Mario Guaraldi: Tre interventi sul Far Web

| 29 Luglio 2013 | Comments (0)


 

 

 

 

1. Mario Guaraldi: La sagra dello strozzalibro [2013]

 

Rileggo con disagio, a un anno di distanza,  la mia cronaca del  penultimo Salone del libro: impietosa , nel senso letterale del termine (http://www.guaraldi.it/scheda.php?lang=it&id=165&type=art).

Non mi  rendo conto, quando scrivo,  di avere una prosa così violenta, così totalmente mancante di pietà verso ciò che osservo. Credo dipenda dal fatto che mi è difficile considerare meritevoli di pietà il luogo comune, la stupidità, la grettezza, la banalità, la volgarità,  il pensiero burocratico. Eppure dovrei sapere che proprio queste sono  le vere forme di povertà che meriterebbero più misericordia.

Sapendo ahimè di non riuscirci,  mi sforzo di guardare con occhio diverso  questo povero ventiseiesimo Salone del Libro 2013, io che ne ricordo addirittura i palpiti della sua nascita, nei Padiglioni della vecchia Fiera, come ne percepisco oggi  i tremori e i rumori di quella che non pare un’agonia, ma forse lo è. Mi impongo uno sguardo più pacato,  non solo perché vi  sono tornato dopo tanti anni in veste di espositore, contraddicendomi  , ritornando sui miei passi, piegando il mio cattivo carattere  alle nuove esigenze  promozionali della ennesima rinascita;  ma proprio per cercare di capirne il disagio che continua  a percorrerlo in profondità.

 

Scena prima.

Dopo circa quarant’anni , un’inezia, passo a salutare Sergio Giunti. La sua Casa editrice era già un gigante quando io ero solo un iroso bruscolino, a Firenze, nei primi anni settanta; oggi è un colosso strutturato verticalmente (stabilimento tipografico) e orizzontalmente (varie sigle, distribuzione e Librerie).  Sergio è noto per la sua altezzosa scontrosità, mette davvero tutti in soggezione, nessuno osa andargli contropelo. Quasi impossibile avvicinarlo, dribblando i suoi funzionari-mastini.  Invece mi fa festa; e parla e dice cose sorprendenti con un sorriso che assomiglia a un ringhio: “Ho 1.200 dipendenti, se non fatturo almeno 200 milioni non pago lo stipendio che fa vivere 1.200 famiglie. Invece , il mercato è sempre più stento,  la carta è alla fine …”. Trasecolo.

Gli stand dirimpettai, Mondadori, Feltrinelli, più lontano RCS, barricati come castelli medioevali, brulicano letteralmente di sardine umane che dopo aver pagato un biglietto salato come si conviene  per entrare al Salone, comprano senza sconto gli stessi libri che avrebbero potuto  trovare, scontati,  nella libreria sotto casa , o su Amazon … I Dirigenti con la D maiuscola, gongolano: 50% in più di vendite rispetto all’anno scorso! Possibile ? E la crisi irreversibile di cui parla Giunti?  Qualcosa non torna…

Azzardo una ipotesi, sovvenendomi  dello sgomento provato nell’impatto con i miei 42 ragazzi diciannovenni del primo anno dell’Accademia di Belle Arti di Rimini, appena tre mesi addietro. Quanti di voi hanno letto un libro su un  e-Reader ? Tre. Che titolo volete dare al saggio che dovremo progettare,scrivere e  impaginare, per questo corso ? “Nostalgia della carta” ? Quanti di voi hanno letto un libro di carta nell’ultimo anno ? Silenzio, brusii. Vi ricordate il titolo dell’ultimo libro che avete letto? No. Ma come si fa ad avere nostalgia di qualcosa che non conoscete? “Il libro di carta è comunque meglio, l’i-Pad è per vecchi, basta vedere chi  l’esibisce  sul treno” ( I vecchi hanno quarant’anni, n.d.r.) Cosa vi attira in un libro? “La copertina”.

Il pubblico del Salone è composto  in gran parte da orde di studenti  di ogni genere ed età in trasferta coatta, senza budget, collezionisti di segnalibri e gadget, i più intelligenti (e temerari) rubano qualche libro incustodito. Gli altri, le famiglie, i ragionieri,  le zitelle solitarie, le sardine, affollano gli stand dei grandi editori, comprano il libro del solito noto della televisione, esattamente come comprano porchetta gelata e strozzapreti collosi alle superstiti Feste dell’Unità e alle Sagre paesane, mangiando male e in piedi, pagando più di quanto costerebbe una buona cena in una normale  Trattoria… Il Salone non è che una piccola evasione dalla prigione scolastica e una grande Sagra paesana.

La gente ama la gente, è una festa perbacco!,  si compra one-shot, una tantum, una volta all’anno. Quando i piedi fanno male si torna a casa, si dimentica il libro appena comperato sullo scaffale  sopra il televisore. Se ne leggeranno alcune pagine, ci si accorgerà che è più facile guardare la TV e lo si abbandonerà al suo destino di preziosa  e noiosa rarità profumata di carta da godere al tatto.  Il prossimo budget di 20 euro riservato al libro  è per la prossima Sagra del Libro Fritto, fra un anno.

Nel frattempo chiuderanno altre 100 librerie,  il venduto cartaceo fletterà di un  altro 10% , gli eBook cresceranno fino a conquistare la vertiginosa quota di mercato del 3%, Sergio Giunti ululerà alla luna. Quadratura del cerchio.

 

Scena seconda.

A venti metri di distanza, il gigantesco stand biancoazzurro di Kobo, l’e-Book Reader concorrente del Kindle di Amazon, adottato da Mondadori, è quasi deserto. Fa il paio con l’altrettanto deserto Stand della Gran Loggia d’Italia ALAN, che non so cosa significhi. I mantelli bianchi dei framassoni  in esibizionistica passeggiata ben si addicono alla rarefatta atmosfera mistico-tecnologica di Kobo; sembra di essere sul set di Guerre stellari,  nuova puntata sul Grande Architetto dell’Universo . Bambinerie per adulti: moderne tecnologie di lettura e arcaiche simbologie templari.

Disertate in massa, entrambe, dai ragazzi: “roba per vecchi”, come dicono i miei allievi. Possibile ? Certo. Mondadori, partner Italiano di Kobo, si rallegra di aver venduto una milionata di macchinette e di eBook, alla faccia di Amazon. Ogni macchinetta venduta tre eBook in omaggio. E dopo ? Tasto  con la mano, dentro la cartella, i miei due eReader e il mio iPad. Mi vergogno quasi di confessare che dopo averli studiati per benino io stesso  li ho  abbandonati al loro destino di oggetti. Ripenso ai ragazzi dell’Accademia, stufi di tecnologie di lettura di cui non sentono la necessità.

Mi affretto verso l’unico incontro che mi attira, quello titolato “La strana coppia”, bel titolo per dire del rapporto fra libro di carta ed eBook, in libreria: alleati potenziali, non nemici. Com’è ovvio sul libero mercato, tre “gestionali” si contendono le vacche magrissime di 7-800 librerie.

Già dire “gestionale” evoca lo spettro di schermate complicatissime, roba da ingegneri, per scoprire che quel titolo, accidenti,  non è a scaffale, ma lo posso ordinare alla PDE , o alle Messaggerie, ma magari è esaurito (e via i codici gialli, rossi, verdi, come un pronto soccorso) e l’editore non ha interesse a ristamparlo nelle classiche 700 copie delle ristampe, costa troppo!; ma udite  udite: è disponibile in formato ePub, o forse solo in PDF , dunque lo puoi ordinare,  te lo trovi a casa sul tuo PC, o sul tuo eReader, ma non su Kindle, formato proprietario, e certo, c’è il problemino di una complicata interfaccia col la Piattaforma distributiva – a scegliere fra  Edigita, Book Republik , Simplicissimus e quant’altri –  si sa, bisogna proteggere l’autore con un DRM a prova di smanettoni, oppure no, chissà,  forse basterebbe il watermark…

Dopo le softerhouse parlano i gestori delle suddette piattaforme, dopo i gestori  gli editori che  concedono bontà loro i propri titoli, dopo gli editori  i librai… Ma perché –  dice il simpatico libraio virtuale Rigoli –  invece del gestionale, non offrire alle librerie di customizzare col proprio nome un bello Store digitale?

Fuggo col mal di testa e anche un po’ di nausea per tentare di entrare alla Lectio Magistralis di Gian Arturo  Ferrari sul Futuro del Libro e dell’eBook:  non si entra per eccesso di sardine.  Sospiro di sollievo: fatico a dimenticare quando nel 2000 mi sbracciavo a raccomandargli la necessità dell’email per i suoi redattori… Ma Gian Arturo è bravo e ci ha messo poco a cavalcare l’onda e a scoprire che quando piove bisogna aprire l’ombrello. O forse no: ho visto cose che voi umani….ricordate la pioggia che riga il volto dell’androide braccato e che prima di morire lancia la colomba?

Mi domando come si fa a sprecare occasioni del genere – il dibattito sui “rapporti” fra forme dello stesso contenuto – senza andare alla radice  del  “problema distributivo”.

Mi sembra così semplice: il sistema “analogico”  prima  produce delle merci, poi le distribuisce, con  tutte le contraddizioni e le complicazioni di cui sopra. Il sistema “digitale” consente di distribuire prima i soli contenuti immateriali e poi produrli  e consegnarli, on demand, nelle forme e nelle modalità richieste.  Si stampa  solo dopo aver acquisito l’ordine dall’utente finale. Personalizzato. Col  Marchio della libreria che ha raccolto l’ordine. Con la dedica alla morosa o alla mamma.. Elementare. Amazon lo fa da anni, senza che nessuno se ne sia accorto.  Basta fare la stessa cosa con gli ordini pescati in  Libreria invece che nel web! E’ la nostra proposta al Salone: un tavolo touch a disposizione del cliente, un mega Kindle collettivo, su cui visualizzare, sfogliare e ordinare il libro scelto da un grande  scaffale liquido.

