Johnathan Cook: La guerra nei mass media e nelle strutture umanitarie nel conflitto Israele/Palestina

| 23 Settembre 2014 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da amicizia Italia palestina del 21 settembre 2014

 

L’otto luglio scorso, mentre Israele lanciava ufficialmente il suo attacco più recente contro Gaza, la BBC pubblicava un rapporto elettronico online che faceva notare che alcune delle immagini più grafiche e più pubblicate sui mass media sociali non erano, in effetti, il risultato degli ultimi attacchi via aerea e via mare che colpivano l’enclave costiera assediata dei palestinesi. L’analisi della BBC rivelò “che alcune [immagini] risalivano fino al 2009 mentre altre derivavano dai conflitti in Siria e in Iraq”.

L’ implicazione, amplificata dai siti della rete pro-Israeliani, era che gli attivisti dei media sociali stavano cercando di far credere al mondo che Gaza stava soffrendo più di quanto stava in effetti succedendo nella realtà. Questo risultava ancora di più “Pallywood” (Palestina e Hollywood o Bollywood, alla moda Indiana, Ndt), come piace a coloro che supportano Israele nel deridere la documentazione visuale sempre più sostanziosa dei crimini di guerra di Israele nell’era delle macchine fotografiche degli smart phones.

L’Huffington Post, probabilmente senza pensarci, fece eco a questi sentimenti argomentando che il rapporto della BBC suggeriva che “le immagini scambiate attraverso i media sociali che mostrano apposta morte e distruzione causate da Israle a Gaza erano false”. In realtà le immagini analizzate nel rapporto non erano “false” in qualsiasi senso significativo della parola.

Le esplosioni “dirette per sbaglio” e i corpi straziati mostravano le sofferenze vere dei Palestinesi di Gaza durante gli attacchi precedenti da parte di Israele –l’operazione Piombo Fuso nell’inverno del 2008-09 e le Colonne della Difesa quattro anni più tardi- o di vittime riprese durante i combattimenti recenti in Siria e Iraq. Né gli attivisti che agivano in solidarietà e che misero a disposizione queste immagini, le usavano perché c’era una scarsità di evidenze visuali terrificanti dopo gli ultimi bombardamenti di Gaza da parte di Israle.

Si trattava semplicemente che la distruzione, “scioccare e lasciare a bocca aperta” Gaza da parte di una presenza aerea israeliana quasi invisibile e gli effetti sui corpi dei palestinesi delle esplosioni dei missili e delle case crollate, apparivano esattamente come nel 2008 e nel 2012. I nomi delle operazioni possono cambiare –Israele ha chiamato l’ultima Limite di protezione in inglese, evitando una traduzione letterale del titolo in Ebraico, molto più minaccioso, Dirupo solido – ma il costo di vite umane della popolazione civile rimane inevitabilmente lo stesso.

DirupoLe immagini, tuttavia attribuite per errore, costituiscono una registrazione molto piu’ ampia delle ultime esplosioni orgiastiche di macellazione a Gaza di quanto le referenze offuscatorie dei mass media nel “ciclo di violenza” continuato.

 

L’Arsenale mancante di Israele

C’è un’ironia crassa per la BBC, che tanto ha fatto per nascondere la realtà guerrafondaia di Israele, mentre critica coloro che usano i mass media sociali. Per fare solo un esempio, fra i tanti possibili, il corrispondente diplomatico della corporazione, Johathan Marcus, aveva promesso in un articolo su internet di spiegare “Che tipo di armi vengono usate nel conflitto tra Israele e Gaza”.

Egli descrisse in dettaglio i tipi di missili nelle mani di Hamas e il loro raggio d’azione. Le sue rivelazioni furono del tipo ”La panoplia del potere aereo di Israele è stata usata in una serie di attacchi sempre più intensi contro i siti di lancio dei missili, i depositi di munizioni e gli elementi al comando di Hamas e di altri gruppi”.  E’ da notare che non fece nessuna menzione, nonostante tutta la documentazione, degli attacchi contro i civili.

Si spostò quindi rapidamente verso le armi “difensive” di Israele. “Ugualmente importanti della determinazione dell’atteggiamento strategico di Israele come pure delle sue operazioni offensive” è la fiducia posta nel sistema missilistico – il sistema della Cupola di Ferro- per difendere la sua popolazione civile”. Il resto dell’articolo continua sulla stessa vena.

Marcus non avrebbe potuto fare un lavoro migliore nel promuovere l’idea che i palestinesi sono gli aggressori e gli israeliani le vittime, anche se fosse stato pagato direttamente dal ministro Israeliano di hasbara (propaganda). L’articolo nascose il fatto che, alla data della sua pubblicazione, il 10 Luglio scorso, dozzine di palestinesi, incluso molti bambini, erano stati uccisi durante le operazioni “difensive” israeliane.

