Massimo Canella: L’incitamento all’odio

| 30 Gennaio 2020 | Comments (0)

 

 

Nella foto Massimo Canella a una manifestazione di Amnesty per ricordare Giulio Regeni a quattro anni dalla uccisione.

L’odio in sé è una manifestazione naturale: un sentimento di ostilità particolarmente intenso che può sorgere quando ci si sente minacciati, frustrati nella propria libertà d’azione o defraudati di qualcosa che si ritiene importante (Freud osservava che d’istinto, prima di ragionare, ci troviamo a desiderare il male per il prossimo anche per mancanze piuttosto lievi).

Gli psicanalisti dicono poi che l’esperienza della frustrazione è precocissima, e che già il lattante avverte che la realtà, percepita senza la distinzione fra il Sè e il mondo, è ambivalente, appagante ma anche frustrante: si svilupperebbe quindi il meccanismo dell’identificazione proiettiva, per cui si carica un oggetto o una persona della negatività che percepiamo in noi stessi. L’eventuale conflitto di interessi diventerebbe quindi anche il pretesto per dare sfogo alla propria carica di inconsapevole “cattiveria”.

Inoltre dai tempi più remoti chi comanda ha capito che l’individuazione di capri espiatori su cui scaricare la frustrazione collettiva e con cui esorcizzare la paura è un fattore potente di identificazione col gruppo e di coesione sociale: meccanismi universali, che si riscontrano anche in microsociologia, ma sono, per esempio, alla base delle religioni sacrificali o di ideologie fondate sulla persecuzione di particolari razze o popoli o classi, a prescindere dall’eventuale responsabilità di qualcosa di esponenti dei gruppi presi di mira. Nel 1954 lo psicologo cognitivista americano Gordon Allport ha concepito una scala, nota come scala Allport, che vuole descrivere i diversi stadi di sviluppo dei sentimenti di ostilità verso i capri espiatori e la loro connessione. Il primo riguarda le loro RAPPRESENTAZIONI NEGATIVE, a vari livelli di intensità: dallo stereotipo alla ridicolizzazione, fino ai discorsi di incitamento all’odio. Solo dopo lo sviluppo di questo stadio possono intervenire le fasi successive: l’EVITAMENTO; in terzo luogo la DISCRIMINAZIONE; in quarto luogo l’AGGRESSIONE FISICA; infine, nei casi di maggior successo, la ELIMINAZIONE.

L’INCITAMENTO ALL’ODIO è un particolare tipo di comunicazione che si serve di parole, espressioni o elementi non verbali aventi come fine ultimo quello di esprimere e diffondere odio e intolleranza, nonché di incitare al pregiudizio e alla paura verso un soggetto con particolari caratteristiche o un gruppo di persone accomunate da etnia, orientamento sessuale o religioso, disabilità fisica o psichica, appartenenza culturale o sociale. In un certo senso esso va considerato più grave e pericoloso delle singole violazioni dei diritti conclamate, in quanto crea un clima in cui esse non vengono più percepite come tali.

La diffusione dei social media ha reso i discorsi di odio che vengono lanciati o suggeriti molto più pervasivi e molto meno controllabili. Ciò ha suggerito la creazione, in certi ambienti associativi e in certi ambienti politici, di vere e proprie “fabbriche della paura”, e di conseguenza dell’odio, tecnicamente sofisticate, destinate a far aumentare i consensi per le proprie ideologie o per le proprie liste elettorali. Naturalmente esse prendono i propri spunti non dal nulla, ma da contraddizioni reali nella società, che vengono presentate in modo distorto e strumentalizzate.

Per comprendere meglio il fenomeno, a partire dal 2018 Amnesty International Italia ha costituito una Task Force denominata, appunto, Hate Speech, che ha coinvolto 180 attivisti motivati e appositamente selezionati, per intervenire nello spazio dedicato alle pagine on line di Facebook e Twitter, dove, a margine o all’interno di un messaggio, possono svilupparsi discorsi d’odio nei confronti di determinati soggetti -bersaglio: immigrati, migranti e rifugiati; rom; ebrei, musulmani; gay e transessuali; in modo molto rilevante, donne, o perché emancipate o semplicemente in quanto vittime della violenza maschile. Questa task force viene rinnovata periodicamente. I post vengono classificati seguendo una griglia trasparente e pubblicata.