Si contendano  pure i produttori di libri massmarkettari  i pochi metri lineari delle librerie per adescare la propria clientela: le altre migliaia di titoli prodotti dagli editori non staranno stretti  nei 30 cm quadrati  del nostro  tavolo touch , terminale bidirezionale che collega lettore, autore, editore in un ritrovato circolo virtuoso, dove si può cercare, condividere, comprare, caricare i propri files per un autentico self-publishing , con la mediazione di un libraio che finalmente ritrova la sua identità di “aggregatore” (argh, parola maledetta!)  di propensioni , interessi, passioni … Un ritrovato social network fatto di gente viva che si frequenta, nella realtà come in second life poco importa, che  se obesa e solitaria, sa ironizzare sui propri avatar longilinei e bellissimi, che non disdegna di entusiasmarsi per le nuove frontiere tecnologiche che espandono le proprie potenzialità senza necessariamente sfociare nell’onnipotenza o nella banalità dei fiori di Bach…

E’ una prospettiva ben diversa dalla sorda guerra fra produttori di macchinette tecnologiche per masturbatori solitari, cellulari ultra-potenti da usare rigorosamente in solitudine, per scarafaggi umani che fuggono la luce che impedisce di vedere dentro il proprio iPhone, le dita sempre in  movimento a rincorrere qualche amicizia inesorabilmente lontana.

Il mondo dei libri è un mondo di contenuti, non di forme.  Non è un problema di carta o di eBook. Il libro è un servizio, non una merce.

 

Scena terza

Cerco inutilmente nel programma gonfio di incontri, nelle sale blu rosse e  gialle, nei caffè sponsorizzati dai cioccolatai, qualcosa di diverso dalla promozione vendite.  E’ una macroscopica occasione perduta nel brusio di mille voci che si sovrappongono, quelle dei  venditori  ambulanti di merci ben confezionate, di corse al ribasso, di occasioni da non perdere,  libri a 99 centesimi, hard cover  con sovraccoperte in trancia e oro a caldo a 9,90. La crisi del libro affrontata sul tema del prezzo, su margini calcolati in centesimi . Nessuna capacità di guardare all’orizzonte, gli occhi fissi alla terra bassa del mercato. Una gigantesca opportunità sprecata. Quella di una Costituente per il libro, ad esempio, che riunisca editori, distributori e librai per ridisegnare una nuova modalità di progettare, produrre e distribuire contenuti ai quali continueremo a dare il nome di “libri” ma che saranno tante cose diverse, a partire dai servizi per la formazione a scuola,  protagonisti gli insegnanti, non il gruppetto di editori monopolisti dell’editoria scolastica. Invece, sorprendentemente, vedo solo colonnelli e generali disquisire nelle salette riservate degli stand delle Forze armate, di terra di aria e di mare,  carabinieri che distribuiscono  il loro monumentale calendario, poliziotti in divisa offrire al pubblico matite e gadget di varia natura, crocerossine che distribuiscono caramelle fasciate nella  loro candida divisa. Cosa centra tutto questo col Salone del libro ? Sono questi i nuovi protagonisti del dibattito culturale nel nostro Paese ? Sull’altro versante della cultura materiale ecco  i ricchi mega-stand delle Regioni che affettano prosciutti d’Abruzzo a go-go, calici di pregiati vini piemontesi, formaggi ciociari, speck trentini… Concorrenza sleale, quella del cibo rispetto alla carta. Cibo che invade il mondo della carta, i libri di cucina affollano un’intera area del Padiglione 1.

La nostra Storia del cibo negli ultimi due secoli, di Piero Meldini è un pesce culturale fuor d’acqua che cerca invano ossigeno fra i fornelli della Clerici e le aride padelle della Parodi…

Cerco una conclusione, un bandolo, senza trovarlo: non per eccesso di complessità, ma al contrario. Per eccesso di ovvietà .

Gli editori che gremiscono il Salone sono come bisonti al galoppo verso il baratro che non vedono: pesanti come i loro scatoloni di libri, la merce più pesante che esista. Pesanti nei contenuti, nella grafica, nel modo di proporsi al pubblico, merce da bazar, contenuti affastellati: libri da frittata, appunto.

L’immagine finale di Blade Runner mi sembra la più appropriata per concludere questo post.

Il libro-colomba lanciato nella pioggia della crisi dal morente editore (Roy Batty) che si credeva immortale è la sola ragione di speranza. Come la bella replicante Rachael, salvata da Deckard, che pure non si sa se vivrà….

 

 

 



 

2. Mario Guaraldi Lamento funebre dell’editore-navigante nella tempesta e i tre fari per non fare naufragio [2011]



Il primo aspetto su cui occorre ragionare, parlando di e-book, è che viene a crollare il concetto unitario di “libro” derivante dalla sua “merceologia cartacea”.
Nell’era analogica e gutenberghiana, il fatto stesso che tutti i libri fossero stampati su carta, richiedessero la stessa tecnologia produttiva e fossero canalizzati per il loro smercio in un unico e tendenzialmente esclusivo circuito (le librerie almeno fino allo scossone dei libri in edicola e dei best-seller nei grandi magazzini), bastava a legittimare la pretesa di parlare di “libro” come astrazione concettuale (“opera dell’ingegno”) che nessuno si sognava di mettere in discussione. Per questo motivo le Associazioni di categoria hanno per decenni cavalcato e invocato provvedimenti “a favore del libro” (non meglio specificato).

Ma non poteva sfuggire a nessuno che la struttura stessa dei luoghi deputati alla vendita del libro denunciava da sé stessa la falsità dell’assunto, indicando con una opportuna segnaletica i settori e gli spazi in cui i libri vengono raggruppati per tipologia di contenuto: ad esempio “filosofia”, “storia”, “fotografia”, “cucina”, “erotismo”, “narrativa italiana” ecc. secondo l’intelligenza e l’abilità del libraio o del capofila della catena di librerie (Feltrinelli docet!).
In altre parole, la libreria appariva – e appare – come l’ultimo residuo storico del vecchio “bazar”, spazio di vendita che per definizione offriva ai clienti le merci più disparate.
Nessuno nega ovviamente che anche in questo consisteva il fascino di questo luogo, esattamente come i turisti europei restano tuttora affascinati dai bazar orientali.

La recente polemica sulla richiesta di estensione all’e-Book del privilegio di un’iva ridotta come per il libro cartaceo riassume bene l’assunto, che pure continua a scandalizzare molti che confondono la natura del contenuto con la sua qualità. La verità è che non ha senso invocare un privilegio indifferenziato per una “merce” non più caratterizzata dalla sua vecchia “merceologia” bensì dai rispettivi contenuti immateriali. Ammesso infatti e non concesso che i “contenuti culturali” meritino un trattamento fiscale agevolato, o addirittura uno sgravio totale (come, in ipotesi, i libri di testo scolastici, i testi universitari e di ricerca scientifica) non si vede francamente per quale motivo i costosi manuali per commercialisti o le ponderose raccolte di giurisprudenza, per non parlare delle merceoleogie “di lusso” – come i coffee-table books realizzati dalle Banche per la rispettiva clientela esclusiva – dovrebbero essere considerati meritevoli di identico beneficio, indipendentemente dal circuito distributivo adottato, analogico o digitale che sia. Si tratta banalmente di merci diverse.
Questo dato dell’Iva, in realtà, non è significativo in sé, ma è un’utile cartina di tornasole per ripensare totalmente alle nuove modalità di essere del libro-multiforme con pricing differenziati in relazione alle varie modalità distributive e alle varie forme di fruizione dello stesso “prodotto”.

Più interessante, dal punto di vista concettuale, attorno al tema che vorrebbe premiato il contenuto rispetto alla sua forma, è la battaglia di retroguardia che le Agenzie per l’ISDN – banalmente gli uffici anagrafici del libro – stanno conducendo pretendendo che ogni “forma(to)” del libro (carta, PDF, ePub, Mbi, Kindle ecc.; e addirittura che ogni tipo di commercializzazione “protetta”) abbia un proprio ISBN! Come dire, registrare tante volte all’anagrafe il proprio figlio a seconda delle camiciola che indossa!
Un paradosso che la dice lunga sulla volontà di destituire della corona regale il famigerato contenuto : “Content is its shirt”, altro che “Contenti is king”! Da notare che basterebbe un dodicesimo numero aggiuntivo allo standard ISBN per precisarne la forma di fruizione potenziale, ammesso e persino concesso che sarà utile quantificare i circuiti di fruizione di quell’unico contenuto.

Viene dunque il sospetto che la scelta adottata dalle Agenzie Nazionali per l’ISBN ( l’AIE ha diffuso una “direttiva” in merito!) serva solo a moltiplicare per 5 o per 6 il lucrossisimo “ affare”[2] di vendita agli editori dei numeri di identificazione dello stesso contenuto! Personalmente propongo a tutti i colleghi di rispondere a questa ridicola pretesa con una fragorosa risata.
Il futuro ci riserva tuttavia un duro lavoro di “messa a punto” di una nuova “normativa”: ma di fatto, è impossibile ipotizzare nuove “regole del gioco” quando tutte le carte sono per aria, sotto il soffio, da un lato, delle nuove tecnologie che mutano il panorama del mercato di giorno in giorno; e, dall’altro, delle strategie di marketing messe a punto dagli attori principali (non più solo i proprietari di contenuti, gli editori, ma soprattutto dai padroni della circuitazione web) che in questa fase cercano di annusare nuovi modi di generare un legittimo profitto in un contesto storico e tecnologico agitato dal cambiamento in atto.


TRE FARI PER NON FARE NAUFRAGIO In questo mare tempestoso, ritengo personalmente che si debbano tenere ben fissi gli occhi sui almeno 3 fari che segnaleranno agli editori naviganti nel web la possibile costa di approdo e dunque una via di salvezza.