Allo stesso tempo l’arsenale micidiale di Hamas, fino ad allora, non aveva ucciso nessun cittadino Israeliano- e forse non aveva ferito neanche nessuno, se si fa eccezione per i numerosi casi di Israeliani “vittime dell’ansia”, molti dei quali causati probabilmente da articoli giornalistici come quelli di Marcus. (Durante queste operazioni nessuno ha il tempo o le risorse per registrare l’enorme numero di palestinesi a Gaza che soffrono di ansia).

Mentre le esplosioni e i corpi maciullati   dei cittadini di Gaza si confondenvano in un collage quasi senza distinzioni con le sofferenze degli attivisti dei media sociali, anch’io guardavo i servizi e le analisi degli eventi delle scorse settimane con un senso di raccapricciante déjà vu.

Quando Hamas non veniva descritto come l’aggressore che aveva “forzato”  Israele a “rispondere” e a “rivalersi”, veniva presentato come un leviatano militare. Hamas, con i suoi combattenti armati con armi leggere e i missili lanciati dai camion, “scambiava fuoco” e “colpi” con uno degli eserciti più potenti del mondo. Un altro autore di un altro articolo “bilanciato” della BBC dichiarò : “Israele  sotto attacco continuato di Hamas”.

Questa dissimulazione, come sempre, ha raggiunto la sua apoteosi nei mass media americani. Il New York Times, per esempio, offrì titoloni che rimuovevano completamente le atrocità commesse dagli Israeliani, per gli orrori commessi, dalla scena. Un attacco missilistico il 10 luglio che disintegrò una famiglia Palestinese che guardava la Coppa del Mondo si intitolava ”Un missile diretto verso un caffè sulla spiaggia di Gaza colpisce gli avventori che guardano la Coppa del mondo; come se il missile avesse deciso da solo, autonomamente,  di “andare a trovarli”.

In modo simile, quando quattro ragazzini furono colpiti da un missile il 16 luglio, mentre giocavano a calcio sulla spiaggia, in piena vista dei giornalisti internazionali che si trovavano in un hotel vicino, l’editore del Times cambiò il titolo, già di per sé debole – “Quattro bambini vengono uccisi mentre giocano su una spiaggia di Gaza”- con una menzogna ovvia- “Bambini annegano in una spiaggia di Gaza e nel mezzo del conflitto in Medio Oriente”.  Nessuna esplosione, nessun morto o ferito e, ovviamente, nessuna responsabilita’ da parte di Israele in vista. Il tutto lavato con quella parola: “conflitto”.

E che cosa quella parola, apparentemente innocua, “attratto” avrebbe potuto significare? Non implica per caso che i bambini erano andati in un qualche posto vietato? Che, in breve, era colpa loro se si erano venuti a trovare nel posto sbagliato? Come se a Gaza ci fosse un posto giusto per ripararsi dalla pioggia dei missili Israeliani! O forse che gli editori del Times speravano che noi avremmo pensato che i bambini erano stati attratti da una mano, più sinistra ancora, ma locale.

Gli interventi delle organizzazioni dei mass media USA non furono limitati solo a giochi di parole. Il giornalista esperto della NBC, presente a Gaza, Ayman Monhyeldin, che si è comportato come il più corretto di tutti i corrispondenti USA, fu rimosso da Gaza per problemi di “sicurezza”. La decisione gli venne comunicata da esecutivi dell’organizzazione. La decisione venne presa lo stesso giorno in cui egli pubblicò lo scoop più grosso di tutta la sua carriera: aveva giocato a calcio con i ragazzini fino a pochi momenti prima che venissero massacrati. Monhyeldin non ebbe mai l’opportunità di pubblicare la sua straziante esclusiva.

Gaza, tuttavia, si rivelò estremamente sicura per Richard Engel, il corrispondente della NBC da Tel Aviv, che prese immediatamente il posto di Monhyeldin nella piccola enclave. Una protesta montante degli spettatori del canale televisivo forzò la NBC a rivedere la decisione un paio di giorni dopo permettendogli di tornare a Gaza, senza nessuna spiegazione, allo stesso modo di  come gli avevano richiesto di abbandonare la Striscia.

Anche Diana Magnay ha avuto a che fare con la lunga mano dei capi della CNN. Lo scorso 17 Luglio, durante una connessione dal vivo su una collina di Israele con vista sulla Striscia di Gaza, la giornalista della CNN stava parlando con Wolf Blitzer, il giornalista in studio, mentre un missile esplose dietro di lei, a Gaza. Mentre il cielo notturno si illuminò per l’esplosione, grida di giubilo e felicità si levarono al cielo e vennero percepite oltre l’inquadratura della telecamera. La Magnay, visibilmente scossa, fu forzata a spiegare, il più delicatamente possibile, che le folle di israeliani erano andati a osservare e celebrare le sofferenze dei palestinesi di Gaza.

Poco tempo dopo lei mandò dei “tweet” che riguardavano informazioni da dietro le quinte. La folla l’aveva minacciata, insieme alla sua squadra di operatori se avessero trasmesso “una parola sbagliata”. Lei descrisse quella gente come “immondizia”. Il suo tweet sopravvisse 10 minuti, suggerendo appena come i corrispondenti USA vengano seguiti e guidati da vicino dagli esecutivi delle stazioni televisive. Subito dopo la CNN annunciò che la giornalista era stata riassegnata a Mosca, apparentemente l’equivalente  dei mass media USA di un campo di rieducazione in Siberia.

