceutici, tracciabilità, wellness ed ergonomia, nuove terapie non invasive, materiali biocompatibili; infine, prodotti multimediali, accesso a nuovi servizi, comunicazioni interpersonali, gestioni a distanza, gestione sistemi complessi e sicurezza.

Il quarto ed ultimo aspetto è quello più intrinseco all’organizzazione e alla visione aziendale in senso stretto e fa riferimento alla capacità di controllo della catena del valore da parte delle imprese. Non basta solo produrre e persino produrre con contenuti innovativi. Spesso tutto ciò che va oltre la produzione viene concepito solamente come un costo addizionale. Al contrario, oggi una logistica efficiente e puntuale, un servizio di assistenza post vendita, servizi di fidelizzazione, comunicazione, ecc.. sono elementi che danno valore a ciò che viene venduto, prima che essere un costo. Uno studio europeo ha calcolato che la componente di servizio post produttiva rappresenta circa il 25% del fatturato lungo la catena del valore, ma genera il 50% dei profitti. Non essere in grado, come sistema di gestire adeguatamente queste funzioni, in sostanza, non presidiarle adeguatamente, vuol dire spesso lasciare quote ampie di valore aggiunto ad altri operatori, ad altri sistemi.

L’innovazione di servizio sta divenendo strategica e l’opportunità della banda larga e degli strumenti e tecnologie della società dell’informazione aprono ampi margini di miglioramento, non solo nell’industria, ma anche negli altri settori dell’economia, come il turismo e il commercio, ma anche nel mondo della cultura e dell’economia sociale che potrebbero recuperare ampi margini di efficienza e di riduzione dei costi.

 

Rispetto a queste quattro tendenze, il sistema regionale non parte da zero. Ci sono numerose esperienze e casi che si possono intercettare in giro per la regione. A volte si tratta di casi strutturati e in grado di trainare altre imprese e di fare sistema, a volte si tratta di casi individuali e isolati. Una operazione assolutamente importante da fare è quella di scoprire e mappare gli innovatori diffusi nel territorio, di portarli a sistema.

Questa necessità di rafforzare ed estendere un comportamento dinamico e di innovazione sistematica su più livelli, ha alcune implicazioni.

La prima è quella di prendere consapevolezza della necessità dell’investimento in risorse intellettuali, diciamo in talenti (più o meno potenziali). Non si parla solo di laureati e diplomati nelle aree tecniche e scientifiche, ma anche nel campo socio-umanistico e persino  in quello artistico-culturale; è necessario mettere in gioco diverse sensibilità e soprattutto creare una classe di innovatori in grado di produrre opportunità di crescita e occupazione per tutta la regione.

La seconda è che la prospettiva di mercato su cui muoversi deve essere necessariamente internazionale; in un mercato interno stagnante se non in calo, l’innovazione può senz’altro aiutare a intercettare nicchie più favorevoli, ma ciò può non essere sufficiente a produrre crescita; anche settori abituati ad esportare poco, come ad esempio l’edilizia, devono porsi, con la logica innovativa richiamata sopra, in una prospettiva molto più ampia di quella regionale o anche solo nazionale.

L’ultima è che, al contrario di certe teorie, cosiddette liberiste, che leggono la globalizzazione come fattore di perdita dei legami territoriali, paradossalmente, questa trasformazione si può realizzare solo in un contesto territoriale fortemente coeso e integrato; le imprese non sono in grado di fare tutto questo da sole. In primo luogo devono sviluppare rapporti di rete e di collaborazione con altre imprese di produzione e di servizio, e con centri di competenza; in secondo luogo, necessitano di condizioni regionali e locali favorevoli per le quali una evoluzione in tal senso possa essere facilitata: sistema della ricerca e del trasferimento tecnologico, sistema della formazione, banda larga, qualità urbana, solo per enunciare quattro temi basilari. E’ ampiamente riconosciuto che mentre si ricercano eccellenze a livello internazionale, rimane necessaria una rete sul territorio con cui collaborare sistematicamente. E si tratta di forme di collaborazione sempre più spostate sugli aspetti immateriali, sui processi che aiutano alla produzione di idee e progetti.

