Vincenza Pellegrino: Giovani e nuove forme di partecipazione in Europa

| 19 Febbraio 2014 | Comments (0)

     

     

    Vincenza Pellegrino diventa dottore di ricerca in Antropologia Demografica all’Université de la Méditerranée di Marsiglia e poi svolge i suoi studi post dottorali nell’ambito della demografia sociale e dell’antropologia sociale tra la Francia, la Svizzera e il Marocco. Rientrata in Italia, entra nell’ambito disciplinare della sociologia: è assegnista di ricerca a Udine e poi attualmente a Parma dove insegna Politiche Sociali e Sociologia della Salute.

    È autrice di numerosi articoli, saggi e monografie, tra cui le più recenti sono: L’occidente e il mediterraneo agli occhi dei migranti, Unicopli 2009; Il Dolce Avvenire. Esercizi di ripensamento radicale del presente, (con Bosi A. e Deriu M.) Diabasis 2009; L’empowerment nei servizi sociali e sanitari. Tra istanze individuali e necessità collettive (con A. Nicoli), Il pensiero scientifico 2011; Corpi in trappola. Vite e storie tra i rifiuti (con L. Cori), Editori Riuniti; Follie Ragionate. Il male e la cura nelle parole dei pazienti psichiatrici, Utet 2012.

    Il disegno in copertina è dall’archivio della rivista “Napoli Monitor”


1. “Dove sono finiti i giovani?”

Queste considerazioni partono da duepercorsi di analisi che ho svolto recentemente: il primo, sull’affluenza dei giovani alle attività del volontariato italiano [1] e il secondo sulla loro partecipazionealla vita delle istituzioni democratiche locali [2]. Entrambi questi approfondimenti nascevano da una richiesta di aiuto, dalla preoccupazione di adulti posti innanzi ad un rifiuto: i giovani disertavano di fatto le loro proposte di partecipazione. In breve, il mio intervento si colloca all’intervento di questo dilemma: forzando un poco, perché i ragazzi non si iscrivono più alle associazioni di volontariato, non partecipano alla vita dei partiti, non vanno a votare, non si iscrivono ai sindacati, e non utilizzano nemmeno i (pochi) strumenti di democrazia partecipativa (consultazioni e altre forme) messi in campo dalle istituzioni locali? Perché non rispondono a questi inviti? O, come ha detto un funzionario di servizi d’animazione sociale per giovani (perennemente semi-vuoti): “visto che in casa non ci sono, dove sono finiti?”.

L’obbiettivo che mi pongo è quello di mettere in relazione questa scarsa partecipazione alla vita della società civile organizzata e delle istituzioni [3] ad alcuni cambiamenti epocali che stiamo vivendo e che caratterizzano particolarmente la vita quotidiana delle ultime generazioni. In breve, alcune dimensioni che gli ultra 40enni vivono come ‘esperienza di cambiamento’ rispetto a quanto accadeva solo pochi decenni fa (diffusione delle reti sociali virtuali, diffusione delle forme di lavoro precario, crisi delle ideologie e delle organizzazioni politiche su di esse fondate, ecc.), sono invece l’unica realtà (simbolica e materiale) con la quale si siano mai confrontati coloro che oggi hanno dai 18 ai 30 anni. Sono nati a partire dagli anni ’80: la crisi petrolifera del ’73 sulle spalle, hanno nel dna il dubbio che il paradigma della crescita illimitata nasconda il problema irrisolvibile del consumo di risorse non rinnovabili; figli di attori o di spettatori del ’68 studentesco, hanno nel dna le ferite di cambiamenti interiorizzati dai genitori come impossibili, di sfiducia nella partecipazione; nati quindi in epoca di dubbi ‘collocati in profondità’, sono cresciuti all’interno di inviti sempre più performanti al consumo, sempre più velocemente informati, sempre più fortemente spronati all’emancipazione personale e alla riuscita. Il mio breve intervento vuole approfondire come queste dimensioni della contemporaneità influiscano profondamente sul modo in cui i giovani si riferiscono alla ‘propria cittadinanza’, intesa sia in senso formale (iscrizione nello status di cittadino, con tutti gli obblighi e i diritti che ciò comporta rispetto allo Stato) che in senso sostanziale (nei termini di partecipazione attiva alla vita della propria comunità). In maniera estremamente sintetica, vorrei mostrare come i giovani vivano in qualche modo ‘già-oltre’ la dimensione di vita sociale e politica costruita nella modernità, basata sullo stato-nazione e sul lavoro retribuito, che pure è ancora viva nella realtà (simbolica prima che materiale) degli adulti.