Ma il trattamento di Monhyeldin e Magnay servì senza dubbio uno scopo più ampio, rammentando ai giornalisti dei mass media americani dei limiti di ciò che è accettabile quando si tratta di Israele.

 

I sequestri dettano la scena

Per la maggior parte dei mass media l’inizio delle ultime intensificazioni del conflitto partì dal sequestro di tre adolescenti israeliani lo scorso 12 giugno, mentre tornavano da un seminario in un’area di coloni notoriamente violenta nella città palestinese di Hebron. Per quasi tre giorni le truppe di Israele setacciarono palmo a palmo la West Bank, facendo razzia in migliaia di abitazioni e arrestando centinaia di persone, con il pretesto di cercare i ragazzi. I loro corpi furono poi ritrovati in una fossa poco profonda vicino a Hebron il 30 giugno seguente.

(D’altra parte, sebbene largamente ignorata dai mass media, la causa determinante del sequestro fu, molto probabilmente, l’esecuzione di due ragazzi palestinesi indifesi da parte di soldati israeliani, mentre prendevano parte a una protesta nel giorno di Nabka, vicino a Ramallah, il 15 Maggio scorso. Il momento della morte dei ragazzi fu filmato  da diversi angoli mostrando che non rappresentavano nessuna minaccia ai soldati stazionati lì vicino. Israele, di nuovo, suggerì che l’evidenza dei video – parte dei quali forniti dalla CNN- era falsa).

Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, opportunista come sempre, impose un ordine di silenzio alla stampa per evitare che riportasse una telefonata fatta da uno dei ragazzi israeliani ai servizi d’emergenza appena dopo il sequestro. Si potevano sentire degli spari. L’auto abbandonata, trovata il giorno dopo, aveva otto fori di proiettili e il sangue di uno dei ragazzi al suo interno. Per farla breve, le autorita’ di Israele sapevano, fin dall’inizio, che i tre ragazzi erano morti.

Israele determinò molto velocemente chi erano i sospetti: due o tre giovani di Hebron che entrarono in clandestinità immediatamente dopo il fatto. Essi appartenevano a una famiglia che aveva legami non stretti con Hamas; ma essi avevano anche un passato, per dirla con le parole di un analista israeliano, di sbandati. Questo tenue legame sembra aver costituito l’unica evidenza per l’associazione stridente e spesso ripetuta da Netanyahu che Hamas aveva ordinato il sequestro e che essa, ed essa solamente, sarebbe stata ritenuta responsabile prima nella West Bank e poi a Gaza.

 

Mandare all’aria l’Unità palestinese

Dopo il collasso dei negoziati di pace imposti dagli USA a fine aprile – per cui Israele, in maniera atipica si è preso la maggior parte delle colpe- l’ Autorità palestinese di Mahmoud Abbas, sempre molto accomodante, aveva parzialemente invertito la sua rotta lanciando un’iniziativa senza l’approvazione preventiva di Netanyahu e di Washington.

L’Autorità palestinese aveva richiesto di essere ammessa a far parte di un certo numero di agenzie internazionali, facendo anche intendere che sarebbe potuta andare fino in fondo e chiedere di far parte della Corte criminale Internazionale dell’Aia, che potrebbe esporre Israele a possibili processi per crimini di guerra. Il partito di Abbas, Fatah, che domina la West Bank, firmoà un accordo conciliatorio con Hamas, il suo principale rivale politico a Gaza, dopo sette anni di inimicizia. I due gruppi formarono un governo unitario di tecnocrati all’inizio dello scorso giugno e promisero di tenere elezioni nazionali per la prima volta dal 2006.

L’attacco di Israele ad Hamas nella West Bank – e il consenso implicito dell’Autorità palestinese, che si fece di lato- furono le prime tenaglie usate da Netanyahu nel suo piano di rimuovere la terra da sotto ai piedi del governo unitario. L’attacco a Gaza fu il secondo.

Ma la sete pubblica di vendetta di Israele – alimentata dagli incitamenti proveniente dal primo ministro in giù- non diminuì con il saccheggio della West Bank. Folle inferocite di Israeliani facevano la ronda nelle strade di Gerusalemme cercando palestinesi da linciare. Un gruppo si spinse un passo più in la’: il 2 luglio scorso presero un ragazzino di 16 anni, Mohammad Abu Khdeir, vicino a casa sua nel quartiere di Shuafat e lo portarono in un bosco. Durante il tragitto lo picchiarono e gli fecero bere del liquido infiammabile. Alla destinazione gli diedero fuoco.

