Donata Meneghelli: Spazi, cultura e occupazioni al tempo della crisi

| 15 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

 

23. Donata Meneghelli: Spazi, cultura e occupazioni al tempo della crisi1

 

Vorrei partire da una dichiarazione del Presidente della Scuola di Lettere e Beni Culturali Costantino Marmo pubblicata il 15 marzo dal quotidiano “il Resto del Carlino”. A Emanuela Astolfi che gli chiede se “dietro le occupazioni” ci sia “un malessere”, Marmo risponde: “Di sicuro viviamo in una fase in cui i tagli sono sotto gli occhi di tutti e il clima generale non aiuta”. E aggiunge: “I problemi dell’università, però, in questo momento sono altri e legati all’applicazione delle nuove leggi che impongono requisiti stringenti ai corsi di laurea per poter sopravvivere”2.

Credo non ci sia esempio migliore della totale cecità che caratterizza oggi i vertici dell’Ateneo di Bologna e purtroppo anche molti docenti. Perché, diversamente da quanto dichiara Marmo, tra le occupazioni e “l’applicazioni delle nuove leggi” c’è un nesso strettissimo; anzi si potrebbe quasi dire che si tratta dello stesso problema.

Nello specifico, ciò a cui si fa riferimento parlando di “applicazione delle nuove leggi” è il D.M. 47 appena emanato: se si vuole essere onesti, più che una serie di provvedimenti da applicare, il colpo di grazia a ciò che resta dell’università pubblica, l’ultimo atto della legge 240 (Gelmini/Tremonti), la quale a sua volta costituisce il punto di approdo di circa un ventennio di interventi contro l’università uscita dalle battaglie del ’68. Non un’università splendida, intendiamoci, anzi piena di magagne (baronie, rapporti di potere, assenteismo, qualità della ricerca e della didattica molto variabili, verticalità, politiche di diritto allo studio inadeguate, endemica scarsità di fondi), ma relativamente aperta: quella che è stata chiamata università di massa, in cui per la prima volta nella storia nazionale giungevano studenti provenienti da settori sociali tradizionalmente esclusi dall’istruzione superiore. Un luogo, dunque, di tensioni di classe, di mobilità sociale. E anche, pur con i suoi enormi limiti, un luogo di produzione culturale.

Quegli interventi sono andati in direzione di una “modernizzazione” capitalistica, di una precarizzazione sempre più drammatica del lavoro intellettuale (in parallelo e in convergenza con la precarizzazione generalizzata di tutte le forme del lavoro, intellettuale e non), di una crescente contrazione della spesa pubblica, tra cui gli investimenti in ricerca e formazione, di una svolta aziendalistica propugnata in nome dell’efficienza e delle nuove divinità del pensiero neoliberista: il mercato e il profitto. Incontrando – è importante ricordarlo – una irresponsabile connivenza da parte delle gerarchie accademiche, senza eccezioni.

Il famigerato 3 + 2 (la riforma dei corsi di laurea promossa dal ministro Luigi Berlinguer sotto l’egida di Bruxelles, che istituisce un triennio di base e un biennio di maggiore specializzazione), presentato come un tentativo di gestire gli alti numeri dell’università di massa, è in verità il primo passo per rimettere al loro posto coloro che erano entrati, abbassando drasticamente la qualità dell’offerta formativa: parcellizzazione e riduzione dei contenuti, banalizzazione e conformismo dei saperi, ricondotti a un principio tecnocratico e meramente applicativo, in cui pensare è una pratica obsoleta e pure un po’ disdicevole. In un libro di qualche anno fa, Raul Mordenti ha definito questa operazione strategia-Kutúzov: nel romanzo Guerra e pace, il generale russo Kutúzov, incalzato dall’avanzata delle truppe di Napoleone, via via che si ritira ordina di bruciare tutto, in modo che i francesi trovino, al loro arrivo, solo delle rovine3.

La legge Gelmini/Tremonti ha portato a compimento questo processo, svelandone tutta l’estensione e imprimendo ad esso un ulteriore salto di qualità, su due versanti.