 

La via regionale percorribile. Ecosistema innovativo e specializzazione intelligente

Per supportare questo processo di cambiamento, la Regione ha definito una strategia per il prossimo quinquennio che da un lato cerca di fornire strumenti per mettere in moto queste linee di tendenza da supportare, dall’altro, su richiesta della Commissione Europea ha dovuto delineare alcuni ambiti di specializzazione e priorità di investimento su cui concentrare le politiche regionali in modo da avere il maggiore impatto.

Da questo punto di vista, la Regione ha scelto innanzitutto una via alla specializzazione basata su un approccio sistemico e di puntare, in primo luogo, sui sistemi produttivi in cui ha maturato in modo particolare la propria identità e la propria leadership competitiva: il sistema agroalimentare, il sistema della meccanica e della motoristica, il sistema dell’edilizia e delle costruzioni. Qualcuno osserva che si tratta di ambiti produttivi fondamentalmente tradizionali o di media tecnologia. In realtà, il sistema regionale è riuscito a costruire in questi ambiti delle filiere lunghe, che partono da basi tradizionali radicate sul territorio e giungono fino alla produzione di tecnologia e conoscenza. Vi è stato un chiaro sviluppo per accumulazione graduale, ma continuo che ha portato ad una evidente leadership in termini di qualità e di specializzazione, anche se non sempre, e non necessariamente, di primato tecnologico.

Tanto per esemplificare, il nostro sistema agroalimentare, ad esempio, va dal campo fino alla ristorazione organizzata, passando per tutta la catena di trasformazione, le tecnologie relative, le industrie complementari (chimiche, mangimistiche, ecc.), il trasporto specializzato, la distribuzione; per di più è in grado di essere presente in quasi tutte le sottofiliere, quella delle carni, quella lattiero-casearia, cerealicola, ortofrutticola, vinicola ecc..

Collegandoci al tema della cooperazione, è ampiamente noto che, in particolare il sistema agroalimentare e quello dell’edilizia hanno visto un ruolo fondamentale delle imprese cooperative nella loro strutturazione industriale e nel promuovere quel processo graduale di accumulazione e specializzazione. Così come è noto che vi sono alcune importanti imprese cooperative nel settore della meccanica, casi quasi unici e comunque esemplari a livello nazionale, che hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli ed elevata forza competitiva.

Ognuno di questi tre grandi ambiti produttivi mette assieme più di 300 mila occupati; insieme coinvolgono quindi, circa un milione di posti di lavoro. E’ chiaro che la Regione  Emilia-Romagna non può permettersi di perdere posizioni in nessuno di questi tre ambiti, anche laddove la crisi batte in maniera particolarmente forte come nel sistema dell’edilizia e delle costruzioni. Non si possono disperdere le competenze altamente specialistiche accumulate in tanti decenni.

Il concetto che si tratti di settori maturi o tradizionali è a sua volta poco pertinente. Della meccatronica e della motoristica è ampiamente dimostrata la capacità di attivare domanda di ricerca e di assorbire diverse tecnologie. Il grado di diversificazione dell’industria meccanica regionale è estremamente ampio e nuove nicchie si aprono in continuazione per rispondere all’obiettivo della sostenibilità e del miglior funzionamento dei sistemi produttivi e della mobilità, grazie in particolare alle tecnologie dell’informazione e ai materiali avanzati. Nuove aggregazioni stanno emergendo, come quelle sui motori elettrici, sull’aerospazio, ecc.

Ma lo stesso vale negli altri due ambiti.

Per quanto riguarda il sistema alimentare, ad esempio, la ricerca sta esplorando numerosi percorsi per quanto riguarda le produzioni biologiche, le caratteristiche organolettiche, la sicurezza e tracciabilità, le produzioni nutraceutiche. Ma un campo enorme di creazione di valore riguarda quella parte del ciclo che normalmente rappresentava un semplice costo di smaltimento, gli scarti e i residui; qui si apre infatti il campo della chimica verde: bioplastiche, bioenergia, cosmesi e farmaceutica naturale. Forse si creerà più valore da queste attività che non dalle produzioni alimentari in se stesse, per quanto migliorate qualitativamente ed innovate. Ciò non toglie che anche nelle produzioni alimentari tipiche, vi sia ancora un potenziale molto significativo di incremento delle esportazioni, magari studiando formule nuove, ad esempio con l’aiuto della popolarità e diffusione della cultura gastronomica regionale e nazionale.