 

La Croce Rossa chiede il rilascio

I guardiani dei nostri scrupoli morali fecero capolino in questo miscuglio di imbrogli e cattiva fede: le organizzazioni internazionali per i diritti umani. Esse fanno riferimento al sistema internazionale delle leggi umanitarie che è preposto al governo delle relazioni fra stati e che offre direttive e guida nelle circostanze di guerre e occupazioni militari. I nostri politici e i mass media forse non meritano la nostra fiducia ma sicuramente gli esponenti di un ordine etico globale potrebbero meritarla.

Gli statuti a fondamento delle leggi internazionali – la Convenzione di Ginevra- sono rispettati dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, che si trova in Svizzera (ICRC). Essa ha ricevuto la responsabilità – almeno da parte di quegli stati che hanno firmato la convenzione, che e’ la stragrande maggioranza- di interpretare e imporre, nel miglior modo possibile,  i dettami delle convenzioni per la difesa delle vittime di conflitti armati.

Il suo ruolo nel conflitto fra Israele e i palestinesi è stato notoriamente difficile, dato che Israele ha firmato le convenzioni all’inizio ma si e’ poi rifiutato di accettare che i dettami vengano applicati ai territori Palestinesi occupati.

Una dichiarazione dell’ICRC rilasciata il 15 Giugno potrebbe apparire, all’osservatore casuale, di routine. Esprimeva preoccupazione per i tre adolescenti Israeliani sequestrati tre giorni prima e chiedeva il loro “rilascio immediato e incondizionale”, facendo notare che la legge internazionale proibisce il sequestro e la presa in ostaggio. L’ICRC si offri’ anche di operare come un “intermediario neutrale” per ottenere il rilascio dei giovani.

In pratica la dichiarazione costituiva qualcosa di molto diverso dal comportamento solito dell’ICRC, almeno verso i palestinesi.

Sull’onda del sequestro dei tre giovani, come descritto in precedenza, Israele lancio’ una serie di attacchi nella West Bank, sequestrando in effetti chiunque avesse la minima connessione con Hamas, incluso giornalisti, volontari, studenti e politici. Entro pochi giorni dozzine di palestinesi furono arrestati e trasferiti fuori dai territori palestinesi, in Israele, in violazione delle leggi internazionali. In breve il numero raggiunse piu’ di 500 persone. La maggior parte furono detenuti senza nessun’ accusa o accesso agli avvocati difensori.

Questi prigionieri sono andati ad aggiungersi alle migliaia di altri nelle prigioni di Israele, incluso circa 200 incarcerati senza nessun’accusa. Molti di questi erano nel mezzo di uno sciopero della fame protratto che stava mettendo in pericolo le loro vite.

In aggiunta, Israele aveva nelle sue prigioni un numero uguale di bambini e ragazzi palestinesi, tutti imprigionati illegalmente – che riescono a vedere le loro famiglie solo molto raramente. Questi bambini vengono sottoposti ad abusi in maniera regolare, come messo in luce dal gruppo di Defense for Children International. Essi vengono spesso sequestrati dai loro letti, durante la notte, e una volta detenuti vengono sottoposti a torture e posti in isolamento. Che cosa aveva da dire l’ICRC delle condizioni di detenzione di questi bambini? Ha mai chiesto il loro rilascio immediato o si e’ offerta di agire come mediatore?

Quando gli e’ stata posta questa domanda, Ali Abunimah di Electronic Intifada, un portavoce dell’ ICRC disse:” ICRC in generale non chiede il rilascio di detenuti. Noi monitoriamo le loro condizioni e se siamo preoccupati per queste cose ne parliamo con le autorita’”.

La dichiarazione praticamente concordava con il tipo di dichiarazioni associate piu’ in generale con l’ICRC. Riguardo alla furia di Israele nella West Bank e i suoi assalti di massa, l’ICRC il 18 giugno mando’ un “tweet” commentando in modo molto secco:” Le operazioni militari nella West Bank e a Gaza: ICRC intensifca la sua attivita’”. Riguardo allo sciopero della fame, la preoccupazione dell’ICRC risultò nient’altro che un umanitarianismo supremamente disinteressato. Il 17 giugno la Croce Rossa offrì un aggiornamento tipico:” Abbiamo visitato 27 detenuti che stanno facendo lo sciopero della fame fino ad ora, negli ospedali di Assaf Harofe, Priya, Tel Hashomer e Wolfson”.

 

Vengono scoperte le prigioni segrete

La giustificazione tradizionale dell’ICRC per questo distacco studiato mi fu spiegato nel 2003 mentre investigavo una prigione segreta di Israele nota come Stazione 1391.

Il ruolo di 1391 era di far sparire quei prigionieri arabi che non erano coperti dalle responsabilita’ Israeliane  in quanto potere di occupazione. Molti detenuti erano libanesi, arrestati da Israele durante la lunga occupazione di quella nazione che terminò nel 2000. La Stazione era l’equivalente Israeliano di Abu Ghraib e, come nella sua controparte Irachena, la tortura veniva usata comunemente.

