Francesco Indovina: La crisi attuale e la reticenza della sinistra

| 24 Dicembre 2015 | Comments (0)

 

Diffondiamo dal Diario di Francesco Indovina del 24 dicembre 2015

 

A proposito della crisi che ha colpito l’economia mondiale, due filoni di pensiero si scontrano.

Da una parte chi crede, fermamente e senza che un dubbio attraversi la propria intelligenza, che per quanto grave sia la crisi, essa deve essere considerata un “accidente”, e che i sani spiriti capitalistici sapranno fare ripartire il meccanismo economico. Questa posizione considera un errore qualsiasi intervento pubblico;  l’economia, sragionano, non è più quella degli anni ’30, un articolazione mondiale (la globalizzazione), una fitta rete di relazioni e di interdipendenze, la grande disponibilità finanziaria  esalteranno i primi segni di ripresa. La politica che si ritiene utile e opportuna è quella monetaria: disponibilità crescente di moneta, bassi tassi di interessi, ecc. Un tempo si diceva che quando il cavallo non vuole bere è inutile offrigli l’acqua (che si traduce come è inutile offrire denaro comodo se non c’è voglia, o possibilità, di investimenti). Questa posizione da una parte produce l’austerità (ridurre drasticamente il debito pubblico, quindi l’occupazione nel settore, i servizi collettivi, gli investimenti infrastrutturali, ecc.) con risultati modesti, dall’altra favorire i consumi per rimettere in moto la domanda e quindi l’investimento (per questo vanno benissimo sussidi, riduzioni delle tasse, bassi tassi d’interesse, ecc.). Per favorire questo, inoltre si rende indispensabile una moderata inflazione, con la speranza che l’aspettativa di prezzi in crescita possano stimolare gli investimenti.

L’altro filone ritiene necessaria una politica di investimenti pubblici, una politica keynesiana. Il capitale non si riprende da solo, ha bisogno di massicci stimoli che solo una politica di investimenti pubblici può determinare. Anche in questo caso gli investimenti pubblici dovrebbero produrre occupazione, reddito disponibile, aumento dei consumi e ripresa degli investimenti. Questo è possibile tassando di più i “ricchi”, svolgendo opere pubbliche necessarie (ambiente, territorio, risanamento edilizio, riqualificazione urbana, ecc.).

Sul piano teorico si tratta di due posizioni contrapposte, ma nella pratica le cose sono più pasticciate, i governi in realtà fanno politiche che sommano pezzi dell’una e pezzi dell’altra, avendo come obiettivo più che la soluzione della crisi la tendenza a tamponare e soprattutto la ricerca del consenso. Del resto anche sul piano teorico oggi non paiono esistano dei templi (accademici, per lo più) dove le due posizioni trovavano voce autorevole e soprattutto omogenee.

Anche se i due filoni si contrappongono le politiche che i governi fanno sono sostanzialmente un mix senza principi, frutto del convincimento momentaneo, dell’occasione e soprattutto, torno a ripetere del possibile consenso che i singoli provvedimenti possono promuovere (al di là della reale capacità di produrre quegli effetti propagandati). I danni di questo andazzo politico sono sotto gli occhi di tutti.

Ma non bisogna pensare che non ci siano dei punti fermi, o meglio delle proposizioni di fede ai quali i governi recitano il credo. Queste proposizioni di fede, comuni  in ambedue le posizioni, sono sostanzialmente due, mai espresse sotto forma di un “credo”  esplicitato, ma pur tuttavia determinante nelle scelte: da una parte la fede nel sistema capitalistico, dall’altra la convinzione che un mercato sempre più libero, o molto moderatamente controllato, faccia un gran bene all’economia (ma non del singolo mono o oligopolista, ma a tutta l’economia e per riflesso a tutta la società).

Poche voci sono quelle che si levano nell’individuare nella crisi, un limite della formazione capitalista. Il capitalismo è al tramonto. Questo non vuol dire che sia già morto (i sistemi sociali non praticano l’eutanasia), avremo periodo di piccola ripresa (ora la dimensione della crescita si misura in zero virgola incremento del Pil), risorgerà, prima o dopo, la questione dei redditi sovrani, l’occupazione sarà sempre in altalena ma pesantemente negativa, ecc.). Questa malattia del sistema, malattia mortale, può portare ad una lunga, lunghissima, degenza, con pochi benefici sociali, ma soprattutto inquinando, per così dire, l’aria.

La cura sarebbe, infatti, è la cremazione del cadavere e la costruzione di una nuova forma di società, qui viene il difficile.

