Alberto L’Abate: L’arte della pace

| 16 Gennaio 2013 | Comments (0)

 

 

 

 

Alberto l’Abate, che ringraziamo, ha autorizzato la rivista “Inchiesta” a diffondere il suo testo scritto come introduzione al CD curato dall’IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) e Rete CCP (Corpi Civili Pace) ad integrazione del testo che riporta gli atti del Convegno di Vicenza organizzato da questa organizzazione con il Comune di Vicenza e la Casa per la Pace il 3-5 giugno 2011

Nell’accingermi a scrivere l’introduzione a questo CD che integra, per le notizie sull’IPRIRete Corpi Civili di Pace, e sulle associazioni che lo compongono, il bel lavoro fatto da Matteo Soccio nella cura del libro che riporta gli atti del Convegno di Vicenza (3-5 giugno 2011) su “La prevenzione dei conflitti armati e la formazione dei corpi civili di pace”, mi sono caduti gli occhi su uno dei libri della mia biblioteca che attendevano di essere letti, e cioè: “L’arte della guerra” di Sun-Tzu (1997, 2002). La curiosità mi ha spinto a leggerlo e devo dire che la lettura mi ha molto colpito, tanto da suggerismi di dare, a questo nostro lavoro, proprio il titolo opposto, e cioè “L’arte della Pace”.

Sun-tsu è stato un importante generale vissuto nel 2500 a.c., circa 45 secoli fa in Cina, che oltre a guidare l’esercito del suo paese e vincere moltissime battaglie per conto del suo sovrano, ha anche scritto questo manualetto sulla strategia della guerra che è diventato di ispirazione a grandi personaggi della storia come Napoleone e Mao Tse-Tung. Il lettore dirà: “Ma che c’entra questo con la pace e la prevenzione dei conflitti?”. In realtà c’entra molto perchè molte delle lezioni di questo comandante, che è molto influenzato dalla filosofia taoista, possono essere trasferite anche nel campo della lotta e della ricerca per la pace. Tra queste, per non indicarne che alcune:

1) la sua stigmatizzazione delle alte spese militari che rischiano, se vengono anteposte ad altre voci di spesa del bilancio statuale, di indebolire il paese invece di renderlo più forte; 2) l’importanza di avere una strategia che tenga conto del quadro politico internazionale e nazionale, e che si basi su una buona conoscenza del territorio nel quale il conflitto si sviluppa; 3) l’importanza dello spiazzamento dell’avversario, del coglierlo impreparato alla mossa che noi faremo, che lui non deve assolutamente prevedere; 4) l’importanza di riuscire a vincere l’avversario anche senza combattere, togliendo a lui il desiderio di fare lo stesso: “il vero combattente, in definitiva, vince senza attaccare, e non si lascia trascinare nel conflitto” (Sun-Tzu, 2002, pp. 30-31); 5) infine il disinteresse che, secondo Sun-tsu, i comandanti, ed i suoi soldati, dovrebbero avere verso la gloria, la carriera, ed anche verso il denaro, perché dovrebbero combattere solo per il benessere del proprio popolo .

Ci sono anche altri insegnamenti che meriterebbero essere citati, ma che trascureremo per non allungare troppo questa parte introduttiva. Ma vorrei per lo meno elencarli perché sono rilevanti, sia per una politica della nonviolenza, sia per il comportamento delle persone che facciano parte di corpi civili di pace di cui abbiamo trattato nel convegno citato : a) l’importanza del coraggio e di non aver paura della morte, ma anche l’essere coscienti che non è valido ricercarla (si veda, su questo, l’importanza che Gandhi, in molti dei suoi scritti, dà a questa virtù per essere dei buoni “sathyagrahi”); b) l’aspettare che siano gli avversari a fare la prima mossa ma, sulla base del principio dello judò, tipico delle arti marziali cinesi, attendere l’irruenza dell’avversario per ritorcergliela contro (si veda su questo le molte pagine che Sharp dedica a questo tipo di azione all’interno delle lotte nonviolente -Sharp,1973, vol. III, pp. 657- 698); c) l’importanza di conoscere bene sia se stessi che gli altri, quelli contro cui dobbiamo combattere. Scrive Sun-tzu, a questo proposito: “conoscere l’altro e se stessi – cento battaglie senza rischi; non conoscere l’altro, e conoscere se stessi – a volte vittoria, a volte sconfitta; non conoscere l’altro, né se stessi – ogni battaglia è un rischio certo” (Ibid., p.35).

Ma passiamo ora ad analizzare i cinque insegnamenti che abbiamo indicati all’inizio.

1) Il primo (assurdità di alte spese militari nei confronti di quelle civili) purtroppo avrebbe dovuto essere tenuto presente anche dall’attuale governo, cosiddetto tecnico, che ha ridotto tutte le spese (sanitarie, sociali, culturali, ecc.) tranne quelle militari che sono restate nella loro interezza (solo cambiando alcune voci tra spese per il personale e quelle per le armi). Il nostro paese, infatti, pur avendo una spesa militare per abitante doppia rispetto a quella della Spagna, e superiore di un terzo a quella tedesca, unico tra i paesi occidentali che di fronte alla crisi economica che ha colpito

il mondo hanno ridotto anche le spese militari, (questo è avvenuto sia per gli USA, che per la Gran Bretagna e la Germania) non l’ha fatto rischiando di portare la nostra società sulla soglie di gravi conflitti sociali e sindacali. E questo al di là degli indicatori – ad esempio il cosiddetto “spread” – che si stanno riducendo nella loro negatività, ma che non rappresentano affatto la reale situazione della popolazione del paese che è impoverita anche a causa delle tasse introdotte, e tra la quale la disoccupazione cresce ogni giorno di più anche a causa di un ceto imprenditoriale che, in gran parte – si pensi a Marchionne e la Fiat – invece di pensare al benessere del paese, pensa solamente ai propri guadagni ed ai propri interessi. C’è solo da augurarsi che su questo punto il governo futuro, quello che dovrebbe sostituire, appena si avranno le elezioni politiche, il governo “tecnico”, sia più cosciente dell’attuale di questo problema, e tenga in maggior conto l’avvertimento di questo famoso ed invitto generale.

2) L’importanza di una valida strategia ci fa subito pensare all’assurdità delle guerre che il mondo occidentale sta attualmente combattendo per la cosiddetta “guerra permanente al terrorismo” che, come sostenuto ripetutamente da molti studiosi, tra questi anche Amartya Sen (premio Nobel per l’economia), invece di sconfiggere il terrorismo lo sta rinfocolando giorno per giorno (vedi in, Soccio,2012, p. 187; Sen, 2006,2009). Anche il nostro paese spende cifre immense per questa guerra, mentre sta invece riducendo progressivamente i fondi per il raggiungimento degli obbiettivi del “Millennium Development Goals” – approvati dalle Nazioni Unite con il nostro appoggio – che, in realtà, se perseguiti realmente, eliminerebbero molte delle cause profonde dei conflitti in atto. E questo insegnamento di Sun-tzu fa emergere, in primo piano, la necessità di una strategia per la pace e per la prevenzione dei conflitti armati per la quale, fino al momento attuale, si sono spese “più parole che fatti” (Renner, 2002, p. 51). Anche il dato, già citato nella mia relazione inclusa in questo libro (Soccio, 2012, p. 49), emerso dal nostro Convegno Internazione di Bolzano-Bologna, che si spende 1€ per la prevenzione contro almeno 10.000€ per fare le guerre, oltre a segnalare l’enorme squilibrio tra queste due voci, non tiene conto del fatto che attualmente quell’euro per la prevenzione è speso più facilmente dalle ONG che si sono, in centinaia, impegnate in questo compito (si veda, in Soccio, op.cit. pp.186- 195, e Tongeren, v. de Veen, Verhoeven, 2002, vedi anche Tullio, 2002), mentre gli stati sono ancora, tranne poche eccezioni, impegnati in una politica di guerra. Le uniche eccezioni, tra questi ultimi, sono i pochi paesi che si sono liberati delle forze armate e delle armi, come il Costarica (su questo si veda quanto scritto in questo volume alle pp. 52-53), il Panama, e quelli (Sud Africa, Canada, Belgio, Norvegia) che hanno attivamente appoggiato la campagna di base contro le mine antiuomo (Renner, 2002, p. 58) che è riuscita a far mettere al bando queste armi, ed ha ricevuto, per questo, il Premio Nobel per la Pace.

Ma sarà questo l’aspetto fondamentale sul quale dovrò sviluppare questa introduzione per mostrare, rimandando ai testi successivi il compito di segnalare quello che si è fatto da parte delle organizzazioni dell’IPRI-Rete CCP, quello che, secondo gli esperti del settore, si dovrebbe fare per portare avanti l’”arte della pace”, come intitolata questa introduzione .

Ma per prima cosa vorrei ribattere ai tanti studiosi che sono convinti della “naturale tendenza all’uso della violenza nelle relazioni internazionali” (Simon Belli, 2005, p. 5). Questo mio collega, che pure è uno dei pochi che parla anche, nel suo libro, di risoluzione e trasformazione dei conflitti, e dedica anche una parte alle teorie della nonviolenza, sostiene questa tesi che è molto diffusa tra gli scienziati della politica contemporanei. Peccato che questi studiosi non tengano conto dei risultati più recenti di altre scienze, come la paleoarcheologia, la biologia e la neurologia, ed anche l’antropologia. Queste scienze, con dovizie di dati a loro appoggio, sostengono che una frase di questo genere non tiene conto della maggior parte della storia dell’umanità (circa 90.000 anni,su un totale, ad oggi, di meno di 100.000 anni) nei quali la guerra, nei rapporti sociali, non era presente e gli abitanti del pianeta risolvevano i loro rapporti con metodi sostanzialmente nonviolenti, o almeno non cruenti. Un autore italiano, che ha studiato, ricercato ed insegnato in vari paesi del mondo (oltre all’Italia, in Inghilterra, Svizzera, Australia) temi legati alla neuroscienza ed agli studi sulla pace, Piero P. Giorgi, nel suo libro “ La violenza inevitabile, una menzogna moderna”, con sottotitolo: “Origini culturali della violenza e della guerra” (Giorgi, 2001, 2008) presenta una ipotesi (confermata anche dai suoi studi sull’arte preistorica, in particolare sui graffiti ritrovati nelle caverne di tutto il mondo- Giorgi, Anati, 2004 – ed anche dai risultati più recenti delle scienze di cui si occupa) di come la violenza sia, molto probabilmente (da buono scienziato infatti Giorgi parla delle sue tesi come ipotesi che ancora possono essere confermate o invalidate da altre ricerche scientifiche) apparsa solo dopo l’invenzione, soprattutto da parte delle donne (Giorgi, 2007), della produzione di cibo grazie all’agricoltura e l’allevamento stabile di animali. Questa rivoluzione economica del passaggio da una economia basata sulla caccia e la raccolta di cibi prodotti dalla natura, con il nomadismo a queste connesse a seconda delle stagioni e gli spostamenti della selvaggina, ha portato alla stabilizzazione della popolazione, al crescere dell’ampiezza degli insediamenti umani ed all’emergere dei primi conflitti armati tra la popolazione stabilizzata, per proteggere il proprio cibo, e quelli che ancora cercavano il cibo con la caccia e la raccolta. Con una seguenza interessante e bene argomentata, per lo sviluppo della quale si rimanda i lettori al testo citato, attraverso la proposta di una sequenza di cause ed effetti, che dalla difesa del cibo prodotta nei loro campi, il suo surplus e lo sviluppo dello scambio e del commercio, alla creazione di lavori che gestiscono tali attività con lavori molto più redditizi di quello della produzione del cibo nei campi, e l’inizio con questo di una stratificazione sociale (con la nascita di eserciti stabili, ad esempio, inizialmente per la difesa dei propri campi, poi per l’acquisizione di altri territori più fertili) si arriva alla nascita della violenza strutturale ed alla istituzionalizzazione della guerra.

Scrive l’autore, nel presentare il suo lavoro: “Utilizzando conoscenze moderne di neuroscienza ed antropologia, si spiega come il nostro comportamento sociale non possa essere definito prima della nascita e quindi la violenza non possa essere nei nostro geni….Continuare a cullarsi nell’idea che siamo violenti per natura non ci permetterà di rimuovere i meccanismi socio-culturali che ci hanno resi tali, di generazione in generazione, nelle ultime migliaia di anni” (Giorgi, 2008, retrocopertina).

Un appoggio alle tesi di Giorgi viene anche dalla recente scoperta dei “neuroni specchio”. Le ricerche in questo campo hanno infatti dimostrato come questi neuroni producono nel nostro cervello effetti imitativi di cui spesso non siamo consapevoli, che limitano la nostra autonomia con potenti condizionamenti sul piano sociale. Infatti studi approfonditi hanno dimostrato come l’esposizione alla violenza, sia nella realtà intorno a noi, sia anche da parte delle TV e dei mezzi di comunicazione di massa – che tendono spesso a far conoscere ed anche ad ingigantire gli episodi violenti, più che altri comportamenti virtuosi che nella realtà sociale sono molto più frequenti dei primi (Kropotkin, 1970, 1982) – stimola comportamenti imitativi, violenti, aggressivi, sia verso le persone che verso le cose.

Ma questa scoperta, invece che essere un elemento negativo, di accrescimento della violenza e dell’aggressività, può essere, al contrario – secondo F. Guarducci, autore di un libro su questo tema (in corso di stampa)- un aiuto alla trasformazione sociale in senso positivo della realtà che ci circonda. Infatti la ricerca di forme di comunicazione diverse, come quella sperimentata da Rosemberg, e da lui definita “nonviolenta”, oppure lo sviluppo, e la diffusione di forme di scrittura creativa – che portano ad una migliore conoscenza di sé ed a cercare i migliori modi per esprimere la propria personalità, accrescendo nella persona la coscienza del proprio potere (in termini tecnici definito “Empowement”); od infine l’aiuto alle persone a sviluppare le proprie capacità artistiche, con la musica, il teatro, il cinema, ecc., sono tutti modi che possono aiutare quella “ricostruzione dell’uomo attraverso il linguaggio”, come scritto nel sottotitolo del libro di Guarducci. Infatti, secondo l’autore: “La scoperta dei neuroni specchio ha confermato la valenza del pensiero fenomenologico circa l’empatia e la capacità di apprendere, conoscere e conoscersi. In questo ambito filosofico, infatti, l’intersoggettività ha un ruolo fondamentale nella costruzione della soggettività. Sintonizzarsi nelle frequenze di un’altra persona, condividerne i suoi stati d’animo è la forma principale di empatia”. Infatti i neuroni specchio tendono ad attivare l’identificazione delle persone con le sofferenze degli altri e quindi sono alla base del processo empatico, “essendo l’empatia – scrive l’autore – ciò che ci permette di condividere la vita, di metterci ‘nei panni degli altri’, di essere compresi ed accolti” (Guarducci, in corso di stampa ).

Ma anche sociologi che hanno approfondito gli studi sui conflitti confermano il fatto che i loro colleghi che credono nella naturalità della guerra e della violenza armata, non tengono conto che la guerra non nasce, normalmente, da un giorno all’altro, ma che è un processo che si costruisce giorno dopo giorno (Kriesberg, 1973, p 272-274; L’Abate, 2008, pp. 27-31; 59- 81, e, L’Abate, 2012, pp. 386-402). E come tutti i processi l’importante è quello di non aspettare ad intervenire quando ormai questo è arrivato al punto dello scoppio armato della conflittualità, intervento spesso destinato ad avere scarsi risultati, ma di intervenire molto prima, quando ci sono i primi segnali di sviluppo dello stesso, e ci sono molte più possibilità che un intervento esterno, di terze forze interessate alla pace, o interno, di gruppi organizzati impegnati nel superamento del conflitto, e preferibilmente i due insieme, riescano ad interrompere la scalata, o addirittura a dare inizio ad un processo di descalata dello stesso.

Una conferma delle tesi di Giorgi della non naturalità della violenza cosiddetta innata nell’uomo, spesso legata alla concezione della inevitabilità delle guerre, viene anche da un libro di uno scienziato di scienze politiche americano Glenn Paige, professore emerito dell’Università delle Hawaij. Egli, dopo aver combattuto da giovane in Corea partecipando direttamente alle atrocità della guerra, ha lavorato, e sta lavorando, anche a livello scientifico, per arrivare a dar vita ad una “civiltà non letale”, che abbia come principio di base il “Non uccidere”. Questo studioso (Paige, 2010, pp.171-172) riporta un caso storico che ci può servire a capire meglio come gli esseri umani siano capaci di un rapido cambiamento verso la non uccisione del proprio prossimo, e come quindi la loro cosiddetta tendenza naturale alla guerra ed alla violenza (contraddetta anche dagli scienziati della dichiarazione di Siviglia – Adams, 1991, 2004 – dichiarazione che è stata boicottata dai grandi mezzi di comunicazione di massa e perciò non molto conosciuta), non sia una realtà immodificabile. L’autore riprende questo caso da una ricerca di due antropologi americani che hanno cercato di spiegare come sia avvenuta la riduzione del 90 % degli omicidi presso la popolazione Waorani dell’Equador nel breve arco di trent’anni, a partire dal 1958. Nel secolo scorso il 60 % delle morti tra gli Waoriani avveniva per omicidio, ed essi erano considerati la società più violenta conosciuta dall’antropologia. Il tasso di omicidi era 1000 su 100.000 persone, mentre quello analogo, pur abbastanza alto, negli Stati Uniti era del 10/100.000. In tre decenni il tasso di omicidi tra gli Waoriani é sceso a 60/100.000. Paige descrive così come è avvenuto questo processo:” Ciò che più contribuì al cambiamento furono le coraggiose iniziative di leadership di due donne missionarie cristiane, rispettivamente la vedova e la sorella di due uomini uccisi in un fallito tentativo di contatto con gli Waoriani nel 1956; l’assistenza di molte donne Waoriani; l’introduzione di un sistema di valori alternativo; l’introduzione di nuove informazioni a livello cognitivo, comunicate dalle donne Waoriani che avevano visto il mondo esterno e spiegarono, tra l’altro, che chi veniva da fuori non era un cannibale; ed il desiderio delle stesse Waoriani di uscire dal terribile circolo vizioso delle faide nel quale intere famiglie venivano uccise a colpi di lancia.

Le chiese si organizzarono e nella preghiera furono presi degli impegni per fermare le uccisioni. La riduzione del numero di omicidi fu raggiunta senza l’intervento della polizia o di altre misure coercitive e senza cambiamenti socioeconomici strutturali. Al contrario, i cambiamenti strutturali seguirono l’assunzione del nuovo impegno spirituale verso il non uccidere e la ricezione delle nuove informazioni. Anche i gruppi Waoriani non cristiani cominciarono a cambiare” (Paige, 2010, p. 171). E Paige, nelle ultime pagine del suo libro, dopo aver citato anche casi negativi avvenuti in seguito tra la stessa popolazione, che pur abbassando i livelli di omicidi non se ne era del tutto liberata, ritiene che questa esperienza fornisca una prova del potenziale di trasformazione inerente alla “leadership creativa per il cambiamento”. E conclude: “L’obbiettivo di porre fine alla letalità nella vita globale implica una transizione, da una scienza politica che accetta la violenza, alla scienza della responsabilità nonletale nei confronti dei bisogni umani di amore, benessere e libera espressione del potenziale creativo” (Ibid. p. 173). Ed anche Michael Renner, del Worldwatch Institute di Washington (DC), nel suo lavoro : “Porre fine ai conflitti violenti”, che abbiamo già citato, e che sottolinea l’importanza dell’impegno per la prevenzione dei conflitti armati, conclude la sua relazione con una citazione di Desmond Tutu, l’arcivescovo protestante sudafricano premio Nobel per la Pace, il quale sostiene che la schiavitù sembrava a suo tempo una realtà immutabile eppure èstata abolita: “E perché no la guerra? In realtà non abbiamo altra scelta!” (Renner, 1999, p. 59).

3) Ma passando ad analizzare il terzo insegnamento di Sun-tzu che abbiamo sottolineato, e cioè l’importanza di riuscire a “spiazzare” l’avversario, anche se l’effetto che si vuole apportare all’avversario è lo stesso, i metodi però suggeriti da questo generale e dagli studiosi e operatori della nonviolenza sono completamente diversi, e direi anche opposti. Sun-tzu cerca di ingannare gli avversari in vari modi, o facendo loro credere che sono in condizioni di vantaggio e perciò indurli ad attaccare per primi, ed per questo a scoprirsi; o adottando una tattica che rende impossibile prevedere le nostre mosse, anche attraverso una configurazione del proprio esercito strategica “senza forma”, e cioè impossibile a determinare perchè cambia di continuo, a seconda dei mutamenti della condizione del nemico; oppure non rendendo noto quale sarà il nostro campo di battaglia in modo da puntare sull’effetto sorpresa; ed infine anche attraverso l’uso di agenti segreti (profumatamente pagati) che, infiltrati tra i ranghi del nemico, ci aiutino a prevedere le sue mosse, e ci facciano conoscere bene la sua situazione, in modo da avere informazioni preziose necessarie a vincerlo. Per la strategia nonviolenta lo spiazzamento avviene invece completamente all’opposto, o dichiarando apertamente quello che si vuole ottenere ed i modi con i quali si porterà avanti la nostra lotta, cosa che l’avversario di solito non si aspetta che gli venga detto, oppure facendo cose che il contendente non è nemmeno in grado di immaginare, e che lo portano a riflettere sul proprio agire, ed a rispondere in modo diverso da quanto fatto prima. Il primo dei due modi di spiazzare l’avversario è stato quello portato avanti con grande abilità da Gandhi in molte delle sue battaglie vittoriose (vedi, ad esempio, Galtung, 1987). Il secondo è citato nel bel libro di M. Nagler: “Per un futuro nonviolento” (2005, pp.54-57). Il fatto è questo: una ragazza, di nome Karen, mentre, nel 1989, lavorava in Guatemala per la difesa dei diritti umani di appartenenti a gruppi discriminati, con le Brigate Internazionali di Pace, è stata arrestata dai militari guatemaltechi, insieme ad altri quattro volontari della stessa organizzazione. Tre di loro erano spagnoli, e sono stati subito espulsi dal Guatemala. Karen, invece, che era canadese, e la sua amica Marcella, colombiana, sono state trattenute e furono portate, bendate, in una baracca dell’esercito in aperta campagna, da dove si sentivano, da altre baracche vicine, arrivare urla di altri prigionieri torturati. Lì furono sottoposte a cinque ore di interrogatorio sui loro presunti legami con la guerriglia del FMLN (Fronte Farabundo Marti per la Liberazione Nazionale). Per fortuna, prima dell’arresto, Karen aveva potuto avvisare un suo compagno delle PBI ed anche il console del suo paese. Le PBI hanno subito attivato la loro rete di sostegno, e presto centinaia di persone da tutto il mondo hanno cominciato ad inviare fax alle ambasciate canadesi e colombiane, sollecitando un impegno dei loro rappresentanti politici per la liberazione delle due donne. Ma il governo della Colombia non fece nulla per far liberare la sua concittadina, mentre quello canadese fece pressioni in questo senso su quello del Guatemala, ed, aggiunge Nagler, “sicuramente accennando alla possibilità di eventuali ripercussioni nei rapporti commerciali nel caso in cui Karen non fosse stata immediatamente rilasciata” (op. cit., p. 55). Il risultato fu l’immediata liberazione di Karen che era attesa dal funzionario dell’ambasciata canadese che era venuto a prelevarla. Ma quando i soldati le tolsero dagli occhi la benda potè vedere la sua amica Marcella, con la faccia al muro, in quella che avrà occasione di definire “una perfetta immagine di deumanizzazione”. Continua così il racconto di Nagler : “Nonostante la felicità di essere ancora viva, qualcosa le impedì di andarsene. Avvertendo un forte disagio, si scusò con l’esasperato ufficiale dell’ambasciata canadese, arrivato da Città del Guatemala per prelevarla, e si diresse nuovamente all’interno della baracca, non sapendo quello che le sarebbe successo là dentro, ma consapevole che non poteva essere peggio dell’abbandono di un amica. I soldati erano sbigottiti, quasi esasperati. La ammanettarono nuovamente. Nella stanza a fianco, un soldato sbattè la testa di Marcella contro il muro, dicendo che siccome quella ‘troia bianca’ era stata così stupida da tornare indietro ‘ ora avrebbe assistito al trattamento che si meritava una terrorista!’.