1. La pertinenza dei formati di utilizzo ( ovvero : sono i contenuti a dettare legge sui circuiti che li veicolano) La dimensione liquida e diffusa del web consente l’emersione delle nicchie di interesse. E’ quasi certo che si venderanno più singole copie di milioni di titoli tutti diversi che non milioni di copie di uno stesso titolo: una tendenza opposta a quella che ha dominato le regole dei best-seller nel mondo analogico.
La costosa produzione del vecchio libro cartaceo, la costosissima distribuzione tradizione volta a un risibile numero di “punti vendita” deputati (le librerie-bazar) e la rincorsa di una “tiratura prestabilita” adattata all’investimento, con conseguente allineamento verso il “ minimo comune denominatore” dei livelli di qualità dei contenuti rivolti al mercato consumer, può lasciar posto, nell’era dei contenuti immateriali, al privilegio del “massimo comune multiplo” sul piano della qualità.
Ora, non tutti i “contenuti” vanno bene per un unico “standard” digitale di distribuzione, come pretenderebbe il pur benemerito e-Pub.
Questa logica “omologante” ha troppo l’occhio rivolto ai produttori dei devices di destino, in concorrenza fra di loro; e troppo poco alle esigenze dei “contenuti editoriali”.
Per tutti noi, nati nell’analogico, il libro è davvero la sua “forma” : non solo nel senso del suo aspetto esteriore (dimensioni, rilegatura, qualità della carta) ma soprattutto nel senso della qualità estetica del suo “impaginato” interno.
Margini, caratteri, corpi, spaziature, illustrazioni contestualizzate e quant’altro erano tutt’altro che meri “aspetti tecnici” affidati alla sensibilità grafica dell’editore o del grafico: erano e sono una sorta di “metalinguaggio” che si somma inscindibilmente alla “lingua scritta” e ne amplifica la capacità espressiva, esattamente come le espressioni facciali integrano e amplificano il senso del linguaggio verbale.

E’ fin troppo evidente che un libro d’arte, ad esempio, o di architettura, esige quell’impaginazione mutuata dalla concezione cartacea che ancora le nuove tecnologie non hanno “rimpiazzato” in maniera credibile.
Con l’avvento di Internet, questo “formato” rendeva soprattutto possibile affidare questo complesso lavoro espressivo, immodificabile, alla rete, sia pure in forma di bit, in modo che il destinatario “remoto” – fosse esso una tipografia all’altro capo del mondo, o semplicemente un computer – potesse fruirlo o stamparlo “esattamente come era stato pensato e voluto dall’editore”. Il mitico PDF rese esaltante la fase pionieristica di chi vedeva con chiarezza i limiti, anzi le assurdità, della commercializzazione cartacea rispetto alle ragioni del “Print on Demand [3].
Ma gli editori “tradizionalisti” si misero di traverso per ragioni più che comprensibili: come proteggere il diritto d’autore (eufemismo per dire “diritto d’editore”) una volta scaricato il file PDF dal computer? Ben si sa che non c’è protezione che tenga di fronte agli smanettoni! Sarebbe stato un suicidio! E poi, chi mai credeva che un libro si potesse leggere su un monitor?
Fu una lunga, estenuante battaglia…

La scomparsa del PDF dalle logiche degli attuali grandi distributori planetari di contenuti digitali, non può non insinuare il sospetto che si stia giocando una “partita degli standard” che tiene conto di tutto tranne che delle esigenze dei contenuti culturali, per ovvie ragioni di interessi miliardari. E la costosissima, ultima generazione di DRM iper-protetto messo in campo da Adobe, non fa che confermarlo. E’ vero infatti che un romanzo o un saggio con testo corrente sono perfettamente leggibili su Kindle, o su un qualsiasi altro device, quasi meglio che sulla carta ; ma per un libro fotografico il lutto del “vecchio” impaginato come metalinguaggio essenziale, è tanto più cogente quanto più appare insoddisfacente la costosa e forsennata “rincorsa” attuale del formato ePub, e la troppo repentina “conversione” in massa degli editori a questo formato … che sta arricchendo i Services indiani.


2. Il digital lending (ovvero: il sistema bibliotecario come nuovo “mercato” di riferimento) I sistemi bibliotecari rappresentano attualmente la più formidabile ed estesa rete di presidio culturale sul territorio che si possa immaginare[4]. Davvero il sistema bibliotecario mondiale, nelle sue mille sfaccettature e caratterizzazioni, può essere paragonato al sistema di circolazione sanguigna nel corpo umano: qui pulsa e circola il sangue della cultura. La rete commerciale delle librerie e persino delle cartolibrerie-bazar, così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, con le sue poche centinaia di “punti vendita”, appare ridicola, scompare letteralmente rispetto al radicamento capillare del sistema bibliotecario.
Intendiamoci: non ho nessun pregiudizio nei confronti dei circuiti commerciali. Mi limito ad osservare che essi bastano a loro stessi. Il criterio di selezione di un best-seller attiene alle regole del mercato. Il libro-merce, mi sta benissimo. Basta trattarlo per quello che è: una merce. Ma il libro a contenuto culturale e scientifico è un’altra cosa. Confondere i due libri, indipendentemente dal fatto che siano fatti entrambi di carta o siano entrambi in veste e-Book, sarebbe un errore clamoroso.
Io credo che il mondo bibliotecario, forte dei suoi numeri, debba fare sentire chiaramente la propria voce nell’agone attuale. Il mondo delle Biblioteche deve dire con chiarezza che cosa chiede al mondo dei produttori di contenuti.

Tutti coloro che concepiscono e trattano, come proprio “specifico”, dei contenuti editoriali – possedendone il Copyright o qualunque cosa gli assomigli nell’era della massima riproducibilità tecnologica – con esclusione cioè dei fornitori di servizi di self-publishing a pagamento, che per l’appunto non posseggono alcun diritto sui titoli che pubblicano in maniera mercenaria – dovrebbero essere trattati dal mondo bibliotecario come propri interlocutori privilegiati ed elettivi.
E la richiesta dei Bibliotecari agli Editori dovrebbe partire proprio da quei piccoli accorgimenti cui accennavo all’inizio e che colpevolmente non sono mai diventati richieste o rivendicazioni nei confronti della corporazione editoriale.
Sebbene sia il mondo editoriale che quello bibliotecario si nutrano di contenuti culturali, essi paiono invece reciprocamente estranei e addirittura ostili. Tuttavia, è solo apparentemente strano che siano fra loro così drasticamente alieni.

Una ragione evidentemente c’è ed è ovvio svelarla: l’editoria è il mondo dove contenuto vuol dire vendita e proprietà, mentre la biblioteca è il mondo dove contenuto vuol dire gratuità e servizio. L’editore vende per proprio profitto, il bibliotecario compra per il profitto altrui.
Se oggi i due mondi si guardano in cagnesco, resta da domandarsi se la reciproca ostilità sia “ragionevole” in tempi in cui la tecnologia ha reso possibile quello che fino a ieri era un puro paradosso se non addirittura una contraddizione in termini : il “prestito di un contenuto digitale”.
Bastava guardare ial modello americano di Overdrive – colosso ante-litteram del Digital Lending operante da anni – per capire il potenziale interesse di convertire al digitale la tradizionale offerta di acquisto cartaceo delle Biblioteche. Il mercato italiano potenziale di questo servizio è costituito da circa 16.000 biblioteche ( di cui 6.000 pubbliche di ente locale – con un bacino d’utenza reale di circa 6 milioni di persone su base nazionale – 46 biblioteche pubbliche statali e 2.500 biblioteche nelle università statali; cui vanno aggiunte le biblioteche italiane all’estero – ad esempio Istituti di cultura statali, dipartimenti universitari di italianistica ecc. – e le public library che collezionano anche titoli italiani).

Un mercato davvero straordinario in termini di potenziale d’acquisto di contenuti, ma contemporaneamente un mercato deputato a raccogliere preziose indicazioni di “gradimento” e “richiesta” da parte del pubblico che fruisce gratuitamente dei servizi di prestito bibliotecario : oserei dire uno straordinario “strumento di marketing” reale per il mondo dell’editoria.
La realtà italiana vede già operante da tre anni una interessante piattaforma di distribuzione di contenuti digitali che sperimenta tutte le forme di digital lending oggi esistenti sul mercato (dallo streaming al download a tempo) a 360 gradi su tipologie multimediali (non solo libri ma anche musica, film, audiolibri, quotidiani, ecc.) e formati. Con l’obiettivo di rispondere alla multimedialità della domanda di contenuti effettivamente proveniente dal mondo delle biblioteche.


3. La produzione multilingue (ovvero: L’allargamento planetario del mercato ) Se non l’avessi letto oggi coi miei oggi sul prestigioso inserto domenicale del Sole24 ore avrei temuto di aver pensato una sciocchezza (come mi aveva bonariamente fatto notare un mio amico che lavora ai vertici di una grande casa editrice). Il guaio è che lo sostengo ( e lo scrivo) da anni.
Scrivono Mike Shatzing e Marco Ferrario sul Domenicale[5]:” In teoria, non sarà più necessario per un editore americano (…) vendere i diritti a editori non di lingua inglese, se ciò che gli manca è la traduzione e l’editing nella lingua locale. Potrà farseli da solo.(…) gli editori del pianeta si troveranno di fronte alla sfida di valorizzare in maniera diversa il patrimonio di diritti che hanno in portafoglio…”.

