Andrea Gropplero: Per una storia del Teatro Valle di Roma occupato

 

 

Per riprendere il dibattito tra cultura e politica abbiamo chiesto ad Andrea Gropplero di inviarci alcuni dei documenti sulla storia del Teatro Valle di Roma avvenuta tra il 14 giugno 2011 e il 10/11 agosto 2014

 

1. Andrea Gropplero: Teatro Valle una Istituzione dal basso.

 

” Proprio questa è la differenza

tra l’istituzione e la legge:

quest’ultima è una limitazione

delle azioni, mentre la prima

è un modello positivo di azione

 

Gilles Deleuze

[Istinti e istituzioni 1955]

 

Il 14 Giugno, noi lavoratrici e lavoratori dello spettacolo abbiamo occupato il Teatro Valle.

Con la radicalità di questa azione abbiamo voluto affermare l’urgenza di portare la cultura nella sua accezione più ampia tra i beni primari, come l’aria, come l’acqua, come la giustizia sociale.

E’ tempo  di capire e moltiplicare il significato profondo dell’insurrezione culturale per i beni comuni.

La nuova frontiera dei beni comuni è l’orizzonte della lotta dura e radicale, che le comunità e i cittadini auto organizzati dal basso, vedono come unica possibilità di liberazione da una politica succube della finanza e delle scelte di BCE, Fondo Monetario e Commissione Europea

Ci organizziamo dal basso perchè non ci riconosciamo in quella sinistra prudente che condivide molte responsabilità del depotenziamento della democrazia nel paese, dove le modifiche costituzionali vengono dettate dalla necessità di compiacere la finanza casinò.

Il bene comune non va confuso con il bene pubblico in quanto è il processo di lotta, di insurrezione della cittadinanza che vuole sottrarre dalla dicotomia pubblico/privato, un bene che ritiene primario.

Oggi  è necessario occupare il più antico Teatro di Roma per salvarne la storia e restituirlo alla cittadinanza come bene comune. Mentre la legge, come nel caso della manovra finanziaria È dettata dai mercati si afferma la distanza tra ciò che è formalmente legale e ciò che è legittimo. Occupando il Valle ci siamo assunti le responsabilità necessarie per riaffermare la centralità dei diritti.

Il 20 ottobre il Teatro Valle occupato si è spinto oltre, presentando la bozza condivisa di statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune di fatto si propone come istituzione dal basso.

Una bozza di statuto consultabile e modificabile online, che presenta  una gestione partecipata del Teatro attraverso l’azionariato popolare, escludendo la politica politicante dalla gestione diretta del Teatro, affidando all’assemblea e solo all’assemblea la scelta degli organi direttivi secondo il principio di una testa, un voto. Un Teatro di chi lo fa vivere, di chi lo attraversa col corpo, infatti i soci comunardi devono partecipare alle assemblee di gestione e garantire la presenza nelle diverse fasi di gestione del Bene Comune. Un Teatro aperto 24 ore che pensa ad uno spettatore attivo, attraverso la direzione artistica turnaria e la formazione del pubblico, dei cittadini e dei professionisti. Un centro per le drammaturgie del contemporaneo e un comitato di lettura condivisa delle opere che la cittadinanza vorrà inviare. (per maggiori informazioni  la bozza di statuto è consultabile sul sito Teatrovalle occupato.org).

L’istituzione dal basso, potenzia la lotta nei movimenti maturi, che cioè riescono a non coincidere interamente con l’istituzione da essi creata. La deriva identitaria dei movimenti che cercano una totale coincidenza delle pratiche con le istituzioni da esse determinate rischiano una ingessatura della capacità propulsiva delle lotte. La vocazione dei movimenti globali è nel moltiplicare le istituzioni di lotta mantenendo una forma fluida e non identitaria dei processi di liberazione.

I Beni Comuni che insorgono in una loro definizione giuridica nuova, spostano il diritto nella criticità del sistema creando conflitto, sono istituzioni dell’imprudenza che nascono da movimenti che rivendicano l’imprudenza come dovere politico.