Niente più carinerie. Ma il gesto di Karen iniziava ad avere uno strano effetto su quegli uomini. Iniziarono a parlare con lei nonostante tutto, e Karen tentò di spiegare la ragione per la quale era tornata. ‘Voi sapete cosa vuol dire essere separati da un compaňero’. Ne rimasero colpiti. Rilasciarono Karen e Marcella e le due donne poterono uscire insieme, mano nella mano” (op.cit. pp. 55-56).

E’ questo un esempio perfetto di “spiazzamento” degli avversari. Mai questi si sarebbero aspettati che la donna da loro liberata, per le pressioni del suo governo, tornasse indietro per solidarietà con la sua compagna di lavoro. E questo li ha portati a rivedere le proprie posizioni precedenti, comprendendo l’importanza di questo gesto. Nagler, nello spiegare quanto avvenuto, cita, tra l’altro Sant’Agostino che scrive che persino gli animali sentono il bisogno di strutture familiari e sociali: “E ancora più nell’uomo. Egli appare, per così dire, spinto dalla leggi fondative della propria natura, verso l’amicizia e verso la pace con tutti gli uomini”. E commenta Nagler : “ E’ da una legge di natura come questa che trae forza un atto come quello di Karen, perché è stata in grado sia di aprire gli occhi ai soldati sull’umanità di Marcella, sia di offrire ai soldati una via di fuga dalla loro stessa ostilità” (op. cit.,p. 58).

4) Ma resta da vedere ancora il quarto insegnamento di Sun-Tsu da noi preso come emblemetico, e cioè il fatto che il buon combattente vince senza nemmeno combattere, evitando che il nemico lo attacchi. Ma anche qui, se l’obiettivo é lo stesso, le indicazioni dello stratega militare, e di quelli nonviolenti, sono del tutto opposte. Scrive il commentatore del testo di questo generale : “Sun-tsu consiglia di mutare la condizione dell’avversario nei nostri confronti, anziché tentare di distruggerla. La battaglia vittoriosa è quella che non è neppure iniziata, poiché il nemico si rende conto della soverchiante quantità di forze a suo sfavore” (Op. cit., p. 29). Quindi la strategia militare è quella di impaurire il nemico dandogli informazioni, o anche facendogli credere, che lui é in uno stato di debolezza nei confronti del suo avversario, e quindi di evitare un suo eventuale attacco. La strategia nonviolenta è invece del tutto opposta. Scrive Gandhi che la migliore difesa è quella di non avere nemici, quindi questa indicazione richiede agli Stati una politica completamente diversa dall’attuale, quest’ultima basata sulla preparazione della guerra, od anche, in passato, sull’equilibrio del terrore, per mettere al centro invece una politica di solidarietà con i paesi più poveri, di aiuto a superare la loro miseria, e di perseguimento della giustizia e di uno sviluppo equilibrato tra Nord e Sud, e non sullo sfruttamento del Sud da parte del Nord. Invece quella attualmente portata avanti é esattamento l’opposto, la globalizzione è utilizzata dalle multinazionali, che controllano i paesi più ricchi ed influenzano pesantemente le loro politiche, come strumento per risparmiare sui costi del lavoro e guadagnare di più. Da lì il continuo incremento della forbice tra paesi e persone ricche e quelli poveri, che diventano sempre più poveri. Come si vede perciò la strategia nonviolenta non è quella di impaurire gli avversari ma di convertirli da nemici ad amici (Goss-Mayr, 1997).

5) L’ultimo insegnamento di Sun-tsu da noi evidenziato è quello che riguarda gli obbiettivi di fondo del generale, ed anche dei suoi combattenti. Questo non dovrebbe essere nè il raggiungimento della gloria, o di alti posti nella carriera, e nemmeno il guadagno, ma solo quello del benessere del proprio popolo. Sarebbe bello che i nostri generali tenessero ben presente questo insegnamento, od anche quello di altri generali come Eisenhower e MacArthur, statunitensi, oppure di Harbottle, inglese, che si sono dati da fare per eliminare la guerra sostenendo la sua inutilità e la sua bruttezza, ed impegnandosi, quest’ultimo, ad appoggiare gli interventi non armati e nonviolenti delle PBI, ed organizzando una associazione dei “generali per la pace”( Harbottle M., e, I., 1997).

Invece nel nostro paese, nel quale abbiamo una pletora di generali (sembra sia uno dei paesi del mondo con il numero massimo di generali in rapporto ai soldati), molti di questi, quando vanno in pensione, diventano consulenti della ditte che fabbricano armi, ed oltre alla pensione, piuttosto elevata, guadagnano anche dalla vendita di queste armi. Ma purtroppo, in questo frangente di crisi economica, questa attività è una delle poche non in crisi e nemmeno i sindacati hanno il coraggio di porre, all’ordine del giorno della nostra politica, il problema della riconversione delle industrie belliche (L’Abate, in corso di stampa). E che la guerra sia diventata un grosso business lo mostra anche l’incremento vertiginoso dei “contractors”, quei civili che sono pagati per accompagnare persone o ditte che operano in situazione conflittuale (Vignarca, ).

 

Ciò che è necessario fare per prevenire conflitti armati

Ma conclusa questa parte riguardante gli insegnamenti che un maestro della strategia e dell’arte militare può dare anche ad una strategia, ed ad un’arte, per la pace, devo concludere questo paragrafo vedendo con più precisione ciò che è necessario fare per prevenire i conflitti armati, che è uno degli aspetti fondamentali di cui ha trattato il convegno. Lo farò basandomi su alcuni testi scritti da vari studiosi che hanno approfondito questo tema, ed alcuni anche da me stesso . Per superare questo problema sono stati previsti vari tipi di azione:

1) la segnalazione precoce e l’intervento rapido;

2) le missioni per l’accertamento dei fatti,

3) la diplomazia preventiva,

4) le ambasciate di pace,

5) la costituzione di corpi civili di pace per intervenire in caso di necessità;

6) la negoziazione e la mediazione dei conflitti armati.

Ma dopo aver affrontato questi tipi di azione sarà opportuno approfondire due problemi di fondo di tutte queste forme di azione, e cioè: a) l’educazione alla nonviolenza e la pace ; b) la costruzione di strutture per la pace.

Ma, prima di affrontare questi temi, qualche è parola in più merita dirla sull’importanza della prevenzione dei conflitti armati, e della guerra. Che questo sia un problema importante basti pensare che già nella conferenza dell’AIA nel 1899, i governi hanno espresso il loro “desiderio di diminuire i mali della guerra fin quanto lo permettano le necessità militari” (Renner, op. cit. p. 51). E nello statuto fondativo delle Nazioni Unite è chiaramente espresso l’obbiettivo di liberare l’umanità dal “flagello delle guerre”. Ma malgrado questo, quando è stato fondato, nel 1997, il nuovo “Fondo comune della Nazioni Unite per l’azione preventiva contro i conflitti” questo “ha ricevuto una retorica stratosferica ma scarsi fondi” (ibid., p. 51). E continua Renner, nella sua analisi di cosa si dovrebbe fare per porre fine ai conflitti violenti: “E’ necessario, tra l’altro, riesaminare le priorità dei bilanci; fino a quando si continua ad investire risorse massiccie nel militare, ad esempio, si darà sempre una scarsa attenzione ai bisogni sociali” (ibid., p. 54).

E scrive ancora Renner: “L’elites mondiali politiche e corporative sono state molto più interessate, ed efficaci, nel dar vita ad una struttura globale di mercato di quanto lo siano state nello stabilire tre condizioni essenziali e fondamentali per prevenire che la globalizzazione diventi una continua fonte di contese: primo, rendere più responsabili i più importanti attori del mercato; secondo, preparare il terreno nel quale può fiorire una comunità globale umana, e non soltanto un luogo di mercato globale; e terzo, dar vita ad istituzioni internazionali sufficientemente forti che possano aiutare l’avanzamento delle norme globali e salvaguardare gli interessi della comunità umana globale” (ibid. p. 56). E continuando precisa come due di questi importanti istituzioni, attori fondamentali nel mercato, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, non solo prendono decisioni non trasparenti e spesso non giustificabili, ma che “talvolta si dedicano alla ricerca di una crescita economica anche a scapito di considerazioni sociali, ambientali, e dei diritti umani. Gli attivisti di base hanno lavorato molto per modificare il modo con il quale queste due istituzioni operano, ma maggiori riforme sono sempre necessarie” (ibid.). E come esempio positivo di iniziative di base che fanno fare dei passi avanti verso la fine delle guerre cita il caso della Campagna contro le mine anti-uomo. Scrive Renner: “Gli anni recenti hanno visto l’emergere di coalizioni operative, che sulla base dell’affrontare un problema alla volta, uniscono le ONG con governi ben disposti. Con l’appoggio di governi, come il Canada, il Sud Africa, il Belgio e la Norvegia, la campagna è riuscita a mettere le mine antiuomo nell’agenda mondiale, lavorando sodo e riuscendo ad ottenere un trattato internazionale che mette al bando questi dispositivi, e rendendolo operativo con una velocità molto superiore a quella di ogni trattato sulle armi mai ottenuto nella storia”(ibid. p. 58). E suggerisce di affrontare, nello stesso modo, anche il problema della proliferazione delle piccole armi da fuoco, e quello dell’eliminazione degli arsenali nucleari (ibid.). In linea con questo suggerimento, e come momento importante per cercare di uscire dalla retorica parolaia di cui abbiamo parlato, c’è stata la conferenza dell’Aia a cento anni della prima, e cioè nel 1999. Nell’indire questa conferenza, da parte di moltissime organizzazioni non governative mondiali, è stato lanciato un appello per la pace che cerca di mettere a punto una agenda per la costruzione della pace per il secolo ventunesimo, agenda alla quale sia i governi che le Nazioni Unite sono ospiti bene accetti, ma non gli iniziatori (Renner, op. cit., p. 59). E’ durante questa conferenza, infatti, che sono state messe le basi sia per la creazione di una rete per la prevenzione di conflitti armati, che diventerà, a Dublino, nel 2004, la “Global Partnership for the

Prevention of Armed Conflicts” (si veda, su questo, il documento programmatico riportato nel volume curato da Soccio, 2012, pp. 186-195), ed anche della costituzione materiale, in India, nel 2002, della “Nonviolent Peace Corp”, della quale, nel libro curato da Soccio, c’è una buona scheda illustrativa (Soccio, op.cit., pp. 325-333). Per concludere questa premessa c’é da dire che la coscienza dell’importanza della prevenzione dei conflitti armati, prima portata avanti concretamente più dalle organizzazioni nongovermative che dai governi, si è allargato, anche per merito delle prese di posizione di due Segretari delle Nazioni Unite: Boutros- Ghali (Soccio, 2012, pp. 157-175) e Kofi Annan (Ibid., pp. 179-181), e si sta allargando sempre più anche ai governi. Su questo si vedano i molti documenti ufficiali dell’Unione Europea (vedi su questo anche l’appello di A. Langer e le varie mozioni approvate dal Parlamento Europeo – in Soccio, op. cit., pp. 182- 185), del G8, ed in particolare dell’OSCE che, nel 1999, a Istambul, ha dato vita ad un organismo REACT (Rapid Expert Assistance and Cooperation Teams) con il compito di intervento rapido di missioni civili in caso di crisi (su questo si veda il documento di D. Berruti e A. Rossi, ciclostilato a cura del Centro Studi Difesa Civile di Roma, 2003). Per chiudere questa premessa citerò solo una frase di un documento dell’OECD (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica) che, nel parlare dell’importanza dei sistemi di segnalazione precoce, di cui avremo occasione di parlare più tardi, scrive: che questi possono avere “la possibilità di ridurre i costi associati ad una risposta “tardiva” ai conflitti violenti ed alla fragilità degli stati” (OECD, 2009, p. 134). Ma nel concludere vorrei solo sottolineare come in tutti i documenti, anche quelli ufficiali di organismi internazionali, si sottolinea l’importanza che questo tipo di attività sia portata avanti non solo dagli stati, e dalle Organizzazioni Internazionali da questi composti, ma anche dalle organizzazioni nongovernative di base, ed un accento particolare, in molti di questi, è data proprio alla importanza della partecipazione del genere femminile che, effettivamente, con le “donne in nero”, o con le “madri dei soldati contro la guerra”, hanno dato, ed stanno dando, un grosso contributo alla lotta per la pace e la nonviolenza (si veda, su questo, il lavoro della commissione specifica su questo tema al nostro convegno, riportato nel libro di Soccio, op.cit. pp. 101-106).

 

1) La segnalazione precoce e l’intervento rapido

Sull’importanza di questo strumento, e soprattutto sulla necessità di uno stretto collegamento tra l’allarme e la rapida risposta per cercare di superare la crisi ed evitare che il conflitto, preannunciato, esploda, ne hanno parlato efficacemente sia Boutrous Ghali (in Soccio, p. 162), sia il documento di Dublino, di cui abbiamo già scritto (Ibid., pp. 191-193). Ma il problema da porsi è cosa si è fatto e si sta facendo, effettivamente, per organizzare un valido sistema di allarme preventivo e, soprattutto, per legarlo ad una risposta rapida che serva realmente a prevenire l’esplosione del conflitto violento?

Per rispondere a questa domanda ho cercato in Internet documenti utili, e ne ho trovati, in particolare, tre che mi sono sembrati più validi. Altri, che forse sarebbero stati utili, richiedevano di essere comprati, e li ho trascurati. Un centro, ben finanziato, come quello che si vorrebbe nascesse a Vicenza, può superare questo problema e procurarsi anche questi. Questi tre sono, in ordine di pubblicazione: uno, del settembre 2000, scritto da J. Davis, del Centro per lo Sviluppo Internazionale e per la Gestione dei Conflitti (CIDCM), dell’Università del Maryland (USA). E’ specifico su quanto si fa in questo settore nell’Africa Sub-Sahariana, ma con molte informazioni generali riguardanti tutto il mondo (Davies, 2000); l’altro è invece del Conflict Prevention Network della Commissione Europea, ed è pubblicato, nel 2005, dalla EPLO, (European Peacebuilding Liason Office), una associazione di organizzazioni di base di cui fanno parte anche i Berretti Bianchi, aderenti all’IPRI-Rete, ed alle cui riunioni ha partecipato anche Maria Carla Biavati, attuale Presidente dell’IPRI-Rete CCP; il terzo documento è invece del 2009 ed è elaborato dal DCD (Development Cooperation Directorate) dell’OECD, e riporta le discussioni di una conferenza organizzata da questo organismo con la partecipazione di persone che lavorano in questo campo.

Cosa emerge, secondo me, di interessante, oltre che da alcuni libri che trattano di questo argomento, anche da questi tre documenti ?

L’ultimo documento trovato in internet, e prima citato, è intitolato: “Prevenire la violenza, la guerra e il crollo di stati: il futuro della segnalazione precoce e della risposta”, e inizia facendo una breve storia di questo tipo di interventi: La segnalazione precoce dei conflitti è stata concepita come strumento per proteggere e preservare la vita. Il settore si è sviluppato in modo significativo

dal suo concepimento, e la segnalazione precoce é stata integrata nella politica di molte organizzazioni. Comunque non si può dire, attualmente, che la comunità internazionale sia in grado di prevenire un altro genocidio ruandese. La segnalazione precoce dei conflitti ha di fronte a sé sfide simili a quelle che aveva 15 anni fa – e ci sono nuove sfide all’orizzonte” (OECD, 2009, p. 1 del sommario). Tra le sfide future il documento cita l’impatto combinato dell’instabilità del cambiamento climatico, le ricadute delle guerre in Afghanistan e in Iraq e di quelle contro il terrore, ed infine anche dell’incremento della criminalizzazione dei conflitti violenti (ibid. p.5). Secondo il documento le prime concettualizazioni dell’importanza di questo strumento risalgono al periodo dal 1970 al 1980, ma esso è entrato nella agenda politica internazionale dopo la fine della guerra fredda. Ma gli elementi principali che hanno stimolato il miglioramento di questi strumenti sono stati il fallimento della risposta al genocidio ruandese del 1994, ed anche quello del conflitto nei Balcani. Ma, sempre secondo questo documento, questo approccio è stato messo in secondo piano dalla percezione delle minaccie internazionali emerse dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001 e dalle misure antiterroristiche prese dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Ma questi fatti hanno anche fatto emergere un interesse crescente sugli stati deboli, fragili e falliti.

Comunque, secondo questa analisi, il settore va molto rivisto perché, malgrado un incremento di impegno in questo campo, rimangono molti difetti negli interventi nei conflitti violenti da parte dei governi, singoli e multilaterali. In parte questo è dovuto anche a predizioni inaccurate, il fallimento nel prevedere eventi importanti, ed una mancanza di collegamento tra la segnalazione e l’intervento operativo, e questo anche a causa di impegni scordinati e contraddittori, e di una cattiva capacità nel prendere decisioni. Ma la carenza delle segnalazioni dipende anche, in gran parte, da una carenza di dati affidabili, ed aggiornati, di molti paesi, ed anche al fatto che i dati numerici spesso tendono a semplificare conflitti complessi e fluidi. Per questo si ritiene che sia molto importante non basarsi solamente su indicatori quantitativi, ma che sia opportuno unirli a dati di tipo qualitativo come, ad esempio, quelli più recenti sull’analisi sullo stato di fragilità degli Stati che provvedono una utile quadro per la pianificazione di risposte programmatiche (ibid., p. 2. Un esempio di dati di questo tipo sono quelli riportati da Marchall (2011) . Comunque, secondo questa relazione, tranne rare eccezioni, i sistemi di segnalazione precoce soffrono di una carenza di investimenti, ed anche a causa di questo, sono stati chiusi due dei più importanti centri di segnalazione precoce come FEWER e FAST (ibid. p. 5). Ma la relazione insiste nel dire che la cattiva segnalazione precoce resta una importante causa della non risposta ai conflitti violenti (ibid. p.3). Per questo la relazione parla, per lo sviluppo di risposte a livello micro, dell’importanza dei sistemi di segnalazione precoce di “terza generazione” (non precisando però le loro differenze con quelli precedenti, e con quelli di quarta generazione di cui si parla già).

Ma questo sottotinea – commento mio – come la ricerca di questi indicatori sia ancora abbastanza in alto mare, forse anche a causa di quello scarso finanziamento segnalato; ma questa avarizia, secondo me, è anche dovuta al non interesse di molti stati nella prevenzione stessa dei conflitti armati, anche a causa di molti dei loro militari che vedono messa in secondo piano la loro professione, e che spesso incidono pesantemente sulle scelte politiche di molti paesi. Ad esempio, in rapporto al conflitto nei Balcani, che questa stessa relazione indica come fallimento della segnalazione precoce, ed in particolare sul problema del Kossovo, che di questo conflitto è stata una causa non secondaria, (di cui mi sono occupato a fondo – L’Abate, 1997a, 1997b,1999, 2008) in questo caso non si può assolutamente parlare di cattiva o scarsa segnalazione precoce. Già nel 1992 la Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFFR), una organizzazione non governativa svedese che ha lavorato molto anche per il suo governo e per molte Organizzazioni Governative Internazionali, dopo studi approfonditi nell’area, aveva scritto una ottima relazione intitolata appunto “Prevenire la guerra del Kossovo”. In questa non solo segnalava i gravi rischi di guerra che questa situazione comportava, ma dava anche indicazioni molto importanti su come superare il conflitto. In questo caso la segnalazione precoce c’era, ma non è stata presa in considerazione. Solo la Campagna Kossovo l’ha valorizzata, traducendola anche in italiano ed utilizzandola come punto di partenza per le sue ricerche per la prevenzione di questo conflitto (su questo si vedano, oltre ai miei libri sul Kossovo, già citati, anche, in questo CD, la presentazione in PDF dell’ambasciata di pace in Kossovo e delle sue attività). Si è arrivati alla guerra, ma per chiuderla si sono realizzate quasi esattamente le stesse indicazioni della proposta che la TFFR aveva fatto per prevenirla (L’Abate, 1997a/1997b/1999). Non sarebbe stato meglio portarle avanti prima, senza arrivare a quella guerra che ha portato distruzioni e morti? E non ha forse ragione Oberg, il direttore di quel centro svedese, che scrive che gli incontri di Rambouillet, organizzati dai governi per superare il conflitto, non sono stati fatti per “prevenire la guerra” ma piuttosto “per prevenire la pace”? (in, Fumarola, Martelloni, 2000, pp.44-57) .

Ma vediamo ora i contributi degli altri articoli citati. In quello della Commissione Europea, del 2005, uno degli aspetti più interessanti è l’elenco di tutti i portali che si occupano di segnalazione precoce. L’elenco è fatto da una delle organizzazioni che lavorano, in questo settore, per conto della Commissione Europea, e cioè dall’International Crisis Group che fa parte di una rete che collabora con questa Commisione.. I portali indicati sono 35, ma 11 di questi sono a pagamento, aperti cioè solo a governi o a ditte che vogliono investire in un paese e cercano conferme se è il caso di farlo o meno.

Ma prima di analizzare più a fondo questo elenco vorrei dire qualche cosa di più su questa rete, con la quale, se il nostro progetto di dar vita a Vicenza ad un “Centro per la previsione e la prevenzione dei conflitti armati”(che implica anche un grosso lavoro di formazione di corpi civili per l’intervento rapido in situazioni di crisi) riuscirà a realizzarsi, come ci auguriamo, questo centro

dovrà collaborare in modo valido. Il centro di Vicenza auspicato ha già avuto ed ha la collaborazione importante della Transcend University, e del Galtung Institut di Basilea, a cui fanno riferimento, oltre a Galtung, alcuni dei migliori mediatori che ci siano al mondo, fondamentali per intervenire positivamente nelle situazioni di preconflitto. Si veda, su questo, la relazione di Johan Galtung al nostro convegno, in questo libro – pp.107-118 – ed il volume pubblicato da Transcend University Press su molte delle esperienze di mediazione in cui Galtung e la sua associazione sono stati coinvolti (Galtung, 2008), ma si vedano anche le relazioni di D. Fischer, il direttore della Transcend University Press, che pure avrebbe dovuto partecipare al nostro convegno ma non ha potuto per malattia, che ci ha fatto avere alcuni suoi contributi che sono pure riportati in questo libro (pp.138-156). Ma il collegamento più stretto anche con questa rete ed in particolare con la Commissione Europea che la coordina per conto della Unione Europea è e sarà fondamentale. A questa rete partecipano: l’International Crisis Group, International Alert, European Policy Center, e European Peacebuilding Liason Office.

Nel documento citato, dell’International Crisis Group, sulle risorse per la segnalazione precoce si dice: “La segnalazione precoce è una parte fondamentale della prevenzione e la gestione dei conflitti, ed un elemento essenziale della nostra missione. Gli analisti del gruppo per la crisi producono rapporti analitici periodici che contengono raccomandazioni pratiche rivolte ai fondamentali decisori politici internazionali. Il nostro scopo è quello di mettere in guardia i governi, le organizzazioni internazionali e tutta la comunità internazionale su conflitti mortali incombenti ed aiutarli a prevenirli o almeno a mitigarli – e, se e quando la prevenzione fallisce, cercare di risolvere il conflitto” (EPLO, Conflict Prevention Partnership, 2005).

I 35 siti elettronici sulla segnalazione precoce indicati, sono divisi in sottosettori: 1) conflitti; 2) disastri umanitari e naturali; 3) organizzazioni locali e regionali; 4) andamenti globali conflittuali; 5) servizi giornalistici sulla segnalazione precoce e la prevenzione dei conflitti; 6) servizi di analisi dei rischi. In quest’ultima categoria citata i 10 siti sono tutti a pagamento.

E’ impossibile qui riportare tutti gli indirizzi che possono essere trovati nel documento citato. Ma questa pluralità di siti sembra confermare quanto detto nel documento del’OECE che la frammentazione, ed una scarsa collaborazione reciproca, rischiano di essere una causa non secondaria del distacco riscontrato tra segnalazione precoce e l’ intervento.