Già oggi il web è capace di trasmettere contenuti in forma digitale in oltre 1.000 lingue scritte, a costo zero, favorendo l’integrazione multietnica e la formazione delle nuove generazioni.
Una “Babele” sconosciuta al mondo editoriale, chiuso nei recinti delle rispettive aree linguistiche, regolato da leggi secolari di interscambio e di vendita dei “diritti stranieri”, riti che si compiono puntualmente ogni anno nei vecchi santuari delle grandi Fiere del Libro ( come Francoforte). In questa prospettiva di “recinti linguistici” intercomunicanti per via contrattuale con la mediazione dell’universo dei traduttori, succedeva che alcuni mercati fungessero da “test” di marketing: un best-seller americano non poteva non esserlo anche in Europa; e il dato di vendita fissava la quotazione della traduzione nelle altre lingue.
Questo dato di fatto era fisiologicamente determinato dalla “inaccessibilità” dei mercati di differente area linguistica: un editore italiano che avesse preteso di vendere un proprio autore direttamente negli Usa si sarebbe trovato a soccombere prima ancora di poter mettere piede da Barnes & Noble!
Ma oggi il web ha abolito le dogane e persino le frontiere (salvo che per gli aspetti fiscali) e persino il sito della microscopica Guaraldi è visibile e accessibile dagli Usa come dall’ Afghanistan, per non parlare invece di Librai planetari come Amazon o di web-bibliotecari come Google che hanno fatto della globalità dell’offerta il loro punto di forza!
Certo, la penetrazione globale di una piattaforma come Amazon o come la futura Google eBooks implica investimenti miliardari; ma è un fatto che io possa immettere su queste stesse piattaforme dei “contenuti” in partenza concepiti come “multilingue”.
Mi pare però evidente che questa “potenzialità” non potrà essere sfruttata immediatamente dai grandi gruppi editoriali proprio a causa della complessità della rete relazionale e contrattuale che ritualizza gli interscambi di traduzioni; mentre è una opportunità straordinaria per i piccoli editori di cultura che non sono necessariamente a caccia di grandi numeri. Nella logica delle nicchie cui facevamo riferimento, l’offerta di uno stesso titolo in cinque lingue diverse moltiplica ovviamente per cinque la potenziale ricerca e il successivo eventuale ordine di quel titolo, avendo come breakeven di redditività i soli costi di traduzione. Per piccoli editori abituati a un mercato di poche decine o centinaia di potenziali clienti cartacei, si tratta di non tremare di fronte a questa inattesa opportunità offerta loro dalla globalità del mercato dei contenuti immateriali, ma di cavalcarla con parusia e intelligenza al di fuori dei lacciuoli dei rapporti fra colossi che fino ad oggi si spartiscono l’accesso al più rudimentale fra gli strumenti di marketing: quello che sancisce le status del best-sellers.

Conclusioni Forma del libro digitale, prestito ( o abbonamento) librario come alternativa al mercato retail “atomico” (per dirla con Giulio Blasi[6]), potenziale accesso multilingue dei contenuti al web, mi sembrano davvero tre snodi cruciali che consentiranno di uscire dall’attuale Far Web. E poiché in momenti epocali come quelli che stiamo vivendo non serve la semplificazione, e tanto meno una improbabile possibile conclusione, aggiungerei un’ultima considerazione sulla quale sarà opportuno dedicare uno specifico sforzo di pensiero: quello del “pricing”. Anzi dei “pricing”.
Poiché il libro immateriale assomiglierà sempre di meno a una merce e sempre di più a un servizio, è ovvio che il costo di questo “service” dovrà essere misurato dall’importanza e dall’estensione del suo utilizzo e non più dalla ponderosità del suo contenuto.
Ipotizzo in altre parole la possibilità di prefigurare finalmente quella metamorfosi radicale – fantasticata molti anni fa – che porterà gli editori a trasformarsi in “Banche dati di contenuti culturali” forniti on demand. Confesso che l’idea di diventare un banchiere di contenuti culturali non mi dispiace affatto.
La geniale intuizione del bengalese Muhammod Iunus [7] sembrerà risibile, al confronto.

 

[1] Una parte di questo documento è stata redatta in occasione del Brain Storming sul tema dell’editoria digitale (Firenze, 4 novembre 2010, Biblioteca Nazionale). Il tema che mi era stato affidato dalla brava Paola Capitani era di quelli che nessun editore vorrebbe svolgere in questi tempi di Far Web. Parlare infatti di “tipologie ed esempi di editoria digitale”, discutere dei “tanti modi di scrivere, impostare, immaginare, distribuire e leggere libri digitali” è in realtà parlare della “crisi di identità” dell’editore che si trova ad operare sul crinale di quel passaggio epocale dall’unico modo di pensare, produrre e distribuire i libri “di carta” dell’era analogica, alla multiforme complessità offerta ai contenuti editoriali dalla nuova era digitale. Per non disperdermi in analisi già fatte e in teorizzazioni che – almeno per quanto mi riguarda – datano ormai di una quindicina di anni ( alla faccia di chi parla di “rivoluzione” e non di lenta e prevedibile “evoluzione” del modo di fare editoria nell’era di Internet), avevo deciso di incentrare il mio contributo su quello che ho chiamato Il lutto dell’editore nell’epoca di mezzo, ovvero Lamento funebre per la morte della pagina “giustificata” .

[2] Se è vero che ogni ISBN “semplice” costa all’editore 3 euro cadauno e che si pubblicano in Italia circa 60.000 nuovi titoli all’anno non ci vuole un ragioniere per calcolare che le entrate dell’Agenzia italiana per l’ISBN passerebbero dai 180.000 euro attuali a circa 1 milione di euro !

[3] Da un lato : eccesso di tiratura necessaria per riempire le pieghe distributive in caccia della famigerata “vendita d’impulso”, via vai di reso-rifornimenti dal magazzino dell’editore ai punti di vendita sempre bisognosi di rese di “alleggerimento”, impossibilità di valutare il venduto reale (il sell-out), costi altissimi di gestione del magazzino, follia del prezzo imposto da cui scorporare tutte le percentuali dei vari passaggi commerciali. Dall’altro: la possibilità di pubblicare il solo PDF, senza più i costi di stampa, per raccogliere le prenotazioni di una successiva stampa “on demand”, o anche esclusivamente per la fruizione come file digitale.

[4] Cfr. Mario Guaraldi in “Biblioteche Oggi” n° 7 , p. 23 Cronache dal Far Web, e-book e distribuzione http://www.bibliotecheoggi.it/content/n201007.html [abstract]

[5] “Conquistatores del nuovo Mondo e-book” in Domenica del 30 gennaio 2011, pag 26.

[6] Cfr. http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm

[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Muhammad_Yunus


 

 

 

 

 

3. Mario Guaraldi  : Ai bibliotecari io chiedo…[2010] (1)

 

Il libro: una questione di contenuti o di forma?

Per il mondo dell’editoria, la rivoluzione digitale inizia quando si capisce che un libro è il suo contenuto, non la sua forma. 
Per molti colleghi questa rivoluzione non è mai avvenuta, o per meglio dire non è ancora avvenuta. Gli amanuensi, i calligrafi e i miniatori hanno continuato a fare egregiamente il loro mestiere ancora per oltre mezzo secolo dopo Gutenberg. Il Duca di Urbino si vantava di non avere un solo libro a stampa nella sua biblioteca, ma non poté fare a meno di utilizzare, per le sedute esterne del suo splendido Palazzo, le immagini delle macchine belliche disegnate da Matteo de’ Pasti per l’incunabolo dell’opera di Roberto Valturio stampato a Verona nel 1472: più semplici che non le fantasiose versioni miniate nei 22 codici realizzati dallo scriptorium riminese del grande umanista.
Una mia laureanda ha fatto una tesi sull’evidenza, emersa a lezione, che ogni “salto tecnologico” comporta in prima istanza un calo della qualità estetica del manufatto. Ancora oggi appare difficile dire che una buona stampa offset possa essere migliore della foto originale. Troppi “passaggi” rendono arduo il compito. Ma, paradossalmente, l’estetica, nell’era della sua riproducibilità tecnologica, doveva attendere l’avvento del digitale per potere accettare la sfida: oggi una stampante Indigo può calibrare l’immagine da stampare direttamente e al vivo nel confronto con l’originale; e la zoomabilità dell’immagine digitale fino a molte centinaia di volte consente “letture” dell’originale impensabili per l’autore stesso.

Queste “visioni”, queste zoomate della fantasia, sono tipiche dei “profeti”. Essi vedono oltre l’attualità tecnologica del momento. Il profeta è l’ecografista del futuro. Egli vive ai margini del mercato, lo conosce ma non lo ama. Non lavora per le Asl. E’ una sentinella. Preferisce le alture da cui scrutare l’orizzonte. Sentinella, dimmi, che turno è della notte dell’editoria? Dal ramo del fico quando intenerisce e mette le gemme sa che l’estate digitale è vicina. 
C’è una specie di legge che regola le evoluzioni, una specie di maturità dei tempi. La rivoluzione è solo il piccolo momento di rottura conclusivo di una lunga gestazione della novità. Come la rottura delle acque nel travaglio del parto. Ma non è quello il clou dell’evento. Deve prima apparire il volto del neonato perché l’avventura abbia inizio davvero, prima che si possa parlare di una nuova vita che si sviluppa e avanza sull’inesorabile decadenza di chi l’ha generata.

L’e-book – il libro digitale ha bisogno di un nome straniero per autodefinirsi – è il neonato di cui stiamo parlando; ha ancora gli occhi chiusi ma un prepotente bisogno di nutrirsi. I fratelli cartacei più grandi cercano subito di soffocarlo, come Freud insegna, ma il fantasma fratricida si stempererà presto in una specie di presa di controllo contrabbandato da istinto di protezione. 
I vari e-Reader, i Kindle, gli i-Rex, i Sony, i Samsung sono i primi giocattoli che genitori apprensivi gli rovesciano addosso per stimolarne lo sviluppo. I genitori abitano in Internet, la città planetaria, e si chiamano Google e Amazon: bibliotecario lui, libraia lei. Quei giocattoli sono gli apripista di una mutazione genetica da cui si aspettano molto e su cui investono molto. Nonno Microsoft e nonna Murdoch stanno a guardare irritati questi figli voraci che vogliono spartirsi l’eredità. Ma i capostipiti sono ancora capaci di generare, forse, qualche figlio della vecchiaia che faccia Bing. E sicuramente non si faranno spogliare senza qualche scapaccione legale. Né i nonni, né i genitori sembrano consci del fatto che il nipotino e-book è geneticamente modificato e nessuno sa esattamente a cosa sia destinato.
Presto sarà guerra totale. Arriveranno le truppe d’invasione. Armagheddon sta armando i propri bit, sta cercando di controllare le vie del web, cerca di imporre dazi sulle autostrade di Internet, inventa virus, ripropone antiche gabelle, alza barriere.