In occasione delle elezioni europee del 2019 la Task Force ha effettuato per sei settimane il monitoraggio sui siti di 461 candidati, esaminando 100.000 post. Gli esiti dell’indagine sono stati concentrai in un rapporto multidisciplinare di 56 pagine intitolato “Il barometro dell’odio”, facilmente recuperabile con Google e scaricabile. Alcuni dati. Dei post esaminati l’11,5 % han contenuti ritenuti offensivi o discriminatori, e l’1 % si configurava come discorso di incitamento all’odio in senso stretto. Fra i candidati più attaccati sul piano personale, quattro su cinque son donne (tre di sinistra e una di destra); in media le candidate donne ricevono

il doppio degli attacchi personali rispetto ai candidati maschi, e di questi il 25 % ha una natura sessista. La parte del leone la han fatta prevedibilmente i discorsi sui migranti e su chi è già migrato (realtà e problematiche profondamente diverse), e secondariamente quelli sulla religione di una parte di loro. Il noto leader più presente sui social (2.188.000 interazioni nel periodo considerato, numeri irraggiungibili prima dell’esistenza dei social) ha dedicato alle migrazioni il 12,2 % degli interventi: di questi il 41,5 % è stato considerato offensivo o discriminatorio, assieme al 52,6 % dei relativi commenti. Il leader che all’epoca era suo alleato ed ora è un suo fiero avversario e la leader che ora gli è vicina, propensi piuttosto ad attacchi personali, non hanno insistito sul tema, ma hanno trovato molti commenti offensivi e discriminatori in merito nei commenti ai loro post: il che conferma che esiste anche una pressione dal basso sui politici, che alcuni fomentano scientificamente, altri gestiscono prudentemente e altri ancora probabilmente si limitano a subire. Altri leader politici nazionali, coi loro follower, non han presentato problemi apprezzabili in questo campo.

Non vanno sottaciute le difficoltà.

Quella più generale, risollevata anche da chi si è opposto alla costituzione della commissione parlamentare che ha preso il nome dalla senatrice Liliana Segre, consiste nel RAPPORTO CON LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE, cardine della visione liberale attualmente condiviso almeno a parole da tutti; alcuni ricorderanno che essa era emersa anche ai tempi del terrorismo degli anni Settanta. In effetti una linea di confine fra il lecito e l’intollerabile non si può tracciare con criteri del tutto obiettivi e bisogna compiere scelte complesse, comprendendo la specificità di ogni caso e l’importanza di tutte le poste in gioco.

Un problema più tecnico è l’attenzione al RAPPORTO CON IL CONTESTO: la singola espressione può essere considerata offensiva in generale, ma perdere la sua potenzialità offensiva se usata ironicamente o in un contesto gergale.

Trappole comunicative sono insite nella stessa struttura del linguaggio, evento storico che risente della EGEMONIA MASCHILE: materia da analizzare con radicalità e da affrontare con equilibrio.

Insidiose sono le espressioni di ODIO IMPLICITO o di ISTIGAZIONE INDIRETTA. Un piano di analisi significativo può essere quello grammaticale: in un’occasione il giornalista Sallusti è stato assolto perché aveva titolato “Bastardi islamici”, dove islamici era aggettivo, in teoria avrebbe potuto anche parlare di “bastardi veneti”; sarebbe stato a quanto pare condannato se avesse invece scritto “Islamici bastardi”, cosa che sarebbe suonata come una generalizzazione… Ma, appunto, il comportamento più pericoloso consiste nel fare discorsi allusivi o divaganti che mettono nella mente del lettore predisposto o ingenuo pensieri negativi, senza che ce se ne assuma la responsabilità. Abbiamo avuto nel novembre 2019 esempi da manuale nel mondo particolarmente a rischio del tifo calcistico. Si ricorderà che il calciatore di colore Balotelli, cittadino italiano, aveva protestato per cori razzisti nel solito stadio della Hellas Verona, e il capo degli ultras della squadra, accidentalmente responsabile di Forza Nuova per il Nord Italia, anzi che invitare alla moderazione aveva commentato dicendo che, cittadinanza o non cittadinanza, Balotelli non sarebbe mai stato comunque un vero italiano – comportamento per cui ha subito sanzioni sportive. Il succitato politico con maggiori contatti on line con gli Italiani e il suo staff han ritenuto di dare il proprio contributo postando in merito quanto segue: “Un operaio dell’Ilva vale più di dieci Balotelli”…

E’ forse questo il momento per ricordare a noi stessi che un’attenzione simile a quella per gli errori degli altri dovrebbe essere applicata anche alle nostre pur sacrosante reazioni, alle manifestazioni di INDIGNAZIONE: “anche l’odio per l’ingiustizia rende roca la voce”, diceva Brecht; la storia ci insegna che movimenti basati sull’indignazione hanno spesso causato più violazioni di diritti di quelle per cui si era indignati, e abbassare i toni rappresenta comunque un esempio positivo e spesso smussa le punte delle aggressioni verbali e induce evoluzioni positive del dialogo. Il vaglio della razionalità e della costruttività, senza che si arretri dalla fermezza e dalla fedeltà ai valori, va insomma tendenzialmente applicato a tutte le manifestazioni dei nostri impulsi, a cominciare da quelli aggressivi. Questa preoccupazione è stata messa recentemente al centro delle richieste del movimento delle Sardine, cosa che ne svela l’ispirazione abbastanza sofisticata: e si ha l’impressione che il risultato di far abbassare i toni, e di far sì che chi non li abbassa dia di sé un’immagine negativa, sia già stato per ora conseguito. Ma si tratta di problemi e pericoli permanenti, contro i quali non dovremo mai abbassare la guardia.