Ma prima di chiudere questo paragrafo vorrei far vedere meglio in cosa consistono gli indicatori che vengono, normalmente, presi in analisi. In questo ci aiuta soprattutto il documento dell’Università del Maryland, citato, anche se, essendo del 2000, non sappiamo a quale generazione di indicatori si riferisca. L’autore, J. Davies, ritiene che gli indicatori di segnalazione precoce debbano essere distinti secondo tre stadi di sviluppo dei conflitti o delle crisi:

1)Tensioni strutturali o instabilità; 2) Scalata; 3) Crisi/guerra.

1)Tra i primi vengono indicati : storia di repressione statale, ideologie esclusionarie, mancanza di esperienza democratica, crescenti squilibri nei guadagni e nelle opportunità economiche, desertificazione dei terreni, pressioni dovute alla crescita della popolazione, ecc.. Ma dato che queste condizioni strutturali tendono a modificarsi lentamente questi dati servono soprattutto per valutare i rischi a lungo termine.

2) I dati della scalata servono invece ad identificare i fattori dinamici, o accelleratori, che possono esacerbare le condizioni precedenti, accrescendo le tensioni: tra questi, acquisti di armamenti o di risorse belliche, incidenti dovuti a posizioni aggressive o violenza a bassa intensità, nuove politiche discriminatorie e repressive, fallimento dei raccolti, gravi svalutazioni della moneta. Secondo l’autore, questi eventi, che si sviluppano molto più rapidamente, sono la base di segnalazioni precoci dinamiche, che indicano la probabilità di una crisi nei prossimi mesi, o anche settimane, e stimolano la messa in moto, rapidamente, di una diplomazia preventiva, e di sforzi per contenere l’esplosione.

3) La transizione aperta verso una crisi umanitaria o una guerra può essere segnata da incidenti scatenanti come un tentativo di colpo di stato, un assassinio, o la dichiarazione dello stato di emergenza, “che possono agire come un fiammifero per dar fuoco a legna secca o ceppi (i fattori strutturali) con ramoscelli secchi o liquido infiammabile (accelleratori). A questo punto si è persa l’opportunità per la prevenzione del conflitto, ma il bisogno di una informazione rilevante e di una reazione (molto più rischiosa e costosa) non é meno urgente” (ibid., pp. 2-3) .

Come si vede molti di questi indicatori sono di tipo sia qualitativo che quantitativo, come suggeriscono quelli dell’OECD. L’autore, molto più ottimista di questi ultimi, sostiene però che nel progetto portato avanti in questo settore dalla sua Università, i ricercatori hanno valutato, in 339 casi, la validità di indicatori strutturali potenziali, individuando 31 variabili (demografiche/sociali; politiche, economiche/ambientali) che sono risultate significativamente discriminanti nella previsione del fallimento di Stati, con almeno due anni di anticipo. In particolare il modello che è risultato accurato al 70% dei casi era costruito su una combinazione di tre di queste variabili: “ I. L’apertura al commercio internazionale (migliore misura dell’integrazione nell’economia globale, che richiede il rispetto delle norme internazionali e della sovranità della legge); II. La mortalità infantile (migliore misura della qualità della vita); e III. Democrazia (misura degli effetti inibitori del conflitto da parte del governo democratico, che richiede anche una capacità di risposta agli scontenti popolari) (ibid., p., 4).

A commento di quanto scritto in questo documento vorrei fare una critica ed una aggiunta. La critica, che naturalmente è soggetta a revisione nel caso queste tre non fossero variabili singole, come sembra, ma complesse. In questo secondo caso sarebbe necessario, per criticarle correttamente, conoscere i vari indicatori che le compongono, di cui però non si parla nel testo citato. Ma ammettendo che siano variabiali singole, la mia critica è sulla validità di queste variabili.

Visto quanto scrive giustamente Renner – che abbiamo citato prima – che il commercio internazionale, a causa dei suoi principali attori, è viziato da un eccessivo peso dato alla crescita economica, e mette in secondo piano, invece, i problemi umani e sociali, non c’è il rischio che questo indicatore sia troppo legato alla ideologia mercantilista e capitalista della parte occidentale del mondo? Ed anche il considerare la democrazia – tout court – come una valida risposta agli scontenti popolari senza distinguere quale tipo di democrazia, una puramente formale (spesso manipolata dai più ricchi, come classe o come individui, che controlla/no anche una buona parte degli strumenti di comunicazione di massa, e che, riescono, molte volte, anche tramite la corruzione, ad influenzare la politica del loro paese) ed una partecipativa che prevede forme molto più valide di ascolto dei desideri e dei bisogni della popolazione (vedi, ad esempio, gli scritti di Aldo Capitini che punta al “potere di tutti” – Capitini, 1969, 1999, e di Friedmann, 1987, 1992, 1993, 2004, 2005, che parla di “democrazia inclusiva”, e cioè che non sia esclusivo dominio dei più ricchi e dei più potenti) non rischia anche questo di viziare i dati con un appoggio ideologico ai potenti attuali della terra ? E’ interessante prendere atto che anche Galtung, in un capitolo specifico sul tema della segnalazione precoce, sostiene che questo approccio non è mai neutrale perché fa parte di un processo che può favorire alcuni rispetto ad altri, in particolare perché le situazioni e le categorie di persone segnalate sono spesso viste come oggetti su cui agire e non come soggetti con i quali dialogare. Per questo, per essere utili per tutti e non solo per la classe dirigente, che è interessata alla segnalazione precoce soprattutto per mantenere lo status quo, Galtung suggerisce che queste segnalazioni dovrebbero essere pubbliche, e non comunicate solo privatamente a qualche

gruppo sociale (e questo malgrado che di solito chi paga non è interessato tanto al lavoro ma al possesso ed all’uso esclusivo dei dati). Inoltre non si dovrebbe occupare solo degli eventi e processi connessi allaviolenza diretta ma anche a quelli legati alla violenza strutturale e culturale. Scrive Galtung: “Il compito di una teoria e di una pratica per la pace é quella di ridurre ogni tipo di violenza e promuovere il benessere di tutti, e non solamente di mettere in guardia le elites esclusivamente contro la violenza diretta, e le Nazioni Unite se c’è qualche pericolo internazionale” (Galtung, 2010, pp. 184-185).

E, tornando al documento precedente, per quanto riguarda la mia aggiunta, nei documenti analizzati non ho trovato, nè in questo nè in quelli precedenti, un elemento che rientrerebbe bene in quella categoria che, per Davies, serve ad segnalare l’ accelleramento del conflitto, e cioè gli “eventi sentinella”. Questi, che a me sembrano di cruciale importanza, sono utilizzati normalmente in campo medico perchè la presenza anche di un solo caso di un certo tipo di malattia ormai superata, e spesso di tipo infettivo, fa scattare l’allarme con la necessità di un intervento tempestivo. Lo stesso si può dire nel nostro settore come segnalatore di un conflitto che sta per esplodere. Purtroppo, data la tendenza di molti paesi a nascondere o falsificare dati che possono danneggiare la loro immagine all’estero, se ci si basa troppo su dati puramente quantitativi, si rischia di dover aspettare vari anni perché si arrivi ad avere previsioni valide e comparabili. In attesa di questi può essere interessante l’attenta osservazione, appunto, degli “eventi sentinella” che anche un buon giornalista o un attento osservatore può rilevare. Sono fenomeni di tale rilevanza che possono servire a prevedere un certo possibile andamento futuro, ad esempio il sorgere e lo svilupparsi di una epidemia, o, nel nostro caso, lo svilupparsi di un conflitto. Il caso in questione riguarda proprio il Kossovo, la “Regione-Stato” (secondo la Costituzione Jugoslava del 1974) che, sulla base dei suggerimenti di uno studioso belga che ha molto lavorato sulla prevenzione dei conflitti armati, L. Reychler (1997), avevo adottato come conflitto sul quale lavorare, diventando anche il secondo “ambasciatore di pace” della Campagna Kossovo in quella zona. Nel Kossovo, dopo l’eliminazione, fatta in modo del tutto incostituzionale, delle autonomie statuali (vedi Malcom, 1998, p. 344; e L’Abate, 1999, in particolare alla nota 18 di p. 28) la popolazione albanese, stragrande maggioranza degli abitanti di quella zona, ha messo in atto, per molti anni, una lotta nonviolenta molto interessante ed originale per cercare di riacquisire i diritti eliminatigli con la forza e l’inganno. Questa lotta è stata portata avanti sia attraverso azioni dirette nonviolente (marce, digiuni, veglie, scioperi, occupazioni, forme di disobbedienza civile, ecc.), sia attraverso il progetto costruttivo (scuole di vari ordini e gradi alternative, assistenza sociale e sanitaria autogestita, governo parallelo). Ma con il prolungarsi della lotta, anche a causa della sordità della comunità internazionale verso queste forme di lotta nonviolenta, e la sua preferenza, e il suo appoggio, invece, alle lotte armate, tra queste due anime della nonviolenza è cominciato a crearsi un distacco che a poco a poco è diventato sempre maggiore. Tra loro é diventato sempre più forte il disaccordo sui modi con cui liberarsi dal giogo della Serbia: i sostenitori dell’azione diretta nonviolenta temevano che le attività costruttive servissero a pacificare la zona, ed a rendere invisibile il conflitto, ed in fin dei conti servissero ai Serbi a risparmiare i fondi per i servizi forniti dal governo parallelo; i sostenitori invece del governo parallelo e delle attività costruttive, temevano che il ricorso ad azioni dirette, anche se nonviolente, avrebbe portato i militari e la polizia serba ad usare la violenza contro di loro, e dato che la popolazione albanese non era preparata ad una una lotta di massa nonviolenta prolungata, queste violenze avrebbero portato la popolazione albanese a reagire anche loro con la violenza, con il rischio di una carneficina e di una sconfitta degli albanesi, dati gli squilibri di forze a loro sfavore. Questa divisione tra le due linee della nonviolenza aveva fatto prendere piede, invece, alla scelta, da parte di una frazione degli albanesi, per la lotta armata (UCK). Anche tra le organizzazioni italiane che hanno lavorato per la prevenzione di questo conflitto, la Campagna Kossovo per prima, e, poi, la Comunità di Sant’Egidio, che nei primi tempi avevano lavorato all’unisono (con la partecipazione di un rappresentante della Comunità a varie riunioni e incontri della Campagna) si è cominciato a creare un distacco, con la Campagna che ha continuato a lavorare dal basso per superare la divisione tra le due anime della nonviolenza, e per mettere a punto una strategia comune che permettesse alla popolazione albanese di superare questa divisione che indeboliva notevolmente la sua lotta, cercando così di riequilibrare il conflitto squilibrato a loro sfavore; e la Comunità di Sant’ Egidio che ha invece lavorato ai vertici riuscendo a far firmare, tra le due parti, due accordi sulle scuole, implementati però solo molto parzialmente.

Personalmente, con i due dirigenti delle due anime della nonviolenza, e cioè Hyseni, allora vice di Rugova, e Kossumi, allora vice di Demacj, (i capi delle due linee citate) che erano amici fin dai tempi del loro imprigionamento comune nella carceri serbe per le loro lotte nonviolente, per una maggiore indipendenza del Kossovo dalla Serbia nel 1981, avevamo concordato di trovarsi a fare un seminario comune per elaborare una strategia che mettesse insieme queste due anime. Ma il governo serbo non mi aveva dato un permesso di soggiorno che mi permettesse di restare oltre tre mesi, come era permesso ai turisti come me, e quindi sono dovuto tornare in Italia, rimandando questo incontro al mio ritorno. Ma quando sono tornato, circa due mesi dopo, da una giornalista che conoscevo da tempo, ho saputo di un funerale avvenuto qualche giorno prima nella zona di Drenitza, una delle area più calde del conflitto. In questo, in omaggio a due combattenti dell’UCK (o KLA – Armata di Liberazione del Kossovo) uccisi dalla polizia serba, alcuni dei capi di questa organizzazione si sono presentati, a volto scoperto (cosa che fino ad allora non era mai successa), ed hanno invitato i presenti, circa 20.000 persone, ad unirsi alla lotta armata. E tutti i presenti (compresi i nostri due interlocutori) hanno alzato la mano in accordo all’invito. E’ questo l’evento sentinella che ci ha fatto capire che ormai la nonviolenza era stata messa da parte, e che la guerra, fino ad allora parzialmente contenuta, sarebbe scoppiata nella sua virulenza, come nei fatti è avvenuto non molto tempo dopo. Sono segnali come questi che possono essere utili a comprendere l’urgenza di un intervento rapido e risolutivo. Ma questo presuppone che sia presente una terza parte realmente interessata al superamento del conflitto ed alla pace. In realtà, come ha sostenuto con argomentazioni molto valide Oberg, il direttore delle TFFR – che per prima aveva studiato il conflitto e fatte proposte per la sua prevenzione – “tutti avevano interesse a fare la guerra” (Oberg, in Fumarola, Martelloni, a cura, di, 2000, pp. 44-50).

Ma gli “eventi sentinella”, e la segnalazione precoce fatta con gli indicatori di scalata, o “accelleratori” (Davies, cit., p. 2), dato che questi sono vicini all’esplodere di una crisi, come l’esempio su citato, richiedono, per poter intervenire rapidamente ed efficacemente, oltre ad una chiara volontà politica di farlo, anche che gli indicatori strutturali precedenti abbiano già fatto allertare i decisori politici, e che questi si siano già dati da fare per preparare l’intervento che richiede sempre un certo tempo per essere organizzato. E richiedono anche che questi si siano già mossi con le missioni di inchiesta di cui parleremo nel paragrafo successivo.

Oltre a queste tre categorie di segnalatori precoci, legati agli stadi dei conflitti, Arielli e Scotto (2003, p. 181) parlano anche dell’opportunità di distinguerli in tre diversi ambiti spaziali, il primo per la prevenzione di un conflitto determinato, il secondo per una prevenzione a livello regionale più largo (es., Sud-Est Europa, Africa Occidentale, Regione dei Grandi Laghi), ed infine, per la dimensione “sistemica”, e cioé per una prevenzione “orientata a trasformare alcune caratteristiche del sistema internazionale che generano o favoriscono la violenza, come il traffico globale di armi o l’insieme di norme che regolano il diritto internazionale umanitario”.

Ma non sarebbe valido concludere questo paragrafo senza far riferimento ad un saggio di uno studioso che ha molto approfondito il tema della prevenzione dei conflitti armati ( M. Lund, 1996, 2002). Il saggio al quale mi riferisco è quello del 2002, riportato nel volune curato dal Centro Europeo per la Prevenzione dei conflitti (Tongeren, de Veen, Verhoven, 2002, pp. 99- 119). Anche lui, nel parlare sulla prevenzione dei conflitti armati all’interno dei singoli stati, tratta della segnalazione precoce e soprattutto del collegamento tra questa e l’intervento rapido, sottolineando come le Presidenze della Commissione Europea svedese e belga avevano posto questo tema tra le massime priorità, e sostiene che: ”un imperativo sembra guadagnare una graduale, sia pur non rapida, accettazione- tacita e non vistosa – che considera un obbligo morale l’ impegnarsi rapidamente per evitare che le guerre scoppino” (Lund, 2002, p. 101). Ma poi si pone il problema di individuare alcuni aspetti necessari di approfondimento per far avanzare questo settore. Gli aspetti da approfondire sono, secondo Lund:

Cause: Quali sono le cause nascoste ed immediate di conflitti violenti e distruttivi, e quali segnali premonitori possono indicare il loro emergere?. 2) Volontà politica: Come possono le persone interessate e le organizzazioni del settore ottenere, dal pubblico, dai governi e dalle buroscrazie, un appoggio politico sufficiente, e le risorse necessarie, ad intraprendere azioni preventive tempestive ed efficaci? 3) Efficacia: Che tipi di azioni preventive funzionano attualmente in contesti specifici? 4) Organizzazione: Come possono le procedure e le politiche per anticipare e rispondere a possibili conflitti essere rese operative all’interno del regolare funzionamento di organizzazioni governative internazionali, nazionali, e non governative , e come possono azioni specifiche essere portate avanti in modo più concertato?.

Ma analizzando ciò che attualmente viene fatto, tenendo conto che la prevenzione precoce, per essere valida, prevede una molteplicità di enti e organizzazioni di vario tipo che operano in modo concercato, egli lamenta invece che” quando si tratta di rendere operative sul terreno strategie concertate per la prevenzione dei conflitti, sembra esserci una scarsa consultazione tra agenzie diverse anche interne agli stessi governi o organizzazioni internazionali presenti” (Ibid. p. 112). E Lund conclude il suo saggio, estremamente valido – ma alla cui lettura rimandiamo i lettori interessati – cercando di mettere a punto una metodologia efficace che individui gli elementi principali di un impegno, complesso, per affrontare e prevenire i conflitti intrastatali, cercando di rispondere ai quesiti: Quando, Cosa, Chi, Come, Dove?. E l’autore si lamenta anche che, dopo chesi è cominciato a parlare tanto di prevenzione dei conflitti si sono cambiati anche i termini delle parole e sono stati definiti così anche interventi militari re-attivi, e non quelli veramente pro-attivi che cercano, non di reagire, ma di evitare la violenza (Ibid., p. 117).

Ma per chiudere il paragrafo sulla segnalazione precoce vorrei aggiungere solo poche cose: il paragrafo, rispetto agli altri che seguiranno, è molto lungo. E questo a causa sia della sua importanza, ma anche del suo stato attuale di indefinitezza, e del riconosciuto distacco tra questo e l’intervento rapido che esso dovrebbe stimolare, ma che invece, molto spesso, non c’è. Forse la ragione di questi scarsi finanziamenti del settore (vedi citazioni di Renner e dell’OECD), e del distacco con l’operatività, non sta tanto in problemi tecnici, di elaborazione di indicatori di terza o quarta generazione, migliori degli altri, ma é nello scarso interesse, ancora, da parte di molti Stati per una reale prevenzione dei conflitti armati, come abbiamo potuto toccare con mano, direttamente, anche per il problema del Kossovo.

 

2) Le missioni per l’accertamento dei fatti

Abbiamo già visto come l’OSCE, già nel 1999 al summit di Istambul, abbia dato vita a REACT (Rapid Expert Assistance and Cooperation Teams), con la richiesta agli stati partecipanti di formare un gruppo di esperti disponibili ad un rapido dispiegamento (entro due fino ad otto settimane dalla chiamata) per missioni civili immanenti e future, in diversi settori: diritti umani, democratizzazione, osservazione elettorale, stato di diritto, sviluppo dei media, ecc..(Berruti, Rossi, 2003)

Un esempio molto positivo di missioni di inchiesta per la prevenzione dei conflitti armati, anche se, come abbiamo già accennato, è mancato l’interverto della Comunità Internazionale che ha aspettato che il conflitto diventasse violento per intervenire, è stato quello nel Kossovo: varie organizzazioni hanno inviato, anche ripetutamente, missioni di questo tipo per studiare il conflitto ascoltando le due parti e facendo proposte molto interessanti per la sua soluzione. Tra queste, oltre la Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFFR), svedese, ed anche la Campagna Kossovo, delle quali abbiamo già parlato, missioni di inchiesta che hanno portato ad elaborare proposte per la prevenzione del conflitto armato sono state fatte dalla Fondazione Greca per la Politica Europea ed Estera, dalla “Commissione Internazionale per i Balcani” dell’Istituto Aspen di Berlino- Washington, e dal “Centro per l’Azione Preventiva” di New York. Altre organizzazioni, come la Comunità di Sant’ Egidio, di Roma, e la “Bertelsmann” di Monaco, in Germania, si sono occupate di questo problema, ma con altre modalità, la prima attraverso ripetuti incontri tra religiosi cattolici e greco-ortodossi che hanno aperto le porte verso i decisori politici delle due parti, che hanno poi portato alla partecipazione di alcuni membri della comunità ai dialoghi di mediazione tra i leaders serbi e quelli albanesi. La seconda organizzando varie conferenze (Rodi, Monaco, Atene ) alle quali erano stati invitati sia leaders politici delle due parti, sia vari studiosi del problema.

Comunque da una analisi approfondita di queste proposte (L’Abate,1997b,1999) emerge una loro notevole convergenza e l’importanza di non lavorare tanto sullo status finale del Kossovo, sul quale le due posizioni erano del tutto contrastanti ed inconcilibili, quanto sul processo che, attraverso tre fasi ( 1. misure per costruire la fiducia; 2. l’apertura del dialogo e di negoziati; 3. l’accordo ad interim) avrebbe potuto, gradualmente, portare ad una soluzione accettata dalle due parti. Una delle ipotesi in discussione, per portare avanti positivamente il processo, fatta dalla Campagna Kossovo, era quella di prevedere la presenza nella zona, di “Corpi Europei Civili di Pace”, come quelli richiesti da Langer e, ripetutamente invocati dal Parlamento Europeo, corpi non armati e ben formati alla nonviolenza ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, con compiti di: monitorare il rispetto dei diritti umani dalle due parti, favorire occasioni di dialogo e di confronto aperto tra le due parti in conflitto per le ricerca di soluzioni nonviolente e giuste, non solo a livello di vertice ma anche di base, aiutare la ripresa della vita economica, sociale, culturale della zona, aiutare l’organizzazione di elezioni che permettessero alla popolazione della zona di esprimere la sua volontà rispetto ai destini di questa area (ibid. , 65).

Ma come è stato già detto queste proposte, presentate dalla Campagna Kossovo a Vienna e Ulcin, in incontri di mediazione bilaterali, ed anche a Bruxelles alla nascita della Rete Europea per la Prevenzione dei conflitti armati, e riprese anche da questa, non sono state accettate, e siamo arrivati alla guerra della Nato. Ma questo non vuol dire che questo strumento non sia valido. Se la Comunità Internazionale, invece di riempirsi la bocca e fare molta retorica, come sembra fare ancora attualmente, vorrà seriamente seguire la strada della prevenzione dei conflitti armati, lo strumento delle missioni di inchiesta, se formate da persone con una lunga esperienza di conflitti, e di trasformazione positiva di questi, è sicuramente da perfezionare e da utilizzare.

 

3) La diplomazia preventiva

Chi parla con molta enfasi della diplomazia preventiva e ne auspica lo sviluppo è Boutros- Ghali, nella sua Agenda per la Pace, che scrive che : “il più auspicabile ed efficace impiego della diplomazia è quello volto ad attenuare le tensioni prima che esse sfocino in un conflitto oppure, se scoppia il conflitto, agire rapidamente per contenerlo e per risolverne le cause fondamentali“ (vedi in questo libro a pag 161).

L’allora segretario delle Nazioni Unite parla naturalmente della diplomazia ufficiale, quella degli Stati. Ma quelle che si sono mosse per prima in questo settore sono state le ONG e le organizzazioni di base, tanto che si è parlato di questo nuovo tipo di diplomazia (diplomazia di secondo livello”, o “non ufficiale”) come un nuovo paradigma della politica della prevenzione dei conflitti. Luc Reychler, (2001) uno dei più profondi studiosi di quella che viene definita come l’attività di “Peace Buiding”(la costruzione della pace) scrive, in un suo saggio del 1997, (Reychler, 1997, pp.35-47) che già nel 1977, in una Conferenza in Italia, a Bellagio “era emerso un notevole consenso sul fatto che il ruolo di attività “non ufficiali” nella costruzione della pace a livello internazionale fosse stato del tutto trascurato e che invece la loro importanza sarebbe cresciuta notevolmente” (p.40). E prosegue: “Da allora abbiamo potuto assistere ad una crescita quasi esponenziale delle attività per la pace portate avanti da attori non-governativi. I servizi di pace comprendono l’aiuto alla comunicazione, il miglioramento della comprensione reciproca, lo scoraggiamento all’uso della violenza, la mediazione, la riconciliazione, il mantenimento della pace attraverso l’interposizione. Gli attori non-governativi hanno sviluppato una serie completa di strumenti pratici per fare la pace, per mantenerla e per costruirla” (Ibid.). E sottolinea però come, per questo lavoro, sia necessario un impegno continuo che richiede “l’adozione di un conflitto”.

Come nel caso di un bambino, non lo si può adottare per una settimana o per un mese, ma richiede un impegno a lungo tempo. Gli sforzi devono essere credibili. La prevenzione di un conflitto e la riconciliazione richiedono con ogni probabilità un percorso difficile a lungo termine ” (ibid. p. 43). Per questo lui parla della necessità di un nuovo approccio alla diplomazia che chiama “ field diplomacy” che può essere tradotto, in italiano, come diplomazia di campo, oppure “di base”.