 

 

2. Andrea Gropplero: Bene Privato, Bene Pubblico, Bene Comune.

 

“ Dato che noc’è alcun nesso necessario

tra il concetto di repubblica

e la proprietà, nulla vieta

di immaginare una nuova idea

di repubblica che non sia

ipotecata dalla proprietà.

 

M. Hardt,  T. Negri

[Commonwealth]

 

”La consapevolezza  dei beni comuni

come strumenti politici e costituzionali

di soddisfazione diretta dei bisogni

e dei diritti fondamentali della collettività

non emerge a tavolino.

Essa costituisce piuttosto un collante

politico, ancora tecnicamente amorfo,

che si radica nel senso profondo

dell’ingiustizia che dà vita al diritto.”

 

Ugo Mattei

[Beni Comuni – Un Manifesto]

 

 

I Beni Pubblici sono quanto di più vicino esista sia ai Beni Privati che ai Beni Comuni. Essi formalmente appartengono alla collettività, alla moltitudine, ma la loro gestione politica e giuridica risponde troppo spesso a logiche privatistiche che cioè privano la collettività di un bene che gli è ecologicamente conferito. E’ proprio qui nel tramonto del neoliberismo che nasce la frontiera dei beni comuni, nell’insurgenza della moltitudine che privata di un bene ne riafferma il possesso . Se tutto è Bene Comune, niente è Bene Comune. La definizione di Bene Comune si può ad oggi desumere solamente dalle lotte dei cittadini che privati di uno spazio di democrazia lo ricollocano come bene primario. Si tratta del conflitto tra l’ingiustizia o il vuoto del Diritto e la legittimità della moltitudine nel diretto riappropriarsi di ciò che ecologicamente gli appartiene. Si tratta di una forma fluida, determinata da corpi che attraversano uno spazio nel tempo e contro la legge costruiscono istituzioni dal basso.

I movimenti della primavera italiana, compongono un nuovo problema attorno ai Beni Comuni che riguarda non solo i beni pubblici, quanto i Beni Privati di utilizzo pubblico che vengono sottratti alla collettività. Nel rantolo finale del neoliberismo e sotto l’attacco del capitalismo finanziario, i movimenti pongono in essere nei Beni Comuni un elemento di criticità delle teorie sulla proprietà privata di Marx, che pensava a una collettivizzazione dei beni di produzione. Il  general intellect sposta oggi l’asse della produzione nell’immateriale e nei linguaggi ridefinendo l’uomo lavoro nella complessità dei sistemi produttivi globali, in quanto processi linguistici e immateriali.  Marx infatti nei manoscritti economico filosofici scrive: ” il rapporto della proprietà privata, contiene in se latente il rapporto della proprietà privata come lavoro. Così come il rapporto della stessa come capitale e la relazione reciproca di entrambe queste espressioni. La produzione dell’attività umana in quanto lavoro e quindi come attività completamente estranea a se stessa, all’uomo e alla natura, e perciò alla coscienza e alle manifestazioni vitali, l’esistenza astratta dell’uomo in quanto uomo da lavoro, che può quindi quotidianamente precipitare la sua non- esistenza sociale e perciò reale dal niente adempiuto al niente assoluto, così come d’altra parte la produzione dell’oggetto dell’attività umana in quanto capitale, dove si estingue ogni determinatezza naturale e sociale dell’oggetto e dove la proprietà ha perduto la propria qualità naturale e sociale ( e di conseguenza ha perduto tutte le illusioni politiche e sociali e non è più congiunta con nessun rapporto apparentemente umano) […] questo contrasto, portato al suo vertice, è necessariamente il vertice, la sommità e la rovina  dell’intero rapporto.”