La posta in gioco è il Diritto d’autore, il nemico da battere: la gratuità. Il copyright è un’invenzione giuridica recente, la gratuità un’antica pretesa della Natura. Una domanda inespressa corre muta nel web: la cultura è una merce, un servizio o un bene comune, come l’aria o l’acqua? 
Anche l’acqua, lo sappiamo, può diventare un business e in un mondo carente d’ossigeno non mi stupirei se apparissero presto anche i contatori d’aria, delle bombole a pagamento. 
Oggettivamente il problema esiste: come guadagnare commerciando l’immateriale? Come remunerare la creatività? Non si tratta di salvaguardare una normativa, ma di inventare un diverso modo di far fruttare la gratuità della rete; far pagare un servizio multiforme che muta pelle a seconda dei devices cui è destinato. 
Per il momento, l’e-book non è ancora precettato, per ora lo tengono sotto tiro con la stupidità del new-age, con la voracità dei DRM. Il giovane e-book guarda con trepidazione al mondo della Scuola e alla galassia dei sistemi bibliotecari: ma i suoi potenziali alleati lo ricambiano ancora con sospetto. Lo temono. Temono la carica dirompente di un nuovo modo di concepire la didattica, di un modo virale di diffondere la cultura. Non aveva evidentemente fatto troppo male la prima bordata delle truppe d’assalto contro le Biblioteche, pretendendo da queste il pagamento di diritti sul prestito bibliotecario. Solo un’avvisaglia: attente a non tradire la carta! Non stupisce che ora Murdoch chieda i diritti a Google per indicizzare i contenuti delle sue news. 
Ancora una volta prevarrà la notte della ragione, come nella piovosa San Francisco di Blade Runner? “Ho visto cose che voi umani…”. Sarà una colomba che si libra nella pioggia, il finale, o una pagina di Moby Dick sfogliata sul Kindle, con l’immagine del capitano Achab trascinato sul fondo?
Si, la guerra scoppierà.

Chi vincerà, non è chiaro: per ora, sembrano avere la meglio le truppe corazzate dotate di hardware proprietari potenti. 
Sembra davvero di essere tornati alla fine del ‘400, quando gli eserciti indossavano ancora le armature, ma imbracciavano assieme alle balestre i primi archibugi. Il bravo Roberto Valturio(2) aveva inventariato le invenzioni belliche che, grazie alla polvere nera dei cinesi, avrebbero rivoluzionato il modo di fare la guerra: le bombe a mano, i cannoni, le mitragliatrici…
Ma che strano. Contemporaneamente, contestualmente, Gutenberg inventava i caratteri mobili e le nuove tecniche di stampa: un’arma infinitamente più potente per vincere le guerre!
Tomasi di Lampedusa ha avuto ragione una volta di più: occorreva che tutto cambiasse perché tutto restasse immutato, anche per la rivoluzione digitale. Si tratta di una domanda o di un’affermazione? 
Diciamo così: fino a ieri il mercato ha sbeffeggiato i profeti di sventura che annunciavano la fine della morte del libro cartaceo, o per meglio dire l’avvento ineluttabile del libro digitale (andate a rileggervi gli articoli di Geminello Alvi su Repubblica, l’apologia del paradisiaco giardino delle librerie, il buon odore della carta stampata) da un lato; considerate dall’altro la creazione del latifondo distributivo delle librerie soviet-style di Romano Montroni, che ha iniziato con Feltrinelli e proseguito con le Coop. Ieri? Le mie prime profezie risalgono ormai al secolo scorso (anni ’90), ma il fuoco di sbarramento della filiera editoriale italiana contro il rischio dell’e-book dura letteralmente fino a pochi mesi fa.

 

Kindle e i suoi emuli

Poi scoppia Kindle. E di colpo, dico proprio di colpo, dalla sera alla mattina, la spoletta Kindle sembra far partire la “vocazione digitale” dell’editoria italiana. Il Mulino annuncia in contropiede l’apertura del suo catalogo ai ricercatori, titolo splendido: Darwinbooks, l’evoluzione del libro. Peccato che sia solo una furbesca trovata di marketing editoriale per vendere contenuti universitari a pagamento.(3)

Ben venga, comunque, rispetto a Bruno Editore (pardon www.autostima.net!), che annuncia di aver venduto il suo milionesimo e-book “per la formazione” dalla sua piattaforma: si tratta di un testo fondamentale, SessualMente. Vivere Pienamente la tua vita sessuale e il rapporto con il sesso, solo 29 € più Iva al 20%. Gli altri titoli “per la formazione” si chiamano Piacersi per piacere, Da timido a vincente, Fare soldi online in 7 giorni, a firma dello stesso editore che così guadagna anche come autore!, tutti rigorosamente a soli 29 euro più iva. Ma se volete cose più importanti, eccovi serviti: Investire in aste immobiliari. Tecniche e strategie pratiche per guadagnare in immobili con le aste vi costerà 47 € più iva, cosa volete che siano a fronte dei futuri guadagni! Giuro che do’ io 50 € all’acquirente di questo e-book se mi spiega cosa lo ha spinto a fare questo straordinario investimento Mobiliare (con la M rigorosamente maiuscola).

Morale: se avevate fatto il tifo per il digitale come potente zippatore di costi a beneficio del fruitore finale, avete dimostrato tutta la vostra ingenuità! 
Sciocchi! “Abbiamo azzerato i costi della carta della stampa della legatura: restano solo i costi propri dello specifico editoriale!”: era forse questa la vostra omelia? Ciechi! Finalmente lo specifico editoriale riacquista il “valore” che meritava e che finalmente incasserà! Peccato che Vanna Marchi si sia trovata ad operare un pelino troppo in anticipo, avrebbe fatto una fine diversa…Dimenticavo: il collega Bruno è stato il primo editore italiano a caricare e distribuire i suoi e-Books su Kindle.

Non ha invece evidentemente capito la regola di cui sopra, l’amico Tombolini, che consente di mettere nel suo carrello della spesa un potpourri di e-books “a gratis”, da Mompracem all’Orlando furioso, e solo una mezza dozzina a pagamento: non chiedete a me la sua logica editoriale!
Dopo (e onestamente anche prima di) Kindle, la cagnizza dei concorrenti 2: il Nook di Barnes & Noble, il BeBook di Samsung, i vari Sony, gli i-Rex, i Cybook di Booken, e ancora: pocket Book, Foxit e-Slik, i Story Ereader, Flatreader e chi più ne ha più ne metta, come fa, oltre la benemerita Book Farm di Tombolini, anche la Libreria Ledi di Via Alamanni a Milano.(4) “L’offerta di contenuti è scarsa”, strillano tutti: ma nel nostro piccolo noi della Guaraldi abbiamo reso disponibili ben 800 e-book! e ci sono almeno altri 200 cataloghi che offrono e-books in uno qualsiasi dei 28 formati supportati dalle varie macchinette, oltre quelli “proprietari” (come il Kindle).

Già, i formati! 
Txt, PDF, RTF, e-Pub, Lit, PPT, DOC, WOLF, CHM, FB2, PRC/MOBI, HTML, DJVU, MP3, TIFF, JPG, BMP, PNG, RAR, ZIP, BBeB,, Plucker, zTxt, TCR, OEB, un’orgia di sigle e di aspettative. La battaglia fra PAL e SECAM alla preistoria della TV fu roba da ridere in confronto… Perché questa proliferazione di formati proprietari legati alla “macchinetta”? 
Tutto nasce, credo, dall’equivoco Kindle: un semplice terminale virtuale del negozio Amazon fra le mani del cliente finale. Una strada obbligata per Amazon, che aveva dapprima sondato la strada del “print on demand planetario” (vedi l’acquisizione di Book Surge) prima di scoprire, come Colombo, che l’uovo bastava spiaccicarlo su un tablet, di fronte al suo cliente. E in tempo reale.

Ma Kindle, ripeto, è un caso a sé, come il “Nook” di Barnes & Noble, omologo di terminale di libreria. Io vorrei stare su Kindle o su Nook, esattamente come una volta volevo stare sui banconi della Feltrinelli o della Riozzoli a Milano…! Per Amazon, Kindle è nient’altro che l’equivalente della tessera di fedeltà Feltrinelli: presto lo regaleranno, con vendita del solo credito incorporato per l’acquisto libri: e chi si ne frega dello standard? E poi, non è affatto vero che è “chiuso”: un formato Kindle lo leggi su PC, su Apple, su i-Phone e su i-Pad…!
Per tutti gli altri e-Reader, invece, la partita è radicalmente diversa. Sono devices, analoghi ai mille modelli di archivi digitali di files MP3 che spianarono il cammino ad i-Tunes. Per questi, e solo per questi, lo standard – come già l’MP3 per i dischi, per i libri si chiama e-Pub – sarà determinante.. Chi è mai andato a fare acquisti da Feltrinelli con la tessera delle Dehoniane? 
Dove stava, e dove sta, allora l’errore? Semplice, nel non avere capito che ancora una volta il problema è “distributivo”, prima che produttivo! L’errore sta nell’avere pensato che avrebbe vinto il libro (digitale), non la Libreria (digitale); il contenuto, il digital book content, invece del suo contenitore (carta prima e macchinetta per leggere oggi); l’editore invece del distributore… Content is king! Ma sarà poi vero? Senza Avatar, le multisale vivrebbero bene lo stesso con mille Muccino? Senza Thomas Mann, le librerie vivrebbero bene lo stesso con mille Bruno Vespa? 
Come in un thriller mozzafiato, la recentissima presentazione dell’i-Pad di Steve Jobs ribalta ancora una volta le carte in tavola e rilancia l’i-Phone in versione e-book multifunzione, ma non multitasking: la sirena i-Pad, una meraviglia, gadgettisticamente parlando, l’ibrido per eccellenza. Costa poco, fa tutto, scarica qualsiasi cosa, televisione inclusa, da uno store che se fosse Google, ci sarebbe da svenire per sindrome di Stendhal, ma…
Ed è qui che rispunta il nodo della distribuzione.