 

2. Crisi delle gerarchie e cittadinanza giovanile: la scomparsa del referente istituzionale

Molti studi descrivono e interpretano i cambiamenti che stiamo vivendo come un insieme di processi che hanno messo in discussione la “gerarchia verticale” intesa come affidamento indiscusso a geometrie del potere cristallizzate nel tempo, che a lungo hanno collocato i (molti) posti in basso ai (pochi) posti in alto, e che a lungo hanno garantito l’ordine sociale. L’accedere di un numero sempre più importante di persone al linguaggio, all’immaginario, alle pratiche sociali legate alla centralità dell’individuo, da un lato, e alla democratizzazione delle organizzazioni politiche, dall’altro lato, ha creato una nuova condizione di confronto costante tra pari, vale a dire tra individui che si autodefiniscono come potenzialmente interscambiabili nelle funzioni e nei ruoli sociali.

Alcuni autori hanno parlato di identità individuali alla perenne ricerca di riposizionamento (Bauman, 2007) caratterizzata da competizione ma anche immedesimazione crescenti; altri parlano della oscillazione tra nostalgici tentativi di affidamento al potere (riacquisire un senso esistenziale ed un ruolo sociale pre-definiti dalla nascita o definiti dall’esterno) e contemporanea desautorazione della leadership (quando poi qualcuno indica davvero la via, lo si smentisce per prenderne il posto), con una conseguente difficoltà a pensare (e poi agire) la partecipazione ad un gruppo.

Altri autori infine caratterizzano tale scenario parlando di pretesa di co-protagonismo universale: una fase di caduta delle certezze che tuttavia coinciderebbe con una nuova fase di aspirazioni alla libertà attiva, all’arte della libera associazione (Beck, 2000). Come riassume bene Marianella Sclavi (2008), potremmo infine parlare di un’epoca in cui:

– ognuno pare impegnato a ricollocarsi costantemente in posizione diversa e migliore proprio in relazione al fatto che il senso della propria esistenza non è definito a priori, seguendo ‘trame’ di spostamento (di ri-specializzazione) del tutto inedite (da costruire ex novo nei linguaggi e nelle strategie);

– ognuno, proprio nel tentativo di ricollocarsi rispetto agli altri, diviene un continuo suscitatore di conflitti più o meno grandi (allargati ad un numero più o meno ampio di persone coinvolte), senza tuttavia aver ancora appreso a gestirli in modo costruttivo e creativo, continuando cioè a gestirli come si faceva all’interno delle gerarchie ‘verticalmente costruite’ (mostrando i muscoli e non operando il riconoscimento delle altre istanze di protagonismo espresse dai vicini);

– e pur tuttavia ognuno (soprattutto tra i giovani) manifesta un alto grado di insofferenza nei riguardi dei conflitti gestiti come prima (“Se voice non funziona, allora io exit” dice Sclavi, ossia se ‘l’altro’ non trova spazio\tempo per il mio protagonismo, per ascoltare la mia voce, allora io opero il divorzio, anche e soprattutto quando l’altro sia “un’istituzione”, direbbe il giovane cittadino).

Questa ‘crisi delle gerarchie’ [4] caratterizza profondamente la disposizione dei più giovani nei confronti delle organizzazioni istituzionali democratiche. Le nuove generazioni infine vivono gli esiti di un lungo processo di ‘individualizzazione’ – di ‘creazione dell’individuo’[5] – che si è tradotto nei fatti in una affiliazione precaria, riflessiva, negoziale alla comunità (Giddens, 2000).