L’edilizia a sua volta è divenuta un settore catalizzatore di numerose tecnologie volte in particolare al risparmio e all’autonomia energetica degli edifici, agli aspetti di sicurezza e di automazione domestica, alla sicurezza sismica, alla qualità e salubrità degli ambienti, alla sicurezza nei cantieri. Le tecnologie che vengono mobilitate in questo ambito sono molto numerose, dai materiali alle tecnologie energetiche, dalla sensoristica, alle tecnologie antisismiche. C’è un grande mercato di sostituzione da creare in Italia, cioè di riqualificazione dell’esistente, ma c’è soprattutto, anche in questo caso, la necessità di esportare altrove la capacità di costruzione intelligente che sicuramente è disponibile nel nostro sistema.

Insomma, vi sono le condizioni per un forte rinnovamento industriale che non abbandoni le vocazioni forti del territorio, ma le rinforzi e le riqualifichi, valorizzando il patrimonio di intelligenza che si è accumulato nel tempo e che può crescere ancora di più incontrando la scienza e la tecnologia più avanzata.

 

Il sistema agroalimentare in Emilia-Romagna

Ambito produttivo

Addetti

Quota su     Italia

Indice di specializzazione Italia=100

Attività collegate all’agricoltura, all’allevamento, alla pesca e alla silvicoltura

6.885

10,7

115,7

Industrie alimentari

53.396

12,7

137,6

Chimica per l’agroalimentare

2.550

15,1

164,2

Materiali packaging

2.892

12,7

137,7

Meccanica agricoltura, per l’industria alimentare e il confezionamento

33.512

36,6

397,1

Commercio all’ingrosso prodotti alimentari e per la filiera agroalimentare

43.691

9,2

99,5

Commercio al dettaglio

21.169

7,0

76,0

Ristorazione

52.018

9,2

100,1

Ristorazione organizzata

12.554

10,4

113,1

Servizi per le industrie alimentari

2.246

10,2

111,0

TOTALE

230.913

11,0

119,2

Agricoltura *

80.000

18,7

 

TOTALE INCLUSA AGRICOLTURA

310.913

12,3

 

(Italia=100)

Fonte: elaborazioni da ISTAT, Censimento dell’industria e dei servizi, 2011

*stima per l’agricoltura di Unità di lavoro equivalenti su 206.000 persone impegnate a vario titolo nel settore

 

 

Il sistema dell’edilizia in Emilia-Romagna

Ambito produttivo

Addetti

Quota  su Italia

Indice di specializzazione (Italia=100)

Estrazione di minerali

953

5,31

57,5

Prodotti in legno per l’edilizia

10.131

8,84

95,9

Chimica per l’edilizia

4.239

12,95

140,4

Materiali in minerali non metalliferi per le costruzioni

31.472

18,60

201,6

Prodotti in metallo per l’edilizia

12.343

9,54

103,4

Meccanica per escavazione e per sollevamento

32.544

17,47

189,4

Public utilities

11.290

9,01

97,6

Costruzioni edili ed opere pubbliche

134.446

8,40

91,1

Commercio

20.844

8,71

94,4

Attività immobiliari

34.040

12,10

131,2

Architettura, ingegneria, collaudi

15.308

8,29

89,8

Gestione edifici e paesaggio

42.547

9,43

102,2

TOTALE

350.157

9,91

107,5

Fonte: elaborazioni da ISTAT, Censimento dell’industria e dei servizi, 2011

 

Il sistema della meccatronica e della motoristica in Emilia-Romagna

Ambito produttivo

Addetti

Quota su Italia

Indice di specializzazione (Italia=100)