Riepilogo per ripartire

Tentiamo di riepilogare :

abbiamo dei “contenuti culturali” in cerca di canali di vendita (proviamo a chiamarli semplicemente “Libri”?);

abbiamo delle “librerie planetarie” (Amazon, Barnes & Noble) con vetrine tentacolari e remote in forma di macchinette che chiamiamo e Reader, le quali reclamizzano il fatto di essere fatti di carta, sia pure elettronica; insomma non screen retroilluminati;

abbiamo dei “formati” con cui proporre i nostri contenuti (il caro vecchio PDF! il moderno XML? il modernissimo e-Pub? O i vari formati proprietari dei vari Librai Planetari (come TOPAZ, un nome, un programma!) e perché no, dei potenziali editori che volessero scendere nell’agone, come fece Mondadori-Microsoft con il Lit;

abbiamo delle Biblioteche Planetarie, come il pur ambiguo ma geniale Google Books, che consente di “cercare il libro e dentro il libro” fra i fuori diritto, i libri orfani e gli editori consenzienti (come me);

abbiamo persino delle nuovissime piattaforme di prestito bibliotecario “vero”, che offrono contenuti digitali interi e fruibili, come MediaLibrary online;(5)

e finalmente abbiamo persino dei nuovi distributori di contenuti digitali, che si presentano come tali: “di-stri-bu-to-ri”, grazie alle piattaforme corazzate su cui qualcuno ha investito milioni di dollari,(6) che si propongono come nuovi “cambiavalute” planetari: vendono contenuti in qualsiasi formato destinatario: “Tu pensa al contenuto, che al formato di destinazione ci pensiamo noi”: questo lo slogan inespresso di questa come di tutte le future piattaforme distributive.

Piccolo dettaglio: Zinio chiede il 50% del prezzo digitale di vendita che fissa l’editore, a differenza di quanto inizialmente ipotizzato da Amazon per i contenuti digitali offerti attraverso Kindle, al prezzo unitario di 9,90 dollari. Perché abbassare i prezzi, cari colleghi? Anzi, è questo il momento di alzarli per salvaguardare il nostro “netto”. A la guerre comme à la guerre, che abbia ragione Bruno?
Dopo la circumnavigazione della luna, siamo tornati alle “vecchie” Messaggerie, alla via dell’oro della distribuzione, al segmento della filiera che i libri si occupa di spostarli, piuttosto che di crearli… 
Sì, la guerra è già scoppiata, il profeta avrà nuove visioni, le truppe si sposteranno per altre invasioni. L’e-book diventerà grande. Quale sarà il suo volto ancora non sappiamo. Ma sappiamo per certo che tutti lo capiranno, non escluderà nessuno, parlerà mille lingue e anche i ciechi lo vedranno…
E la Biblioteca? Su quale fronte combatte la Biblioteca? Personalmente ho un sogno: che sia proprio la biblioteca la nuova frontiera del libro in formato digitale. Il costo del prestito coinciderà col costo di vendita del file digitale, come per la musica: 50 centesimi a pezzo, centinaia di migliaia di copie distribuite in 100 lingue diverse…

 

Ai bibliotecari io chiedo…

Sebbene sia il mondo editoriale sia quello bibliotecario si nutrano di contenuti culturali, essi paiono reciprocamente estranei e addirittura ostili. Tuttavia, è solo apparentemente strano che siano fra loro così drasticamente alieni. Una ragione evidentemente c’è ed è ovvio svelarla: l’editoria è il mondo dove contenuto vuol dire vendita e proprietà, mentre la biblioteca è il mondo dove contenuto vuol dire gratuità e servizio. L’editore vende per proprio profitto, il bibliotecario compra per il profitto altrui.
L’incompatibilità è ovvia, ma è aggravata dal fatto che per qualche misteriosa ragione non giuridicamente sorretta, il mondo bibliotecario ha preferito da sempre non approvvigionarsi direttamente alla fonte dei contenuti di cui si nutre, magari trattando maxi sconti presso i distributori, ma ha privilegiato il rapporto con qualche libraio di fiducia o con reti commerciali dedicate alla propria mission, capaci di fornirgli, con i libri, anche servizi oggettivamente preziosi (ma perché non chiederli al “fornitore-editore”?). Torneremo più avanti su questo tema.(7) Se dunque i due mondi si guardano in cagnesco, resta ora da domandarsi se la reciproca ostilità sia “ragionevole”.

 

(a) Riflettere sull’illogicità del sistema distributivo “tradizionale”

Il mio lavoro consiste nel “concepire” un libro: sembra una banalità ma non lo è. Un libro va sempre concepito, anche quando è adottato, o quando è il frutto indesiderato di un rapporto occasionale con un autore pronto a tutto pur di essere pubblicato. La maggior parte dei libri destinati al mercato consumer sono frutti di sveltine senza importanza, nascono senza amore, sono rapporti mercenari, si fanno per denaro. Ma qualche volta un libro è davvero pensato, cercato, voluto, desiderato, risponde a un’esigenza reale: ecco un libro vero, quello che, in teoria, dovrebbe interessare il Sistema bibliotecario, perché certamente non avrà grande esito in libreria o al supermercato (con le dovute eccezioni).
Tutti, libri veri e trovatelli, bastardi e libri handicappati, libri di calciatori e di presentatori, manuali new-age, saggi e romanzi, tutti vengono sbattuti sul mercato per vivere la loro chance di tre settimane. Questo è, infatti, il lasso di vita di un libro cartaceo tradizionale! Al lancio dalla rupe Tarpea del mass market sopravvive solo l’eletto, il best-seller, che vive una stagione intera, forse due, secondo curve di assorbimento precise e studiate. Si parla di una cinquantina di titoli su circa 55.000 prodotti, lo 0,10 % del totale prodotto. 
A ciascuno di questi libri ho dovuto, per legge, attribuire un prezzo di copertina. 
Compito arduo, non sapendo quante copie ne venderò, se farà flop o se sarà un best-seller! Ma, cosa ancor più inquietante, su questo improbabile pricing giocheranno, per sottrazione, tutti i costi distributivi del libro incluso quel risicato 30% del povero libraio.

Nel caso del libro, bisognerebbe infatti parlare di una IVS, non di IVA, un’Imposta sul Valore Sottratto, non sul valore aggiunto. Tanto è vero che la legge prevede, per il libro, una resa fisiologica che viene per così dire “scontata in partenza”: ecco la ragione dell’IVA ridotta al 4%! Non la “nobiltà” della merce, non un privilegio della “cultura”, ma un semplice calcolo meccanico di come funziona il via vai del libro fra i magazzini dell’editore e gli scaffali delle librerie, regolato da quella legge non scritta chiamata “diritto di resa”, unica protezione del libraio, ma anche vero responsabile della bulimia produttiva che caratterizza un mercato per sua natura affetto da nanismo: solo un migliaio di punti vendita concentrati nelle mani di cinque grandi gruppi.
Che sia un sistema assurdo dal punto di vista economico lo capirebbe anche un ragazzo di seconda ragioneria, ma sembra che il mondo della politica fatichi a capirlo.
Mentre è ovvio che facciano finta di non capirlo i colleghi di stazza, che si devono difendere dal rischio di improvvise rese miliardarie, se il “sistema” si incrinasse troppo rapidamente, a favore della circuitazione digitale…

La realtà innescata dall’avvento del digitale assomiglia, infatti, più a una metamorfosi che a una semplice rivoluzione tecnologica.
E si tratta di una lenta metamorfosi, come attesta la mia vicenda personale, che mi permetto di raccontare. In tempi non sospetti, nel lontano 1998, avevo preparato per conto del Consiglio d’Europa e per la Provincia di Ravenna alcune linee guida sull’uso potenziale del Print on Demand in Biblioteca. L’anno successivo avevo partecipato a Colonia, unico editore fra 53 bibliotecari europei, al Convegno “Literatur und Sprache”, dedicato alle metodologie di selezione e acquisizione dei libri in lingua straniera destinati alle minoranze etniche presenti in vari paesi. In quella sede, apparve evidente che acquisire files digitali invece delle copie cartacee era una procedura ovvia, ma rivoluzionaria…
Nel 2000 avrei poi scritto per un Convegno a Lubjana la comunicazione “Ma non è fantascienza”, in cui cercavo di guardare al nuovo modo di progettare, costruire e distribuire libri da tutti gli angoli di visuale, incluso quello del bibliotecario! Invocavo allora la nascita di figure ibride, come quella del bibliotecario-editore, capace di riportare in luce (etimo di editor in latino) i capolavori del passato conservati nei propri fondi antichi e di un bibliotecario-libraio, capace di vendere alla propria utenza i libri appena consultati, magari stampandoli “on demand” o fornendo solo i files digitali. 
Erano ancora i tempi dell’innocenza e dell’ingenuità, si rincorreva un sogno che aveva in sé elementi masochistici. Non si teneva in alcun conto la necessità di individuare con chiarezza dei modelli di business alternativi a quelli consolidati del commercio cartaceo.
Non ci si domandava cioè come gli editori avrebbero “protetto” il loro piccolo-grande patrimonio immateriale dai rischi della pirateria; si farfugliava qualche bislacca teoria sui ritorni economici della gratuità, visto che Internet si stava configurando come il Porto franco per definizione. E se qualcuno avesse osato preconizzare l’obbligo del pagamento del prestito bibliotecario (imposto dalla Comunità Europea a tutti gli Stati membri), sarebbe stato spernacchiato.
Si vedevano però nettamente i vantaggi del formato rivoluzionario per eccellenza, il PDF! Libri in arabo o in cinese, in urdu o in albanese, perfettamente impaginati e distribuibili ai bambini immigrati nelle scuole… (8) Ci sono voluti ben undici anni di gestazione per partorire la prima piattaforma di prestito bibliotecario in streaming! E siamo appena agli inizi. Il piccolo Corso di laurea in cui ho l’onore di insegnare, a Urbino, che si chiamava “Editoria, Media e Giornalismo”, è diventato nell’ultimo anno un biennio magistrale interfacoltà intitolato EDITIS (Editoria, Informazione e Sistemi documentari), proprio per includere nel curriculum di studi le problematiche di archiviazione digitale ereditate dai vecchi corsi di Biblioteconomia.
Insomma, un lungo cammino ci attende.