Ma questo non vuol dire che gli Stati non se ne dovrebbero occupare, anzi quella attività di base è fatta, spesso, proprio per stimolare i loro Stati, attualmente più attivi nelle guerre che nella pace, ad impegnarsi di più in questo settore. E quando c’é stato un accordo ed una collaborazione stretta tra questi due livelli, la diplomazia ufficiale e quella di base, i risultati ottenuti sono stati molto maggiori. Si veda, su questo, l’importante risultato ottenuto nella mediazione del conflitto del Mozambico, dalla stretta collaborazione della Comunità di Sant’Egidio con il Ministero degli Esteri Italiano (Morozzo della Rocca, 2002).

Questa collaborazione trai due livelli é auspicabile anche perché, spesso, per superare conflitti che durano da anni, e che coinvolgono attori in un rapporto squilibrato reciproco (come era il conflitto tra Serbi ed Albanesi per il Kossovo) non basta lavorare per rompere il “muro contro muro” che si trova spesso in queste situazioni, e per cercare di ricostruire la fiducia reciproca (Boutros-Ghali, in Soccio, op. cit., p. 161), ma è necessario anche che la comunità internazionale, o almeno alcuni attori forti di questa, si diano da fare per riequilibrare loro stessi il conflitto, o attraverso sanzioni economiche negative, o altre di tipo positivo. Due casi confermano questo fatto.

Il primo viene dall’esempio prima citato della liberazione della volontaria canadese delle PBI arrestata dai militari del Guatemala, ottenuto – forse – l’autore del racconto la pone come ipotesi da confermare – anche grazie alla minaccia del Governo Canadese di interrompere le attività commerciali con questo paese. L’altro è quello del Sud Africa nel quale la caduta del governo di Botha, che appoggiava l’apartheid ed usava la violenza contro la popolazione di colore, ed il passaggio al governo di De Clerk , che ha liberato Nelson Mandela ed ha aperto con questi il dialogo e gli accordi per una democratizzazione del paese, è stato dovuto, non solo alla tenace ed abile lotta nonviolenta della popolazione di colore di questo paese, (si veda il video”Una forza più potente”, edito e distribuito, in lingua italiana, dalla rivista “Azione Nonviolenta”), ma anche alle sanzioni economiche messe in atto da alcuni paesi (ad es. gli USA) e da varie importanti industrie – purtroppo non quelle del nostro paese che hanno continuato normalmente i loro traffici – che investivano molto denaro in quel paese.

Ma le sanzioni positive sono molto meno note, e sarà giusto parlarne un poco. In sostanza questi sono appoggi economici e sociali ad un determinato paese, condizionati però ad un cambiamento sostanziale della sua politica in un certo settore. Ad esempio, nel caso della Serbia, subito dopo la prima firma di Milosevic all’accordo sulle scuole con Rugova (promosso dalla Comunità di Sant’Egidio) l’Europa ha eliminato un certo tipo di sanzioni, quelle di secondo livello, ed ha concesso alla Serbia lo stato di commercio privilegiato, dando molti soldi a Milosevic che li ha usati per tacitare la sua opposizione interna, ed il malumore degli operatori di vari settori, della sanità, dell’istruzione ed anche dei suoi militari, che non venivano pagati da molto tempo. La proposta della Campagna Kossovo, era invece quella di condizionare questi aiuti al monitoraggio dell’effettiva realizzazione dell’accordo, e soprattutto, alla eliminazione dello “stato di emergenza”

in questa zona che portava il governo serbo a compiere azioni prevaricatorie e spesso illegali. Ma la comunità internazionale non ha accettato la nostra proposta, ma è stata costretta ad interrompere l’accordo per il commercio privilegiato – ma solo dopo aver dato già molti finanziamenti – quando la polizia serba ha trattato, con molto violenza, una manifestazione del tutto nonviolenta del movimento studentesco kossovaro contro la non applicazione degli accordi firmati. Anche in questo caso non avrebbero fatto meglio ad ascoltare le nostre proposte piuttosto che essere costretti, dal comportamento della polizia serba in Kossovo, a rimangiarsi la propria decisione?. Ma forse non l’hanno nemmeno letta visto che la consulente per i Balcani del Ministro Dini, che di quella decisione era stato uno dei principali artefici, e che era notoriamente amica degli amici di Milosevic, e considerava noi della Campagna Kossovo come troppo vicini alle posizioni degli albanesi di questa area, non solo non era venuta ma non si era nemmeno degnata di inviare un suo collaboratore al convegno di Lecce, organizzato dalla Campagna Kossovo e dalla locale Università, alla quale hanno partecipato alcuni dei più importanti politici e studiosi Serbi, Albanesi e Macedoni, e durante la quale erano emersi molti accordi reciproci e nella quale queste proposte erano state fatte (Fumarola, Martelloni, 2000).

Personalmente credo che l’uso delle sanzioni positive, se bene studiate e realizzate seriamente, possano essere molto più valide di quelle puramente negative che spesso sono servite, a Saddam Hussein ed a Milosevic, ed ai loro amici e collaboratori, ad arricchirsi attraverso il commercio in nero da loro portato avanti, e nello stesso tempo a far morire bambini e anziani che non avevano soldi e cibo per mangiare a sazietà.

 

4) Le ambasciate di pace

Certamente non ci sarebbe nemmeno bisogno di specifiche ambasciate di pace – che del resto farebbero parte di quella diplomazia preventiva che di cui abbiamo già parlato – se gli Stati, in generale, tranne poche eccezioni di cui abbiamo già parlato, non fossero interessati più ai propri interessi economici, politico, strategici e non fossero disposti, per portare avanti questi interessi, anche a fare le guerre – viste anche come occasioni per vendere le armi più sofisticate nel frattempo messe a punto, ed anche come fonte cospique di guadagni per le attività di ricostruzione dei paesi distrutti con le stesse guerre-, e fossero invece interessati effettivamente alla prevenzione dei conflitti armati. Ma per ora questo, malgrado le pompose dichiarazioni dello statuto dell’ONU e dei suoi segretari che però sembrano essere restate lettera morta, sembra più fantascienza che realtà.

Infatti, normalmente le ambasciate ufficiali dei paesi interessati alla guerra – anche se la chiamano con termini più accettabili come “umanitaria”, “per la democrazia” “contro il terrorismo”, ecc.. – sono più attrezzate ad avere, al loro interno, esperti militari che magari, con l’aiuto di quegli agenti segreti di cui parla Sun-tsu, svolgono attività di spionaggio ai fini di possibili guerre future, oppure, alla meglio, alla vendita di armi ed altri materiali prodotti da loro, usando perciò le loro ambasciate come agenti per il commercio all’estero. Una notevole eccezione, a mia conoscenza, è quella dell’Austria che manda i propri diplomatici ad imparare la pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti presso una delle scuole di pace meglio attrezzate d’Europa (Stadtschlaining), e si è impegnata attivamente per la soluzione di certi specifici conflitti, come, ad esempio, quello serboalbanese sul Kossovo.

Perciò le prime ambasciate di pace sono state organizzate da gruppi religiosi, come i quaccheri, che della pace e della nonviolenza hanno fatto un loro specifico credo e un loro importante impegno (Case, 1972).

Una esperienza che si è rifatta a queste precedenti iniziative, è stata quella della Ambasciata di Pace nel Kossovo organizzata dalla “Campagna per la Prevenzione del Conflitto Armato” in questa aerea dei Balcani, di cui abbiamo già accennato. Dato che su questa esperienza c’è in questo CD una presentazione in PDF che ne illustra sia la nascita che le attività portate avanti, e ne trae anche indicazioni per la politica attuale, rimando i lettori alla visione di questo video. Aggiungerei soltanto che una delle organizzazioni che fa parte della nostra Associazione, e cioè i Berretti Bianchi, della quale sono venuti a far parte alcuni dei più attivi partecipanti all’attività della Campagna Kossovo, quando questa si è sciolta, si richiama espressamente a questo strumento. E’ scritto infatti nel suo Statuto costitutivo: “I Berretti Bianchi intendono costruire una realtà politica nuova che si ponga in alternativa alla guerra ed essere esempio per gli Stati di una vera politica di pace sia all’interno che all’esterno del proprio paese.

Nelle loro azioni i Berretti Bianchi si atterranno scrupolosamente ai principi della nonviolenza, come strumento di cambiamento politico, per prevenire e inibire i conflitti armati con azioni di interposizione e di diplomazia popolare…I Berretti Bianchi ritengono che l’interposizione e la diplomazia popolare debbano prevalentemente attivarsi prima dell’accendersi del conflitto armato attraverso la realizzazione di Ambasciate di Pace in tutte le zone a rischio del pianeta…La creazione di una Ambasciata di Pace, con presenza di Berretti Bianchi su un determinato territorio, costituisce …una prima efficace forma di prevenzione della guerra” (art. 1, b,d, ). Ed effettivamente, dopo aver partecipato attivamente, con alcuni suoi membri, alla esperienza dell’Ambasciata di Pace a Pristina (Kossovo), hanno poi aperto anche una Ambasciata di Pace a Belgrado, che ha portato avanti il lavoro per alcuni anni, ed hanno partecipato attivamente ad aprirne una – che però non si è chiamata così per paura del termine troppo altisonante- anche in Israele-Palestina, anche questa però non continuativa. E’ certo che la presenza continuativa di queste ambasciate di pace, pur utilissime per la prevenzione e la mitigazione dei conflitti armati – è infatti dimostrato che la semplice presenza di osservatori stranieri neutrali abbassa il livello della conflittualità interna – richiedono personale specializzato, e fondi, che le piccole organizzazioni, come le nostre, hanno difficoltà a reperire. Quindi, in attesa che gli Stati cambino politica ed assumano su di sé il compito di prevenzione dei conflitti armati, come è auspicabile, sarà necessario che le ONG interessate a questo scopo si coalizzino e portino avanti insieme attività di questo tipo.

 

5) I corpi civili di pace

Credo che sia opportuno iniziare questo paragrafo facendo riferimento ad un testo di Galtung scritto in occasione di un incontro di lavoro, nei primi anni 60′, nel quale il movimento pacifista internazionale, con l’aiuto anche di alcuni dei membri più attivi negli Shanti Sena Indiani, come Narayan Desai, stava organizzando quel primo strumento che si chiamerà “World Peace Brigades”. Nella relazione di illustrazione del concetto dei “Corpi per la Pace” egli accennò al fatto che si sarebbero potuti avere tre diversi approcci a questi strumenti:

1) un approccio di assistenza tecnica che cerchi di prevenire una disputa incipiente attaccando le sue cause; 2) un approccio da “seconda-parte”, che cerca di combattere i conflitti partecipando nonviolentemente dal lato degli oppressi; 3) l’approccio da “terza-parte”, che cerca di far finire i conflitti partecipando da neutrale con lo scopo di ridurre la violenza, piuttosto che quello di promuovere uno scopo particolare.

Galtung vedeva delle contraddizioni tra questi tre approcci e non considerava valida nemmeno la combinazione di uno con un altro, in particolare tra il secondo ed il terzo approccio – visti come inconciliabili- , ma nemmeno tra il primo ed il secondo oppure tra il primo e il terzo. La soluzione che Galtung proponeva era quella di aggiungere al ruolo del “Peace-Keeping”, (il mantenimento della pace) vista come funzione primaria dei tali Corpi, anche componenti del “peace-making” (negoziazione e mediazione), e del “peace-building” (cambiamento sociale attraverso lo sviluppo economico e la ricostruzione). Ma, secondo Galtung, questo non era facile, e raramente era stato raggiunto.

Come scrive Thomas Weber, uno dei più importanti studiosi del movimento gandhiano, ed anche degli interventi dei Corpi per la Pace (Weber, 2009), sempre cercando di riportare l’opinione di Galtung: “Il Peacekeeping può essere praticabile quando il conflitto è orizzontale, e cioè quando è tra uguali, e tra scopi piuttosto che tra interessi, ma non nel caso di un conflitto verticale dove le varie parti non sono uguali (ad esempio, quando i gruppi oppressi cercano di liberarsi da uno stato di dominazione)…. Ma il problema è quello che la maggior parte dei conflitti è verticale e di conseguenza una forza di Peacekeeping può, alla fine, essere una pura conservazione di uno status quo spesso ingiusto.”(Galtung, 1976, vol. 2, pp. 282-304. citato in Weber, 2009, pp. 4-5). E continua Weber, sempre parafrasando Galtung . “ Se non si affrontano le forze strutturali che fanno nascere i conflitti la possibilità che la pace possa durare è minima, ed anche se si danno a forze ben preparate per combattere dei compiti di innesto di agenzie assistenziali è molto probabile che non funzioneranno, sia dal punto pratico che da quello ideologico. Comunque il “peacekeeping” potrebbe, in teoria, essere usato come strumento per guadagnare tempo per l’introduzione di queste altre funzioni da parte di altre organizzazioni” (Weber, 2009, p. 5).

Ed effettivamente, anche in altri suoi testi, Galtung sottolinea come, per combattere contro la violenza strutturale, tipica di una buona parte dei conflitti, se non addirittura della loro maggioranza, da Weber definiti verticali, e da altri (vedi Curle, 1971, p. 186 ) definiti “squilibrati”, o asimmetrici (nei quali il potere di uno dei contendenti è molto superiore a quello dell’altro), prima di passare al tipo di lavoro associativo (e cioè la simbiosi per rendere le parti interdipendenti, oppure per dar vita a sovrastrutture per la risoluzione dei conflitti, ecc.) è necessario un lavoro dissociativo che permetta alla parte più debole di:

1) prendere coscienza del conflitto stesso; 2) costruire l’organizzazione; 3) confrontarsi con l’altra; 4) lottare contro il dominio; 5) acquistare fiducia in se stessi. (Galtung, 1971, 1987, p. 253).

Ma anche Adam Curle, un quacchero inglese specializzato nella mediazione dei conflitti armati, che è uno dei fondatori dell’Università per la Pace di Bredford, in Inghilterra, in un suo scritto, molto noto, sui metodi per fare la pace (Curle, 1971, p. 186 e segg.), sostiene che nei conflitti squilibrati, asimmetrici, non si può passare a mettere in atto tecniche di conciliazione e di trattativa per mettere fine al conflitto aperto, se prima non si sono portate avanti forme di educazione per far crescere, soprattutto nel gruppo più debole, la coscienza del conflitto fino al punto che questo ultimo si senta pronto ad affrontare il confronto con il suo avversario. Questo tipo di lavoro è quello di cui parla anche Freire quando sostiene che, per superare i conflitti, è necessario un lavoro di “coscientizzazione” dei gruppi oppressi che spesso non sono nemmeno coscienti del loro stato di essere tali, o , se lo sono, non conoscono metodi validi per liberarsene (se non la violenza che spesso serve – dati gli squilibri di potere esistenti – solo a renderli ancora più schiavi) (Freire, 1971). E’ solo dopo che i gruppi dominati, tornando a Curle ed alle sue indicazioni, hanno portato avanti tecniche per ridurre gli squilibri e di raggiungere una maggiore uguaglianza, che è possibile aprire, con l’avversario inizialmente più forte, forme valide di negoziazione (conciliazione, o trattativa), che possono, poi, portare, al superamento del conflitto aperto (Curle, ibid.).

Ma tornando a Weber egli non sposa del tutto le tesi di Galtung su citate, e cerca, attraverso una analisi approfondita dell’esperienza degli Shanti Sena indiani, di dimostrare come sia vero il contrario, e cioè che: “ La risposta se sia possibile portare avanti contemporaneamente tutti questi approcci, e cioè, di essere, allo stesso tempo, “peacekeepers”, “peacemakers”, e “peacebuilders”, e lavorare simultaneamente nell’ assistenza tecnica, mentre si appoggia gli oppressi e si riduce la violenza, si può trovare in una analisi degli Shanti Sena” (Weber, op.cit., p. 5). Vedremo come, nel proseguo del paragrafo.

Ma prima di passare alla verifica dell’ipotesi di Galtung, che abbiamo visto appoggiata anche da Curle e Freire, che possiamo definire “della difficile convivenza ” tra i tre approcci individuati da Galtung, Weber cita un altro autore che è invece molto più ottimista: questo è Fred Blum che scrive: “Non c’é posto per la neutralità nelle “Peace Brigades”. Essere neutrali significa, in fin dei conti, non essere interessati a chi vince in una lotta”. E continua Weber. “Le Brigate per la Pace, ha sostenuto questo autore, devono affrontare i “problemi centrali” ed offrire soluzioni migliori di quelle offerte dalle parti in conflitto. Ed in risposta a Galtung, Blum ha dichiarato che: “la non-violenza compresa come una lotta per raggiungere una sintesi superiore, per aiutare l’uomo a muoversi verso un livello più alto di coscienza, non può essere identificata nei termini di ‘seconda’ o ‘terza’ parte che sono basate su concezioni tradizionali occidentali dei rapporti tra mezzi e fini che non sono compatibili con la non-violenza” (ibid.p. 5). “In altre parole – continua Weber – i sostenitori dell’approccio Gandhiano alle brigate per la pace per la risoluzione dei conflitti sostengono che quelli che fanno queste critiche le fanno perché non comprendono come funziona la filosofia Gandhiana in azione….Sembra che le lezioni che possono essere tratte dall’operatività storica degli Shanti Sena mostrano come i temi che Galtung ha individuato come problematici possono anche non essere necessariamente tali. Forse gli Shanti Sena hanno offerto un nuovo approccio, che dovrebbe essere mantenuto vivo, come modello per altri, anche a causa di bisogni locali” (Ibid.) .

E dobbiamo dire che la ricerca realizzata da Weber, che si richiama anche ad altri studi da lui fatti in precedenza (Weber, 1996), è di estrema importanza e fondamentale, con interviste approfondite a tutti i principali leaders degli Shanti Sena, e con una analisi di primo piano delle più importanti lotte ed azioni da queste portate avanti. Tra l’altro l’autore analizza a fondo le due diverse anime degli Shanti Sena, legate ai due principali leaders del dopo Gandhi, Vinoba e Jayaprakash Narayan – quest’ultimo soprannominato familiarmente JP. Vinoba sosteneva che la funzione principale degli Shanti Sena era quello di lavorare per un cambiamento di base a livello della comunità locale, e soltanto incidentalmente per la pace nel mondo. C’era in lui – sostiene Weber – la sensazione che i rapporti tra i capi dei governi non avrebbero cambiato a fondo l’ordine mondiale, che erano invece necessari i rapporti diretti tra i popoli, e che era possibile che in questi casi ci sarebbe stato un ruolo per brigate per la pace tipo le “Brigate Mondiali per la Pace” (ibid. p. 199).

Invece per JP, e per il suo collaboratore che ha diretto per anni gli Shanti Sena, Narayan Desai, il distacco dalle lotte politiche per il potere, che era la posizione di Vinoba, era un errore perché il clima di violenza presente nel paese era causato principalmente dallo Stato e dall’opportunismo politico, e che perciò era necessario combattere contro questi, e non solo contro i loro sintomi, attraverso la “rivoluzione totale” (dell’essere umano, ma anche delle strutture sociali intorno a lui, a livello sociale, economico, politico, culturale). Questo implicava che uno dei compiti degli Shanti Sena era anche quello di educazione politica al voto, e di portare avanti lotte nonviolente contro lo sfruttamento, l’ingiustizia e l’oppressione anche se portate avani dal governo centrale (ibid. pp- 196- 197. Si vedano su questo anche i libri di J.P Narayan., 1978; e Desai, 1972). Weber sintetizza così queste diverse impostazioni: “Se gli Shanti Sena dovessero essere impegnati attivamente nella politica per il potere oppure completamente divorziati da questa – il che in parte dipende dal fatto che si creda che vada cambiato per prima l’individuo oppure la società – se gli operatori di questi corpi (sainiks) dovessero votare, oppure no, se gli Shanti Sena dovessero essere una forza di mantenimento della pace (peacekeeping) a causa della violenza crescente in India oppure una forza di costruzione della pace (peacebuilding) che opera con costanza per una rivoluzione totale, se, oppure no, hanno un ruolo più grande negli affari internazionali dei semplici specifici contatti con altri gruppi per la pace, se questi operatori possono essere efficaci al di fuori della loro usuale area di lavoro costruttivo, se dovessero sfidare il proprio governo se questo va in guerra, e se gli Shanti Sena dovessero essere centralizzati oppure totalmente decentrati, sono alcuni dei problemi che hanno agitato l’organizzazione durate la sua vita attiva” (Weber, op.cit., pp. 204-205).

Come si può vedere da questa sintesi le divergenze tra le due impostazioni, di Vinoba e di JP, non erano affatto di poco conto e molto probabilmente hanno contribuito pesantemente alla attuale marginalizzazione di questa struttura, ridotta a qualche esperienza sporadica (vedi la mia intervista a Desai, in L’Abate, Porta, citato, pp.361-362), soprattutto portata avanti da donne, ma dei quali si sente fortemente la mancanza specialmente in rapporto ai tanti e feroci conflitti interrazziali, per superare i quali gli Shanti Sena avevano operato in modo estremamente valido. Ma una seconda ragione di questa marginalizzazione sta nel fatto che JP Narayan (detto JP), il leader degli Shanti Sena quando sono stati operativi, ha preso ripetutamente posizione contro il governo di Indira Gandhi, per la sua corruzione, per la carenza di lotta contro le ingiustizie, e soprattutto per il suo nepotismo, e la sua tendenza a dar vita ad un governo di tipo ereditario

Questo ha naturalmente alienato il favore e gli appoggi del governo, sia di Indira che di quelli successivi a lei legati, verso gli Shanti Sena, ed ha anche portato JP, per accuse inventate, in prigione, da dove uscirà solo pochi mesi prima di morire. Ma sta di fatto che il periodo più florido e più produttivo degli Shanti Sena, con risultati notevoli nella lotta contro il razzismo e contro le lotte interne tra etnie e religioni diverse, sia stato proprio quello in cui JP era il capo indiscusso, e Narayan Desai il suo braccio destro. Come esempio di questo tipo di lotta degli Shanti Sena, e della positività del suo operato, credo sia utile citare solo un caso, raccontato, in una intervista fattagli da me, da Narayan Desai, che, come abbiamo visto, pur stimando moltissimo Vinoba, era del tutto d’accordo con l’impostazione di JP.

In Ahmedabad gli scontri fra musulmani ed indù scoppiarono nel settembre del 1969 e furono tra i più violenti mai visti: i morti furono più di duemila e la città apparve presto come un immenso campo di battaglia distrutto dal fuoco. I problemi fra le due comunità religiose erano nati prima dell’indipendenza indiana, ma la morte nel 1965 del Primo Ministro indù del Gujarat, erroneamente attribuita ai musulmani, aveva contribuito a far innalzare la tensione. Negli stessi giorni la città era teatro di due manifestazioni: gli indù protestavano contro le condizioni di cattività in cui i musulmani tenevano le mucche; i musulmani protestavano contro i danni provocati alla Moschea di Al Aksa in Palestina. In quei giorni, durante una conferenza, un leader politico indù aveva insinuato l’idea che era possibile, se non proprio probabile, un’invasione pakistana lungo i confini del Rajasthan e del Gujarat. Ci furono innumerevoli manifestazioni, in quei giorni, nelle strade di Ahmedabad che si concludevano inevitabilmente con insulti all’altra religione e ai suoi libri sacri. Tutto questo aumentò l’odio e le incomprensioni. Quando i disordini violenti scoppiarono, apparvero a tutti inevitabili. Presto si diffusero voci di musulmani che uccidevano mucche sacre per odio verso gli indù e, di asceti indù (sadhu) scherniti e picchiati. Queste voci, sebbene non fossero state credute da tutti inizialmente, si moltiplicarono e furono enormemente ingigantite.

Dall’altro lato si sparse la voce che molte donne musulmane erano state violentate ed uccise. Una radio indù lasciò trapelare la notizia che i musulmani avessero avvelenato il latte che vendevano, voce non solo infondata, ma anche decisamente improbabile dato che i venditori di latte della città erano tutti induisti. Il governo stesso si rese responsabile non solo di non aver provveduto a smentire questi fatti, ma di ufficializzarli, ignorando quali erano veri e quali no, e non comprendendo i possibili scenari futuri. La violenza dilagò nella città in tre ondate successive: nella prima molti negozi furono distrutti, e rasi al suolo dalle fiamme, nella seconda vennero distrutti i negozi che ancora erano scampati allo scempio, ed alcune abitazioni. Soprattutto in questa seconda fase furono le zone abitate da musulmani ad essere colpite. Il Governo chiese l’intervento di un corpo della polizia, le Riserve Speciali, che non riuscirono, però, a disperdere la folla nelle strade. La terza ondata di violenza fu la più drammatica: gli omicidi e gli atti di violenza furono migliaia. Il Governo decise, a questo punto, di chiedere l’intervento dell’esercito.