Produzione metalli o prodotti minerari per uso tecnico

9.054

7,13

77,3

Prodotti in metallo

60.868

11,18

121,2

Elettronica

7.661

10,30

111,6

Meccanica di precisione

5.803

15,32

166,0

Elettromeccanica

17.771

10,70

116,0

Macchine per l’agricoltura

10.945

35,15

381,0

Macchinari e impianti

88.192

20,66

224,0

Automotive

16.247

9,67

104,8

Altri mezzi di trasporto

4.961

5,80

62,9

Installazione e riparazione macchine

17.164

10,72

116,2

Commercio prodotti meccanici e di trasporto

47.656

9,71

105,2

Noleggio macchinari e impianti

2.521

7,46

80,9

Software

17.813

7,67

83,1

Ingegneria e analisi tecniche

31.433

8,76

95,0

TOTALE

338.089

11,51

124,8

Fonte: elaborazioni da ISTAT, Censimento dell’industria e dei servizi, 2011

 

 

Accanto a questa scelta, fortemente identitaria, sono stati scelti alcuni ambiti in cui la nostra Regione potrà avere margini di crescita nel futuro, anche coinvolgendo in misura molto più consistente, occupazione di elevata formazione e qualificazione. Sono stati individuati due grandi ambiti, quello delle industrie legate alla salute e al benessere, e quello delle industrie culturali e creative.

Le motivazioni che hanno portato a scegliere questi due ambiti sono legati al fatto che essi hanno un elevato impatto non solo per la competitività, ma anche per la qualità dello sviluppo. Lo sviluppo industriale e imprenditoriale in questi ambiti, da un lato interseca le esigenze dei sistemi industriali basilari della regione sopra richiamati, dall’altro favorisce anche la riqualificazione e il riorientamento di settori a basso contenuto tecnologico (il turismo, il sistema moda) ed infine, può contribuire alla riorganizzazione inevitabile di alcuni comparti pubblici, appunto quelli legati alla salute e alla cultura. Tali beni pubblici hanno rappresentato esclusivamente un costo per le finanze pubbliche negli anni passati, poco è stato esplorato il potenziale di generazione di imprese, di occupazione sostenibile e di valore.

Il sistema delle industrie della salute e del benessere in Emilia-Romagna si è sviluppato intorno ad un sistema sanitario notoriamente altamente qualificato e specialistico. Sono nate alcune importanti industrie, soprattutto nel biomedicale, nell’elettromedicale e nella protesica, più di recente nelle tecnologie per il wellness in Romagna, un po’ meno nel farmaceutico, pur con qualche caso eccellente.  Settori fortemente innovativi e con elevata propensione all’export. Inoltre, si è sviluppata una parte di sanità privata, l’economia sociale e il terzo settore, che rappresentano una realtà economica in continua crescita. E’ necessaria una strategia per rafforzare questo sistema nelle sue diverse componenti, considerando il potenziale di assorbimento di personale qualificato.

Le industrie culturali e creative, diversamente, sono rappresentate da un’area vasta di operatori, in gran parte molto piccoli e con un basso livello di strutturazione. La grande propensione di un vasto numero di giovani a lavorare in queste attività non trova molto spesso forme dignitose di qualità imprenditoriale e occupazionale. Sia per questo ruolo sociale, sia per l’impatto che possono avere per l’innovazione nel complesso del sistema economico, la Regione ritiene opportuno investire nel rafforzamento di queste industrie, in particolare negli ambiti dell’audiovideo, del software creativo e interattivo, del design, della gestione innovativa dei beni e degli eventi culturali, dell’entertainment.

 

Il sistema della salute e del benessere in Emilia-Romagna

Ambito produttivo

Addetti

Quota su Italia

Indice di specializzazione (Italia=100)

Farmaceutica cosmetica

4.901

6,23

67,5

Biomedicale

9.082

12,22

132,5

Commercio

15.687

7,63

82,7

Servizi sanitari

36.133

7,77

84,2

Servizi assistenziali

6.358

11,80

127,9

Benessere

4.352

12,57

136,3

TOTALE

76.513

8,39

90,9

No profit

 

 

 

Sanità

11.046

6,71

 

Assistenza sociale

24.699

11,36

 

Istituzioni

 