Da una parte, al taglio sempre maggiore dei finanziamenti si è associato quel meccanismo infernale che possiamo riassumere così: ti tolgo le risorse e poi metto come requisito il possesso delle risorse. C’è il blocco del turn over, i docenti che vanno in pensione non possono essere sostituiti e, nello stesso tempo, per tenere aperto un corso di laurea, ci vogliono un certo numero di docenti e un certo rapporto numerico docenti/studenti. Il risultato lo abbiamo davanti agli occhi o di fronte a noi nei mesi a venire: chiusura dei corsi di laurea, introduzione generalizzata del numero programmato. La prospettiva è la fine dell’università pubblica, una privatizzazione de facto senza nemmeno bisogno di legiferare ad hoc. Del resto, si è anche legiferato, perché il decreto legge n. 133 del 2008 prevede la possibilità di trasformare le università in fondazioni private. Si apre insomma la strada al grande business dell’istruzione superiore, per non parlare – visto che si sta discutendo anche di spazi – della fine che farà l’enorme patrimonio immobiliare degli atenei.

Sull’altro versante, con la legge 240, si è definitivamente insediata, diventando un dogma granitico, la convinzione che la formazione universitaria debba adeguarsi alle esigenze del mercato del lavoro, in barba a qualunque autentica innovazione scientifica, tecnologica, culturale, che dovrebbe semmai anticipare il mercato, non seguirlo, anche parlando in termini strettamente economici e produttivi. Una miopia comprensibile solo se ricordiamo cosa è stata e cosa è la borghesia italiana4.

Di pari passo, è emersa l’ideologia secondo la quale il solo sapere che ha valore è quello immediatamente monetizzabile, quello che produce profitto, e che lo produce subito, domani, anzi oggi. E allora, via ai tirocini, agli stage, naturalmente non pagati; è di pochi giorni fa la notizia che l’Università di Bologna apre una propria agenzia interinale per favorire il job placement. Via alla “valutazione della ricerca”, che quantifica la produzione culturale, la giudica in termini di rendimento e la controlla. Via alla riduzione dei saperi a nozioni strumentali, a “competenze” spendibili sul mercato, mercato che comunque vuole pagarle il meno possibile. Via, soprattutto, all’idea che sono le aziende che devono dettare l’agenda all’università e alla ricerca, con conseguenze devastanti in tutti i campi della conoscenza: dalla pretesa inutilità degli studi umanistici, talvolta recuperati in dosi omeopatiche ma in chiave esclusivamente archeologica, alla liquidazione della ricerca scientifica di base; i primi, come la seconda, accusati di non “rendere”.

La crisi è ovviamente la grande arma impropria di cui tutti si servono per sostenere questa visione del sapere. Non ci sono soldi, c’è la disoccupazione, bisogna far quadrare i bilanci, bisogna – ribadisco – contrarre la spesa pubblica. Insomma, tutta la retorica del “ce lo chiede l’Europa”, che finge di ignorare il significato di parole come sperequazione, speculazione, spese militari, costi della politica, grandi eventi, Expo: una retorica in cui il profitto è diventato innocente (vogliono farci credere che coincida con la “crescita”); e in cui le vite delle persone sono diventate poco più che danni collaterali.

Ora, e qui sta il nesso che rettori, prorettori, presidenti di scuola non sembrano cogliere, le occupazioni rispondono anche alla “applicazione delle nuove leggi” e a tutto ciò che quelle leggi significano; alla riduzione dei saperi a crediti ben computabili, alla subordinazione della conoscenza alle sole esigenze di bilancio. Mettono in discussione l’egemonia di simili concezioni, esprimendo altri bisogni, proponendo altri modelli. E lo fanno rivendicando insieme il sapere, la cultura, il territorio, svelando – scrive Lucia Tozzi in un articolo molto incisivo – “la natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni” e “i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi”5; opponendosi alla svendita generalizzata del patrimonio pubblico nel senso più ampio del termine (non solo patrimonio immobiliare ma patrimonio di diritti, di servizi, di opportunità…).

Temo che il collega Nicoletti e l’assessore alla cultura Ronchi mi classificheranno tra i potenziali terroristi, ma guardo alle occupazioni come esperienze preziosissime di resistenza culturale e politica, che del resto travalicano ampiamente la realtà bolognese, estendendosi dalla Milano di MACAO fino alla Napoli dell’ex Asilo Filangieri, dalla Roma dell’Angelo Mai e del Teatro Valle fino a Wall Street. Si tratta di esperienze legate a macro-eventi epocali e collettivi, ai processi di precarizzazione e a una logica di appropriazione dei beni comuni che regna sovrana da molti anni. Pratiche frastagliate, diversificate, ma al tempo stesso di massa. Presentarle come fenomeni minoritari o residuali è un’altra delle tante mistificazioni correnti. Come lo è l’appello alle “regole” e alla “legalità” che a quelle pratiche si tenta di contrapporre, e che costituisce forse la mistificazione più grande, tanto più in Italia.