Intanto due cose: da una parte  in questa situazione una politica keynesiana sia senz’altro da preferire e per la quale vale la pena battersi (ma che sia coerente). Non potrà essere risolutiva, ma per lo meno potrà alleggerire, non sempre e non per tutti, la situazione. Dall’altra parte gli amici e i compagni impegnati a lottare per una politica ambientalista dimentichi delle relazioni esistenti all’interno della formazione sociale mi paiono che finiranno, nonostante qualche  “vittoria”, a pestare l’acqua nel mortaio. E quelli, tra questi, che farneticano di “economia verde”, di “business ambientale”, senza pensare che quando queste “cose” se saranno inserite nel processo produttivo capitalista assumeranno una valenza diversa. Tutti si vorrebbe vivere in un ambiente sano e piacevole, ma il “desiderio” poi si scontra con la realtà sociale, che ricordiamolo non è solo la cupidigia del capitale ma anche la difesa del posto di lavoro di operai. Questa contraddizione non ci farà mai fare dei reali passi avanti.

In questa situazione l’econo0mia fluttua e non si stabilizza. Per esempio nel 2014 il successo dell’economia USA ha fatto gridare alla fine della crisi, solo che quest’anno il risultato è inferiore a quello dell’anno scorso. L’annunzio che si intravede una luce alla fine del tunnel e sempre attualòe ma la fiammella traballa ad ogni soffio di vento.

In questa situazione la “società” si muove in modo aleatorio, sembra determinata dall’emozione e dalla comunicazione più che dalla riflessione. Al successo inequivocabile della destra in Francia, si contrappone una battuta della destra spagnola, mentre nei paesi dell’est Europa i risultati elettorali spesso sono molto preoccupanti, ed il quadro internazionale si focalizza sul terrorismo mentre la situazione geopolitica è tellurica nella sostanza.

È chiaro che per determinare una situazione della reale uscita della crisi che comporti una modifica di struttura economica sociale ci vuole insieme un “pensiero”, una “forza” e un “collegamento internazionale”.

Se in Portogallo, Spagna, e Grecia si sono sviluppati dei nuovi soggetti politici, che sebbene inadeguati sul piano del pensiero, si collocano a sinistra (si tratta di una semplificazione forse ingiusta), in Italia non si riesce a cavare un ragno dal buco. I “tavoli” si fanno e si disfano con una velocità irresponsabile.

C’è il problema di dare “forma” a questo nuovo soggetto politico (“la forma partito”, si veda l’articolo sul Il Manifesto del 24 dicembre di Lidia Menapace, che pone problemi meritevoli di attenzione), ma c’è soprattutto un problema di “pensiero”. Leggere che uno dei meno corrivi dei leader della sinistra affermi che la nuova formazione non può fondarsi sul pensiero del ‘900 mi scoraggia. Sono sicuro che le soluzioni adottate nel ‘900 non sono più valide (tanto per intenderci non c’è da prendere il “palazzo d’inverno”), ma che l’analisi dei meccanismi economico sociali della formazione sociale capitalista fatta in quel ricco secolo di pensiero, sia ancora valida lo pensano e lo dicono molte autorevoli menti.

Senza pensiero niente trasformazione. Ed è alla trasformazione che bisogna rendere convinti e consapevoli le forze sociali. La politica è anche fascinazione (non falsificazione), ma è non è possibile che il fascino che la sinistra (nelle sue varie articolazioni) produce, sia il rinnovo della classe dirigente (magari da rotamare), la trasparenze delle decisioni, la sostenibilità, ecc., tutte cose utili e necessarie ma che non fanno nuova società.  Una nuova prospettiva deve esprimere “fascino” a livello dei problemi, deve essere convincente, propositiva nel dettaglio, ma con un grande respiro di trasformazione, deve essere unificante, deve rompere schemi e barriere, deve essere luminosa. Altrimenti prevale la falsa promessa di arricchirsi, all’arricchimento bisogno contrappore felicità, libertà, autonomia, eguaglianza.

Non ho ricette, non esiste l’Artusi della trasformazione, ma tra tutti i problemi che emergono con grande evidenza si potrebbe tentare di affrontarli parzialmente alcuni.

C’è una problema di concentrazione della ricchezza? Pare di si: oggi, è stato stimato che l’1% della popolazione detiene una ricchezza pari a quella del restante 99% della popolazione. Altro che invitare e facilitare i grandi patrimoni ad opere di bontà, o sostegno alla culture, ecc.  piuttosto è necessario  operare un drastico prelievo fiscale secondo scaglioni progressivi fino al prelievo totale per l’ultima frazione di reddito che supera una certa soglia. Si dirà che questo scoraggia lo sviluppo, nessuno lavorerà oltre per raggiungere quel reddito, sembra una buona notizia, ciascuno valuterà il livello di opportunità di scorzo, e oltre si dedicherà alla lettura, allo sport, al godimento della natura, dei figli, dell’amata e degli amici. Ma non basta, basta decidere che la moneta è solo strumento di scambio e di accumulazione relativa: uno può godersi la ricchezza accumulata fino all’ultimo respiro, dopo di che la sua ricchezza passerà alla collettività.