Durante la mia ricerca mi fu detto che l’ICRC sapeva della prigione. Quando chiamai il loro ufficio a Gerusalemme per chiedere quanto sapessero di essa, un portavoce si rifiuto’ di darmi qualsiasi informazione  oltre al fatto di confermare la loro conoscenza dell’esistenza della prigione e la localita’, sebbene la stessa persona con cui parlai disse che essi non avevano avuto nessuna possibilita’ di accesso alla struttura.

La giustificazione dell’ICRC per rifiutarsi di dire di più e di criticare Israele per ciò che ammontava a una enorme violazione delle leggi internazionali, era che essi credevano nell’essenzialita’ di mantenere una posizione di “neutralita’ politica assoluta”. Mi fu detto che era nell’interesse della popolazione Palestinese prigioniera che l’ICRC mantenesse la fiducia di Israele cosi’ che l’accesso della Croce Rossa alle prigioni non venisse revocato.

Ma il principio di “neutralita’ politica assoluta” che era cosi’ cruciale per ICRC nel 2003- e che ha guidato le loro politiche per decenni, dato il loro quasi completo silenzio sull’occupazione belligerante di Israele- è stato buttato a mare con alacrita’ scioccante nella difesa dei diritti dei tre ragazzi Israeliani. L’ICRC non deve anche comportarsi con “neutralità politica assoluta” verso i palestinesi?

 

Umanitari amici del potere

La verità è che il ruolo dell’ICRC nel salvaguardare le leggi umanitarie internazionali è soggetto alla valutazione precisa della localizzazione del potere nel sistema internazionale. Inimicarsi Israele e’ estremamente rischioso per un’organizzazione che dipende dall’aiuto dei maggiori poteri occidental. Inimicarsi il popolo Palestinese, una nazione che necessita di ogni pezzettino di aiuto che può raccimolare dalla comunita’ internazionale, non conta ovviamente nulla. Gli scrupoli morali possono andare all’inferno.

Questo era anche ciò per cui, presumibilmente, Navi Pillay, rispettato alto commissario per i diritti umani dell’ONU, adottò il linguaggio stantio della diplomazia piuttosto che usare espressioni di oltraggio morale quando commentò gli attacchi contro Gaza. Una dichiarazione anemica rilasciata l’11 luglio scorso evitò accuratamente di identificare le azioni di Israele come crimini di guerra, ciò che evidentemente erano.

Invece Pillay fece notare che i morti civili riportati “sollevano seri dubbi sul fatto se gli attacchi Israeliani sono stati effettuati in accordo con le leggi umanitarie internazionali”. Era una colonna sonora di disapprovazione sottovoce, gia’ conosciuta, una che per decenni ha sottolineato l’inerzia internazionale.

Human Rights Watch (HRW), che ha sede a New York City, non si comportata in modo molto migliore. Il 19 luglio rilascio’ una dichiarazione sui bombardamenti appena  diversa dalle altre dichiarazioni rilasciate alla stampa dalla stessa organizzazione nel 2009 e nel 2012.

Io mi sono scontrato con HRW nel passato, ultimamente nel 2006, quando non mi sono trovato d’accordo con il suo capo ricercatore, Peter Bouckaert. Sull’onda immediata dell’attacco di Israele in Libano in quello stesso anno, Bouckaert espresse l’opinione al New York Times che: ”è perfettamente chiaro che Hezbollah sta bersagliando direttamente la popolazione civile e che il loro fine e’ di uccidere  civili Israeliani. Noi non accusiamo l’esercito israeliano di uccidere civili in maniera indiscriminata. La nostra accusa, espressa chiaramente nel nostro rapporto, è che l’esercito Israeliano non sta prendendo tutte le precauzioni necessarie per distinguere tra obiettivi civili e militari”.

Era una dichiarazione enormemente prematura. Bouckaert espresso il suo punto di vista anche se i missili precisi di Israele avevano ucciso molte centinaia di Libanesi, la maggioranza dei quali di nuovo civili, mentre gli attacchi con missili rudimentari di Hezbollah avevano ucciso un numero piccolissimo di Israeliani, la maggioranza dei quali militari. Questo è quanto io scrissi:

Come fa Bouckaert a sapere che il fallimento dell’esercito israeliano a distinguere fra obiettivi militari e civili è semplicemente una mancanza tecnica nel prendere precauzioni e non invece un fatto intenzionale? Si trovava per caso lui, o un altro ricercatore di HRW seduto su uno dei bunker militari a Nord di Israele quando gli strateghi dell’aviazione premevano il pulsante per far partire i missili dai loro droni spioni? Si trovava per caso seduto vicino ai piloti dell’aereonautica quando volavano in tondo sopra il Libano rilasciando le loro bombe made in USA o decine di migliaia di “munizioni a grappolo”, piccolissime mine antiuomo, che adesso sono disperse sopra una vastissima area nel Sud del Libano? Aveva per caso avuto colloqui intimi con il capo di stato maggiore Israeliano circa la loro strategia della guerra?…

Egli non ha nessun’idea in più di me o di voi riguardo a cio’ che gli strateghi e i politici avevano deciso di fare per raggiungere il loro obiettivo. Infatti egli non sa nemmeno quali questi obiettivi fossero.