Mi pare utile citare un altro elemento di cambiamento in grado a mio avviso di fare luce sull’allontanamento dei più giovani dalla vita delle istituzioni democratiche dello stato-nazione: l’unificazione del mondo (da alcuni decenni già un fatto per Mercato e Tecnologia) va a detrimento dell’efficacia degli stati-nazione, pur senza che ciò entri nella rubrica mediatica o sia apertamente affrontato. In breve, la collocazione su scala globale dei grandi problemi (ambiente, lavoro…) si compie senza che si producano rappresentazioni collettive di una possibile ‘governance globale’, senza un dibattito circa le strutture sociali e politiche della modernità e la loro evoluzione.

I giovani 20enni e 30enni di oggi – a differenza dei loro genitori – sono nati quando ciò già era un fatto: l’impotenza delle strutture politiche contemporanee rispetto ai grandi problemi (quale Stato oggi può governare la questione del riscaldamento climatico?) è un vissuto che diffonde l’impressione di un mondo degli adulti inefficace rispetto alla realtà e farsesco nelle ritualità e nella retorica.

In una recente indagine svolta a Napoli sulla crisi dei rifiuti e le rappresentazioni circa le sue cause e le sue conseguenze (Pellegrino, 2009), la comparazione tra le narrative delle persone più anziane e quelle dei più giovani è risultata interessante. Le persone oltre i 55 anni paiono maggiormente legate a una rappresentazione del potere in scala verticale, guardano alla classe dirigente come alla maggiore responsabile, mentre rappresentano l’incapacità ‘popolare’ di cura dell’ambiente nei termini di ‘perdita rimossa del mondo agricolo’ (di amnesia collettiva sulla terra, la sua coltivazione ecc.). I giovani invece citano più raramente il referente istituzionale locale, che identificano ‘solo’ come concausa del disordine eco-politico (“mica a Napoli si poteva fare da soli: è proprio il resto del mondo che ci manda i rifiuti”; “tutti siamo negli stessi problemi, e nessuno da solo può uscirne…”; “ i nostri governanti sono i più incapaci e corrotti è vero, ma anche gli altri sono incapaci…”). Il risentimento viene a spostarsi maggiormente sul piano dell’orizzontale (sui propri giovani concittadini, su “chi non fa niente anche se dovrebbe”), e pare correlarsi a una visione del problema ambientale come conseguenza dello stile di vita, delle singole incapacità di collocare i propri consumi dei quali ci si fa maggiormente colpa. Infine, la scomparsa del referente gerarchico verticale non pare portare tra i giovani verso nuove elaborazioni sul governo ‘orizzontale’ della realtà (sulle possibili trame ordinate di responsabilità tra ‘pari’, tra ‘concittadini’).

 

L’ESEMPIO: LA SCUOLA

Pochi mesi fa sono stata coinvolta in un percorso di riflessione rivolto ai rappresentanti di classe e di istituto di una scuola secondaria superiore [6]. Alcune insegnanti mi hanno proposto di discutere in maniera partecipata (adottando strumenti che garantiscano almeno in parte l’ascolto delle diverse esperienze) circa l’uso degli spazi di autogestione da parte dei ragazzi, invitandoli a fare proposte più strutturate, maggiormente rivolte al buon funzionamento della scuola. La discussione – condotta attraverso focus group e open space techonology – ha portato i ragazzi\le ragazze ad una riflessione costantemente ‘doppia’: da un lato, essi esprimevano le cose che avrebbero voluto cambiare nella scuola; dall’altro, allegavano le considerazioni sul perché gli insegnanti non avrebbero operato in realtà alcun cambiamento (non si sarebbero messi ‘davvero’ all‘ascolto degli studenti). Nella

maggior parte dei casi si trattava di considerazioni sulla impotenza dei loro insegnanti davanti al venire meno delle risorse economiche per la scuola ecc.; in altri casi sulla loro paura di rischiare, ecc.. Alla conclusione del percorso, davanti alla rendicontazione dei lavori fatta dai ragazzi, le insegnanti si sono trovate a dare loro ragione: ai loro occhi, né i ragazzi partecipando né loro stesse ascoltandoli erano nella condizione di cambiare; la partecipazione dei ragazzi era uno strumento “giunto troppo tardi per i nostri tempi” (per citare una insegnante) o, come scrivemmo in seguito, giunto quando i ragazzi ormai non credevano più agli “adulti che avevano davanti”.