 

 

Sanità

58.690

8,83

 

Assistenza

7.331

10,77

 

Totale No profit e istituzioni

101.766

9,13

 

TOTALE IMPRESE, NO PROFIT, ISTITUZIONI

178.279

8,80

 

Fonte: elaborazioni da ISTAT, Censimento dell’industria e dei servizi, 2011

 

Il sistema delle Industrie culturali e creative in Emilia-Romagna

Ambito produttivo

Addetti

Quota su Italia

Indice di specializzazione (Italia=100)

Articoli educativi e artistici

2.988

5,58

60,5

Apparecchiature audiovideo

642

17,72

192,1

Editoria

12.493

9,69

105,1

Moda

34.354

9,43

102,2

Arredamentp

9.531

6,46

70,1

Commercio articoli culturali e ricreativi

20.821

8,63

93,6

Audiovideo

2.270

4,17

45,2

Software

27.588

7,82

84,8

Architettura

4.630

6,25

67,8

Comunicazione, cultura ed entertainment

21.056

10,00

108,5

Attività sportive

3.038

9,20

99,7

TOTALE

139.411

8,38

90,8

Istituzioni

3.016

8,61

 

No profit

4.643

9,67

 

Totale no profit e istituzioni

7.659

7,99

 

TOTALE IMPRESE, NO PROFIT E ISTITUZIONI

147.070

8,36

 

Fonte: elaborazioni da ISTAT, Censimento dell’industria e dei servizi, 2011

 

Un ultimo elemento di attenzione la Regione l’ha voluto riservare all’innovazione nei servizi, cioè a tutti quei servizi che possono contribuire a migliorare la competitività delle altre attività economiche, manifatturiere e non, in termini di efficienza e di innovazione. E’ un aspetto in cui la nostra Regione non si presenta particolarmente all’avanguardia. Parliamo della logistica, del software e degli altri servizi di comunicazione, soprattutto dei servizi ad elevato contenuto di conoscenza, indispensabili per gestire i processi immateriali a monte e a valle dell’attività produttiva tipica, che, come abbiamo già spiegato nel paragrafo precedente, rappresenta un elemento fondamentale per la creazione del valore aggiunto: servizi efficienti, nuovi servizi.

Elevata frammentazione imprenditoriale e scarsa organizzazione rendono questo insieme di attività piuttosto inefficienti nel sistema regionale, quando dovrebbe esercitare un grande potere di trasformazione economica e sociale.

Rispetto a queste aree in cui focalizzare l’azione regionale di politica industriale, la Regione agirà fortemente in primo luogo sulla ricerca industriale. Da un lato promuovendo iniziative progettuali tecnologicamente avanzate, ma recepibili dal sistema regionale, stimolando la collaborazione tra ricerca e imprese su progetti strategici, da un lato promuovendo l’investimento in ricerca ed innovazione delle imprese più dinamiche, secondo diversi schemi, a seconda del taglio dimensionale e strutturale delle imprese, ma in particolare promuovendo sia la collaborazione tra imprese e strutture di ricerca, sia lo sviluppo di reti per l’innovazione tra le imprese. La parola chiave è quella della diversificazione. Bisogna sviluppare, prodotti, servizi e concetti nuovi, a partire da ciò che già sappiamo fare.

Accanto a questo verranno sostenute le nuove imprese innovative e non, sia nella loro costituzione e primo investimento, sia nella loro espansione, nonché l’innovazione organizzativa basata su nuovi servizi e sulle tecnologie dell’informazione. Nei contesti urbani verranno promossi laboratori aperti per l’innovazione economica e sociale, luoghi di animazione, confronto e progettazione di soluzioni volte a innovare e modernizzare diversi ambiti in cui non si riesce ancora a introdurre i processi di cambiamento necessari per ottenere appunto una Emilia-Romagna competitiva, intelligente, sostenibile e inclusiva; ad esempio sul terreno del sociale e della cultura.

Negli ambiti sopra individuati, la Regione cercherà anche di costruire una governance partecipata. Forum tematici, laddove necessario interassessorili, aperti alle rappresentanze sociali, a esperti di settore, alle imprese che sentono di poter contribuire a meglio definire le strategie regionali, dove si potranno discutere le visioni sul futuro.