 

A letto con il Dipartimento Di Stato

HRW, nella sua dichiarazione del 9 luglio segue lo stesso filo iniziando con: ”Gli attacchi missilistici palestinesi contro Israele sembrano essere indiscriminati e diretti verso centri della popolazione civile, e questo costituisce un crimine di guerra”. Allo stesso tempo l’offensiva Israeliana veniva caratterizzata con i termini seguenti:” Gli attacchi di Israele che bersagliano le abitazioni potrebbero ammontare a punizioni collettive proibite:.

Cosi’ per HRW, i piccoli attacchi missilistici dei Palestinesi che non avevano ucciso nessuno erano “crimini di guerra”, mentre i bombardamenti  massicci di Israele a Gaza, che causarono velocemente la morte di dozzine di Palestinesi, molti dei quali donne e bambini, erano semplicemente “una punizione collettiva”. Tutti e due erano violazioni delle leggi internazionali, per forza. Se vogliamo guardare a questi fatti da un altro punto di vista, erano tutte e due crimini di guerra. Ma, come succede spesso in questo conflitto, HRW poté trovare il coraggio di articolare le accuse solo quando si riferiva ai palestinesi.

In maniera simile, proseguendo nella  mutilazione oltraggiosa della legge internazionale,  la dichiarazione suggeriva che anche i capi di Hamas costituissero dei bersagli militari legittimi, anche quando non erano coinvolti in combattimenti. Israele, sulla base di questo ragionamento, aveva il diritto di colpire gli esponenti di Hamas anche quando dormivano o stavano mangiando con le loro famiglie nelle loro abitazioni. Il problema era che se HRW avesse applicato questa stessa interpretazione in maniera consistente, avrebbe sanzionato Hamas a bersagliare qualsiasi abitazione in Israele dove un membro della famiglia serve nell’esercito o nella riserva- che vuol dire la maggioranza delle abitazioni civili di Israele.

Helena Cobban, un’esperta del Medio Oriente, scrisse di un altro rapporto di HRW che fu pubblicato il 16 luglio, che riportava lo stesso errore:

Quante volte dobbiamo ripeterlo? La differenza essenziale nella legge internazionale non e’ tra “combattenti e civili”- che sono le categorie usate in tutto il rapporto di HRW- ma “tra combattenti e non combattenti”. Un combattente che non è al momento coinvolto nella condotta, nel comando o nella pianificazione delle operazioni militari, non e’ considerato un combattente. …E’ illegale bersagliare queste persone.

 

Strusciando i piedi

Il rapporto del 16 luglio di HRW rappresenta perlomeno un miglioramento rispetto al precedente, se non altro perché incluse degli studi di casi individuali a Gaza, in cui l’evidenza dei crimini di guerra era troppo evidente. Ma anche questo rapporto rappresenta un modo di fare ripetuto: gruppi come HRW non sanno da che parte stare all’inizio di un attacco Israeliano e si comportano in maniera equivoca, ritrovando la loro spina dorsale solo più tardi, sulla scia delle evidenze montanti dei crimini di guerra di Israele che cominciano a creare sensi di sconforto nella comunita’ internazionale. HRW non guida l’opposizione ai crimini di guerra, come dovrebbe; fornisce appena appena la scusa per cercare una via d’uscita, ma solo dopo che tutti si sono trovati d’accordo che il momento di finirla è arrivato.

In breve, HRW non rappresenta la voce di una coscienza morale globale; è un’organizzazione che vuole mantenere il suo accesso a, e la sua credibilità con le elite politiche.

Questo non deve stupire visto che HRW, mentre si autodefinisce “una delle piu’ importanti organizzazioni mondiali, independente, per i diritti umani”, persegue comunque una politica di stretti rapporti con l’establishment della politica estera, e in modo particulare con il Dipartimento di Stato USA.

Gli stretti legami tra l’amministrazione USA e HRW sono diventati cosi’ evidenti che hanno determinato una protesta recente di lamentela firmata da piu’ di cento personalita’ pubbliche, incluso l’assegnatario del premio Nobel per la pace, Adolfo Perex Esquivel e Maired Maguire, e l’ex Assistente del Segretario Generale dell’ONU, generale Hans von Sponeck.

Queste persone hanno fatto notare che il direttore generale di HRW a Washington, che si e’ dimissionato recentemente, Tom Malinowski, e’ un ex assistente speciale del Presidente Bill Clinton e scriveva i discorsi dell’ex Segretario di Stato, Madeleine Albright. L’anno scorso egli lasciò HRW per andare a fare l’assistente del Segretario di Stato attuale, John Kerry. Ma fece questo non prima di aver usato il suo ruolo a HRW per giustificare la legittimita’ delle rendizioni straordinarie “in circostanze limitate”- cioe’, il sequestro di individui in siti in cui viene usata la tortura con la supervisione di ufficiali USA.