 

3. Lavoro atipico e cittadinanza giovanile: la solitudine di Unico e la sua fatica nel ricollocarsi continuamente

Il lavoro sta cambiando completamente forma. Molti studiosi affermano che la condizione lavorativa dei giovani atipici di oggi ci chiama a ripensare completamente la questione: il lavoro informale e la multi-occupazione non sarebbero condizioni anomale e transitorie verso un lavoro stabile, ma elementi costitutivi di una nuova condizione di cittadinanza. La novità principale starebbe nel fatto che ciascuno non solo dovrà cambiare molti lavori ma anche e soprattutto ‘inventarsi’ il lavoro successivo: è la così detta condizione di self-employment, nella quale il lavoro non preesiste al lavoratore, ma lui stesso deve indurne la richiesta (deve convincere gli altri della utilità della sua funzione). Parallelamente, il sistema formativo non sarebbe più ‘agganciato’ ai veloci cambiamenti del mercato, e ciascuno deve inventarsi costantemente forme di ‘rispecializzazione’

(Rifkin,1995; Beck, 2000; Revelli, 2001). Tanto il self-employement che la formazione permanente, infine, comporterebbero lunghi periodi lavorativi non retribuiti; per esemplificare, il tempo dell’auto-promozione e del bricolage formativo (composizione di diversi frammenti di specializzazione, riaggiornamento, ecc.) aumenterebbero incessantemente, e il tempo lavorativo non sarebbe più necessariamente tempo retribuito.

In tal senso, come dice Dahrendorf (1995, citato in Deriu 2008), la condizione lavorativa delle donne – la combinazione di tante attività al posto di una carriera – è premonizione di quanto accadrà ad un numero crescente di uomini; ugualmente, la condizione dei lavoratori giovani e atipici non è espressione di un ‘incompleto raggiungimento’ del progetto moderno che li vorrebbe ad un certo

punto stabilmente occupati, ma è un frammento di ‘realtà nuova’, la messa in scena di un nuovo ordine che manca di collocazione nell’immaginario collettivo condiviso (come invece è stato per il lavoro individuale salariato nell’epoca industriale).

Ciò che più ci interessa, questo ‘nuovo lavoro’ – fluido, immateriale e non retribuito, libero-professionale e invasivo rispetto alle 24 ore quotidiane – non potrà più costituire la base della partecipazione individuale all’ordine sociale come è stato nel progetto moderno (nell’era industriale appunto). Da un lato, non potrà più costituire la base contributiva al welfare pubblico degli stati-nazione nel modo in cui è avvenuto nel secolo scorso (Deriu 2008) dal momento che il lavoro non è registrato e retribuito con continuità. Dall’altro lato, non vi è la distinzione tra tempo di lavoro retribuito e tempo liberato sulla quale si basavano le forme moderne della partecipazione alla vita democratica. Il tempo non retribuito infatti era ‘reso libero’ (permesso, garantito) dal tempo lavorativo retribuito; su questo concetto poggiava l’invito al volontariato o l’adesione ad un partito, ad esempio. Oggi il tempo della propria collocazione nel mondo occupa quasi tutte le attività e le relazioni dei giovani precari, senza

che essi traccino una linea di demarcazione netta tra lavoro, auto-formazione, relazioni personali, ecc.

Infine, potremmo dire che il mondo dei giovani è ancora solidamente ‘moderno’ nella sua circolarità “produzione – induzione dei desideri e dei consumi – produzione” che connota un sistema capitalista ancora dominante, e tuttavia è post-moderno [7] nell’accelerazione di questo circolo e nelle sue conseguenze. Il cambiamento continuo delle forme di produzione, il cambiamento continuo della formazione necessaria alla produzione, l’accelerazione dei consumi,l’ultra-caducità del desiderio che li induce (interessante in tal senso l’analisi del capitalismo tecnonichilista di Magatti, 2009) cambiano i dispositivi con i quali l’individuo si colloca nel mondo: la sua funzione (la professione ad esempio) viene messa continuamente in discussione dal cambiamento del suo sistema lavorativo e\o dal mutar individuale di disposizione. In tal senso, il giovane e la giovane sono entrambi lavoratori (produttori) precari e al tempo stesso consumatori (desideratori) precari, ai quali non bastano risorse materiali (la contribuzione) e simboliche per essere buoni cittadini dello Stato.