 

Un ruolo per le imprese cooperative

Non è in questo articolo che va rimarcato il ruolo storico della cooperazione nello sviluppo dell’economia regionale, che naturalmente è fuori discussione. Ma è importante evidenziare che oltre al ruolo evidente di coesione sociale svolto dalle imprese cresciute attraverso la spinta della cooperazione, esse hanno avuto un ruolo chiave nella strutturazione di alcuni sistemi industriali regionali, normalmente considerati tradizionali, come, appunto, il sistema agroalimentare e quello delle costruzioni, senza dimenticare l’ambito della distribuzione, dei servizi e del sociale.

Il motivo fondamentale per il quale le imprese cooperative hanno avuto in passato questa funzione in grado di strutturare tali sistemi di produzione è che esse non si sono limitate ad una logica solidaristica di tipo difensivo, che avrebbe portato ad un loro sicuro insuccesso. Al contrario hanno avuto un ruolo chiave nella crescita attraverso la ricerca di nuovo valore aggiunto, l’estensione della catena del valore, l’accumulazione di conoscenza. Così una cooperativa di elettricisti è potuta diventare un’impresa di meccanica di precisione o una cooperativa per gestire gli eccessi della produzione agricola trasformarsi in una impresa leader negli alimenti surgelati.

Naturalmente nel sistema emiliano-romagnolo la cooperazione gioca un ruolo importante, superiore a qualsiasi altra regione italiana. Ma il sistema produttivo regionale si caratterizza fortemente anche per altri modelli imprenditoriali: una grande presenza di micro imprese, una rete crescente di piccole e medie imprese, un numero non elevato, ma non trascurabile di grandi imprese, ormai sempre più con proprietà estranee al territorio.

Nella valutazione delle capacità di resilienza del sistema emiliano-romagnolo nel corso degli ultimi decenni, sono stati evidenziati diversi aspetti della struttura produttiva, ma non questa molteplicità dei modelli imprenditoriali. In realtà, una diversa chiave di lettura può evidenziare l’importanza di questa molteplicità; a seconda delle diverse fasi competitive, il testimone di trainare la crescita è passato da un modello all’altro, ognuno riuscendo a compensare le eventuali difficoltà degli altri nelle fasi di cambiamento degli scenari competitivi.

In questi anni di crisi dal 2008 in poi, è tuttavia apparso che tutti i modelli di impresa si sono trovati in qualche modo in difficoltà. Una crisi di portata epocale come quella che abbiamo attraversato, come spiegano chiaramente anche le parole di Paul Krugman, almeno in una prima fase ha colpito ovunque. Ora, in una fase di necessaria reazione e rigenerazione del sistema, che cosa potrà succedere?

E’ evidente che l’area delle piccolissime imprese è quella più esposta, con poche armi a disposizione per affrontare questa fase competitiva. E’ una popolazione molto vasta con numerosi casi particolari, ma la tendenza generale, è piuttosto grigia e non potrà che sperare nell’effetto indotto dalla ripresa delle altre imprese.

Le piccole e medie imprese, sono quelle che mostrano la maggiore vivacità e un esasperato dinamismo, pur presentando in molti casi situazioni di difficoltà o di scarse possibilità dal punto di vista finanziario, che possono limitare in parte il loro potenziale di  investimento in innovazione su tutte le leve sopra richiamate. Tuttavia, vi sono casi straordinari dal punto di vista delle scelte e delle intuizioni produttive, ma, anche a causa della restrizione del credito, a volte le possibilità di crescita trovano una strozzatura se non interviene una qualche operazione straordinaria a livello finanziario.

Bisogna dire che al momento appare che il contesto più rassicurante, dopo i primi anni di crisi, soa quello delle grandi imprese di proprietà di gruppi industriali e finanziari, spesso stranieri, che hanno compreso che la Regione Emilia-Romagna è un posto ideale per svolgere attività produttive. Si osserva in diversi casi (naturalmente con qualche eccezione, soprattutto nelle situazioni più obsolete) la convinzione dei gruppi proprietari di investire in espansione e in ricerca sul nostro territorio. Questo è senz’altro un dato positivo che potrà avere effetti importanti in termini di ricadute moltiplicative in futuro. Certamente tiene al di fuori della nostra regione il presidio strategico.