L’indecisione di quei giorni, nello stabilire se il governo della città avrebbe dovuto essere affidato all’esercito, o rimanere nelle mani delle autorità civili, causò un incremento della violenza, ed una totale anarchia. Nella città non vi era una organizzazione formale di Shanti Sena e i pochi volontari che vi erano iniziarono a lavorare individualmente, ma solo alcuni giorni più tardi fu possibile organizzare un piano di intervento, quando altri volontari delle Shanti Sena giunsero dalle città vicine.

Gli Shanti Sena cominciarono visitando le zone maggiormente colpite, in modo da capire i problemi e da comprendere la situazione. Scoprirono che la maggior parte della popolazione, vittima dei più feroci attacchi, erano poveri, che vivevano in sobborghi, e che, a seguito dei primi scontri, erano fuggiti dalle loro case. I proprietari dei terreni dove loro vivevano non avevano nessun intenzione di farli tornare, nella speranza di poter affittare le terre a prezzi maggiori. Oltre ai primi interventi di rimozione dei corpi, che giacevano per le strade, gli Shanti Sena iniziarono a parlare con le persone per convincerli a tornare alle loro case, in modo da non cedere ai proprietari terrieri, che sfruttando una situazione di confusione totale, avevano spinto i poveri fuori dalle loro case. Si organizzarono degli incontri pubblici e delle funzioni religiose per incoraggiare il loro ritorno. All’inizio dell’inverno distribuirono delle coperte: questo che a prima vista appare come un gesto umanitario, si trasformò, presto, in un gesto di educazione politica e sociale: gli Shanti Sena volevano che coloro che si offrivano di donare i soldi per comprare le coperte fossero convinti della necessità di una pacifica convivenza fra le comunità religiose, e che tale armonia fosse vista come la base su cui ricostruire il loro futuro. Uno dei lavori più difficili che si trovarono ad affrontare fu la riabilitazione delle donne. Il numero delle vedove era cresciuto considerevolmente a causa degli scontri, ma il problema maggiore era che molte donne musulmane erano state vittime di violenze sessuali e di omicidi. Gli Shanti Sena organizzarono una loro unità di sole donne per affrontare il problema, dato che le vittime donne erano più propense a parlare e farsi aiutare da altre donne, indipendentemente dalla loro religione. Gli Shanti Sena riuscirono dove tutti i partiti politici avevano fallito, dato che questi più che concentrarsi sugli aiuti possibili, si impegnavano nel distruggere e denigrare a vicenda il lavoro degli altri partiti. Essendo fuori da qualsiasi logica di partito e non appoggiandone nessuno, gli Shanti Sena ottennero la cooperazione e la simpatia di tutta la popolazione.

Pubblicarono un bisettimanale, intitolato “Insan”, essere umano in hindi, il cui scopo era quello di dar voce a tutti e di cercare di dare risposte agli abitanti di Ahmedabad. Il periodico ottenne un successo strepitoso, tanto che diversi giornali in tutta l’India ripubblicarono molti dei suoi articoli. Gli Shanti Sena ritenevano che si sarebbe dovuta organizzare una festa per celebrare la pace ristabilita, cui avrebbe dovuto prendere parte tutta la città. I politici osteggiarono apertamente questa proposta, in parte perché preoccupati che potesse trasformarsi in una nuova carneficina, in parte perché legati ai grandi proprietari terrieri che non volevano che i fuggiaschi potessero far ritorno alle loro case. Ma la persuasione degli Shanti Sena ebbe la meglio, dopo che si furono recati a parlare numerose volte con il Governatore della città, che, inizialmente, li aveva quasi ignorati e sbeffeggiati. La festa fu organizzata il 24 dicembre e tutta la città vi prese parte. Divenne l’“Insan Biradiri Day”.

Anche dal punto di vista economico, le condizioni delle vittime degli scontri erano preoccupanti. Lo Shanti Sena contattò una banca locale e la convinse a concedere dei microcrediti con condizioni vantaggiose, e con scadenze a lunghissimo termine. Il lavoro si considerò completato il 30 gennaio, quattro mesi dal primo scoppio di violenza. Il giorno prima che i volontari degli Shanti Sena di altre città lasciassero Ahmedabad, migliaia di abitanti della città chiesero di potersi unire agli Shanti Sena“ (in L’Abate, Porta, 2008, pp. 343- 345; per altri casi si legga, nello stesso libro, gli altri esempi riportati da Narayan, oppure il suo libro, 1972, ed anche quello di Weber, citato, specialmente il cap. 4 ).

Come si può vedere, malgrado le differenze riscontrate tra queste due impostazioni ideologiche, da questo racconto sembra del tutto confermata l’idea di Weber che nell’operatività degli Shanti Sena Gandhiani quella difficile integrazione tra i tre approcci ai Corpi Civili di Pace individuati da Galtung, e da lui temuta, sia stata del tutto superata, e che questi hanno potuto operare congiuntamente a tutti e tre i livelli. Infatti gli operatori degli Shanti Sena, in questo caso, hanno lavorato sia come “assistenti tecnici”, per l’educazione alla nonviolenza, e per la concessione dei microcrediti, sia come “seconda parte”, appoggiando i poveri sfrattati dai proprietari terrieri per farli tornare alle loro case ed ai loro terreni, sia infine come “terza parte” non appoggiando nessumo dei due gruppi etnici in lotta tra di loro, e cercando di superare le cause dei loro conflitti, ma anche, e soprattutto, cercando di essere “ricercatori di verità” e di togliere ogni validità e smentire le dicerie che le due parti inventavano, o ingigantivano, per far accrescere l’odio tra i due contendenti.

Ed in accordo con questa considerazione Weber cita una frase di Narayan Desai: “La funzione principale degli Shanti Sena….era all’interno del paese nel quale gli Shanti sainiks servivano, nei giorni normali, come volontari per il peacebuilding, e come volontari di peacekeeping nelle situazioni di scontri razziali. Nelle giornate normali la maggior parte degli operatori di pace erano impegnati nella missione del dono delle terre o in altri “lavori costruttivi”.

Quando portavano avanti un ruolo di “Terza parte” in un conflitto, ci potevano essere occasioni nelle quali le simpatie dei membri delle brigate di pace andavano verso le persone oppresse in quel conflitto. Ma malgrado questo funzionavano come Terza parte nella ricerca della risoluzione del conflitto” (Weber, op. cit., p. 232). Per questa ragione Weber ritiene che tutte le persone e le organizzazioni sociali che stanno tentando, nel mondo, di dar vita a “Corpi civili di Pace”, pur nelle loro differenti situazioni e tenendo conto anche dei loro problemi locali, farebbero bene a tener presente, come modello, l’ operatività degli Shanti Sena (ibid.,p. 5).Ma forse, prima di chiudere questo paragrafo è bene dire qualche cosa di più sui conflitti squilibrati, o verticali, nella definizione di Weber, che del resto emerge con chiarezza anche dal giuramento degli operatori degli Shanti Sena che si impegnavano a lottare, contemporaneamente, contro le ingiustizie e contro le violenze.

E questo pone un problema quando si è di fronte ad una violenza strutturale (nella quale l’operatore delle brigate di pace si pone accanto alla vittima, e le sue azioni sono dirette contro la struttura), o nella quale il conflitto è direttamente determinato dalla presenza di una struttura di dominio, nella

quale pure l’operatore di pace si pone accanto alla vittima. Infatti nei casi di conflitto orizzontale l’approccio come terza parte è chiaramente utilizzabile (Weber, op.cit. p. 234). Ma come operare nei casi di conflitti squilibrati? Scrive Galtung: “il satyagrahi diventa un ponte vivente di comunicazione fino al punto di sacrificare se stesso nella ricerca della prevenzione della violenza tra i gruppi. Egli diventa l’incarnazione della dottrina dell’unità dell’uomo che opera in modo simmetrico tra i gruppi, o con l’ammontare di asimmetria che le tendenze verso il dominio dovrebbero garantire ” (Galtung, in Weber, ibid. p. 234). Weber, con questa citazione di Galtung, ritiene conclusa la discussione sui conflitti squilibrati, o verticali come li definisce lui.

Personalmente sono convinto che è necessario dire qualche cosa di più dato che quello della lotta contemporanea contro le ingiustizie e contro la violenza nei conflitti squilibrati, è diventato uno dei temi più scottanti del dibattito attuale sugli interventi dei corpi civili di pace, tanto che, per il ruolo di queste forze, invece del termine “neutralità” che, in questi tipi di conflitti, sembra fuorviante, si sono coniati parole diverse come “equivicinanza”, oppure quello di “non partigianeria”. Cosa significano queste formule e perché si usano? Chi parla “equivicinanza” é l’ Operazione Colomba che si definisce Corpo di Pace, collegato alla Associazione Giovani XXIII. Questa ha operato, ed opera, in modo molto valido in vari paesi del mondo, in particolare in Kossovo, Albania, Palestina, Colombia. Nel suo statuto scrive, per illustrare l’impostazione del suo lavoro in situazioni di conflitto: “la neutralità, o ‘equivicinanza’ rispetto alle parti in conflitto, ma non rispetto alle ingiustizie”. Ed anche gli Operatori di Pace della Campania, membri dell’IPRI-Rete CCP, parlano di “equivicinanza” con le parti in conflitto con le quali si trovano ad operare.

Leggermente diversa, ma non molto, é la definizione di questo tipo di comportamento richiesto per gli operatori di pace scritta nel documento elaborato dal gruppo di lavoro del Tavolo Interventi Civili di Pace e riportato nel libro curato da Soccio (2012, pp. 221- 225): qui c’é scritto:

Indipendenza da condizionamenti politici, imparzialità rispetto alle parti in conflitto, pur schierandosi nella difesa dei diritti umani”. Invece le PBI (Peace Brigades International), ed il Balkan Peace Team, di cui queste hanno fatto parte in modo prevalente, parlano di “non partigianeria”, e cioè “di non identificarsi in nessun gruppo o ideologia” (ibid., p. 317). A questo proposito George Willoughby, che è stato uno dei dirigenti delle PBI, scrive che le terze parti devono essere: “non partigiane verso i movimenti politici, ma partigiani verso la giustizia, la nonviolenza e la libertà di tutti” (citato in J.M. Muller, 2002, p. 26; di questo autore si veda anche il libretto, molto importante, sui principi ed i metodi dell’intervento civile – 1999). Il problema che ci possiamo porre è quello se queste impostazioni sono simili e se riescono effettivamente a chiarire il diverso atteggiamento necessario quando si è di fronte a conflitti equilibrati, per il quali deve valere il principio di “neutralità” e di “equivicinanza”, oppure in conflitti squilibrati, nei quali parlare di questi due termini è chiaramente un errore: come si può essere neutrali o equivicini di fronte ad un dittatore che sevizia il suo popolo ed il popolo stesso? Se però dalla parte del potente che sfrutta e domina c’è una persona fisica si può sempre far riferimento all’ insegnamento di Gandhi che chiedeva di distinguere le persone dai loro ruoli, e di amare le prime (ama i tuoi nemici, come chiede anche il Vangelo) ma lottare contro il suo ruolo. Comunque l’aggiunta della “non neutralità rispetto alle ingiustizie”, oppure della necessità di schierarsi in “difesa dei diritti umani”, tende a correggere una impostazione che può sembrare irrealistica. Il termine di “non partigianeria”, secondo me, è più chiaro perché fa capire che è possibile aiutare il gruppo più debole a prendere coscienza della propria situazione, ad imparare i diritti umani fondamentali, e perciò anche i loro diritti, e lo si può pure aiutare ad organizzarsi (i gruppi più deboli sono tali anche perché disorganizzati), e si può anche insegnare loro a lottare con la nonviolenza, (tutte attività che le PBI hanno svolto in molti paesi, e che possono e devono rientrare in quel primo approccio dei Corpi Civili di Pace indicato da Galtung, e cioè nell’assistenza tecnica, e cioè, in complesso, nell’aiuto a riequilibrare il conflitto, come previsto anche da Curle), ma una volta fatto questo il ruolo di un Corpo di Pace esterno cessa. Se infatti continuasse si metterebbe dal lato del gruppo in precedenza più debole, e prenderebbe una posizione ideologica-politica.

Un esempio tratto dell’esperienza delle PBI in un paese del Sud America mi sembra chiarire in modo eccellente questa differenza. Uno dei gruppi aiutati dalle PBI in questo paese erano le donne con familiari dispersi (madri, mogli, figlie, sorelle,ecc.) che, inizialmente, erano anche senza sede dove potersi incontrare. Le PBI hanno offerto loro questa possibilità, il che ha permesso loro di conoscersi, incontrarsi ed anche organizzarsi, e hanno svolto attività di educazione alla nonviolenza che compredevano quando detto prima (coscientizzazione, apprendimento dei diritti umani, aiuto all’organizzazione, apprendimento di forme di azione nonviolenta). Ma ad un certo momento le donne hanno voluto fare una azione diretta per protestare contro il silenzio delle autorità nei riguardi dei loro uomini di cui esse non avevano alcuna notizia, e per questo hanno deciso di occupare una sede pubblica. La polizia le ha attaccate con violenza per scacciarle da quella sede, ma a quel punto i/le volontari/e delle PBI si sono intromessi/e cercando di difendere le donne dalla violenza, e prendendo essi/e stessi/e le botte destinate a queste. Ma le prime a protestare verso i/le volontari/e delle PBI sono state le donne stesse del gruppo locale che hanno detto loro che avevano fatto male ad intromettersi, che il loro compito erano finito con quanto avevano fatto fino allora, e che il resto: e cioè l’azione diretta, spettava a loro, mentre i volontari, a quel punto, avrebbero dovuto svolgere solo una attività di osservazione, documentazione, e denuncia di quanto accaduto, verso i rispettivi paesi. Dopo questa intromissione i volontari sono stati anche espulsi dal paese, e sono potuti tornare solo quando si sono impegnati, anche con l’associazione delle donne da loro aiutate, a non partecipare più ad azioni dirette. Ma non tutti i regimi politici sono disposti ad accettare le attività dette prima, e cioè l’ assistenza tecnica per riequilibrare il conflitto (che spesso viene definito, come ruolo professionale, del “facilitatore” – De Sario, 2005,2006) ma che comprenda anche la cessazione dell’appoggio al momento che il gruppo più debole si sente pronto al confronto, e poi alla negoziazione con la parte più forte: tutte cose che abbiamo visto essere necessarie nei conflitti squilibrati, nella prima fase del conflitto, secondo le indicazioni sia di Galtung che di Curle.

Sarebbe perciò importante che le Nazioni Unite, ed il diritto internazionale, riconoscendo l’importanza di queste attività di riequilibramento dei conflitti come strumento principale per mitigare i conflitti e prevenirne l’esplosione, rendesse l’accettazione di questo tipo di attività come obbligatoria per tutti i paesi che aderiscono a questa Organizzazione.

Resta comunque il problema di quello che Galtung ha individuato come il secondo approccio dell’intervento dei Corpi Civili di Pace, e cioè quello da “seconda-parte”, “che cerca di combattere i conflitti partecipando nonviolentemente dal lato degli oppressi”. Nel caso citato dell’intervento degli Shanti Sena ad Ahmedabad abbiamo visto che questo approccio è stato necessario nei riguardi dei padroni delle case e dei terreni che sfruttavano il conflitto, e che, forse, tentavano anche di incrementarlo, per il proprio interesse personale a sfrattare i poveri, di ambedue i gruppi etnici in conflitto, per poter aumentare i propri guadagni. Lo stesso si può dire di molti conflitti, spesso provocati o incrementati dai costruttori e venditori di armi che vedono qualsiasi attività di riconciliazione tra nemici, e di soluzione nonviolenta dei conflitti, od anche di prevenzione dei conflitti stessi, come una minaccia ai loro guadagni. Non per nulla il Generale Eisenower, allo scadere del suo secondo mandato come Presidente degli USA, ha sentito il bisogno di ammonire i cittadini del suo paese a guardarsi bene dal complesso militare-industriale che avrebbe cercato, in tutti i modi, di evitare che gli USA portassero avanti una politica di pace. In questo caso gli operatori dei Corpi Civili di Pace devono lottare contro le guerre mettendosi dalle parti delle tante vittime di queste (sia militari che civili – ma nelle guerre moderne questi ultimi sono molto più numerosi dei primi – e cioè circa il 90% delle persone uccise), ed anche dei tanti che dalle guerre non hanno nulla da guadagnare (perché restati senza parenti cari, oppure perché resi invalidi – fisicamente o psichicamente – od impoveriti per le distruzioni delle loro case e dei loro beni, ecc..).

Ricordo sempre lo scritto di un esperto studioso delle Nazioni Unite (Casadio, 1989, p. 163). che parlando del conflitto Medio-Orientale ha sostenuto che gli USA da una parte e l’URSS dall’altra – era un periodo in cui questa ultima esisteva ancora – si erano messi d’accord,o non per risolvere il conflitto, ma per tenerlo sotto controllo: e cioè, da una parte evitare che si alsasse troppo, per paura che potesse scoppiare una guerra mondiale che avrebbe potuto portare ad esiti incontrollabili, ma dall’altra anche che non si abbassasse troppo per paura di non poter vendere le proprie armi alla parte a loro alleata. Perciò molto spesso i contendenti di un determinato conflitto sono ambedue vittime di queste strutture, spesso molto più potenti di molti paesi del mondo ed anche delle Organizzazioni Internazionali da questi ultimi organizzate. Molto probabilmente quegli scarsi finanziamenti per la attività di prevenzione dei conflitti armati, che abbiamo visto in questo saggio, e che hanno portato addirittura a sostenere, da esperti internazionali invitati dall’IPRI-Rete CCP, che si spende solo 1 € per la prevenzione dei conflitti armati contro almeno 10.000 € per fare le guerre, sono dovuti agli interessi di questi complessi. Per questi non si può né deve parlare di neutralità, e neppure di equivicinanza, ma solo di quella che è stata definita dai Forum Mondiali la “globalizzazione dal basso”, e cioè la creazione di una rete di organizzazioni di base transnazionale che riesca, come ha creduto erroneamente il New York Times ai tempi della lotta contro la II guerra del Golfo, a diventare la “seconda potenza mondiale”. Ma forse sarebbe necessario che diventasse la prima visto che quella guerra, malgrado le forti lotte di base, è stata fatta ugualmente, solo ritardandola di qualche mese, e questo soprattutto se si vuole realmente raggiungere lo slogan dei Forum mondiali di “mettere la guerra fuori dalla storia”, e farlo diventare, invece di un semplice slogan, un obbiettivo raggiungibile.

La non partigianeria resta perciò valida, per l’approccio da terza-parte, ma solo una volta che si siano riequilibrati i conflitti e si sia riusciti a battere gli interessi dei tanti costruttori e venditori di armi, e dei militari molto spesso a loro alleati.

Questa analisi conferma perciò in pieno la conclusione di Weber, nella sua analisi degli Shanti Sena, che i tre approcci indicati da Galtung non sono in contraddizione l’uno con l’altro, ma che possono e devono essere portati avanti insieme.

Una ultima cosa da dire in questo paragrafo è in riferimento al dibattito emerso anche tra gli Shanti Sena Indiani sull’importanza degli operatori del luogo, e sulla validità di quelli che vengono dall’esterno. Una analisi approfondita delle esperienze fatte finora (vedi L’Abate, 2008, 2009; Pignatti Morano, 2005; Weber, 2009) mostra come ambedue questi operatori siano necessari. Nei conflitti squilibrati la presenza degli esterni è fondamentale per riequilibrare il conflitto come abbiamo visto prima, ma spesso è necessaria anche nei conflitti equilibrati, ma, in questo ultimo caso, il ruolo diventa non tanto quello di riequilibramento del conflitto, quanto quello della sua mediazione e della ricerca di forme valide di risoluzione del conflitto stesso, argomento di cui parleremo nel prossimo paragrafo.

 

6) La negoziazione e la mediazione dei conflitti

Mentre sui Corpi Civili di Pace la letteratura è abbastanza scarsa, per quanto riguarda invece la negoziazione e la mediazione dei conflitti, questa è invece molto abbondante. Perciò cercherò di essere molto più sintetico rimandando i lettori allo studio di alcuni dei testi che conosco meglio (Arielli, Scotto, 2003; Castelli, 1996; Galtung, 2008; Galtung,2010; Besemer, 1999; Tongeren, van de Veen, Verhoeven, 2002), ai quali mi rifarò ampiamente in questo paragrafo.

Come abbiamo visto prima, la negoziazione, e la mediazione, presuppongono, normalmente, che il conflitto sia equilibrato, cosa abbastanza rara nella situazione attuale, nella quale prevalgono invece proprio i conflitti squilibrati. Per questo, come abbiamo già accennato, sia Galtung, che Curle, ed anche Freire, insistono per dire che la prima cosa da fare, per arrivare alla fase della negoziazione e della mediazione, in modo valido, senza che la parte più forte prevalga necessariamente sull’altra, è lavorare per superare questi squilibri. Questo tipo di lavoro, di cui abbiamo già parlato nel paragrafo precedente, è stato definito di “empowerment” del gruppo o gruppi più deboli. Questo termine è stato tradotto in italiano come “capacitazione” (Arielli, Scotto, 2003, p. 162 ). Personalmente, dato che la traduzione italiana del termine non esiste, preferisco usare quello originale inglese perché capacitazione mette troppo l’accento sul lavoro di una parte esterna per facilitare questo processo, mentre “empowerment” fa capire meglio come il ruolo dell’ esterno è solo di tipo maieutico, di aiuto, come la puerpera, a tirar fuori il bambino, ma che il grande sforzo per far nascere il bambino, o per uscire dallo stato di alienazione e di impotenza, deve essere fatto dalla persona o dal gruppo stesso che è nella posizione di dominato.

Ma detto questo veniamo ora al lavoro da fare una volta che si sia raggiunta la situazione di equilibrio, e che le due parti si trovino a fronteggiarsi l’una con l’altra. Può darsi, e questo è sperabile, che a questo punto non ci sia più bisogno di un aiuto esterno, e che le due parti possano negoziare la soluzione più valida da soli. Secondo Arielli e Scotto (op.cit., pp. 163-168) esistono due forme diverse di negoziato, quello distributivo e quello integrativo. Il primo è quello tradizionale nel quale ciascuno dei due contendenti cerca di vincere l’altro, definito anche, nei termini della teoria dei giochi, quelli “a somma zero”, e cioè che portano necessariamente uno a vincere e l’altro a perdere. Questo tipo di negoziazione lascia il perdente necessariamente scontento tanto da cercare, in tutti i modi, di superare prima possibile la situazione precedente e l’accordo fatto, e rimetterlo in discussione. Nella negoziazione integrativa si cerca, invece, la soluzione che è stata definita “sovraordinata” (in inglese: win-win), oppure, nella teoria dei giochi “ i giochi a somma variabile”. In questi ultimi si cerca la soluzione che è nell’interesse comune dei due contendenti. Un esempio di questo ultimo tipo di negoziazione è l’accordo tra Reagan e Gorbachev, definito INF. per ridurre i missili a lunga gettata, che rischiavano di distruggere l’intero pianeta, e mettere al loro posto missili a gettata più corta meno pericolosi per il globo terrestre, anche se ugualmente omicidi per le persone colpite (Kriesberg, 1973, p. 195-196; L’Abate, 2008, p. 84 ).

La negoziazione integrativa invece ha risultati molto più validi e duraturi. Secondo Arielli, Scotto: “la variabile fondamentale che distingue i due approcci è l’attenzione per l’altro: quanto più è elevato il grado di empatia e integrazione sociale tra le due parti, tanto più probabile e opportuna risulterà la ricerca di soluzioni che soddisfino tutte le parti coinvolte” (op.cit., p.163)

E’ chiaro che dal punto di vista dell’ “arte della pace”, come quella che sto cercando di sviluppare in questo saggio, è questo secondo tipo di approccio alla negoziazione che bisogna cercare di insegnare e diffondere. Ma come farlo?