Il general intellect negli ultimi mesi in Italia si è organizzato attorno alla ridefinizione del sapere, della produzione di linguaggi come spazi di democrazia e di liberazione dalla tenaglia del capitalismo finanziario. In questo quadro sono tre le esperienze più significative della primavera italiana. Sono le lotte della Val di Susa dove la cittadinanza si oppone all’esproprio da parte dello Stato del Bene Comune natura e delle proprietà private dei singoli cittadini in funzione di un’opera inutile e dannosa come la TAV.  Sono l’occupazione a Maggio 2011 del Cinema Palazzo, dove un intero quartiere della capitale si oppone alla trasformazione di uno storico Cinema di proprietà privata, in un casinò, lo occupa e chiede la garanzia che quel Bene Comune Cinema non possa cambiare destinazione d’uso. Sono l’occupazione durante il Festival del Cinema di Venezia del Teatro Marinoni, ad opera del Teatro Valle ocuupato e del Sale Doks. Un Teatro il Marinoni donato agli inizi del 900 dalla popolazione al comune di Venezia come ricreatorio sociale e dal comune venduto ad una società di privati pirati che lo ha di fatto posto sotto lo scacco della speculazione edilizia. Sono tre esempi della lotta degli ultimi mesi che compongono insieme un nuovo ragionamento sulla natura pubblica della proprietà privata.

In questo senso È importante analizzare i fatti di Bologna seguiti all’occupazione del Cinema Arcobaleno nelle scorse settimane.

L’11 novembre a Bologna un corteo di 1500 cittadini giunto in Piazza Maggiore, si riappropria del Cinema Arcobaleno di proprietà di privati cittadini. Un Cinema che i privati proprietari tenevano chiuso da un decennio in attesa di un cambio di destinazione d’uso.

Dopo un rifiuto del Sindaco ad incontrare gli occupanti, per sentirne le ragioni e le proposte, il prefetto ne ha ordinato lo sgombero.

Si tratta di comporre un ragionamento sui Beni Privati di luoghi pubblici, nella frontiera dei Beni Comuni.

E’ formalmente legale che un privato, privi la cittadinanza di un Cinema storico nel centro di una città in attesa di tempi migliori in cui speculare, quanto È legittimo e giusto che una comunità di cittadini rivendichi quel luogo di cui È stata privata come un proprio bene di cui vuole farsi carico e prendersene cura. La battaglia sui Beni Comuni  si gioca nel conflitto tra ciò che È formalmente legale e ciò che È legittimo, attraverso l’imprudenza dell’azione politica che vuole riaffermare la centralità dei diritti.

Se il Sindaco di Bologna, come ha già fatto il Sindaco di Napoli, avesse istituito un assessorato ai Beni Comuni, forse non si sarebbe arrivati allo sgombero poliziesco, si sarebbe aperto un dibattito cittadino sul che fare dell’acqua pubblica dopo la vittoria referendaria e sulle ragioni  di chi vuole aprire nuovi spazi primari di sapere e cultura. Del resto, per quale ragione in Val di Susa, per una opera inutile e dannosa come la TAV i privati cittadini vengono espropriati dalle Istituzioni delle loro terre e dei loro Beni Privati ed invece quando una comunità identifica uno spazio primario per la cultura in una città si risponde con la polizia anzichè con un tavolo di trattativa sul destino di quel Bene Comune? A queste domande riusciremo a dare risposta solo con le lotte dei prossimi mesi.

 

 

3. Andrea Gropplero: Dispositivo creativo e dispositivo politico nella lotta del Valle.

 

“Il cuore, È ciò che io credo di donare.

Ogni volta che questo dono mi viene restituito”.

Roland Barthes

[Frammenti di un discorso amoroso]

 