 

L’ESEMPIO: IL SINDACATO

All’interno di un percorso di discussione politica condotto con lo strumento del Teatro dell’Oppresso che ho svolto nel 2009 [8], alcuni giovani raccontavano dell’angoscia legata alla precarietà lavorativa. Essi si soffermavano non tanto sulla dimensione economica (“non sapere sino a quando si sarà pagati”, “vivere lunghi intervalli di lavoro impegnativo e non retribuito”, “non avere accesso a mutui”, ecc.) quanto sull’impossibilità di condividere tra loro il proprio destino: ciascuno di loro si connotava per percorsi unici, frammentari. Anche chi si era laureato nel medesimo ambito, si era poi allontanato seguendo diverse vie di specializzazione (master, perfezionamenti, viaggi ecc.). Alla fine, nessuno condivideva il proprio profilo professionale con

altri. Nessuno sapeva nè poteva fare della propria esperienza individuale un’esperienza collettiva, da riorganizzare in azione collettiva. E così, nelle discussioni seguite agli spettacoli teatrali, i giovani sentenziavano la loro distanza dalle organizzazioni del lavoro nate in epoca moderna: “a quale suddivisione del sindacato potremmo appartenere se non ci possiamo definire né per forma di contratto né per tipo di professione?” E come ripensare nuove forme del sindacato se nessuno dei presenti, per quanto vicini di formazione, può identificare un ‘insieme comune’ al quale fare riferimento? La conclusione dei lavori fu che la scarsa partecipazione ad alcune organizzazioni, nate in epoca moderna e in risposta ai problemi del lavoro industriale, ha oggi radici profonde: i giovani sono e si sentono portatori di esperienze differenziate, composte e ricomposte continuamente e individualmente, che proprio a causa della loro continua ricomposizione non riescono a ‘cumularsi’, a darsi come esperienze comuni a tanti. La frase di un partecipante, video–registrato, riassume bene

ciò di cui ci stiamo parlando: “Anche se avessi tempo per farlo, e non ne ho mai perché lavoro sempre, non saprei neanche chi contattare tra i miei colleghi per fare insieme una cosa ‘tipo sindacato’. Anche se abbiamo la stessa formazione, ci occupiamo poi tutti di cose diverse e con datori di lavoro diversi che cambiano sempre […] Insomma, non possiamo formulare rivendicazioni comuni, e anche avendocele non sapremmo a chi rivolgere le nostre richieste. Non solo non c’è più il lavoratore ben definito, ma non c’è più soprattutto il padrone nella testa”.

 

4.Qui-e-anche-lì: l’indefinibile delimitazione della comunità di appartenenza

Infine (ma potremmo continuare ancora) voglio affrontare un ultimo aspetto, a mio avviso di notevole importanza per spiegare la relazione tra forme della partecipazione e condizione giovanile: la dislocazione dell’esistenza attraverso l’uso di media e strumenti telematici. La grande quantità delle transazioni in atto tra diversi luoghi del globo avrebbe modificato la qualità degli scambi e delle loro implicazioni: gli individui (e le comunità alle quali essi fanno riferimento) non compierebbero l’esistenza unicamente in rapporto con l’ambiente circostante ma principalmente con l’ambiente virtuale che prende forma nel loro immaginario. Si tratterebbe di una progressiva delocalizzazione dell’esistenza (o de-territorializzazione) evocata da autori differenti in modi differenti, ma che pure si rifanno ad elementi comuni, tra cui appunto la contrazione dei tempi e la dilatazione degli spazi nelle relazioni. Moltissimi studi mostrano l’interesse delle morfologie sociali (reti, comunità, movimenti o campi sociali) poste tra luoghi differenti e collocate nelle reti virtuali, e dei modi di riproduzione culturale che le caratterizzano. I giovani in tutto il mondo vivono così, collegandosi alla rete, iscrivendosi a social network che moltiplicano le loro offerte, dedicando parte crescente del loro tempo alle relazioni mediate dalla tecnologia e non più condizionate dal corpo a corpo (non più limitate ai propri effettivi vicini, non più contraddistinte dalla dimensione corporea,ecc.).