Esistono, a mia conoscenza, per lo meno tre diverse teorie, con relative applicazioni pratiche, che cercano di superare la negoziazione distributiva ed arrivare a quella integrativa. In forma molto sintetica, rimandando i lettori interessati alla lettura delle rispettive fonti, questi sono: 1) La ricerca di accordi di mutuo beneficio, secondo la teoria di Fisher, Uri, Patton 1991; 2) la trasformazione dei conflitti, secondo gli insegnamenti di Galtung; 3) la teoria delle radici della violenza e del modo di superarla, secondo Pat Patfoort.

1) La prima teoria, elaborata dall’ Harvard Negotiation Project, che ha cercato di dar vita ad una arte del negoziato piuttosto nota e diffusa, basa questo approccio su quattro premesse fondamentali: a) distinguere le persone dai problemi; b) mettere al centro dei negoziati non le rivendicazioni delle parti ma i loro interessi e bisogni; c) sviluppare diverse opzioni possibili di mutuo beneficio prima di giungere all’accordo definitivo; d) costruire l’accordo e giudicarne il risultato sulla base di criteri oggettivi e condivisi di equità (Arielli, Scotto, op.cit. p. 164). Secondo questi autori una strategia importante, da parte del negoziatore, è quella di elaborare la propria alternativa migliore identificando le possibilità alternative nel caso che il negoziato non andasse a buon fine. Questo aumenta la forza contrattuale di colui che ha presente questa alternativa, permettendogli di far valere in maniera più efficace i propri interessi (op. cit., p. 167). Come si vede, questa teoria, pur cercando l’accordo di mutuo beneficio, dà anche indicazioni di come far prevalere la propria posizione rispetto a quella dell’altro.

2) Galtung parte invece dall’analisi del conflitto visto da lui come un triangolo, che lui definisce l’abc del conflitto, con questi tre angoli: a) atteggiamenti, b) behavior, in inglese, in italiano comportamenti; c) contraddizioni. Per smontare il conflitto e trasformarlo positivamente Galtung propone di lavorare a tutti e tre i livelli, al primo livello cercando di sostituire all’atteggiamento di sfiducia e di odio, quello di empatia, della capacità di mettersi nei panni dell’altro, di comprenderlo a fondo; nel secondo livello (b), sviluppando negli attori la capacità di passare da comportamenti violenti ad altri nonviolenti, che rispettino la vita dell’avversario senza rispondere alla sua eventuale violenza con una violenza contrapposta, ma senza nemmeno subirla ed essere costretti ad accettare la sua volontà, sviluppando perciò un atteggiamento che è stato definito “assertivo”, che cerca di trasformare l’eventuale violenza dell’altro, prima in un confronto e poi in un dialogo; al terzo livello (c) cercando di superare le contraddizioni che portano al conflitto attraverso la creatività, sviluppando tutti i possibili modi per superarlo, individuando quelli che portano ad accordi che tengano conto degli interessi ed i bisogni di tutti e due i contendenti, cercando di individuare quelli accettabili da ambedue loro, che abbiamo definiti anche come “obbiettivi sovraordinati” (Galtung, 1998, 2000).

3) Pat Patfoort prende le mosse da una sua teoria del conflitto, partendo da ciò che lei individua come la giustificazione della violenza diffusa in tutte le nostre società, e cioè il rapporto tra M, colui che si mette al di sopra dell’altro, e m colui che subisce e sta al di sotto. Ma siccome a nessuno piace essere nella posizione m, secondo la Patfoort si sviluppano tre forme diverse di reazioni: a) la prima è quella della scalata, e cioè m cerca a sua volta di mettersi al di sopra dell’altro, e cioè in posizione M, al che di solito l’altro risponde in modo analogo dando perciò inizio alla scalata di violenza, che passa presto da quella verbale a quella diretta; b) se però la persona (ma secondo la Patfoort questo vale anche per i gruppi e le società più vaste) in posizione m non ha il coraggio (per ragioni varie come uno squilibrio notevole di potere) di confrontarsi con l’avversario tenderà a cercare un’altra persona, o animale, od anche cosa, per mettersi in posizione M nei suoi riguardi, dando così vita a quella che si chiama la catena della violenza, che spesso viene definita la ricerca anche del capro espiatorio; c) ma vi è una terza posizione quando m non si sente né di dar vita alla scalata né alla catena, e subisce direttamente le conseguenze di questo stato di inferiorità. Questo può portare ad un tale senso di frustrazione della persona che essa può far violenza a se stesso (suicidio, o altre forme più velate di uccisione del sé, come droga, alcolismo, e simili). Questa ultima posizione, sottolinea la Patfoort, può durare anche molti anni ma qualche volta porta ad effetti imprevisti, come persone che dopo aver subìto il senso di inferiorità per anni, tutto ad un tratto reagiscono e commettono un omicidio, od altra reazione violenta grave, verso quello o quelli che lo hanno tenuto per anni in tale condizione. Per superare tutte e tre queste forme di reazione, che secondo la Patfoort sono alla radice della cultura della violenza, va cambiata completamente questa cultura per dar vita a quella nonviolenta, che non si basa più su rapporti squilibrati, come in quella precedente, ma si cerca invece di andare verso l’Equivalenza (non l’uguaglianza che annulla le differenze, ma l’accettazione di queste come un arricchimento dei rapporti sociali). E questo è possibile non basandosi sulle argomentazioni (io ho ragione, tu hai torto, ecc,) ma ricercando le fondamenta, e cioè le motivazioni di fondo (bisogni, sentimenti, esperienze,ecc,) che portano una persona a fare una scelta piuttosto che un’altra, e cercando di passare dal triangolo del conflitto, nel quale al massimo si può arrivare ad un compromesso (50% a ciascuno dei contendenti), al triangolo della nonviolenza nel quale si possono trovare, tenendo conto delle fondamenta di ciascuno dei contendenti, soluzioni sovraordinate con, al limite, anche la possibilità che si arrivi alla soluzione che soddisfi al 100% ambedue i contendenti (Patfoort, 1992, 2006, 2011 )

Ed arriviamo ora a parlare della mediazione vera e propria. Castelli la definisce così: “la mediazione punta a mettere le parti in condizione di uscire da situazioni di impasse che le vedono bloccate, in stallo, a evitare o ridurre gli effetti di un conflitto distruttivo” (Castelli, 1996, p. 25). Ed ancora: “La mediazione richiede di non decidere per gli altri, gli antagonisti devono trovare essi stessi per loro stessi la soluzione dei propri conflitti…Contrariamente alla posizione del giudice, che deve decidere in nome della legge, il mediatore non decide al posto degli altri. La mediazione viene a configurarsi dunque come un difficile connubio tra etica ed arte capace di suscitare un progresso nelle persone senza utilizzare la minima pressione o spinta esterna su di loro” (Ibid., p. 33). Come si vede da quanto scrive Castelli nella mediazione si dà per scontato che sia una terza persona, nel caso di conflitto tra due persone, o comunque una parte esterna, nel caso di conflitti che coinvolgono più persone contemporaneamente.

Ma prima di proseguire a parlare di questo tipo di lavoro fatto da parti esterne sarà importante fare almeno un cenno ad attività di mediazione fatte da categorie di persone interne al conflitto stesso. E’ Galtung che, parlando del conflitto tra Israele e Palestina, (Galtung, 1989) accenna all’importanza di quelli che lui chiama “l’Altro in Sé” ed il “Sé nell’Altro”, e cioè quelle persone, in ambedue i campi avversi, che pur facendo parte di uno dei due contendenti, non si identificano con la politica portata avanti dalla propria parte, e cercano accordi con i loro corrispondenti (il sé nell’altro) del campo avverso. Alcune delle più importanti esperienze di mediazione di questo tipo sono state portate avanti , ad esempio, parlando sempre di quel conflitto, dalle “Donne in nero”, nate appunto in quel conflitto e diffusesi in tutto il mondo, che unendo donne israeliane e palestinesi, hanno lottato e lottano insieme per una politica più valida da ambedue le parti del conflitto. E sempre in quello stesso conflitto è importante accennare alle madri, e le famiglie, di persone uccise dai due terrorismi contrapposti, israeliano e palestinese, che si adoperano, insieme, nella ricerca di soluzioni concordate e valide per ambedue i contendenti. Per il momento non ci sono ancora riuscite ma la speranza di una valida soluzione si basa più su persone di questo tipo che da accordi tra le due parti politiche che hanno impostazioni rigide e completamente contrapposte. Ed infatti le soluzioni trovate in Irlanda del Nord e in Spagna, e che hanno portato ad un decremento delle attività terroristiche che per anni sono state portate avanti dalle due parti in lotta, è stata in gran parte dovuta al ruolo di gruppi di questo tipo.

Ma tornando alla mediazione, Arielli e Scotto individuano quattro diversi tipi di intervento, contraddistinti da una minore o maggiore intrusività del mediatore nei riguardi delle parti in conflitto. Il primo, più leggero di tutti, è definito dei “buoni uffici”, nel quale la parte esterna si limita a facilitare l’incontro e la discussione tra le due parti. Il secondo è invece è quello della “mediazione non direttiva”, nel quale il mediatore regola la struttura delle trattative, accompagna le parti a comprendersi meglio, fino al raggiungimento dell’accordo. Ma gli esiti del percorso, come abbiamo visto nella definizione del Castelli, sono lasciati alle parti stesse. Il terzo livello, più intrusivo dei primi due, è quello della “mediazione direttiva”. In questo il mediatore non influenza solo il processo ma anche il concreto risultato della trattativa, al limite anche proponendo lui stesso soluzioni alle quali i contendenti non hanno pensato, o anche accordandosi per eventuali compensazioni per superare le difficoltà ad accettare la soluzione proposta. Ma questo tipo di mediazione richiede che il mediatore abbia una notevole autorevolezza ed anche potere. Spesso questo ruolo è stato concesso e richiesto alle Nazioni Unite stesse. Il quarto livello, il più intrusivo di tutti è quello dell‘”Arbitrato”. In questo, che rientra nel tradizionale ambito del diritto come soluzione dei conflitti, la soluzione del conflitto è deciso dall’esterno sulla base naturalmente di criteri e norme condivise (Arielli, Scotto, op.cit., p. 170).

Fin a qui la teoria della negoziazione e della mediazione. Sul piano teorico “ non fa una grinza”, come si direbbe a Firenze, e cioé é molto valido. Ma cosa succede nella realtà? Possiamo vedere questo attraverso soprattutto le ricerche di M. Lund, di cui abbiamo già parlato; e quelle di J. Galtung, 50 Years: 100 Peace & Conflict Perspectives, Transcend Univesity Press, Basel, 2008. Da queste si vede che la mediazione ha funzionato in molti casi, anche se talvolta ci sono voluti vari anni prima che le idee del mediatore venissero accettate dalle parti in conflitto (in questo caso siparla della mediazione direttiva, di cui abbiamo parlato prima, dato che in molti casi di conflitti protratti, come scrive Galtung nella relazione a questo convegno: ”Non si può aspettare che le parti trovino da sole la via perché sono in questa situazione da anni” – in, Soccio, 2012, p. 111). Un esempio molto chiaro è proprio quello – citato da Galtung nella sua relazione al nostro convegno – del conflitto tra Ecuador e Perù sul confine tra i due paesi nelle Ande, non preciso perché queste montagne sono frastagliate ed una linea retta, come quella che segnava in antecedenza il confine, era del tutto inadeguata. La proposta di Galtung di creare un condominio gestionale bi-nazionale con un parco naturale, prima rifiutata perché troppo creativa, è stata – tre anni dopo- la base di un accordo firmato tra i due paesi (ibid. pp. 110-111).

Ma in un altro caso, sempre citato Galtung, la proposta che è servita a porre fine alla guerra fredda tra Est ed Ovest è stata accettata molti anni dopo, oltre 20, e senza alcun riferimento esplicito alla proposta originaria (Ibid. p. 113). Nel libro citato di Galtung sono riportate 100 proposte da lui fatte che riguardano conflitti degli ultimi 50 anni, basandosi sul paradigma di tipo medico, da lui accettato, della ricerca, per ognuno di questi, della “diagnosi”, “prognosi”, “terapia”. Scrive Galtung: “Su cento posso dire che venti hanno funzionato relativamente bene, e sufficientemente le altre ottanta”(Ibid., p. 113). Come mai allora si fanno ancora tante guerre, e si sfrutta così poco l’arte della mediazione, ed anche le potenzialità della nonviolenza ?. Le motivazioni date da Galtung nella sua relazione citata sono molto istruttive:

1) che nelle soluzioni nonviolente dei conflitti è implicita, normalmente, una presa di coscienza della popolazione ed un suo elevato impegno sociale, il che non piace ai comandanti militari – si trattava in quel caso dei generali della Norvegia e della Svezia, che sono due dei paesi più vicini, in generale, a queste tematiche – perché questo può essere utilizzato anche contro le loro decisioni. Alla precisazione di Galtung, in risposta a queste obiezioni, “Sì, se i loro governi fanno qualche cosa che non rientra dentro un ‘contratto democratico’, forse sì”. Continua Galtung: “E loro hanno detto che questo ‘forse si’ non era accettabile” (Ibid. p. 109);

2) Le proposte fatte da Galtung per la soluzione del conflitto afghano, e cioè quella di trovare una soluzione accettabile anche dai Talebani, con i quali Galtung si era incontrato, avevano trovato a Londra l’accordo dei vice ministri e degli asperti dei Ministeri degli Affari Esteri, della Difesa e della Cooperazione internazionale.

Ma malgrado questo accordo tra loro, Galtung ha fatto presente che questo era completamente in contrasto con la politica portata avanti dal loro paese, l’Inghilterra. Alla domanda di Galtung sulle ragioni di questa differenza la loro risposta è stata “La differenza sta tra noi ed il Ministro….. il Ministro deve parlare in Parlamento e deve mostrare una faccia dura contro il terrorismo e le sue connessioni, perché se non lo fa lui lo fa l’opposizione. Questo è il gioco. Per noi il problema è trovare una formula che potrebbe combinare i due scopi. Il problema non è con l’Afghanistan, il problema é con il nostro ministro” (Ibid., p. 114). 3) Quindi la ricerca di una valida soluzione non è legata al conflitto ma al gioco democratico di contrapposizione tra due impostazioni politiche, ambedue però legate alla terza ragione sottolineata da Galtung, e cioè alla “cultura profonda” che non riconosce il valore del dialogo, della comprensione reciproca tra avversari, che vede solo il rapporto tra amico e nemico, cultura che secondo lui è da cambiare profondamente e che ritiene la guerra un fenomeno naturale non superabile. E’ questo tipo di cultura, molto diffusa anche tra i paesi occidentali, che ha fatto sì, scrive Galtung, che non siano i paesi più poveri ad essere i più aggressivi, ma piuttosto gli altri. Secondo i dati riportati da Galtung i paesi più bellicosi negli ultimi cinquecento anni, tenendo conto anche degli anni di esistenza degli stessi paesi, sono, nell’ordine: I. Stati Uniti; II. Israele; III. Impero Ottomano ed i Turchi; IV. Regno Unito (Ibid. p. 108).

Per arrivare ad un futuro di pace quindi, è necessario (e ne parleremo dopo) un lungo lavoro, non facilissimo, di cambiamento della cultura profonda che impregna le nostre società e che le porta ad essere bellicose, a spendere cifre enormi per fare le guerre, ed a ricorrere in modo del tutto inadeguato sia alla mediazione, sia alla prevenzione dei conflitti armati. E’ bene ricordare quanto già emerso sui grandissimi squilibri tra le spese per la prevenzione dei conflitti armati e di quelle per fare le guerre.

Ma vorrei concludere questo paragrafo citando il testo di un economista, stretto collaboratore di Galtung nell’Università da questo fondata: Transcend. E’ Dietrich Fischer, il direttore della Transcend University Press, e docente di Studi per la Pace all’Università di Basilea, in Svizzera. Nel 2006, ma purtroppo il testo è ancora aggiornatissimo in quanto non sembra ci siano stati molti progressi nelle spese per la prevenzione dei conflitti armati, ha scritto un saggio per confrontare le spese per la mediazione e quelle invece per fare gli interventi militari. Uno dei casi da lui trattati è quello del conflitto tra Ecuador e Perù, del quale si é occupato, come mediatore, Galtung, e di cui abbiamo già parlato. Fisher dà comunque qualche informazione in più che è utile tenere presente. Scrive Fisher : “A partire dal 1941, Ecuador e Perù hanno combattuto tre guerre di confine per contendersi una piccola striscia disabitata di terreno di 500 chilometri quadrati in alta montagna sulle Ande ed erano sul punto di iniziarne un’altra” (Fisher, 2006, p.2). E dopo aver indicato la proposta di Galtung, del parco naturale condominiale e la sua accettazione da parte dei governi delle due parti, scrive: “Galtung mise in rilievo il fatto che questa iniziativa costò solo 250 dollari USA per una ulteriore sosta a Quito, la capitale dell’Ecuador, una notte in albergo e un generoso pranzo offerto al neo-eletto presidente e a sua moglie, cifra assolumente trascurabile a confronto con i costi di un eventuale intervento militare” (Ibid.). Un secondo caso di cui parla Fischer è quello della Romania, negli anni 80, nella quale convivevano 1,6 milioni di ungheresi, circa 30 milioni di persone appartenenti ad altre minoranze, e 23 milioni di romeni, e veniva considerata il luogo dove sarebbe presto scoppiata una guerra nei Balcani.

Scrive Fisher: “Romania ed Ungheria erano nemiche in entrambe le guerre mondiali ed entrambe commisero atrocità e si contesero reciprocamente alcuni territori. Ma Allen Kassof e due suoi colleghi del Project on Ethnic Relations di Princeton riuscirono a far incontrare quattro rappresentanti senior del governo romeno e quattro rappresentanti delle minoranze. In due riunioni di tre giorni ciascuna in Svizzera e Romania, contribuirono al raggiungimento di un accordo che dava alla comunità ungherese il diritto di usare di nuovo la sua lingua nelle scuole e nei giornali locali, in cambio della promessa di rinunciare alla secessione. Con questo sforzo è stata evitata un’altra guerra civile come quella scoppiata nella ex-Jugoslavia “ (Ibid. p. 1).

Fischer confronta questo sforzo, irrisorio dal punto di vista economico, con quello invece delle operazioni internazionali di peacekeeping che durano anni ed anni. A Cipro, ad esempio, diecine di migliaia di soldati delle Nazioni Unite stazionano da più di 30 anni, e sono ancora necessarie. E le spese per l’intervento militare in Bosnia Erzegovina per imporre il cessate il fuoco, se confrontate con quelle dell’accordo in Romania, tenendo conto del numero di militari impegnati, e del tempo dell’intervento, sono estremamente superiosi alle altre. Scrive Fisher : “I costi per una operazione di peacekeeping risultano pertanto di un milione di volte maggiori di un tentativo di mediazione. Anziché spendere qualche migliaio di dollari per una sala di riunione e qualche biglietto di aereo, si spendono miliardi di dollari…Ma la cosa più importante é che la prevenzione di una guerra, prima che questa scoppi, salva molte vite umane. La differenza tra peacekeeping una volta che la guerra è scoppiata e mediazione consiste nello spendere almeno un ordine di grandezza in più ad ogni passo” (Ibid.). Ma prima di dare alcune indicazioni per la soluzione di questo problema a livello internazionale che vedremo nel prossimo paragrafo, Fischer riporta altri due casi estremamente significativi di questo scarto tra le spese per la mediazione e quelle per fare la guerra. Nel 1992 c’erano le elezioni presidenziali in Jugoslavia e si confrontavano Milosevic e Panic, quest’ultimo candidato pacifista, che aveva fatto anche presente una sua disponibilità ad una soluzione pacifica del problema del Kossovo. Ma la radio e la Tv di Stato, come pure i giornali, erano controllati del tutto da Milosevic e compagni, e questi ogni giorno screditavano Panic definendolo un tirapiedi degli americani, senza che lui si potesse difendere. “[Panic] richiese all’amministrazione George H. W. Bush -scrive Fischer – mezzo milione di dollari per affittare una stazione radio indipendente e rivolgersi direttamente agli elettori. La richiesta non fu accolta e vinse Milosevic. Nel 1999 gli USA lanciarono contro la Jugoslavia centinaia di missili cruise con prezzo unitario di un milione di dollari. Può darsi che spendere mezzo milione nel 1992 per dare una chance a Panic avrebbe potuto evitare la guerra del Kossovo; valeva per lo meno la pena di tentare” (Ibid. p. 2). Un ulteriore esempio è quello riportato da Fischer di un giovane russo, Alexander Yakovlev, che era stato invitato a studiare in USA, grazie ad una borsa Fulbright, alla Columbia University di New York. Questi è poi diventato uno dei principali consiglieri di Gorbachev su perestroika, glasnot e democratizzazione. Commenta Fisher : “Probabilmente le poche migliaia di dollari spese per la borsa di studio servirono molto di più, per contribuire a terminare la Guerra Fredda, che i miliardi spesi in armi “ (Ibid.).

E concludendo su questo tema Fischer scrive: “Molte altre persone e ONG rivestono un ruolo importante nel favorire mediazioni tra le parti in conflitto, ma raramente se ne parla. I media preferiscono dare notizia dei casi in cui la mediazione fallisce ed esplode la violenza, piuttosto che parlare dei casi in cui si sia riusciti a impedire che scoppiasse e in che modo sia stato possibile. Il famoso adagio ‘nessuna nuova buona nuova’ é diventato ‘buona notizia non é notizia’. Una migliore informazione su storie a lieto fine potrebbe incoraggiare altri a prevenire la guerra” (Ibid., p. 1). Per concludere vorrei citare di nuovo, come esempio di attività per la mediazione di un conflitto costata poco, ma in questo caso non utilizzata, il lavoro fatto dalla Campagna Kossovo, sulla scia di quello delineato anni prima dalla TFFR svedese, per evitare la guerra tra la Serbia, da una parte, e la Nato, dall’altra, per il problema di questa regione-stato. Questa attività, in vari incontri in cui erano presenti le due parti del conflitto, ma in particolare nel convegno di Lecce, aveva portato a trovare soluzioni, accettate dalle parti in conflitto – Serbi, da un lato, ed Albanesi del Kossovo, dall’altro – che avrebbero potuto evitare la guerra del Kossovo. Queste proposte, pur riprese e fatte proprie anche dalla “Commissione di Studio per la Prevenzione dei Conflitti Armati” organizzata dalla Comunità Europea, sono state lasciate cadere del tutto dai paesi della Nato. Ignoranza, superficialità, o interessi più grandi da difendere? (su queste proposte, oltre ai miei libri su questo conflitto già citati, si veda, Fumarola, Martelloni, 2000).

 

7) Due problemi di fondo dell’arte della pace: a) l’educazione alla nonviolenza e la pace ; b) la costruzione di strutture di pace.

     

a) L’educazione alla nonviolenza ed alla pace

Abbiamo già visto come una delle ragioni date da Galtung del fatto che la mediazione dei conflitti nonha molto spazio nella politica delle grandi potenze è la grande diffusione della “cultura profonda” che giustifica la violenza e la considera necessaria nella politica internazionale. E Fisher, citando la trascuratezza degli strumenti di comunicazione di massa verso i successi della mediazione fa riferimento anche lui al fatto che la cultura prevalente attuale non solo giustifica la cultura della violenza, ma tende anche ad incrementarla dando a questa maggiore visibilità. Ed abbiamo visto anche come Giorgi conferma questo dato, dando elementi concreti per sfatare la validità di questa pseudo cultura. Per questo l’attività di educazione alla pace ed alla nonviolenza é fondamentale per questa rivoluzione culturale necessaria a minare le fondamenta della cultura profonda della violenza e dar vita, al suo posto, ad una cultura basata sul rispetto dell’altro, della sua vita e del suo diritto di esistere, puntando su quella che è stata definita la “forza più potente”, e cioé la nonviolenza (vedi i film diffusi da Azione Nonviolenta, citati). Ma questo presuppone un grosso lavoro di educazione alla pace – non solo nel senso negativo, come pace = assenza di guerra, ma anche in quello positivo, come pace=giustizia, e come assenza dei tanti bisogni primari che ancora opprimono l’umanità (fame, carenza di alloggi e di lavoro, condizioni di lavoro orribili, rischi di disastri ambientali, ecc. (Galtung, 1969). Questo vuol dire che non basta fare un lavoro per prevenire le guerre, che, come dice Galtung, può essere anche nell’interesse dei gruppi potenti, che controllano l’economia e la politica del mondo, e non vogliono che una eventuale guerra possa minacciare lo “status quo”, ma l’educazione alla pace deve anche servire a dare alle persone la capacità di vedere le ingiustizie, comprenderne le cause, ed infine capire e mettere in atto le indicazioni per superarle. Ma questo presuppone un grosso lavoro di ricerca, educazione ed azione, viste come tre forme di attività interconnesse (L’Abate, 2001), e l’ approfondimento della ricercaintervento, è cioè la concreta sperimentazione, per vederne poi i risultati, di iniziative per superare le tante ingiustizie attualmente presenti con attività nonviolente (sull’importanza di questa forma di ricerca-azione si vedano i libri di Sharoni, 1997, ed il mio, L’Abate, 2012, in particolare al paragrafo “Action Research for Peace” pp. 17-19).