La comunità di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che il 14 giugno ha occupato il Valle fisiologicamente da subito, avendo occupato un teatro, si è posta il problema della necessaria dualità tra dispositivo politico e dispositivo creativo. All’inizio proprio la scelta di non esibirsi in quanto occupanti sul palcoscenico del Valle ha determinato la magia di una programmazione flusso, un getto continuo di brevi spettacoli e contributi di varia natura che i colleghi sodali e solidali mettevano in scena per sostenere con la loro partecipazione la lotta. Per giorni non abbiamo capito dove finiva il dispositivo politico e dove cominciava il dispositivo creativo, non lo capivamo perchè ce lo avevamo sotto gli occhi, cioè coincidevano, erano esattamente la stessa cosa. Lo erano prima di noi, pur essendo la nostra espressione più pubblica. Un dato, non una cosa che abbiamo scelto ma che abbiamo trovato tra le pieghe del nostro essere in lotta. Abbiamo così teorizzato che il palcoscenico era il cuore dell’occupazione e le assemblee e i momenti di autoformazione e le commissioni, ne erano il cervello. Si tratta comunque di un solo corpo, fatto di centinaia di corpi e di relazioni che di quel luogo hanno preso possesso. Una energia imprudente ed eccessiva che diviene forma fluida di lotta nel suo restituirsi alla comunità. Abbiamo persino pensato che il dispositivo politico fosse in se un dispositivo creativo, prima di capire che pur essendo parti dello stesso organismo, queste sono separate e l’una potenzia l’altra. Potenziare per come lo intende Spinoza cioè poter fare.

 

 

4. Andrea Gropplero: Gesto e forma nelle lotte dei prossimi mesi.

 

”Tomorrow is the first day of the rest of your life”

Jean Baudrillard

[Amerique]

 

I movimenti del 99% in tutto il pianeta hanno compiuto gesti (azioni) che grazie al costante attraversamento dei corpi in uno spazio dato, nel tempo, hanno determinato forme di lotta fluide ed in questo consiste la loro grande forza, reale, mediatica, politica. Forme di lotta fluide e relazioni agili e profonde, nella piena consapevolezza che la lotta senza quartiere al capitalismo finanziario non ha per obbiettivo semplicemente gli uomini chiave di questo sistema, quanto i software, le routine che autogenerano i meccanismi di rapina della finanza casinò. La componente nascosta dei movimenti del 99%, la parte clandestina, i gruppi di partigiani non sono certo i fantomatici black block che spaccano un bancomat, quanto quell’esercito di softwaristi che nei prossimi mesi si impadronirà dei documenti sensibili delle transazioni finanziarie e li pubblicherà online. Il general intellect che dichiara guerra al finazismo lo farà in due modi: generando un effetto wikileaks nella finanza casinò e riappropriandosi nel tempo, con un costante attraversamento dei corpi e delle relazioni, di ogni spazio di conoscenza e di linguaggio minacciato dal profitto e dalla privatizzazione.

Nella New York anni 80 se i graffitisti non fossero stati inseguiti dai gendarmi nelle metropolitane, trovando luoghi dove mettersi in salvo, respirare insieme e nel tempo organizzare i loro segni, i graffiti non sarebbero diventati una forma di arte e di lotta nelle metropoli del mondo, quanto un semplice ed estemporaneo gesto di insofferenza metropolitano.

Del resto, se al Teatro Valle avessimo occupato come azione dimostrativa per soli tre giorni, come era previsto il 14 Giugno, avremmo lanciato un segno, anche importante ma non avremmmo determinato una forma di lotta fluida in cui il cuore È il palcoscenico (la barricata più esposta della lotta), e il cervello tutto intorno, nella attività assembleare, nei gesti di lotta, nei momenti di autoformazione e nella ricerca di produrre contagio. Il dispositivo Valle Occupato possiamo dire che al netto di tutto Beni Comuni compresi È una forma di lotta fluida grazie a tre elementi: l’azione radicale, i corpi/relazioni, lo spazio definito, il tempo. Se volessimo azzardare una definizione della forma di lotta Valle, che però vale anche per Plaza de Catalunya e Zuccotti Park, ma vale anche per l’occupazione della Iris bus in Valle Ufita , per Fincantieri e Val di Susa, questa è: azione radicale di corpi e relazioni in uno spazio dato, nel tempo. Ma per fortuna si sa che le formule non determinano altro che le forme, ma che dietro queste c’è il lordo dei contenuti e gli obbiettivi che rendono la lotta del Valle vera.