Questa convergenza ‘globale’ circa i modi e i tempi della comunicazione giovanile ha portato alcuni studiosi, ed io tra loro, a dire che oggi potremmo immaginare una minore distanza tra un giovane immigrato e un giovane autoctono rispetto a quella esistente tra loro e i genitori: la dimensione globale dei loro spazi comunicativi, il continuo riferimento a tali spazi fanno di loro le prime generazioni che si auto-posizionano potenzialmente ovunque nel mondo (la disaggregazione e riaggregazione di cui parlano i sociologi contemporanei). E se ci si può immaginare potenzialmente ovunque là-fuori, questo cambia profondamente il modo in cui ci si colloca quì-dentro: la risposta ai propri desideri non sta tanto nelle interazioni quotidiane e nei luoghi in cui si cammina realmente, ma soprattutto in quelli spazi più vasti e appetibili che potenzialmente potremmo raggiungere.

In tal senso, i giovani sono portatori di desideri non collocati rispetto al luogo in cui vivono – o meglio, collocabili su più ampia scala globale (è questa forse la prima fase di una cittadinanza simbolica che assume il globo come spazio vitale unico), e ciò ridefinisce completamente il modo in cui essi conducono l’azione sociale. Sono più disinteressati o inibiti ad intervenire rispetto agli eventi locali, ma ancora lontani per lo più dal vedere un legame organizzato tra le reti delocalizzate che permetta appunto ‘azioni in rete’.

Più che un disinteresse verso mondo, quindi, io penso che i giovani vivano un interesse continuamente ricollocato, ad esempio, rispetto allo spazio (siamo lontano – siamo vicino) o ai diversi gruppi che essi frequentano contemporaneamente (siamo troppi – siamo troppo pochi). Ancora una volta, la dimensione del ‘tempo accelerato’ contribuisce a modificare le coordinate della partecipazione

giovanile: l’interesse è troppo mobile, troppo poco contingente, condiviso troppo brevemente per tradursi in interesse comune.

 

L’ESEMPIO: L’UNIVERSALE CONDIZIONE PRE-MIGATORIA (“Quasi quasi me ne vado anche io”)

In una scuola di un grande paese in periferia di Cosenza ho incontrato una scolaresca a proposito dei miei studi sulle migrazioni marocchine in Italia (Pellegrino 2009). Gli insegnanti mi avevano parlato di una certa distanza tra i ragazzi provenienti da lontano, da poco arrivati nelle classi, e i ragazzi autoctoni. Mentre parlavo della condizione pre-migratoria dei giovani di Casablanca, della loro distanza dalla malavita locale e dai problemi reali della politica e dell’economia del loro paese poiché sempre più immersi nel progetto di partire, nel ‘prendere contatti’, nello studio di lingue straniere, ecc., notavo il viso sempre più interessato degli studenti calabri. Ad un certo punto, tutti sapevamo che stavo parlando di loro e non dei giovani marocchini. O meglio, di entrambi. Quando ho chiesto quanti di loro pensavano di trovarsi ancora lì a 30 anni, hanno alzato la mano in 2 studenti su 300 ed è calato uno strano silenzio. Una studentessa ha alzato la mano: “Forse per gli adulti ha senso parlare di ‘migrati’ e ‘non migranti’, ma per i giovani no, tutti sognano di andare via dai posti dove non si sta bene”. Allora ho chiesto loro di immaginare un posto al mondo dove tutti si sta davvero bene: abbiamo concluso che ovunque i giovani sono potenziali migranti e perciò vivono nella condizione pre-migratoria.

 

5. La partecipazione giovanile nella nuova era che stentiamo a nominare

Come ho cercato di argomentare, alcune condizioni che hanno caratterizzato il progetto della prima modernità, dello stato nazione e dell’era industriale nei secoli appena trascorsi, sulle quali si basava lo scambio tra singolo e comunità, tra cittadino e istituzioni democratiche (il legame tra lavoro e cittadinanza, tra luogo e appartenenza.), sono così profondamente modificate da mettere in crisi tale scambio. La partecipazione dei giovani alla vita della comunità è interrogata profondamente da tali cambiamenti.