C’è un problema di progresso tecnico, di obsolescenza e di aumento di produttività. Il progresso tecnico è un meraviglioso meccanismo che rende inadeguati i rapporti sociali di tipo capitalistico e che per affermarsi quei rapporti deve superare. Il progresso tecnico può rendere il mondo migliore e gli uomini e donne meno infelici. L’occupazione langue, e banale dirlo ma lavorare tutti e lavorare meno. Ma non basta se si legasse il punto precedente a questo si potrebbero trovare soluzioni interessanti. Sono perplesso su tutta l’attenzione che si mette all’inflazione (si capisce una modesta inflazione): si congettura che una inflazione al 2% potrebbe rilanciare gli investimenti. Si fa fatica a seguire il ragionamento: io capitalista mi avventuro a realizzare un investimento, nella situazione, diciamo così, fluida nella quale si trova l’economia, perché mi aspetto che i prezzi “generali” aumenteranno del 2%. Ho l’impressione che si tratti di un modello di ragionamento per lo meno fragile; per un andamento dei prezzi crescenti per percentuali molte più alte questo potrebbe essere possibile, ma il 2% non muove nessuno. Ma se collegassimo il progresso tecnico, cioè l’aumento di produttività, ai prezzi con delle regole che guardano al complesso della società e non al ristretto mondo di un’azienda allora si potrebbe puntare ad una deflazione costante e continua. Oggi l’aumento di produttività va tutta a beneficio dell’impresa (i contratti aziendali dovrebbero forse far partecipare i lavorato ai risultati dell’aumento della produttività), ma niente va direttamente alla società, questa o i consumatori si dovrebbero avvantaggiare dalla concorrenza che si fanno le imprese, teoricamente abbassando i prezzi, in realtà questo non avviene perché sono crescenti i costi commerciale (basta osservare la pubblicità) e gli accordi manifesti o impliciti. Allora si potrebbe imporre la regola che  l’aumento di produttività per il 30-40% resta all’impresa che lo distribuisce all’interno,  e per il rimanente va ad abbassare i prezzi con vantaggio di tutta la società.

Mi fermo perché non voglio dare l’impressione di avere il ricettario, e poi perché solo la convergenza di più opzioni e proposte possono dare fondamento.  I precedenti sono soltanto delle indicazioni, ma essi (o altri) non devono essere visti come dei “provvedimenti”, certo anche questo,  ma piuttosto devono essere il risultato di una nuova teoria d’intervento, un nuovo pensiero, che avrà sicuramente un risvolto per così dire istituzionale ma che dovrà (dovrebbe) essere collegata con un azione di lotte e di conflitti e che potrebbe (dovrebbe) coinvolgere le forze sociali anche nella gestione dei risultati, in un processo lungo ma certo di trasformazione.

 

 

 

Category: Dibattiti, Movimenti, Politica

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About Francesco Indovina: Francesco Indovina insegna Analisi territoriale e Pianificazione presso l'Università IUAV di Venezia e presso la Facoltà di Architettura di Alghero. Da sempre è promotore di un approccio interdisciplinare agli studi sulla città e il territorio, coniugato ad un saldo impegno civile. E` autore di numerosi volumi e saggi, e direttore delle riviste «Archivio di studi urbani e regionali» e «Economia urbana - Oltre il Ponte». Nel 2005 è stato il coordinatore scientifico del progetto internazionale di ricerca dai cui studi è conseguita la mostra da lui stesso curata "L'esplosione della città" alla Triennale di Milano. Direttore della collana "Studi Urbani e Regionali" della Franco Angeli, co-fondatore della rivista «Archivio di Studi Urbani e Regionali» (ASUR). Si occupa delle relazioni tra i processi economici sociali e le trasformazioni del territorio. La "città diffusa" e la "metropolizzazione del territorio" sono i suoi più recenti contributi. Ha inltre pubblicato: Governare la città con l'urbanistica (2006, ed.Maggiori), L'esplosione urbana (insieme a L. Fregolent e M. Savino, ed.Compositori), Il territorio derivato (ed.F. Angeli). Il suo blog con cui siamo collegati è felicitàfutura.blogspot.com

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