In un paese come il nostro, dove la classe politica viola sistematicamente le leggi da decenni, si ha sempre buon gioco a brandire la parola “legalità”, facendone il fulcro di una demagogia a buon mercato dove falsificare un verbale o riciclare denaro sporco in investimenti immobiliari vengono messi sullo stesso piano del non pagare il biglietto in autobus. Ma al di là di questo, è importante sottolineare che la legalità non è un valore assoluto: dipende dalla legge. In altre parole, non tutto ciò che è legale è giusto e non tutto ciò che è giusto è legale (o legalizzato). Non c’è bisogno di tirare in ballo la resistenza al fascismo, le leggi razziali, solerti funzionari come Eichmann o i macchinisti che guidavano i treni verso Auschwitz. Per sgombrare il campo dalle solite obiezioni, parliamo di ciò che accade in tempo di pace, in situazioni “normali”. Se migliaia di lavoratori non avessero scioperato illegalmente, mettendo in gioco la propria incolumità e la propria stessa vita, oggi non esisterebbe il diritto di sciopero legalmente sancito (ancora per poco, c’è da temere). Se il 18 novembre 1910 (noto sotto il nome di “Black Friday”) le suffragette non si fossero schierate illegalmente davanti al parlamento britannico, facendosi picchiare e arrestare dalla polizia, quando le donne avrebbero cominciato a votare? Alle leggi si può – anzi a volte si deve – dire di no. Le leggi si possono – anzi a volte si devono – cambiare. E le leggi si cambiano anche, o forse soprattutto, attraverso l’azione politica, attraverso il conflitto sociale. Le classi dirigenti non regalano mai niente a nessuno.

La contraddizione tra legalità e giustizia, del resto, è da qualche anno al centro di un dibattito che coinvolge alcuni dei maggiori giuristi italiani, primo fra tutti Stefano Rodotà, insieme a moltissime realtà autogestite, e che cerca di ripensare dalle fondamenta il diritto, i suoi limiti, le sue frontiere, proprio in nome dell’irriducibilità del mondo alla logica del profitto, spostando l’asse da ciò che è illegale a ciò che è legittimo, giusto, necessario, desiderato6; per non parlare del divario, oggi sempre più profondo, tra apparato legislativo e Carta Costituzionale. A prescindere da ciò che ciascuno può pensarne, si tratta di un dibattito che solo i vertici dell’Università di Bologna sembrano ignorare, continuando a invocare il grande feticcio, “le regole”. In nome della condivisione dei saperi, mi offro di fornire loro una bibliografia per cominciare a orientarsi: selettiva, certamente, poiché capisco che sono molto impegnati, l’”applicazione delle nuove leggi” – si sa – prende tempo ed energie.

Per tornare ancora alle occupazioni, esse sfidano – scrive un altro giurista, Ugo Mattei – “anche fisicamente l’accumulo fine a se stesso e lo spreco sociale”7. Esprimono, in tutta la loro urgenza, i complessi rapporti tra la sfera culturale e gli assetti urbani (centro/periferia, emarginazione/privilegio….). Sono la rivendicazione di spazi – al tempo stesso reali e simbolici – non messi a profitto, per la produzione e la circolazione di saperi non monetizzabili e non monetizzati, svincolati dalla strumentalità nei confronti del mercato e sottratti alla logica falsamente imparziale della tecnocrazia. “Conoscenze situate”, per riprendere la locuzione coniata più di vent’anni fa dalla teorica femminista Donna Haraway, che si radicano in una contingenza storica, che partono dai corpi che le producono; che fanno delle condizioni materiali in cui l’atto conoscitivo avviene un punto di osservazione non neutrale e dunque un principio di responsabilità8. Saperi, insomma, non formattati, non costretti dentro tempi e spazi precostituiti, autoritari, imposti; saperi critici e conflittuali nei confronti del potere.