Se la battaglia contro i discorsi di odio e di dileggio va combattuta anzi tutto con gli strumenti dell’educazione, della persuasione e dell’esempio, dobbiamo essere anche consapevoli che la normativa italiana offre strumenti abbastanza adeguati a perseguire, ove sia opportuno a tutela dei deboli, discorsi e comportamenti che non si è riusciti a prevenire.

La Legge 13.10.1975, n. 654 (ratifica ed esecuzione della Convenzione internazionale sulla eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale – ICERD – adottata dall’ONU a New York il 21.12.1965) punisce con la reclusione fino a 1 anno e 6 mesi o con la multa fino a € 6.000,00 chi propaganda idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, e con la reclusione da 6 mesi a 4 anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza con gli stessi motivi.

Il Decreto Legge 26.4.1993, n. 122 (misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa), convertito con modificazioni con Legge 25.6.1993, n. 205 (cd. Legge Mancino) punisce con la reclusione fino a 3 anni chiunque in pubbliche riunioni compia manifestazioni esteriore od ostenti emblemi e simboli propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi di cui alla L.654/75, e con una contravvenzione chi si rechi a competizioni agonistiche ostentando analoghi simboli.

Il Decreto Legislativo 1.3.2018 n. 21 , contenente modifiche al codice penale, vi introduce gli articoli 604 bis e 604 ter. L’art. 604 bis punisce con la reclusione da 6 mesi a 4 anni ogni propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale o etnico, nonché l’istigazione a commettere o la commissione di atti di violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, e vieta la creazione di organizzazioni a ciò finalizzate; se i discorsi implicano la negazione o l’apologia della Shoah o di crimini di genocidio, di guerra o contro l’umanità, così come definiti dalla Corte penale internazionale, la reclusione può andare dai 2 ai 6 anni. L’art. 604 ter prevede una circostanza aggravante generica per tutti gli altri reati commessi per perseguire le finalità in questione e punibili in modo autonomo.

Merita menzione, anche se esula dai limiti che ci siamo proposti, l’individuazione precisa dei comportamenti discriminatori contenuta nel Decreto Legislativo 25.7.1998, n. 286 (T.U. sull’immigrazione e sulla condizione dello straniero).

Con distinte sentenze del 2008 la III sezione penale della Corte di Cassazione ha ribadito che “la libertà di manifestazione del pensiero e quella di ricerca storica cessano quando travalicano in istigazione alla discriminazione ed alla violenza di tipo razzista”, ma che in ogni caso si deve stabilire “se nella medesima situazione un altro soggetto appartenente a diversa religione, etnia, razza sarebbe stato trattato in maniera diversa e se il diverso trattamento sarebbe stato determinato da un’idea di superiorità razziale o di odio etnico o religioso, e non da altre ragioni eventualmente anche censurabili”.

Per quanto riguarda le nozioni di “odio e discriminazione”, si confrontano in giurisprudenza un indirizzo più restrittivo, per cui per odio non si deve intendere “qualsiasi sentimento o manifestazione di generica antipatia” e per discriminazione deve intendersi solo un comportamento rientrante nella definizione della sopra citata Legge 654/75 (Cass. pen. sez. V, sentenze del 2005 e del 2006) – e un indirizzo estensivo secondo il quale ad esempio “integra gli estremi della finalità di odio (…) l’espressione ingiuriosa “va via di qua, sporca negra”, rivolta a persona di pelle scura (…) né a tal riguardo ha rilievo la mozione soggettiva dell’agente, considerato che l’accertamento sulla idoneità potenziale dell’azione a conseguire lo scopo discriminatorio deve essere parametrato, non già all’idoneità occasionale del fatto a conseguire ulteriore disvalore, ma al dato culturale che lo connota” (Cass. Pen., sez. V, sent. n. 11590/2010). Cfr. in merito l’intervento, nel citato “Barometro dell’odio”, di Francesco Miraglia del Consiglio Nazionale Forense, intitolato: “L’aggravante discriminatoria del discorso d’odio nella giurisprodenza italiana”

Category: Guerre, torture, attentati, Movimenti, Osservatorio sulle città, Politica

About Massimo Canella: Massimo Canella, laureato in Scienze politiche all'Università di Padova, è attualmente docente a contratto presso l'Università Ca' Foscari di Venezia: "Strumenti giuridici e ruolo delle istituzioni per i beni culturali" al corso di laurea specialistica interateneo fra Padova e Venezia su "Storia e gestione del patrimonio archivistico e bibliografico". Ha coordinato il Servizio Beni librari e archivistici e Musei della Regione del Veneto con particolare riferimento allo sviluppo di reti informatiche e relazionali, e alla Soprintendenza ai beni librari. Ha realizzato progetti pluriennali sulla valorizzazione del patrimonio culturale e sull'arte contemporanea. Ha partecipato ai Comitati nazionali del Servizio Bibliotecario Nazionale e del Sistema Archivistico Nazionale e al comitato di redazione del Notiziario bibliografico del Veneto. E' autore di numerose pubblicazioni su i beni culturali (vedi elenco nella rete Linkedin a suo nome)

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