Le Nazioni Unite, su richiesta di vari premi Nobel per la Pace, hanno dedicato il decennio 2001-2010 all’educazione alla nonviolenza ed alla pace delle nuove generazioni. E nella realtà molte Ong, anche nel nostro paese, si sono date da fare per svolgere questo tipo di attività e per chiedere al governo di appoggiare queste iniziative nelle scuole. E sono riuscite ad ottenere dal Ministro dell’Istruzione del governo Prodi una circolare che sottolinea l’importanza di questa attività e stimola le scuole a portarla avanti. Ma, per quanto ne so, senza finanzianziamenti precipui.

Qualche cosa è stato fatto ma molto di meno del necessario. Inoltre il governo successivo, quello Berlusconi, pur non annullando la circolare in questione, con il ministro La Russa ha tolto fondi alle attività di servizio civile, che in qualche modo era servito per diffondere tra i giovani la cultura della nonviolenza ed al servizio verso gli ultimi, per inventare invece la “mini-naia” – dando a questa finanziamenti non indifferenti, per portare i giovani delle scuole nelle caserme ed insegnare loro anche l’uso delle armi. Siamo esattamente all’opposto delle indicazioni delle Nazioni Unite, invece che alla nonviolenza e la pace le nuove generazioni vengono educate alla guerra! Purtroppo anche il governo successivo, quello Monti, pur con un ministro della Cooperazione che proviene da una delle Organizzazioni (la Comunità di Sant’Egidio) che si sono date da fare per la prevenzione dei conflitti armati ed hanno anche avuto risultati non indifferenti in questo campo (vedi Mozambico), e pur definendosi “governo tecnico”, ha solo ridotto il finanziamento alla mini-naia ma non l’ ha annullata. Né risulta far nulla per una valorizzazione del servizio civile e per una concezione della Cooperazione come reale aiuto ai paesi più depressi per uscire dalla propria depressione, anzi sostenendo, come il governo Berlusconi, la cooperazione come strumento di valorizzazione delle nostre industrie all’estero. E questo come se la globalizzazione dei mercati, che sta invadendo il mondo, non avesse già portato le nostre industrie ad investire nei paesi più poveri, ma non per fare diminuire la loro miseria, ma solo per sfruttare i bassi salari di quei paesi e le scarse protezioni sindacali spesso ivi esistenti, per arricchire i nostri cosiddetti ”industriali” , che non sono spesso degni di essere chiamati tali, perchè sono solo dei “profittatori” che aumentano i loro guadagni a spese dei loro operai italiani, che licenziano per esportare le aziende all’estero sfruttando le alte diversità anche del costo del denaro.

Ma oltre all’educazione dei bambini e della popolazione in generale, sarebbe necessaria una grande attività di formazione dei professionisti, indispensabili a portare avanti una politica di pace, come i ricercatori sulle cause delle guerre e della violenza e sui modi per prevederle e prevenirle, e gli operatori dei Corpi Civili di Pace da educare alle attività per loro previste, e di cui abbiamo parlato in un paragrafo precedente, o come i mediatori dei conflitti, di cui c’è un estremo bisogno, e così via, non lasciando queste attività, come avviene attualmente, solo a volontari non pagati, e spesso formatisi completamente a proprie spese, ma anche a professionisti ben formati con spese pubbliche, e che lavorino a pieno tempo in questi settori.

 

b) La costruzione di strutture di pace.

Ma se vogliamo realmente andare verso un mondo di pace dobbiamo essere in grado di costruire anche strutture adatte a questo scopo. Galtung, ad esempio, nel suo libro citato sulla mediazione dei conflitti (Galtung, 2008, pp.26-27) ha proposto, già nel 1964, di dar vita a dei veri e propri “Ministeri per la Pace”. Secondo questo studioso infatti, se la pace è suddivisa e frammentata tra diversi ministeri non ci potrà essere uno sforzo coordinato, con adeguati finanziamenti e con l’ appoggio politico necessario per portare avanti un problema così complesso e delicato. Se comunque non ci fosse un vero e proprio ministero ci dovrebbe comunque essere un ufficio di coordinamento nelle amministrazioni centrali di tutti i paesi, che possano dirigere le attività relative a questo campo. Per evitare scontri con i Ministeri degli Affari Esteri e della Difesa, Galtung suggerisce che questo ufficio dovrebbe essere alla dirette dipendenze del Primo Ministro, con il diritto del capo di questo ufficio di partecipare, come consigliere, anche alle riunioni del consiglio dei ministri. Questo dovrebbe essere inoltre coadiuvato da un Consiglio di Stato per la Pace, al quale partecipino anche i rappresentanti delle organizzazioni per la pace, per suggerire e stimolare idee ed iniziative alle autorità. Scrive Galtung: “Un Ministro per la pace darebbe un segnale che la pace è presa seriamente. La pace avrebbe un portavoce governativo, ed anche nel gabinetto, e negli incontri intergovernamentali, una persona che canalizza idee dal movimento per la pace e dagli altri movimenti, soprattutto all’interno delle riunioni del governo e del suo gabinetto” (Ibid. p. 27). I settori nei quali dovrebbe operare sono quelli del disarmo, dell’aiuto allo sviluppo, sui corpi per la pace, sulla difesa popolare nonviolenta, sulla legislazione internazionale, e sulle forze internazionali di peacekeeping. Al momento questa sembra una idea del tutto irrealizzabile. Ma è importante tener presente che certe Regioni italiane, come ad esempio il Trentino, hanno un organismo simile, al quale partecipano, oltre la Regione e gli Enti Locali, anche le organizzazioni per la pace operanti nel territorio. I risultati di questo modo di operare sono molto validi e sarebbe importante che, in attesa del Ministero della Pace al governo centrale, si diffondessero strutture come quelle del Trentino in tutte le Regioni italiane.

Ma a livello nazionale un’altra struttura indispensabile sarebbe la creazione di un Istituto di Ricerche per la Pace, come quelli esistenti in molti paesi del mondo, e previsto dal Progetto di Legge del MIR e dei Beati i Costruttori di Pace di Padova (AA.VV., 1999). Questo dovrebbe fare ricerche per prevedere i conflitti violenti e studiare come superarli e prevenirli. Dato che, in Italia, la città di Vicenza è una delle più militarizzate d’Europa, e forse anche del mondo, nel convegno di cui in questo libro vengono riportati gli atti, l’IPRI-Rete CCP ha sostenuto che Vicenza sarebbe il luogo ideale come sede di un centro di questo tipo che, nello stesso tempo si occupi anche della formazione di Corpi Civili di Pace che dovrebbero essere riconosciuti per legge, vista la loro importanza nella prevenzione dei conflitti armati, e vista la spesa molto minore, come dimostrato da Fischer, della prevenzione rispetto alla guerra. Sarebbe importante che questa proposta diventasse realtà.

Altre interessanti proposte sono quelle fatte sempre da Fischer a livello internazionale. Scrive Fischer : “Al momento la International Peace Academy, organizzazione affiliata alle Nazioni Unite, ha il compito di cercare di mediare i conflitti prima che ne derivi una guerra; vi lavorano solo 16 dipendenti, di cui appena tre qualificati come mediatori. Assolutamente non bastano. Si dovrebbe addestrare un buon numero di persone rendendole esperte in risoluzione dei conflitti e capaci di gestire questo compito. Si tratta di ascoltare pazientemente le lamentele di tutte le parti, coinvolgendole in dialoghi costruttivi e aiutandole a trovare soluzioni che superino le contraddizioni che stanno alla base del conflitto e mettano d’accordo le esigenze di tutte le parti.

Per contro – procede Fischer – le organizzazioni internazionali che si occupano di problemi economici hanno migliaia di dipendenti: la World Bank ha circa 11.000 professionisti ed altre agenzie ne hanno un numero analogo. Un totale di tre professionisti alla International Peace Academy è del tutto inadeguato. E’ urgentemente necessario un United Nations Institute for Mediation (UNIMED) con circa 2-3000 professionsti. Potrebbe essere un eccellente investimento… Costerebbe molto meno di un intervento militare dopo che la violenza é esplosa” (Fischer, 2006, pp. 1-2) . “E’ ridicolo – scrive sempre Fischer – che in molti paesi i veicoli a motore debbano essere portati alla revisione una volta l’anno, ma che nessuno compia verifiche sulle relazioni tra nazioni, per accertare se queste siano ragionevolmente pacifiche o se vi sia il pericolo che esploda la violenza” (Ibid, p. 2) . Una seconda proposta fatta da Fischer ricalca quella di Gorbachev di dar vita ad una Commissione Internazionale per la Pace e la Sicurezza. Questa avrebbe dovuto essere formata – secondo la proposta di Gorbachev – di circa 100 persone tra ex capi di stato, scienziati, scrittori e pensatori di tutto il mondo, che avrebbe dovuto riflettere in profondità sui vari pericoli che minacciano l’umanità e sui mezzi per evitarli. “Tale commissione – scrive Fischer – costerebbe un’esigua frazione del trilione di dollari speso annualmente per le armi e per i milioni di soldati sempre pronti a combattere, ma potrebbe fare molto di più per cercare di evitare future catastrofi” (Ibid. p. 4). Secondo Gorbachev, che aveva lanciato questa proposta, questa istituzione avrebbe dovuto far fronte non solo alle minacce di guerra, ma anche a quelle della fame, povertà, inquinamento e violazioni dei diritti umani. Scrive Fischer a commento del fatto che questa proposta non è stata ancora realizzata: “ I governi sono tanto preoccupati delle ultime emergenze, che di solito aspettano che un problema abbia raggiunto proporzioni di crisi prima di prestargli attenzione, secondo il detto ‘attraverseremo il ponte quando ci arriveremo’. Tuttavia sarebbe di gran lunga più efficace prevenire le guerre con abile mediazione, anziché attendere che il conflitto sia degenerato in guerra e mandare poi l’esercito. Aspettare che i problemi si presentino di fronte prima di reagire, anziché cercare di prevederli e prevenirli, è la stessa cosa che guidare un’auto con gli occhi chiusi, aspettando di aver colpito un ostacolo e trovarci su un’ambulanza, invece di guardare avanti e evitare i pericoli” (Ibid., p. 5).

Ma abbiamo visto finora come molte aspettative per un futuro migliore sono riposte nel ruolo e nel funzionamento delle Nazioni Unite. Ma che dire delle attuali Nazione Unite? Certo il fatto che il Consiglio di Sicurezza ristretto, quello che ha in mano le sorti del mondo di fronte ad eventuali crisi e conflitti nascenti o già esplosi, sia formato da paesi (USA, GB, Francia, Russia, Cina) che sono i maggiori costruttori e venditori di armi nel mondo (il 73,4 % nel periodo 1991- 2010, si veda, Sbilanciamoci, 2012, p. 90), non lascia molto sperare per un futuro di pace. Se si pensa inoltre che questi paesi hanno anche il diritto di veto contro decisioni che possono ritenere contrarie agli interessi propri e dei loro alleati, la situazione peggiora ulteriormente. E’ certo che senza l’eliminazione del diritto di veto, e senza una reale democratizzazione di questo organismo, che dovrebbe diventare realmente l’ONU dei popoli e non degli Stati, il futuro dell’umanità sarà sempre appeso ad un filo.


8) Un tentativo di conclusione

Ricordando quanto detto da Galtung della importanza della cultura profonda l’unica speranza per un futuro migliore é in quella che gli amici gandhiani hanno chiamato la “rivoluzione totale”, una rivoluzione nonviolenta, a livello personale, culturale, sociale, economica e politica che faccia comprendere ai popoli del mondo che si devono svegliare, che il vero potere non è negli Stati, nelle loro armi e nei loro interessi, ma in loro stessi, se prendono coscienza del proprio potere, se imparano la forza della nonviolenza, e non si lasciano trascinare dagli attuali poteri mondiali, ma cerchino di modificarli, unendosi e dando vita ad una globalizzazione dal basso che cerchi realmente di realizzare lo slogan dei Forum Mondiali: “METTERE LA GUERRA FUORI DALLA STORIA!”

Certo non è una rivoluzione che avviene in un giorno e nemmeno in un anno; ce ne vorranno molti, ma sicuramente verrà anche aiutata dalla crisi attuale del capitalismo che non é superabile, come si sta cercando di fare, mettendo qualche regola in più alla legge di mercato, con non molto successo dato che il mercato, anche se regolato, tende ad accrescere la distanza tra i ricchi ed i poveri, sia come persone che come paesi. Se le popolazioni del mondo prendono coscienza, come sono già in atto di fare, dell’ingiustizia e l’iniquità di questo andamento, e dell’assurdità delle altissime spese militari che il mondo ricco sopporta per difendere se stesso ed i suoi privilegi, è sicuro che la rivoluzione nonviolenta, pacifica ma totale, avrà, prima o dopo, successo e si potrà dire, con Fischer, nella sua frase finale del testo già citato, frase che con gli avvenimenti di questi ultimi anni (guerre sedicentememte umanitarie, per la democrazia, permanenti contro il terrorismo ,ecc.) é diventata sempre più attuale : “Nel corso della storia abbiamo abolito un certo numero di istituti che consideriamo disumani: cannibalismo, sacrifici rituali, schiavitù, monarchia assoluta e, recentemente, colonialismo. E’ probabile che un giorno o l’altro aggiungeremo la guerra, che verrà considerata tanto abominevole, quanto è oggi il cannibalismo” (Fischer, 2006, p. 5).

D’altra parte quanto scritto finora in questo saggio, le mie ricerche passate (L’Abate, 2008) e quelle dei miei colleghi ed amici Drago (1997, 2001, 2006,) e Salio (1983,1995, 1996) mi hanno portato, in un incontro appena avuto a Bologna organizzato da Pax Christi, nella settimana internazionale per il disarmo dichiarata dalle Nazioni Unite (Pax Christi, 27 ottobre 2012), a concludere all’incirca così il mio intervento, in risposta alla domanda che mi era stata fatta : “Può esserci una difesa della patria senza armi?”. La mia risposta è stata, in modo molto deciso, che tale difesa non solo era possibile, ma che era anche necessaria se vogliamo rispettare l’Art. 11 della nostra Costituzione che recita così “[L’Italia] ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Infatti la politica del nostro governo, non solo quello attuale “cosiddetto tecnico” – ma con un militare al Ministero della Difesa, perciò con un chiaro conflitto di interesse – ma anche di quelli precedenti, sia di destra che di sinistra – con qualche differenza tra questi due ultimi su cui mi soffermerò in seguito – è quella, anche a causa della crisi, di tagliare le spese pubbliche, civili e sociali (scuola , sanità, pensioni, lavoro, solidarietà sociale, ecc.), ma non quelle militari che, se ridotte, potrebbero servire a combattere le vere minaccie alla vita attuale degli italiani: disoccupazione, povertà, mafie, degrado ambientale. Si pensi che con il costo di uno solo dei 90 cacciabombardieri JFS F-35 ordinati dall’Italia, capaci di trasportare testate nucleari, e perciò anticostituzionali perché di attacco e non di difesa, si potrebbero mettere in sicurezza 500 scuole, e con sette di loro si potrebbero ricostruire gli ospedali di Mirandola, Carpi e Finale Ligure colpiti dal terremoto (Movimento Nonviolento, Se vuoi la pace prepara la pace, Verona, 24-30 ottobre 2012). Ed aggiungerei io, sulla base di quanto dichiarato il 29 Ottobre 2012, alla TV nazionale, dal sindaco di Genova, Doria, che la sistemazione del suo Comune per eliminare nuovi rischi di alluvioni costerebbe 300 milioni di euro, basterebbe fare a meno di tre di questi aerei – che secondo gli strateghi militari sono anche inutili perché sorpassati dai droni (aerei telecomandati senza guida umana al loro interno) – per avere i fondi per fare questo. Il Movimento Nonviolento, nel testo su citato, che ho letto a tale incontro, scrive che l’articolo 11 è stato “vittima di una tacita riscrittura golpista che lo ha trasformato, più o meno, così: ‘L’Italia prepara la guerra come strumento di offesa all’integrità degli altri Stati e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, a questo scopo, alle limitazioni al bilancio dello Stato in tutti i settori della spesa pubblica, tranne quello della spesa militare che può al contrario, dotarsi dei più distruttivi sistemi d’armi disponilbili sul mercato’. Riscrittura inquietante? Certo, ma aderente alla realtà” (ibid. , p. 2).

E sulla possibilità e validità della difesa nonviolenta, ho illustrato poi, sia pur in modo molto sintetico, alcuni – sicuramente non tutti – dei più importanti episodi storici che hanno visto in azione questa forma di difesa contro nemici, esterni ed interni. Tra quelli contro nemici esterni, l’indipendenza dell’India dagli inglesi, guidata da Gandhi; la lotta degli insegnanti norvegesi, e delle famiglie di quel paese, contro l’inserimento nelle loro scuole dei principi pedagogici nazisti che avevano messo su, dopo avere occupato quel paese, un governo fantoccio a loro amico; la lotta del popolo danese, anche questo occupato dai nazisti, per salvare gli ebrei del loro paese dalla deportazione nei campi di concentramento, lotta che riuscirà a salvarne la stragrande maggioranza, tanto da far sostenere alla filosofa-storica Hannah Arend che questo tipo di lotte andrebbero fatte studiare in tutte le scuole (cosa che purtroppo non avviene ancora) (Arend, 1964, pp. 177-182); la liberazione della Ruhr in Germania occupata dai francesi dopo la prima guerra mondiale: tutte lotte queste che hanno avuto un notevole successo, mostrando l’efficacia della nonviolenza (per alcune di queste, o di quelle successive, si vedano i video “Una forza più potente”, curati e distributi dalla rivista Azione Nonviolenta, ed anche “Il puzzle della nonviolenza” curato dal MIR di Padova). Ma ho citato anche due lotte, una contro un nemico esterno ed una contro uno interno, che invece non hanno avuto successo, almeno nel breve periodo: quella del popolo cecoslovacco in difesa del socialismo dal volto umano, introdotto in quel paese dall’allora Partito Comunista guidato da Dubcek, e schiacciato dai carri armati sovietici per timore che quel tipo di socialismo si diffondesse anche in Russia, ma dopo una lotta nonviolenta spontanea ed improvvisata che è durata otto mesi e che ha costretto i sovietici a cambiare le loro truppe ripetutamente per paura che queste si convincessero, come avveniva, che piuttosto che schiacciare quel sistema si sarebbe dovuto portare quel modello di socialismo anche nel loro paese (Sharp, 1973, pp. 327-328); e quella degli studenti di Piazza Tien an Men in Cina per trasformare il loro paese da una dittatura (come è tuttora, malgrado l’introduzione del libero mercato ed i grossi interessi portati avanti con l’economia del mondo occidentale) in una democrazia. Questa è finita tragicamente con circa 2000 studenti e manifestanti uccisi dai carri armati, ma per farlo il governo cinese ha dovuto ricorrere a soldati che non comprendevano la lingua locale (perché venivano da zone di frontiera con altra lingua) dato che tutti gli altri militari del luogo, mandati in antecedenza, si erano convinti della giustezza della lotta degli studenti, e molti di loro si erano addirittura uniti a questa. Inoltre il governo cinese ha dovuto anche far ricorso ad una falsa sindacalista per convincere i soldati della frontiera che gli studenti erano violenti e che erano pronti ad uccidere i soldati stessi (L’Abate, 1989). Come dicevo prima queste due lotte sono finite tragicamente, ma hanno ambedue dimostrato la capacità della lotta nonviolenta nel convertire gli stessi militari della parte avversa e farli diventare da nemici ad amici, e sono servite anche, soprattutto le seconde, a stimolare la rivoluzione non armata (definita anche di potere popolare) che qualche anno dopo si è sviluppata in tutti i paesi dell’Est ed ha portato, nel 1969, al crollo delle dittature comuniste in quei paesi, ed alla caduta del muro di Berlino. Infine, tra le lotte di difesa contro nemici interni, o contro grosse ingiustizie, ho fatto riferimento: alle lotte di Solidarnosh, in Polonia, che hanno portato al riconoscimento dei sindacati liberi ed alla caduta della dittattura comunista di quel paese; alla sconfitta della dittatura di Marcos nelle Filippine grazie ad un movimento nonviolento di base guidato dalla Aquino, la vedova di un dirigente politico fatto uccidere da Marcos per paura che potesse vincere le elezioni che, sotto pressione del governo USA, si era convinto ad indire; la lotta nonviolenta delle persone di colore contro la segregazione razziale negli Stati Uniti del Sud, guidata da Martin Luther King, che ha portato a rendere illegali tali forme; le lotte per il boicotaggio nonviolento dei negozi dei bianchi che hanno portato alla caduta del governo di Botha in Sud Africa, ed alla elezione, al suo posto, di De Clerk che ha liberato Mandela, in prigione da anni per le lotte del suo popolo contro l’apartheid, sistema che è stato sconfitto dando nascita ad una democrazia nella quale, finalmente, anche la popolazione di colore può votare. Ma qui vorrei inserire un inciso: le lotte nonviolente delle persone di colore Sud Africane non sono state importanti solo perché sono riuscite a cambiare il loro paese da un regime di apartheid ad uno democratico, ma anche perchè sono state un campo sperimentale molto importante di un nuovo tipo di legislazione che, se vogliamo andare verso un futuro di pace, si dovrà diffondere anche in altri paesi ed a poco a poco sostituire anche la legislazione attuale dei paesi occidentali. Questo tipo di legislazione utilizzata in Sud Africa viene definita “ricostruttiva” perché, invece di cercare semplicemente una giusta punizione per il colpevole (come si cerca di fare in Occidente), tenta anche di ricostruire i rapporti tra la vittima e chi gli ha arrecato danno (si veda Peyretti E., 2009, pp. 39-54). Infine ho parlato delle lotte nonviolente di Comiso, che hanno visto tra i protagonisti sia me stesso che mia moglie, e che hanno contribuito, con altre simili in altri paesi occidentali, ad arrivare ad un accordo sulla limitazione del raggio di azione dei missili (accordo INF) firmato da Reagan e Gorbachev, e che sono servite alla trasformazione, in quella cittadina siciliana, della base con missili Cruise – missili di attacco e non di difesa – in un aeroporto civile (sull’importanza di queste lotte per questa trasformazione, si vedano Wittner, 2004, e L’Abate, 2008, pp. 149- 153). Queste ultime forme di difesa interna contro regimi dittatoriali o contro gravi ingiustizie ed illegalità (come le segregazioni etniche, o l’impianto di missili di primo colpo, contrari alla nostra Costituzione) sono strettamente collegate a quella che è stata definita la “Difesa Popolare Nonviolenta”. Infatti, come è stato sostenuto in molti convegni organizzati dal Movimento Nonviolento Italiano, non si può difendere un paese se questo è privo di una democrazia reale, se è pieno di ingiustizie, di grossi squilibri sociali, di evasione fiscale e corruzione, e di altri aspetti negativi (Drago, Soccio, 1995). In questo caso prima della difesa nonviolenta é necessario fare una rivoluzione nonviolenta che, dal basso, riesca a eliminare questi aspetti negativi e rendere il paese realmente degno di essere difeso da eventuali nemici esterni.