Allo stesso tempo il vice direttore del consiglio di amministrazione di HRW è Susan Manilow, che si autodescrive come “un’amica di lunga durata di Bill Clinton”. In più il comitato di supporto Americano include Myles Frechette, un ex ambasciatore in Colombia, e Michael Shifter, un ex direttore della National Endowment for Democracy, un’agenzia finanziata dal governo. Un membro recente dello stesso comitato era Miguel Diaz, un analista della CIA negli anni ’90 che adesso lavora per il Dipartimento di Stato.

Allo stesso modo, Suzanne Nossel, un’esponente della guerra preventiva, lasciò il suo impiego a HRW, alla fine degli anni 2000 per andare a ricoprire un incarico al Dipartimento di Stato. Più tardi venne assunta da un’altra importante organizzazione per i diritti umani, Amnesty International USA, questa volta quale direttore esecutivo.

Il resto del consiglio di HRW forse non è così compromesso con commissioni politiche ma molti sono difficilmente dei difensori delle persone comuni. Un numero significativo sono milionari che si sono arricchiti nelle industrie finanziarie.

Questo rapporto incestuoso tra le élite politiche e la comunità dei diritti umani è endemica. Basta considerare l’Unicef, il fondo umanitario dell’ONU per i bambini. Non ha detto una sola parola durante il conflitto tra Israele e i palestinesi, nonostante le massicce evidenze di abuso sistematico di bambini da parte di Israele. Alcuni osservatori locali hanno provato a emettere un grido riguardo all’arresto e alla tortura di bambini da parte di Israele, e per il blocco di Gaza che ha determinato malnutrizione diffusa e cronica. L’Unicef ha appena appena aperto la bocca per condannare.

Forse questo potrebbe avere a che fare con il fatto che il suo direttore è Anthony Lake? Lo stesso Anthony Lake che servi’quale Consulente della Sicurezza Nazionale per Bill Clinton negli anni ’90? E lo stesso Clinton che ha ripetutamente dichiarato la sua fedelta’ a Israele.

Coloro che monitorano i diritti umani internazionali hanno adottato un’umanitarianismo annacquato; avverso ai rischi, durante il conflitto Israele-Palestina come un modo per evitare di essere coinvolti nella dimensione politica, piu’ profonda e urgente del conflitto. Come per i media e i politici, la grande paura dei gruppi per i diritti umani internazionali e’ entrare in collisione con la lobby ebraica.

 

Plasmando il discorso dell’elite

Nonostante tutto ciò, Israele è in difficoltà e sta gradualmente perdendo la battaglia dell’opinione pubblica.  Israele definisce, in maniera grandiosa, questo sviluppo come “delegettimazione”, anche se in verità si tratta semplicemente di una coscienza popolare crescente della realtà dell’occupazione Israeliana, alimentata dalle molte opportunita’ per il pubblico di evitare le fonti di informazione ufficiale.

Il compito dei lobbisti di Israele è di ritardare questo risveglio il piu’ possibile e di proteggere i politici dai suoi effetti. Questa è, per esempio, la missione dichiarata dei lobbisti dei mass media pro Israele in Inghilterra, nota come BICOM o “Britain Israel Communications and Research Center”. BICOM è il prodotto dell’ansia Israeliana riguardo alla natura sempre piu’ globalizzata dei mass media di lingua Inglese.

Per decenni la lobby Israeliana ha focalizzato la sua attività quasi esclusivamente sugli USA, con la speranza che il suo superpotente patron si tenesse fuori da problemi diplomatici, militari e economici. Per questa ragione sviluppò una lobby politica- AIPAC o American Israeli Public Affair Committee– che ha operato per intimidire il Congresso USA e, con esso, la Casa Bianca. Nessun presidente USA, e certamente nessuo che stia preparandosi per una re-elezione, si sognerebbe di rifiutare un invito a parlare alla conferenza annuale dell’AIPAC.

Meno visibile ma non meno importante sono le organizzazioni lobbistiche che dono dedicate a influenzare i mass media negli USA. Il più noto, la Lega Contro la Diffamazione Anti-Defamation League (ADL), è diretta da Abraham Foxman, il cui bigottismo avrebbe dovuto escluderlo dall’incarico se l’ADL fosse stata veramente interessata alla Diffamazione. Ma Foxman è un arci esponente della Diffamazione purchè sia diretta agli oppositori di Israele.

Per esempio, egli scrisse un editoriale agli inizi dello scorso luglio per l’Huffington Post dove accusava i palestinesi di rappresentare una cultura che ”sposa l’odio puro per gli israeliani e gli altri ebrei, senza riguardo per le loro azioni, e che e’ completamente disinteressata al vivere in pace con i suoi vicini”.

Ma l’ADL ha altri due alleati più grandi, nella sua campagna d’intimidazione dei mass media USA: l’Honest ReportingCamera (Committee for Accuracy in Middle East Reporting), il Comitato per l’Accuratezza dei Servizi sul Medio Oriente. L’ultima organizzazione pubblica una “lista della vergogna” dei giornalisti sul suo sito della rete che documenta i suoi giudizi sulla maggioranza dei giornalisti che si sono occupati del Medio Oriente per il pubblico USA.