(b) Immaginare le alternative al modello distributivo convenzionale

Ecco dunque la mia “visione” di dieci anni fa: io pubblico dapprima solo il file digitale del mio libro e lo sottopongo, da una piattaforma che potrebbe essere gestita direttamente dall’Agenzia per l’ISBN, al mercato delle librerie e alle biblioteche. 
Queste lo compulsano, lo sfogliano, lo valutano e decidono, se del caso, di comprarlo: chi in veste digitale (e-book), chi in versione cartacea (Print-on-demand).
Compatti, da subito, i librai hanno osteggiato e ridicolizzato il modello POD, che metteva in crisi la loro stessa esistenza, soprattutto dopo il fenomeno mega concentrativo che ha visto il mercato della libreria concentrarsi nelle mani di non più di 5 grandi catene distributive. 
Compatti, da subito gli editori hanno osteggiato l’ipotesi di una distribuzione di contenuti immateriali. Hanno fatto guerra a Google e al suo “Ricerca” nei libri. Ma c’era poco da fidarsi anche dei cosiddetti DRM (letteralmente Digital Right Management, in realtà Digital Restriction Management!), troppo facili da craccare da parte dei nativi; le prime esperienze di e-book Reader dedicati, con formato proprietario (come il Lit), gestiti da singoli editori (Mondadori) erano stati dei flop clamorosi. 
Compatti, i bibliotecari hanno cominciato ad agitarsi quando si è cominciato a parlare di pagamento del prestito e l’Italia è stata messa in mora dalla Comunità europea per non aver ancora ottemperato al disposto comunitario.
Poi, improvvisamente, repetita juvant, un anno fa è scoppiato il Kindle, analogo modello di “macchinetta” proprietaria, ma con alle spalle una Libreria Planetaria delle dimensioni di Amazon, non un singolo editore!, con molte centinaia di migliaia di titoli potenzialmente disponibili presso tutti gli editori! E il mondo editoriale ha cominciato a tremare di fronte ai numeri che Amazon forniva.
Kindle ha dato la prima vera mazzata allo sbarramento ideologico degli editori tradizionali. Con Kindle sono ovviamente tornate a brulicare svariate decine di altre macchinette più o meno appetitose, tutte accomunate dalla affascinante chimera della cosiddetta “carta elettronica”: dall’i-Rex al Nook, dal primogenito Sony al Samsung. E tutti sono in attesa ansiosa della seconda generazione di e-Reader, quella a colori.

c) Capire il lavoro creativo dell’editore

Molti di voi ricorderanno quando questa parolina andava di moda: specifico. 
Si parlava di specifico filmico, così come si parlava di “sistema”…Parole archiviate dalla modernità. Oggi questo concetto di specificità ritorna utile, proprio perché lo sviluppo delle nuove tecnologie e di Internet ha messo in seria discussione lo stesso significato del lavoro editoriale. 
Basta vedere lo sviluppo che hanno avuto negli ultimi anni le società che offrono servizi di “self publishing”: da Lulu a Ilmiolibro.it, per non citare che quelle più note (ma sono centinaia! negli Usa sono addirittura colossi come Book Surge, non a caso acquistata da Amazon…).
Ora, provate a immaginarvi, voi bibliotecari, una realtà fatta di libri autoprodotti e ponetevi il problema di come e che cosa acquisire per la vostra utenza. “Scopri i best seller di domani”! lo squillo della vetrina di Ilmiolibro.it ti invita a visionare gli 8.000 titoli in vetrina: Lottare significa esistere. Rassegnarsi è come morire era il primo della lista, che credo scoraggerebbe anche il più temerario di voi. Moltiplicate questo esercizio per circa un migliaio di siti nel mondo e avrete il classico “incubo del bibliotecario”, l’opposto della “sindrome di Stendhal… Qui si sviene per la bruttezza del panorama editoriale che si ha davanti.
Ma torniamo a caccia dello specifico editoriale.
A differenza degli automatismi impaginativi dei siti di self-publishing, in una vera casa editrice dovremmo trovare un redattore. Il condizionale ovviamente è d’obbligo perché anche questa antica figura professionale è sotto metamorfosi. Se non lui, qualcuno che gli assomigli, magari esterno, magari free-lance: questo simil-redattore, metà redattore, metà impaginatore, utilizzando un software dedicato, produrrà un “sorgente”.
E qui si incominciano a vedere i primi effetti della metamorfosi in atto.
Fino a poco tempo fa, anzi tuttora, quando il destino del libro era prevalentemente cartaceo, il software utilizzato era un programma di impaginazione (ormai vincente In-Design rispetto al vecchio Quark X-press), che dava al libro l’aspetto, il formato, le caratteristiche estetiche volute dall’editore. 
Era il formato che metteva il lucchetto a una certa impaginazione, consentendone la stampa senza rischi di spaginazioni, anche da remoto, una specie di fotografia della pagina; era, ed è, il famoso PDF di Adobe. Formato davvero geniale, che adottato in quanto tale, ben al di là della sua funzione originaria finalizzata alla stampa, si configura come il primo vero “e-Book” di questa fase evolutiva della nostra storia. 
Un PDF è un perfetto e-libro, un libro digitale, perfetto per essere visto o scaricato su un computer, indifferentemente Mac o PC. Perfetto…? 
Da sempre più parti si comincia a invocare un vero e-book, non un banale PDF. 
Adobe raccoglie la sfida e sfodera una Suite 4 con funzionalità fantascientifiche per il formato PDF: ingloba filmati, musiche, fa il triplo salto mortale pur di non rinunciare al primato…
Per quanto evoluto, il PDF non riesce a scrollarsi di dosso la sua vocazione originaria di formato per la stampa: i colossi americani invocano uno standard univoco e condiviso e lanciano l’e-pub. I gestori di telefonia mobile avanzano le loro pretese legittime di device di destinazione anche per i contenuti testuali: invocano l’XML. Poi, ricorderete, arriva Kindle, la vetrina-remota di Amazon (questa la sua definizione più pertinente); Kindle (a differenza di Sony, solo per fare un esempio) ha una interfaccia che “traduce” il formato PDF nel proprio formato proprietario, non lo visualizza in quanto tale. Una specie di interpretariato simultaneo dal russo all’inglese. Per questo è nato. Altri, vedremo, rincorrono l’utopia dell’esperanto. Sembra il trionfo della rincorsa tecnologica: la tecnologia rincorre e imita il più antico fra gli hardware, la carta. I nuovi device sono carta e inchiostro elettronici, non computer, non schermi retroilluminati. Carta, con tutte le fantasie che questa si porta dietro: un foglio magico e prossimamente flessibile, su cui possono apparire – e scorrere – centinaia di migliaia di pagine di testo e d’immagini…
Nel frattempo si affacciano sul mercato le prime piattaforme distributive di contenuti digitali: la loro funzione è non solo quella di “tradurre” i contenuti ospitati in qualsivoglia formato richiesto dal device richiedente, ma di trasformare i vecchi contenuti statici in contenuti dinamici. E poiché Mc Luhan l’aveva vista lunga e il mezzo è davvero il messaggio, se ne vedranno letteralmente di tutti i colori nel modo di fruire i futuri contenuti. Esperienze letteralmente psichedeliche. Si studieranno le costole teoriche del celeberrimo Scientific Advertising di Hopkins, come oggi si studiano gli scheletri dei dinosauri. 
E i costi distributivi delle nuove piattaforme dinamiche sono proporzionati alle dimensioni potenziali del mercato planetario di riferimento per la pubblicità del futuro.

d) Comprendere che c’è un ruolo per il sistema bibliotecario in questa guerra di giganti dai piedi d’argilla.

Solo un paio di mesi fa, l’ennesimo coup de théâtre: Steve Jobs lancia l’i-Pad (e fa il bis di i-Phone, che nel frattempo si era spontaneamente candidato come device fisiologico per lo scarico di e-books …). Siamo in presenza del preconizzato ibrido telefono-computer, che ora intende fregiarsi anche del titolo di e-Reader d’eccellenza.
Vi rendete ben conto che siamo nella cronaca fino al collo, non nella storia di un’evoluzione tecnologica. Questa la scriveremo fra qualche anno, quando le battaglie fra colossi dell’IT avranno individuato con sufficiente chiarezza chi avrà vinto la guerra del controllo planetario del mercato dei contenuti.
Per ora, la sensazione più appariscente è che l’hardware si sia preso una bella rivincita rispetto al software che fece la fortuna di Microsoft: oggi sono i nuovi giocattoli tecnologici a tenere banco sui media e persino alla televisione. L’immagine di Steve Job, che presentava al mondo il suo ultimo nato tenuto in braccio come un pargolo, aveva la valenza dei segni epocali. Qualche anno prima era la giocosa variabilità occasionale del marchio Google a fare notizia in un mondo che pretendeva che il marchio, quello che i testi di ragioneria chiamano ancora “la ditta”, fosse immutabile nei secoli. 
Eppure, dovrebbe essere chiaro a chiunque che la battaglia decisiva si farà sui contenuti, non sui devices di destinazione. Queste moderne macchinette sono deputate semplicemente a “leggerli”, i contenuti, in maniera più o meno brillante, agile ed economica, fra una email, un tweet, un invito di amicizia, o magari un videogioco iperrealista di tipo storico. 
Comunicare sarà davvero “una questione di contenuti” come scrivevo sette anni fa nell’headline del nostro sito web (che mostra ormai tutti gli anni che ha…).
Ma prima di continuare, e concludere, voglio qui rendere omaggio a un vero precursore quanto a coscienza della centralità dei contenuti: quel Rodrigo Vergara che già alla fine del secolo scorso si inventò Worthèque – bellissimo nome poi perso per strada –, una grande biblioteca multilingua i cui 44.732 titoli disponibili possono ancora oggi essere letti, pagina dopo pagina (una specie di streaming ante litteram), nel più universale e rivoluzionario dei i formati, quel.txt su cui la Logos di Vergara ha investito tutto il suo immenso patrimonio di “parole”.(9) La storia dei “precursori”, sul fronte dei contenuti patrimonio dell’umanità (tema che dovrebbe stare molto a cuore dei bibliotecari), brulica in realtà di esempi: basti pensare che Project Gutenberg nasce nel 1971 per iniziativa dell’americano Michael Hart “con l’obiettivo di costituire una biblioteca di versioni elettroniche liberamente riproducibili di libri stampati, oggi chiamati eBook”, come recita Wikipedia. 
La maggior parte dei 22.000 testi rilasciati dal Progetto Gutenberg sono in lingua inglese, ma sottocollezioni significative riguardano il tedesco, il francese, l’italiano, lo spagnolo, l’olandese, il finlandese e il cinese: ma sono appena la metà di quelli messi online da Logos che pubblica in 112 lingue! 
Certo, sciocchezze rispetto ai 3 milioni e mezzo di libri resi disponibili alla ricerca totale o parziale da Google, ma sempre di cifre rilevanti si tratta. Come si vede, sono le biblioteche – perché Google, non dimenticatelo, è una megabiblioteca – sono le biblioteche a fare i numeri maggiori.