Nei prossimi mesi la lotta contro la derelizione dei beni comuni, produrrà una radicalizzazione di nuovi gesti che in molti casi si faranno forma. Dopo i Teatri e i cinema occuperemo con archeologi ed ingegneri, studenti, ricercatori, quei siti archeologici abbandonati a se stessi,li metteremo in sicurezza, documenteremo il loro stato di abbandono e ce ne prenderemo cura per restituirli al mondo a cui sono ecologicamente conferiti. I medici e il personale sanitario, occuperanno ospedali per offrire il servizio necessario per la salute Bene Comune, fuori dalle regole del profitto, della speculazione e della privatizzazione.

Insomma nei prossimi mesi dovremmo fare davvero molte cose.

Dovremmo portare la comunicazione alla maggioranza della popolazione, quelli che non vengono alle dimostrazioni, e vanno al supermercato, al cinema. a teatro a messa, a scuola, alla stazione, in banca, preoccupati e un pò  mesti.

Dovremmo andare nei supermercati nei cinema, nei teatri, nelle chiese, nelle scuole nelle stazioni e nelle banche. Sederci insieme ad altri venti o cento o mille e ascoltare le frasi di una lavoratrice precaria o di un ricercatore che dice le ragioni degli sfruttati. E ogni frase dovremmo ripeterla ad alta voce con altri mille, in un megafono umano che si diffonde, sapendo che in un’ altra banca un altro supermercato sta accadendo la stessa cosa.

Dovremmo andare alle inaugurazioni dell’Anno accademico e alle riunioni del consiglio comunale e del consiglio di amministrazione della banca e dell’azienda e dichiarare che fin quando non si sottrarranno all’ordine di sterminio che proviene dalla banca centrale gli impediamo di agire, di legiferare, di contribuire al crimine.

Dovremmo aprire la porta di qualche edificio vuoto di proprietà vaticana o di una compagnia di assicurazione e renderlo accessibile alla massa crescente di coloro che non hanno casa.

Dovremmo fare un censimento di tutti gli immobili di proprietà del demanio, del senato e della camera e renderle pubbliche, perchè soggette a una prossima speculazione e privatizzazione.

Dovremmo occupare la RAI per affermare che il servizio pubblico è un Bene Comune e tenere l’occupazione fino a quando il consiglio di amministrazione non sarà eletto direttamente dai cittadini.

Dovremmo circondare la cassa depositi e prestiti e non mollare l’assedio fino a quando la sua vocazione di banca del Bene Comune non sarà compiuta ed effettiva.

Dovremmo occupare le strade metterci dei grandi tavoli e organizzare mense popolari, dove ciascuno paga il pasto con quello che può sborsare. Mangiare insieme costa meno e permette di riattivare i circuiti anchilosati dell’ acting out solidale.

Dovremmo costruire delle strutture della sopravvivenza (ristoranti popolari, case collettive, strutture di autoformazione) che ci permetteranno di sottrarci al debito materiale della miseria e al debito simbolico della solitudine, insomma ci permetteranno di cominciare a vivere.

L’effetto della devastazione e del cinismo della classe dominante È questo: hanno rimesso in moto una dinamica sociale che da oltre venti anni era stata congelata, paralizzata, disgregata, polverizzata. Il corpo collettivo della società ha ricominciato a muoversi.

E’  l’inizio di un esorcismo di massa contro la depressione e contro l’isolamento: l’esistenza precaria  e intermittente si fa gioia frugale di corpi che si accarezzano, e si connette al lavoro cognitivo: studenti, ricercatori, insegnanti, tecnici, medici, ingegneri e poeti, fino ai programmatori del software proprietario e finanziario che presto inizieranno dall’interno il lavoro di sabotaggio.

Le occupazioni nei prossimi mesi prolifereranno, diverranno luoghi di aggregazione di un precariato diffuso che ha bisogno di riconoscersi, organizzarsi, e iniziare il processo di appropriazione della ricchezza che ci È stata sottratta.