Da un lato, le istituzioni (e gli adulti in esse integrati) vivono il travaglio di questi cambiamenti come una crisi inedita per forza e durata, sono incapaci di definire in chiave positiva il futuro, si fanno più ostili alle novità, chiusi al rischio, più impermeabili al contributo dei giovani. Dall’altro, ed è questo a mio avviso l’aspetto più interessante che ho tentato di approfondire, i giovani stessi vivono quotidianamente ‘già-oltre’ le forme di organizzazione sociale a cui (in maniera discontinua e spesso strumentale) vengono invitati. Infine, vivono facendo i conti con elementi costitutivi della partecipazione profondamente modificati, come il tempo (sia quello realmente a disposizione sia quello interiormente misurato) e lo spazio (sia quello realmente viaggiato sia quello interiormente concepito).

Se si vuole sostenere una nuova stagione di partecipazione giovanile, tanto rispetto alla società civile quanto rispetto alla vita delle organizzazioni istituzionali, non si possono eludere questi elementi.

Non si deve più semplicemente riferirsi alla cittadinanza formale come se fossimo nell’epoca della fiducia pre-stabilita nelle istituzioni (come spesso si fa per invitare i giovani alla partecipazione), quanto piuttosto indagare quale sia lo Stato immaginario, lo Stato che ancora esiste (se ancora esiste) nell’immaginario giovanile, e da lì riprendere il filo di un confronto. Non si deve più semplicemente alludere alla redistribuzione tra chi lavora e chi no, operando così una differenziazione implicita tra potenziali donatori di aiuto e potenziali ricettori di aiuto all’interno di uno schema unidirezionale di dono (come spesso si fa per invitare i giovani al volontariato).

Lo scambio tra giovani e volontariato oggi, così come tra giovani e istituzioni, potrà avvenire solo se gli adulti muoveranno gradualmente verso un diverso paradigma dell’invito, esplicitando appunto il loro invito come frutto della ‘doppia mancanza’, dichiarando ai giovani la loro stessa fragilità e insicurezza nei confronti di un mondo nuovo che essi conoscono ancora meno. Dovrebbe essere linvito ad uno scambio tra fragili, intesi nel senso di ‘spaesati’ davanti al mondo-fattosi-troppo grande, che colloca nella condizione del ‘dare-e-ricevere’ contemporaneamente la compatibilità tra vita adulta (visione e condizione moderna) e vita giovane (visione e condizione postmoderna).

 

Note

1 Mi riferisco ad una riflessione svolta con Giorgio Volpe e Franco Bagnarol all’interno di un seminario su Partecipazione e Volontariato (Pordenone 2008).

2 Mi riferisco al progetto IND&IST (Individui & Istituzioni) nato nel 2009 da una convenzione tra Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna e l’Università di Parma, che ha come obbiettivo comprendere e sostenere i processi di scambio tra individui e vita delle organizzazioni istituzionali e che rientra in un più ampio percorso di coinvolgimento dei giovani (www.partecipa.net).

3 Prenderò per buona questa ipotesi iniziale, in parte supportata da numerose inchieste su giovani e politica, giovani e fiducia, giovani e volontariato, ecc., anche se, come vedremo nel seguito del saggio, non si tratta a mio avviso di ‘scarso’ interesse alla società civile e alle sue forme più organizzate di aggregazione, quanto di un interesse verso la comunità diversamente vissuto e gestito.

4 Per crisi delle gerarchie intendo appunto la difficoltà ad assumere paradigmi comuni circa le geometrie del potere e della responsabilità (che siano condivisi abbastanza a lungo da permettere un’impresa collettiva).