e) Essere come Google, più grandi di Google

E’ proprio così: i numeri delle biblioteche non hanno concorrenti quanto a definizione della “domanda” di contenuti da parte di una utenza “colta”. Detto più volgarmente: non c’è strumento di marketing che valga quanto il dato statistico delle richieste di contenuti rivolte dall’utenza a un qualsiasi sistema bibliotecario. Cito sempre in proposito il dato eclatante delle visite al mio catalogo da parte dell’utenza Google: non avrei mai potuto immaginare che il mio best-renter, il mio libro più consultato fosse il Moby Dick di Melville! Eppure è un dato costante da oltre 5 anni. 
Confesso di avere un debole per Google Books. Trovo che solo due veri geni potevano arricchirsi pensando di rimpiazzare i bibliotecari di mezzo mondo. E non ho mai nascosto di ritenere che la Salvezza (dell’Editoria) verrà dalla Biblioteca, unica “istituzione” di dimensione planetaria, ben più diffusa di Google, in Cina come a Busto Arsizio. Altro che catene Coop! 
Davvero il sistema bibliotecario mondiale, nelle sue mille sfaccettature e caratterizzazioni, può essere paragonato al sistema di circolazione sanguigna nel corpo umano: qui pulsa e circola il sangue della cultura. 
Intendiamoci: non ho nessun pregiudizio nei confronti dei circuiti commerciali. Mi limito ad osservare che essi bastano a loro stessi. Il criterio di selezione di un best-seller attiene alle regole del mercato. Il libro-merce, mi sta benissimo. Basta trattarlo per quello che è: una merce.

Ma il libro a contenuto culturale e scientifico è un’altra cosa. Confondere i due libri, indipendentemente dal fatto che siano fatti entrambi di carta o siano entrambi in veste e-book, sarebbe un errore clamoroso.
Io credo che il mondo bibliotecario, forte dei suoi numeri, debba fare sentire chiaramente la propria voce nell’agone attuale. Il mondo delle Biblioteche deve dire con chiarezza che cosa chiede al mondo dei produttori di contenuti.
Tutti coloro che concepiscono e trattano, come proprio “specifico” dei contenuti editoriali – possedendone il Copyright o qualunque cosa gli assomigli nell’era della massima riproducibilità tecnologica – con esclusione cioè dei fornitori di servizi di self-publishing a pagamento, che per l’appunto non posseggono alcun diritto sui titoli che pubblicano in maniera mercenaria, dovrebbero essere trattati dal mondo bibliotecario come propri interlocutori privilegiati ed elettivi. 
E la richiesta dei Bibliotecari agli Editori dovrebbe partire proprio da quei piccoli accorgimenti cui accennavo all’inizio e che colpevolmente non sono mai diventati richieste o rivendicazioni nei confronti della corporazione editoriale.

Mi guarderò bene dal fare alcuna ipotesi o esemplificazione operativa; ma non posso non rilevare che editore e bibliotecario sono posti alla pari di fronte alle stesse esigenze di metadatare i propri contenuti digitali secondo criteri semplificati e validati da uno standard comune. Mi domando, nello specifico, che cosa impedisce che questo obbiettivo possa essere al centro di un tavolo tecnico fra editori e bibliotecari. Mi domando che cosa impedisce che un territorio – una città, una provincia, una regione, una nazione – riconosca l’interesse “comune” a garantire la circolazione digitale di contenuti culturalmente e scientificamente rilevanti, proteggendo al tempo stesso il legittimo diritto dell’autore e dell’editore ad una equa remunerazione del proprio lavoro. 
Così come ogni libro nasce col proprio ISBN, del pari l’editore digitale dovrebbe imparare a dotare il suo e-book di tutti gli standard suggeriti dal sistema bibliotecario per garantire il suo utilizzo remunerato e la sua fisiologica circuitazione su scala planetaria.
E mi domando, infine, se non sia pensabile che i sistemi bibliotecari nel loro complesso possano divenire fisiologicamente anche il circuito privilegiato di vendita di quello stesso contenuto digitale, che viene dapprima offerto in prestito alla totalità della cittadinanza che opera in quel territorio. Nell’attuale “babele” di interessi, più che di formati o di standard, l’esigenza culturale e scientifica del fruitore del servizio bibliotecario dovrebbe diventare la bussola di riferimento per tutti i protagonisti in campo.

 

Conclusioni

Mi avvio a una conclusione che è in realtà non può che essere la riproposizione della domanda inizialmente posta: è ragionevole ipotizzare una alleanza sui contenuti fra mondo bibliotecario e mondo editoriale? La risposta non può che essere: sì, è ragionevole. Anzi obbligatorio. E ancora: è ragionevole che le forze politiche, responsabili del governo di un territorio, si pongano in maniera attiva rispetto a questa esigenza di “ricchezza” di contenuti scientifici e culturali espressa dall’evoluzione tecnologica? Sì, è ragionevole, anzi obbligatorio. 
E infine: è ragionevole attrezzarsi per fronteggiare la sfida inizialmente lanciata da Letizia Moratti, e raccolta dal ministro della pubblica istruzione, Maristella Gelmini, quanto a contenuti educativi in formato digitale per il mondo della Scuola? Qui non dirò neppure che è ragionevole, dirò che è scandaloso che quasi tutti gli anelli della catena di valore della formazione scolastica si siano tenuti così colpevolmente “coperti” da ogni rischio di fronte ad un mondo che esige un cambiamento radicale di stile educativo, non solo di didattica. 
Non è mio compito indicare con quali strumenti “politici” o con quali investimenti si potranno perseguire gli obbiettivi indicati: credo però che sia necessario e urgente aprire un “Laboratorio”, forse addirittura una “Costituente”, in cui vagliare e adottare le soluzioni più adeguate; e creare occasioni di confronto fra gli operatori coinvolti in questo entusiasmante processo di metamorfosi epocale: bibliotecari, editori, distributori, librai, produttori di hardware, insegnanti e ricercatori.

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(1) Questo contributo costituisce la sintesi di due interventi presentati al convegno “Cultura senza barriere”, organizzato dall’Università di Padova (Padova, 19 febbraio 2010) e al convegno “Conservare il digitale: gestione e salvaguardia, verso nuove frontiere di servizi”, organizzato dalla Regione Lombardia. Culture, identità e autonomie della Lombardia (Milano, 27 aprile 2010).

(2) http://www.guaraldi.it/valturio.php

(3)http://www.darwinbooks.it/main.

(4) http://www.ebookreaders.it/?gclid=CPTQq82t0Z8CFQ8eZwod1ilmdg

(5) http://www.medialibrary.it/home/home.aspx

(6) Come Zinio: http://ita.zinio.com/

(7) Vedi anche http://guaraldi.bibienne.net/2009/10/28/i-bibliotecari-non-amano-gli-editori/

(8) www.medialibrary.it

(9) http://www.logoslibrary.eu/pls/wordtc/new_wordtheque.main?lang=it&source=search


 


Category: Nuovi media

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About Mario Guaraldi: Mario Guaraldi, classe 1941, è stato ed è uno degli editori più dinamici del panorama italiano. La "prima" Guaraldi nasce a Firenze nel 1971 con un'unica collana, "Ipotesi", suddivisa in tre sezioni "Informazione e cultura", "Passato e futuro" e "Presente imperfetto", cui ben presto si aggiungono "La Sfinge" per la psicoanalisi e "Le Frontiere dell'Educazione". Il gruppetto che la anima è formato, oltre che da Mario Guaraldi, da giovani ricercatori come G. Bechelloni, M. Caciagli, V. Baldacci e da giovani grafic designer come Andrea Rauch.Nel 1980 dà vita, assieme alla moglie, ad Ast Planning, una casa editrice di spettacoli, che collabora attivamente col Festival di Avignone.Dal 1995 al 1997 ha condiviso con Paolo Fabbri la responsabilità del Mystfest di Cattolica ed è tuttora tra i responsabili del Premio Gran Giallo Città di Cattolica.Dal 1998 trasferisce tutta l’ attività editoriale in rete: la rinata Guaraldi Editore diventa la prima casa editrice italiana on line che pratica il Print on Demand e studia sistematicante le metamorfosi della filiera editoriale. Dal 2004 è docente presso la Facoltà di Sociologia dell’ Università di Urbino per il CdL in Editoria Media e Giornalismo e dal 2009 ha contribuito a far nascere il nuovo CdL interfacoltà (Sociologia-Lettere) denominato EDITIS (Editoria, Informazione e Sistemi documentari). E’ l’organizzatore del primo BookCamp Italia, nel luglio 2008 a Rimini e co-organizzatore del secondo School BookCamp a Fosdinovo nel maggio 2009. E’ tra i coordinatori scientifici della Nuova summer school e della scuola del libro presso l’Università di Urbino.

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