Devo riportare che io ricopro un piccolo posto d’onore in quella lista per la mia breve collaborazione con l’International Herald Tribune, dopo che fu acquisito dal New York Times. Le mie due entrate per supposte “inaccuratezze” impallidiscono vicino alla lista di 33 entrate riportate per Jodi Rudorem, la corrispondente delNew York Times. Le imprecisioni riportate per la giornalista non riflettono ne’ una mancanza di documentazione (o, piuttosto, non nel modo in cui la lobby pretenderebbe), ne’ un pregiudizio a favore dei Palestinesi nei suoi servizi, Rudorem, infatti, è stata una partigiana di Israele almeno quanto il suo predecessor Ethan Bronner.

Piuttosto, la campagna ininterrotta di Camera contro Rumorem costituisce un esempio del ruolo critico del New York Times nel modellare l’opinione pubblica. Lo scopo dei lobbisti è di sottometterla completamente- di spingerla ad auto-censurarsi in maniera ancora più efficace di quanto non faccia gia’adesso- o di fare pressione sui suoi editori per spostarla da qualche altra parte, con l’idea che il suo rimpiazzo troverà l’ambiente dell’integrita’ giornalistica ancora più circoscritto.

 

La crepa nella diga

Con il Congresso USA e i mass media costretti alla sottomissione, Israele e’ stato capace di plasmare l’opinione pubblica delle elite negli USA. Ma una crepa nella diga si e’ allargata durante lo scorso ventennio. Con la comparsa dell’ internet e dei media sociali, gli Americani hanno avuto accesso a una varieta’ molto piu’ ampia di mass media, diversificati, che nel passato, incluso i mass media liberali- almeno per gli standard USA- le pubblicazioni in Gran Bretagna come la BBC e il Guardian.

I lobbisti di Israele si resero conto di questo pericolo molto presto, appena dopo l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000. Appena dopo, Israele replicò la lobby USA in Gran Bretagna, creando BICOM nel 2002. BICOM e le altre lobby israeliane hanno ridotto la BCC in sottomissione completa trasformandola in un altro megafono della propaganda Israeliana.

L’enormità della capitolazione della corporazione divenne impossibile da ignorare all’inizio del 2009, quando la BBC si rifiuto’ di trasmettere, per la prima volta nella storia, gli appelli del comitato per le emergenze dei disastri, perche’ la causa caritatevole in quel caso era rappresentato da Gaza, che era stata appena ridotta in macerie dai bombardamenti Israeliani. Persino alcuni politici britannici criticarono apertamente la BCC per la sua decisione codarda.

Le lezioni imparate da BICOM derivavano senza dubbio dalla lunga esperienza delle lobby negli USA. Nel 2010 lo staff di BICOM si unifico’ con gli strateghi Israeliani nel rilasciare un articolo intitolato “ Per Vincere la Battaglia delle Narrazioni”- In esso facevano le seguenti osservazioni:

Le elite politiche in Europa e negli USA sono molto piu’ tolleranti verso i politici Israeliani che non il vasto pubblico nelle stesse nazioni; tuttavia, l’atteggiamento del pubblico e la copertura dei mass media (specialmente nel Regno Unito) determinano quanto i loro governi possano perseguire una agenda politica pro-Israele.

Jonathan Cummings, l’ex direttore dell’ufficio Israeliano di BICOM, fece notare che durante lo stesso anno i media Britannici erano stati capaci di influenzare le elite al di fuori dell’Inghilterra, probabilmente riferendosi agli USA. “Con mass media come la BBC, il Guardian e il Financial Times, che giocano un ruolo sempre piu’ significativo nel determinare il quadro generale molto oltre i propri confini, l’atteggiamento dei Britannici puo’ condurre molto lontano”.

Egli suggerì, quindi, che i lobbisti di Israele rinnovino i loro sforzi per “creare barriere di delegittimazione, isolando gli ambienti che decidono della politica” dall’opinione pubblica.

Questo tipo di attività è efficace. Costituisce la ragione per cui i politici  i mass media e le organizzazioni internazionali per i diritti umani piu’ influenti non trasmettono la realta’ scioccante di ciò che Israele sta facendo sul territorio ai Palestinesi. E’ la ragione per cui l’opinione pubblica non viene presa in considerazione nelle decisioni di politica estera che riguardano Israele.

L’assalto su Gaza, come quelli precedenti, lascerà centinaia di Palestinesi morti, la maggioranza dei quali civili. Non porrà fine né all’assedio né alla resistenza contro di esso. Oltraggerà l’opinione pubblica su tutto il pianeta. Ma le nostre elite continueranno a dare a Israele copertura finanziaria, militare e diplomatica, come hanno continuato a fare per piu’ di sei decenni.

 

Jonathan Cook ha vinto  il premio special il Giornalismo Martha Gehhorn. Il suo sito web è: www.jonathan-cook.net


 

 

 



Category: Nuovi media, Osservatorio Palestina

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