 

 

5. Andrea Gropplero: Istituto referendario e rappresentanza della moltitudine.

 

” Le due polarità, popolo e moltitudine,

hanno come padri putativi Hobbes

e Spinoza. Per Spinoza, la multitudo

sta a indicare una   pluralità che persiste

come tale sulla scena pubblica, nell’azione

collettiva, nella cura degli affari comuni,

senza convergere in un Uno, senza  svaporare

in un moto centripeto.

Moltitudine È la forma di esistenza sociale

e politica dei molti in quanto molti

forma permanente non episodica

o interstiziale. Per Spinoza la   multitudo

è l’architrave delle libertà civili.

Hobbes detesta -uso a ragion veduta

un vocabolo passionale, ben poco

scientifico- la moltitudine, si scaglia

contro di essa. Nell’esistenza sociale

e politica dei molti in quanto molti, nella

pluralità che non converge in una unità

sintetica, egli scorge il massimo pericolo

per il  supremo imperio , cioÈ per quel

monopolio della decisione politica

che è lo stato.”

 

Paolo Virno

[Grammatica della moltitudine]

 

” Non sono le moltitudini che devono

avere paura dei governi

ma i governi che devono avere

paura delle moltitudini”

 

V per Vendetta

 

Internet secondo i giuristi più illuminati è il primo dei Beni Comuni. Il vento di lotte che si è alzato in Italia in seguito alla vittoria referendaria del 13 Giugno, soffia nella direzione di una moltitudine che vuole cambiare in profondità le regole democratiche, le convenzioni sociali e le modalità della rappresentanza politica. Il 40% degli italiani che dopo i referendum ad ogni sondaggio dichiara che non voterà alle prossime elezioni politiche, pone non solo un problema sulle forme della rappresentanza democratica, quanto una sensibilità collettiva che si muove dentro un’idea, forse ancora spuria, di moltitudine anzichè di popolo. La politica politicante che definisce tutto questo come antipolitica, farebbe meglio a interrogarsi ed interrogare le ragioni della moltitudine prima di vedersi sapazzare via insieme alle cianfrusaglie del neoliberismo.

I movimenti del 99% dal Teatro Valle occupato a Zuccotti Park, prefigurano una società della moltitudine in cui il populismo dei sistemi di rappresentanza delle democrazie occidentali, viene sovvertito dai corpi in relazione che potenziano la loro capacità di partecipazione alla qualità della vita politica planetaria. Questa insurrezione mette in campo gli elementi costitutivi di una vera rivoluzione in cui le regole della rappresentanza del pensiero liberale vengono ribaltate attraverso la piena coscienza che proprio la rete, possa determinare nuove condizioni di partecipazione alla vita democratica. La ridistribuzione della ricchezza sottratta passa anche attraverso una redistribuzione delle responsabilità politiche e della rappresentanza. La soggettività dei Beni Comuni, come dice  Stefano Rodotà, inventa un soggetto che porta in se ” la possibilità di essere nello stesso tempo gestore, controllore e produttore…“, questa nuova condizione comporta un pensiero del governo che abolisce la delega politica ed afferma l’urgenza di un uovo modo di intendere la politica ed il rapporto tra questa e la moltitudine. Possiamo in sostanza immaginare una democrazia referendaria, una democrazia della moltitudine, i cui rappresentanti sulla base di un programma, vengono eletti tutti insieme e non scelti da un delegato del popolo, una democrazia in cui attraverso un uso costante della rete, i passaggi, le leggi, le nomine dei consigli di amministrazione vengano continuamente sottoposti a referendum telematico? I movimenti del 99% nelle lotte degli ultimi mesi pensano che sì, che questo è possibile, che un altro mondo non solo è possibile ma necessario.

 

 


 

 

 

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Category: Movimenti, Musica, cinema, teatro

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About Andrea Gropplero di Troppenburg: Andrea Gropplero di Troppenburg. Nato a Udine nel 1963. Diplomato in regia televisiva al CFP di Modena nel 1988 e in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma nel 1991. Ha fatto la regia di molti documentari: da "Ganga Mahathmia" al più recente "Quando l'Italia mangiava in bianco e nero"

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