E questo al potere non piace. A ben vedere, con la legge 240, si prendono due piccioni con una fava: non solo si risparmia (ossia si sottraggono beni e risorse alla comunità e ai cittadini), ma si cerca anche di mettere a tacere la consapevolezza critica, l’autonomia, il potenziale di sovversione e di conflitto che la conoscenza è in grado di liberare. La produzione culturale autonoma è un elemento di disturbo, come le occupazioni sono una questione di ordine pubblico. E allora, che i giovani vadano in zona industriale Roveri, a fare – gratuitamente, s’intende! – un po’ di riqualificazione urbana delle periferie! Cosa che invece è in prima istanza compito dell’amministrazione comunale, attraverso l’implementazione di politiche specifiche e soprattutto l’investimento di risorse.

Come Docenti Preoccupati, siamo nati in opposizione alla legge 240 e poi al nuovo statuto dell’Ateneo di Bologna, e all’idea di università che essi incarnano, cercando una convergenza, una trasversalità con le diverse componenti dell’università: non solo docenti ma studenti, precari, tecnici amministrativi. Ed è anche per questo che abbiamo sempre sostenuto l’esperienza del collettivo Bartleby: in quell’esperienza, infatti, abbiamo ritrovato la possibilità di praticare altri modi di vivere, di studiare, di pensare, contro i diktat aziendalistici, e anche contro le dinamiche verticali che da sempre caratterizzano l’università: una dimensione in cui la “didattica” si trasforma in sperimentazione, in autoformazione, in elaborazione e circolazione orizzontale, capace inoltre di uscire dal circolo autoreferenziale dell’accademia, per agire nel mondo e sul mondo, per aprirsi alla città.

Vengo all’ultimo punto del mio intervento. Non starò a ricordare, per l’ennesima volta, una delle contraddizioni di fondo che da sempre caratterizzano il rapporto tra città e ateneo: ossia il fatto che Bologna porta in palmo di mano l’Alma Mater (senza l’università sarebbe già diventata più o meno come San Giovanni in Persiceto), ma continua a considerare gli studenti solo come un esercito di manodopera intellettuale a bassissimo costo, quando non a costo zero, e/o come il perno intorno a cui far ruotare un utile indotto, spesso in nero (a proposito di legalità). Non sono mai state avviate serie politiche sui costi degli alloggi, sull’incremento e il miglioramento degli studentati, sui costi dei trasporti, sul caro vita. Apprendo con gioia che in questi giorni se n’è accorto persino il Rettore: meglio tardi che mai.

Qui voglio sottolineare un altro aspetto. A un’università tecnocratica, a conoscenze sempre più svuotate di senso e di vita, corrisponde una città che sarebbe culturalmente e socialmente in stato di avanzata agonia se non fosse per le realtà autogestite. Una città in cui si aprono zone sempre più ampie di esclusione. Una città in cui il centro sta diventando una teoria di banche, di grandi catene commerciali (Zara, H&M…). Una città in cui ci sono migliaia di edifici inutilizzati, lasciati all’abbandono, destinati alla speculazione o comunque alla logica del profitto come solo orizzonte possibile. Una città in cui prevale in maniera sempre più netta un modello rigidamente top-down, una politica dei “grandi eventi” (che poi a Bologna non sono nemmeno tanto grandi), dove spesso viene impiegata proprio quella manodopera intellettuale a bassissimo costo di cui parlavo prima, operando una “sistematica spoliazione” delle sue energie, del suo lavoro, delle sue capacità a vantaggio di una ristretta élite9.

Alla luce di tutto quanto detto finora, è urgentissimo ricostruire una dialettica autentica tra istituzioni e movimenti che non rimuova o criminalizzi il conflitto, come è urgentissimo che gli intrecci tra università e territorio non si limitino a spin off e start up, ma si misurino con le persone e con i loro bisogni, materiali e immateriali.

 

Note

1 Il testo costituisce una rielaborazione dell’intervento da me presentato al dibattito “La produzione culturale a Bologna. Progettare spazi tra mercato e libertà”, organizzato dal Circolo il manifesto di Bologna l’11 aprile 2013 e coordinato da Leonardo Tancredi, a cui hanno partecipato il collettivo Bartleby, il prorettore dell’Ateneo di Bologna Roberto Nicoletti, l’assessore alla cultura del Comune di Bologna Alberto Ronchi, Wu Ming 4. Molte delle questioni qui affrontate sono emerse da una discussione tra i Docenti Preoccupati in preparazione dell’iniziativa, in particolare con Raffaella Baldelli Sergio Brasini, Francesca Coin, Monica Dall’Asta, Maurizio Matteuzzi, Giorgio Tassinari. Ringraziamo Sergio Caserta, del Circolo il manifesto, per la tenacia con cui ha voluto realizzare questo momento di confronto.