Ci si può domandare se il futuro dell’Emilia-Romagna si legherà in modo così determinante a soggetti finanziari esterni, bilanciato dalle piccole e medie imprese che tuttavia, sono spesso oggetto di acquisizione una volta che riescono ad intraprendere percorsi di successo e crescita. Certamente, il contesto socioeconomico risulta sempre più aperto e non c’è da preoccuparsi in modo eccessivo, soprattutto finché gli investimenti arrivano. Ma davvero non ci sono forze endogene regionali sufficientemente forti e organizzate per essere protagoniste fino in fondo?

Le imprese cooperative hanno al loro interno, nel proprio DNA, molti elementi che sono potenzialmente determinanti se vengono messi a frutto proprio in quell’ottica di generazione di valore aggiunto che anche nella loro storia hanno perseguito. Conciliare competitività, cioè valore economico, e valori collettivi, fa parte della missione delle cooperative. Dal punto di vista delle strategie di impresa non è necessario altro che confermare il percorso precedente in uno scenario nuovo che è appunto quello della bassa crescita, e di conseguenza, del cambiamento, della concorrenza dinamica, dell’innovazione continua.

La condizione è che si stimoli ancora di più l’introduzione, insieme alle risorse umane, di una cultura e propensione alla sperimentazione e che questo venga svolto in modo sempre più aperto verso il resto del sistema regionale. In sostanza ci vorrebbe una combinazione tra il protagonismo e il dinamismo delle piccole e medie imprese e la capacità di convogliare verso la coesione e la risposta a bisogni e valori che il mondo della cooperazione molto spesso riesce a organizzare.

Rispondere con l’innovazione continua e lo sviluppo competitivo alle sfide sociali e ad uno sviluppo di qualità. E’ questa la via per una competitività di sistema. Una osservazione del tutto impressionistica, in questo momento fa pensare che siano più le piccole e medie imprese a sviluppare questa duplice sensibilità e a cercare di portarla avanti con tutta la loro ostinazione e tenacia, pur con gli elementi di rischio e di fragilità che a volte le possono caratterizzare. Mentre le grandi imprese a proprietà estera vengono trainate da strategie di sviluppo delle rispettive corporates, il sistema cooperativo potrebbe entrare in modo più forte in gioco, garantendo un presidio forte al cambiamento ed entrando in sinergia collaborativa, non proprietaria, con il mondo dinamico delle piccole e medie imprese e con il mondo della ricerca.

Lo scenario competitivo non è tale da poter far assegnare alle cooperative un ruolo trainante, a fronte della forza che in questo momento ha il capitalismo finanziario e che al momento è bene che intervenga anche nella nostra regione. Tuttavia esse possono esserne un contrappeso radicato sul territorio in grado di confrontarsi in modo non subalterno, confermando nella nostra regione un sistema aperto e differenziato, dinamico, ma saldo sul territorio.

Non è possibile dire se ciò sarà sufficiente, di fronte alle tendenze macroeconomiche nazionali ed europee, a garantire crescita alla nostra regione. Di sicuro può attenuare gli effetti di questa crisi strutturale e, non si sa mai, garantire un forte slancio nel caso di un contesto esterno più favorevole.

 


[1] “Do we face secular stagnation?” trascrizione di un intervento dell’autore al Dipartimento di Economia dell’Università di Oxford, 4 novembre 2014

 

Category: Osservatorio Emilia Romagna

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About Silvano Bertini: Silvano Bertini è laureato in Scienze politiche all'Università di Bologna. E' stato Senior researcher per Nomisma (Bologna) dal 1988 al 1997. E poi stato Research manager per l'Istituto per il lavoro (Bologna) dal 1988 al 1989. E' dal 1989 responsabile per la Regione Emilia Romagna del Servizio politiche di sviluppo economico, ricerca industriale e innovazione

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