5 Faccio qui allusione al processo di ‘individualizzazione’ che, nel corso degli ultimi secoli, ha messo distanza tra il soggetto e il proprio gruppo di riferimento (il clan a base familiare) e lo ha definito come cellula di una nuova socialità basata sulla ragione e sulla funzione. Bontempi (2008) sintetizza a mio avviso in modo semplice ma efficace questo processo: “Il processo di individualizzazione moderna si costituisce comepossibilità aperta dallo sviluppo di dinamiche di differenziazione delle sfere sociali e di astrazione delle relazioni sociali.”. Nella modernità il legame tra fondazione dello Stato e ‘individualizzazione’ si danno insieme perché il secondo percorso trae alimento dal medesimo processo di legittimazione graduale del primo: una nuova chiave non religiosa e razionale. L’ordine sociale trova così legittimazione e regolazione, per quanto temporanee, attraverso le istituzioni moderne; il campo sociale dell’individuo, sempre più astrattamente definito (ad esempio, senza declinazione di genere), viene a essere composto e regolato razionalmente dai mezzi istituzionalizzati dell’emancipazione (centrati sul progetto astratto di vita ‘singola’). “Individualizzazione ed emancipazione divengono dunque due dimensioni di un medesimo processo, obiettivo da perseguire che connota il progetto della modernità istituzionalmente organizzata”. Come ben spiega l’autore, ‘l’individuo giovane’ si collocava in questo progetto moderno in forza di una sua futura funzione all’interno di un mondo specializzato (differenziato); l’emancipazione attraverso la differenziazione è un elemento che connota, tra gli altri, il progetto educativo – istituzionalmente organizzato – che deve portare dal bambino all’adulto. Il punto che qui affrontiamo è la conseguenza a cui questi processi attraverso i secoli hanno condotto: un numero sempre crescente di giovani-individui cresciuti nel paradigma ‘emancipatorio’ non trovano poi collocazione stabile nel progetto, né materiale (per quanto il percorso di formazione li ‘specializzi’ e li ‘differenzi’, la realtà contemporanea cambia troppo velocemente e non si possono dare a priori garanzie di collocazione) né simbolica (e quand’anche ciò accada, è l’individuo stesso che non cessa di ‘emancipare se stesso’, di desiderare un’altra collocazione professionale, affettiva ecc).

6 Si tratta del progetto “Chi è il rappresentante?” svolto nell’autunno 2009 presso il Liceo Scientifico Statale Marconi.

7 Non entro qui nella ormai lunga diatriba sulla post-iper-ultra-seconda modernità; uso questa espressione per connotare un cambiamento qualitativamente e non solo quantitativamente significativo, che connota quindi un’era nuova e diversa dalla precedente.

8 Si tratta dell’Agorà sulla Sicurezza Urbana condotto a Parma e in altri contesti in collaborazione con alcuni esperti di T.D.O come Roberto Mazzini (Coop Giolli) e Luca Dotti (Tangram – Kwa Dunia).

 

Bibliografia di riferimento

Bauman Z. (2007), Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Bari

Beck U. (2000), Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile, Einaudi, Torino

Beck U. (2000), I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Il Mulino, Bologna

Bontempi M. (2008), Tipi di modernità e forme di individualizzazione, www.giovaniesocieta.unibo.it/paper/9b/bontempi.pdf

Deriu M. (2008), “Antropologia esistenziale delle nuove generazioni tra atipicità lavorativa e partecipazione politica”, in Pozzi A., Toscani M., Tra il dire e lo scrivere: saggi sull’oralità di ritorno, Edizioni Unicopli, Milano

Giddens A. (2000), Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna

Livi Bacci M. (2009), Generazione senza prerogative, Il Regno 12\09

Magatti M. (2009), Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Feltrinelli, Milano

Pellegrino V. (2009), L’occidente e il mediterraneo agli occhi dei migranti, Unicopli, Milano

Pellegrino V. (2009), “Questa è la terra del rimosso”: Il nesso uomo-ambiente e la crisi eco-politica nelle narrazioni dei cittadini campani coinvolti dall’emergenza dei rifiuti, Scienza e Filosofia 2\09

Revelli M. (2001), Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino

Rifkin J. (1995), La fine del lavoro, Baldini e Castoldi, Milano

Sclavi M. (2005), “Ascolto attivo e seconda modernità. Sul discutere i pro e i contro e sulla gestione creativa dei conflitti”, in Rivista di Psicologia Analitica, n.19, 71/2005, Vivarium Editore, Milano (anche in rete)

 

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