2 Emanuela Astolfi, Lettere torna al centro delle proteste. “Adesso recuperiamo il dialogo”, “il Resto del Carlino”, 14 marzo 2013.

3 Cfr. Raul Mordenti, L’università struccata. Il movimento dell’Onda tra Marx, Toni Negri e il professor Perotti, Milano, Edizioni Punto Rosso, 2010, p. 36. Mordenti cita questa agghiacciante dichiarazione attribuita al ministro Berlinguer: “Non c’è altra via: o si abbassa la qualità per la massa, o si abbassa la massa (escludendo) per la qualità”. Ibidem.

4 Anche su questo rimando alla lucidissima analisi di Mordenti in L’università struccata, cit., soprattutto pp. 41-45. Si veda, per esempio: “[…] credo che sia non solo legittimo ma del tutto necessario che in una società in movimento ci sia una sorta di squilibrio per eccesso delle competenze professionali fornite dal sistema formativo rispetto alla situazione data del sistema produttivo; a ben vedere senza un tale eccesso non ci sarebbe e non ci potrebbe essere alcun avanzamento ma solo ripetizione e ristagno”. Ibidem, p. 43.

5 Lucia Tozzi, MACAO! Occupy Torre Galfa, in “Alfabeta2”, 8 maggio 2012, http://www.alfabeta2.it/2012/05/08/macao-occupy-torre-galfa/.

6 In questa direzione andava già la “Commissione sui Beni Pubblici”, istituita nel 2007 per riformare il libro III del Codice Civile e presieduta da Rodotà. Il progetto viene adesso rilanciato fuori dalle aule parlamentari come “Costituente dei beni comuni” ripartendo – guarda un po’! – proprio dal Teatro Valle e configurando un organismo itinerante, che avrà sede di volta in volta in spazi (illegalmente) occupati e autogestiti. Cfr. Roberto Ciccarelli, Stefano Rodotà battezza la Costituente dei beni comuni, “il manifesto”, 14 aprile 2013.

7 Ugo Mattei, La proprietà privata e i beni comuni, in “il manifesto”, 26 gennaio 2013.

8 Cfr. Donna Haraway, Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective, in “Feminist Studies”, 3, autunno 1988, pp. 575-599.

9 Lucia Tozzi, MACAO! Occupy Torre Galfa, cit. Ringrazio Lucia anche per i numerosi spunti che mi ha offerto in una lunga conversazione.

 

 

 


Category: Bartleby a Bologna, Movimenti, Scuola e Università

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About Donata Meneghelli: Donata Meneghelli è professore associato di Letterature comparate e Teoria e storia dei generi letterari all’Università di Bologna. Dal 2003 al 2005 ha insegnato presso il Master europeo su letteratura e immagine (LITEVA (Literary Text in the Visual Age), coordinato dall’Università di Leuven, occupandosi in particolare dei rapporti tra testo narrativo e fotografia. I suoi interessi si concentrano sulla teoria e la storia del romanzo: in questo ambito si è occupata della riflessione sul romanzo di Henry James, di narratologia, del nouveau roman, degli usi critici della biografia, dell’adattamento teatrale e cinematografico, approfondendo i rapporti tra letteratura e cinema, di letteratura e pittura tra ilXIX e il XX secolo, del romanzo italiano contemporaneo. Ha scritto saggi su Joseph Conrad, Jean Rhys, Alain Robbe-Grillet, Sophie Calle, la letteratura italiana della migrazione. Tra le sue pubblicazioni: Una forma che include tutto (Il mulino, 1997), Teorie del punto di vista (La nuova Italia, 1998), Opere e vite (numero monografico della rivista «Inchiesta letteratura», Dedalo, 2000), Finzioni dell’io nella letteratura italiana dell’immigrazione («Narrativa», n. 28, 2006), Racconto/Narrazione, in Dizionario tematico della letteratura, vol. III (UTET, 2007), Sophie Calle: tra fotografia e parola, in Guardare oltre, a cura di S. Albertazzi e F. Amigoni (Meltemi, 2008), La tension entre la forme et l’informe dans le roman du XXe siècle («Formules», 2009). Attualmente svolge ricerche sui rapporti tra letteratura e arti visive e sta preparando un volume sulla teoria del racconto in diversi campi disciplinari. È anche traduttrice dall’inglese e dal francese di testi critici e letterari.

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