 

Ma quali le riflessioni che ho tratto dall’analisi di queste lotte nonviolente, che vorrei ripetere quinel concludere questo saggio? I temi da me sviluppati sono stati tre : I) l’importanza della nonviolenza nella difesa del paese e nella sua trasformazione; II) La necessità di una democrazia partecipativa; III) La difesa difensiva ed il transarmo. A questi ne ho aggiunto un altro (IV. Alcuni elementi di strategia) che non ha fatto parte del mio intervento originale, ma è stata, in modo molto più sintetico, la mia risposta ad una osservatzione degli studenti di scuola media presenti all’incontro. Vediamoli uno per uno.

 

I) Importanza della nonviolenza per la difesa di un paese e per la sua trasformazione.

Abbiamo già parlato, a proposito della violenza culturale, della necessità di una rivoluzione totale nonviolenta. A questo proposito è fondamentale tener conto di una ricerca fatta da due studiose nord-americane, e riportate da Drago in un suo ultimo libro (Drago, 2010) che confrontano, negli ultimi 100 anni di storia del’umanità, la freguenza ed i successi delle rivoluzione nonviolente, confrontandoli con quelle violente. Ed i risultati sono sconvolgenti, rispetto alle idee tradizionali che se bisogna fare una rivoluzione bisogna ricorrere alla violenza. Da questa ricerca risulta, infatti, che le rivoluzioni nonviolente sono state vittoriose nel 53% dei casi di quelle analizzate in totale, mentre quelle violente hanno avuto una vittoria solo nel 26% dei casi. Scrive Drago, nella conclusione della presentazione di questa ricerca: “Le autrici terminano con alcune indicazioni politiche. Le campagne nonviolente farebbero bene, per ottenere la vittoria, ad attenersi ad alcune caratteristiche (mobilitazione di massa, decentramento, influenza sulle forze di sicurezza, ecc.). Inoltre dovrebbero trovare gruppi esteri che premono sui governi che sono alleati con il regime contestato. Sono poi importanti i mass media, per comunicare sia dentro la campagna che all’ esterno; i gruppi esterni di sostegno danno un forte contributo quando favoriscono questi mezzi di comunicazione. Altro aiuto possibile da parte dei gruppi nonviolenti esteri è il monitoraggio dei diritti civili e delle elezioni. Infine i materiali educativi (libri, film, DVD, ecc.) aiutano molto i militanti a comprendere le esperienze passate e quindi a ricavare insegnamenti per la propria” (Ibid., p. 52). Ma molte di queste rivoluzioni nonviolente sono state aiutate e preparate grazie alla conoscenza, particolarmente, di un libro di Sharp tradotto in oltre 30 lingue e diffuso gratuitamente ai giovani manifestanti (Sharp, 2004, 2011), ed alla formazione all’azione diretta, a questi stessi giovani, fatta da Sharp e dai suoi più stretti collaboratori. In questo libro sono anche riportate le 198 tecniche dalla nonviolenza che i giovani che hanno portato avanti le rivoluzioni “arancioni”, nei paesi oltre cortina, e quelle “gelsomino”, dei paesi arabi, conoscevano molto bene ed hanno utilizzato nelle loro lotte che sono riuscite a scalzare, nei rispettivi paesi, dittature che perduravano da anni. Ma quale il segreto delle tesi di Sharp che hanno dimostrato di resistere alla prova dei fatti?

Secondo me il suo segreto, e le ragioni del successo di queste lotte – almeno relativo, dato che queste hanno abbattuto regimi dittatoriali, ma spesso senza dar vita a regimi molto migliori (ma riprenderemo questo argomento in seguito) – è nella sua teoria del potere, cui Sharp dedica il primo libro della sua trilogia sulla politica dell’azione nonviolenta (Sharp, 1985/6). La teoria tradizionale del potere, molto diffusa tra i politologi, è infatti di tipo elitario: c’è un potere centrale che detiene tutto il potere, e che può usare l’esercito, i tribunali, la polizia, ed i carceri, per mantenerlo, ed esistono solo due metodi per cambiarlo – ma soltanto il possesso del potere e non la struttura sociale che è alla sua base – e questi sono: 1) la rivoluzione armata o 2) l’elezione democratica. La teoria di Sharp, che si richiama ad uno studioso mediovale La Boezie, e che lui chiama “diffusiva” (mentre io la definisco “processuale”) è invece quella che tra il potere centrale e quello dei sudditi, esistono molti altri luoghi o entità di potere che condizionano anche il potere centrale. E questi sono gli agenti ed i funzionari che aiutano il mantenimento del potere centrale; la popolazione stessa che, a seconda che subisca passivamente il potere centrale, o si ribelli e lo metta in questione, può anche essa stessa appoggiare il potere o contrastarlo, ed infine anche i governi e le popolazioni straniere, a seconda della posizione che queste prendono nei riguardi di chi detiene il potere centrale, o di chi lo contesta. Nel presentare il grafico che mostra questa pluralità di poteri e le freccie che dal centro vanno alla periferia e tornano indietro, dando vita a quelle che per lui sono le vere “fonti” del potere (l’autorità, le risorse umane, le capacità e le conoscenze, i fattori intangibili, le risorse materiali, le sanzioni) che, a seconda della loro estensione, qualità e disponibilità, accrescono, mantengono, diminuiscono, o addirittura aboliscono, la capacità di potere di chi comanda, scrive Sharp: “Questo è un continuo processo che accresce o decresce la capacità di potere di chi comanda. Questo potere finisce solo quando il potere è disintegrato” (Sharp, 1973, p. 36). Quindi per Sharp, ed anche per il Movimento Nonviolento Italiano (fondato da Aldo Capitini), di cui ho fatto parte fin dalla sua fondazione, tra la rivoluzione armata e il semplice voto, che cambia la classe dirigente ma non la struttura sociale che è alla sua base, c’è una terza via (si veda anche Pontara, 1981) che è quella della rivoluzione nonviolenta che passa da una presa di coscienza della popolazione stessa delle eventuali ingiustizie da questa subìta, del proprio potere (in ognuna delle fonti su indicate), da una sua organizzazione che la porti a dar vita, talvolta, a veri e propri contro-poteri di base, al cercare di confrontarsi ed anche eventualmente convincere, su un rapporto di maggiore parità acquisito nei riguardi del potere grazie alle attività dette in precedenza, sia il detentore del potere che gli agenti che lo sostengono, della giustezza delle proprie richieste, ed infine anche i popoli ed i governi stranieri che possono, anche questi, sostenere o meno queste richieste, appoggiando od indebolendo il potere centrale attraverso quelli che Sharp definisce i “pilastri” stessi del potere (la popolazione stessa, gli agenti e i funzionari, le popolazioni ed i governi stranieri). I possibili risultati per il raggiungimento del successo di queste lotte sono : a) la conversione dell’avversario (in questo caso il potere centrale) : questo riconosce la legittimità delle richieste e le concede; b) l’accomodamento: senza cambiare le proprie posizioni il potere centrale può decidere di mettersi d’accordo per concedere alcune cose richieste ed ottenerne altre in cambio; c) la coercizione nonviolenta. Se la lotta di base è così forte da riuscire anche a convincere alcuni di quelli che Sharp definisce i “pilastri” del potere (funzionari governativi, giudici, polizia, esercito, governi e popoli stranieri, ecc.), il potere centrale si può sentire costretto, per non perdere altro potere, a concedere quanto richiesto dalla popolazione stessa; d) la disintegrazione. Questa può avvenire quando le fonti del potere centrale (autorità, risorse umane, competenze e conoscenze, fattori intangibili, risorse materiali, sanzioni) sono talmente indebolite da non permettere più la permanenza dell’attuale sistema. Quindi in complesso, secondo la teoria di Sharp, che ha avuto una grandissima conferma empirica, il potere del governante dipende da un continuo processo che può aumentarlo o farlo decrescere, a seconda dell’appoggio o meno di tutti gli altri pilastri. (su questo si vedano, oltre ai libri di Sharp già citati anche Sharp, 2005, 2011b, e L’Abate, 2008, pp.327- 355). Sarebbe bene che i politologhi che continuano a sostenere la teoria del potere tradizionale prendessero coscineza di questa nuova teoria e dei suoi importanti risultati.

 

II). Democrazia rappresentativa o democrazia partecipativa?

Un secondo importante insegnamento che viene dall’analisi di queste ricerche è quello che la vittoria di queste lotte, anche quando riescono a raggiungere il massimo successo indicato da Sharp, e cioè la disintegrazione del regime non democratico precedente, come è successo sia nei paesi dell’Est che in molti dei paesi arabi, se portano solo all’istaurazione di forme di democrazia puramente formale, portano a risultati per lo meno deludenti. Infatti la democrazia formale è facilmente manipolabile da chi possiede ingenti capitali, e può influenzare l’opinione pubblica a causa del possesso di strumenti di comunicazione di massa (giornali e TV), o grazie anche a forme

di corruzione che possono portare a far cadere governi legittimamente eletti (qualcosa del genere è successo anche il Italia). Inoltre l’introduzione del mercato, che spesso è il vero obbiettivo di molti di quei regimi che combattono per diffondere la cosiddetta “democrazia”, porta subito (come è successo in molti dei paesi oltre cortina, compreso il Kossovo) alla diffusione della mafia e di altre forme di criminalità che hanno imparato molto bene come sfruttare i benefici di quello che viene definito il “libero mercato”, che molte volte non è tale perché gestito da poteri economici e politici più forti dei governi instaurati dopo queste rivoluzioni (anche se nonviolente). L’indicazione di Sharp, che siccome la rivoluzione nonviolenta può avvenire solo con una grossa partecipazione di base, questa può essere un antidoto alla nascita di nuove dittature o governi antidemocratici, è secondo me, per lo meno debole. Infatti la nonviolenza ha due anime, o gambe: l’azione diretta nonviolenta, ed il progetto costruttivo. Tutte le battaglie nonviolente vittoriose portate avanti da Gandhi, ma anche da altri leaders nonviolenti come Luther King, Desmond Tutu, Perez d’Esquivel, Aldo Capitini, Danilo Dolci, ed altri ancora, hanno utilizzato ambedue queste gambe. Non basta infatti usare la lotta nonviolenta per combattere le dittature se nello stesso tempo non si cerca anche di rinforzare, attraverso il progetto costruttivo, elementi concreti di una società del tutto alternativa verso la quale dirigersi. Questo è anche l’insegnamento che possiamo trarre dagli scritti dello stesso Gramsci, che purtroppo non è stato per niente capito dai compagni del Partito Comunista da lui fondato. Scrive infatti Gramsci: “E’ distruttore-creatore chi distrugge il vecchio per mettere alla luce, far affiorare, il nuovo che è diventato necessario ed urge implacabilmente al limitare della storia. Perciò si può dire che si distrugge in quanto si crea” (Gramsci, 1975, Vol. II, p. 708). Ed infatti lui riteneva che nei paesi a capitalismo avanzato, come anche il nostro, non si dovesse portare avanti una guerra di “frontiera”, o di “movimento”, ma piuttosto di “posizione”, attraverso la costruzione di “casematte”, e cioè avamposti di una società diversa – la società da costruire – che a poco a poco, estendendosi e rinforzandosi, avrebbero portato al crollo della vecchia società, ormai sorpassata (si vedano, L’Abate, 2011, e Rete Nonviolenza della Sardegna, 2012).

Questi avanposti di una società più pacifica, senza guerre, secondo Paige di una società “nonletale”, esistono già, ad esempio nella legislazione che impedisce l’uso di armi di distruzione di massa, o che rende meno lecita la guerra (Papisca, Mascia, 1997). Ma purtroppo poi quegli stessi stati che hanno approvato queste leggi, inventano armi nuove, più potenti di quelle precedenti, che non rientrano ancora in quelle proibite. Ma alcune delle più importanti conquiste in questo campo sono state dovute proprio alla presa di coscienza delle popolazioni del mondo che si sono organizzate, e, ad esempio, attraverso la “Campagna contro le mine”, sono riuscite a mettere al bando queste armi terribili che hanno ucciso, o reso mutilato per la tutta la vita, milioni di persone – molte volte anche di bambini che giocavano in terreni nei quali erano state inserite – di tutto il mondo. Purtroppo moltissime di queste armi sono ancora sotto la terra ed uccidono ancora, ed, a nostra onta, sono state prodotte, in una percentuale rilevante, proprio da fabbriche del nostro paese.

Ma anche nella prevenzione dei conflitti armati le prime ad organizzarsi e lavorare per il suo raggiungimento sono state le ONG che, soprattutto in Europa, in circa 300, si sono riunite in un coordinamento e si sono date da fare in questo campo (vedi i lavori dell’ European Centre for Conflict Prevention, in, Tongeren, de Veen, Verhoeven, 2002). Come abbiamo già visto, in seguito a questo, la Comunità Europea e poi l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea) hanno anche loro deciso di occuparsene e si sono attrezzate, più o meno bene, per rispondere a questa esigenza. Ma mentre nel campo del clima la previsione dei fenomeni atmosferici, cui era interessata soprattutto l’aeronautica militare, ha fatto passi da gigante tanto che le previsioni fatte attualmente sono incomparabilmente più valide di quelle che venivano fatte, ad esempio, circa 20 anni fa, nel campo della previsione dei conflitti armati siamo ancora ad uno stato abbastanza arretrato, come abbiamo potuto vedere anche in questo saggio. Ed anche il documento della Coalizione Globale per la Prevenzione dei Conflitti Violenti, del 2004 (Programma di Azione di Dublino, in Soccio, 2012, pp. 186-195) che è un inizio di percorso in questa direzione è stato, come accenna anche Renner, voluto ed organizzato dalle Organizzazioni di base, sia pur con l’aiuto con alcuni, pochi, Stati del mondo. La conclusione che se ne può trarre da tutto questo è il fatto che, se le popolazioni mondiali prendono coscienza dell’importanza di questo problema, e premono sui loro governi facendo aumentare il numero di Stati che si impegnano in questa direzione, la speranza di un mondo “non letale” e senza guerre, può diventare più reale. Ma questo presuppone un grosso lavoro di educazione alla pace sia negativa, come pace = assenza di guerra, ma anche anche positiva, pace=giustizia. Ma oltre a questo lavoro, di cui abbiamo già parlato, un altro fondamentale presupposto è quello del superamento delle democrazie cosiddette “rappresentative”, solamente formali, con la nascita di democrazie partecipative, nelle quali il ruolo della popolazione sia reale e non manipolato, e nelle quali, per riprendere un termine caro a Capitini, sia realizzato “il Potere di Tutti” (Capitini, 1969, 1999), oppure quella che é stata definita, da un programmatore di fama internazionale, la “democrazia inclusiva” (Friedmann, 2004,2005).

 

III). Difesa difensiva e transarmo

Ma l’ultimo insegnamento che si può trarre dalle lotte nonviolente analizzate, e di cui ho parlato a Bologna, é stata la necessità, e direi la sola possibilità ammessa dalla nostra Costituzione, di abbandonare la “difesa offensiva”, come quella attualmente realizzata (con gli F35 di cui abbiamo parlato e tanti altri ordigni offensivi), e passare invece alla “difesa difensiva”. Ecco cosa scrive Galtung a questo proposito : “La difesa di un paese include obbiettivi molto più importanti di quello del mantenere il proprio territorio sotto il proprio controllo e la propria autodeterminazione, liberi da occupazioni di qualsiasi tipo. La democrazia con la libertà di espressione, la legge e l’ordine sono ugualmente essenziali. E così pure un adeguato standard di vita, la dignità nazionale, le vite umane e la possibilità del proprio mantenimento, l’abilità di risolvere i conflitti, la possiblità di non essere coinvolti in conflitti del genere nel futuro, la preservazione dei nostri standard morali ed etici, sono tutti valori validi anche per l’altra parte. E’ nostro interesse difendere anche l’altra parte – per un migliore futuro comune” (Galtung, 2008, pp. 20). Ma, secondo Galtung, la difesa armata, con lo sviluppo di armi sempre più micidiali e devastanti per le vite umane e per le proprietà materiali, è incompatibile con il raggiungimento degli obbiettivi prima indicati, e va completamente rivista. Da queste considerazioni sviluppa la sua concezione di una “difesa difensiva”, con una parte militare, che difenda i confini del paese da una eventuale penetrazione nel proprio territorio di nemici esterni – cosa che è quasi impossibile fare con una difesa esclusivamente nonviolenta – ma priva di armi a lungo raggio, di tipo offensivo e provocativo, un secondo tipo di difesa territoriale “paramilitare”, ed infine una difesa sociale del tutto non militare e disarmata. Scrive Galtung: “La difesa totale dovrebbe dissuadere ma non provocare: se la frontiera è superata c’è sempre, dappertutto, la difesa locale, e se anche questa è sconfitta ed il paese é occupato, c’ é sempre la difesa sociale” (Ibid.,p. 21).

Ma qesta proposta di Galtung si inserisce in un principio accettato dalla maggior parte dei teorici e pratici della nonviolenza: e cioè quello del “transarmo”. Questo significa che i nonviolenti non pretendono, da un giorno all’altro, di eliminare la difesa armata, e sostituirla con quella nonviolenta, ma, sulla base del principio di gradualità – accettato da Gandhi ed anche da Pontara – prevedono la messa in atto di un processo graduale che man mano che la difesa nonviolenta, o sociale, come spesso viene definita, viene organizzata e si irrobustisce, quella armata viene progressivamente ridotta. Una proposta, che potrebbe rientrare in un processo di questo tipo, è stata presentata anche da Monsignor Bettazzi, Vescovo di Ivrea, in una intervista proiettata al convegno di Bologna. Egli infatti ha proposto che gli eserciti nazionali vengano superati, prima possibile, e vengano sostituiti da una Polizia Internazionale – naturalmente armata – presso le Nazioni Unite, per perseguire le persone o gli Stati che commettano atti criminali come quelli avvenuti anche recentemente in vari paesi del mondo (si pensi alla ex-Jugoslavia, al Ruanda, ecc.). L’idea è molto valida e da perseguire, ma presuppone, da parte di tutti gli Stati del mondo, l’accettazione ed il sostegno al Tribunale Penale di Roma. Rendere operative le sue sentenze, e le sue eventuali condanne, sarebbe appunto il compito di una Polizia di questo tipo. Purtroppo però, al momento attuale, alcuni dei paesi più militarizzati del mondo, e più coinvolti in guerre di vario tipo, alcune armate, altre a bassa intensità, o che usano anche la “violenza strutturale” per imporre il proprio dominio, come gli USA, la Cina, l’India ed Israele, non hanno ancora aderito a questo Tribunale.

E questo mostra come ci sia ancora molto da fare perché l’”arte della pace”, che qui abbiamo voluto delineare nei suoi principali elementi, possa diventare una realtà, e possa servire a dar vita a quella civiltà ”nonletale” di cui ha parlato uno scienziato politico nord-americano (Paige, 2010). Ma nella speranza che il nostro paese possa diventare, in un futuro, spero, non troppo lontano, una avanguardia nel cammino di questa civiltà non letale, che applica concretamente il principio cristiano del “non uccidere”, vorrei chiudere questo paragrafo con una frase di Igino Giordani, cristiano, combattente nella prima guerra mondiale, deputato e costituente, politico non conformista – come viene definito nella seconda copertina del suo libro- : “ A che serve la guerra?. La guerra é un omicidio in grande, rivestito da una specie di culto sacro, come lo era il sacrificio dei primogeniti al dio Baal: e ciò a motivo del terrore che incute, della retorica onde si veste e degli interessi che implica. Quando l’umanità sarà progredita spiritualmente, la guerra verrà catalogata accanto ai riti cruenti, alle superstizioni della stregoneria e ai fenomeni di barbarie…Essa non è voluta dal popolo; è voluta dalle minoranze alle quali la violenza fisica serve per assicurarsi vantaggi economici o, anche, per soddisfare passioni deteriori” (Giordani, 1953, 2003, p. 9).

 

IV) Qualche elemento di strategia

Sicuramente qualche lettore, arrivato a leggere questo testo fino a queste ultime pagine, si sarà detto: “E’ bella questa idea di un mondo senza guerre e senza conflitti armati. Ma non rischia di essere la solita utopia – l’isola che non c’é – che tutti sognano ma che non si raggiunge mai?”.

Vorrei dedicare quest’ultimo paragrafo a questo tema, cercando appunto di approfondire come è possibile muoverci per arrivare, non sappiamo quando, ma prima o dopo sicuramente, a questo obiettivo. Uno dei problemi che abbiamo visto dividere Vinoba e J.P., in India, ed anche i movimenti che si sono adoperati per la prevenzione del conflitto armato in Kossovo, e che esiste anche in Italia, lo potremmo sintetizzare così: “Movimento o Istituzione?”. E detto in modo più esplicito: bisogna lavorare alla base per organizzare il movimento, a livello locale, non preoccupandosi di intervenire nell’arena politica nazionale, facendo la rivoluzione dal basso, come sosteneva Vinoba, oppure è necessario lavorare, non solo a livello locale, ma anche a livello politico nazionale per evitare che vada al governo una persona, o un ceto politico, che usi il potere ad uso personale, e non a vantaggio della popolazione intera, come sosteneva J.P., attraverso quella che lui chiamava la “rivoluzione totale”? Detta così la soluzione sembrerebbe semplice. E’ chiaro che bisogna lavorare a tutti e due i livelli. M a come mai, allora, questo non si fa, e succede, come avviene in India, che milioni di persone lavorano al progetto costruttivo, ad esempio continuando a lavorare al Kadhi, il tessuto fatto a mano promosso da Gandhi, o promuovendo a livello locale bellissimi progetti di aiuto alle persone più povere (per un esempio, tra i moltissimi portati avanti a livello locale da volontari gandhiani, nelle varie zone dell’India, si veda: Coppo, 2002), mentre invece l’arena politica-partitica di quel Paese, dopo il tentativo di J.P. di rinnovarne la politica, sembra essere stata abbandonata in mano a ceti politici, spesso corrotti, estremamente distanti alle idee di Gandhi, che lo esaltano a parole ma lo rinnegano nei fatti? Ed anche in Italia come mai c’è un tessuto estremamente importante di esperienze alternative – ad esempio a Firenze ci sono almeno 80 GAS (gruppi di acquisto solidali), che tendono a crescere giorno dopo giorno – ed altre esperienze simili molto diffuse in tutto il territorio nazionale (economia a kilometro zero, mercato equo-solidale, agricoltura biologica, esperienze di riciclaggio e di sperimentazione di energie alternative rinnovabili, gruppi che lavorano per la transizione – anche a livello di quartieri e di villaggi – dall’attuale modello di sviluppo ad un altro, non basato sul mercato e sul suo dominio, ma sulla solidarietà e la collaborazione, ecc.) ma tutti i tentativi di dar vita ad un movimento politico alternativo sono, almeno finora – si veda la fine dei “verdi” – fallimentari? La risposta più comune è:

il potere corrompe!”, appena un partito va al potere viene subito preso dagli ingranaggi del potere e si omologa. Un’altra risposta è quella data da D’Alema in una intervista sulla guerra del Kossovo, e cioè che ormai il potere a livello nazionale non conta più niente perché ci sono poteri più grandi (Nato, FMI, Banca Mondiale, UE., ecc.) ai quali qualunque partito sia al governo, deve obbedire (D’Alema, 1999,p. 37). Sono risposte corrette? Vedremo meglio in seguito.

Altri diranno: “ma non vedi il successo del movimento di Grillo che è diventato il secondo partito in assoluto e rischia di diventare addirittura il primo.? Non è questo il segno che l’alternativa sta prendendo piede anche a livello politico?”. Personalmente non credo che il Movimento “Cinque Stelle” avrà una vita lunga. Mi ricorda troppo il movimento dell’Uomo Qualunque, anche questo sviluppatosi rapidamente ma dissoltosi con la stessa rapidità. E non credo che sia una reale alternativa. Sentire Grillo che si vanta della conquista del comune di Brescia dicendo che è la “Stalingrado” del paese, senza tener in alcun conto il fatto che Berlusconi stesso, e tutti i suoi adepti, avevano chiesto ai membri del loro partito, che vivevano in quella città, di votare per il Partito di Grillo, pur di sconfiggere l’avversario di centro sinistra, sembra per lo meno ridicolo. Ma tornerò più tardi a parlare di Grillo e del suo movimento.

Intanto torniamo a bomba, al quesito che ci eravamo posti, e cioè se può convivere un impegno a livello di base, per la costruzione di un forte movimento, e quello a livello nazionale per una politica diversa, più rispondente ai bisogni della popolazione, e non agli interessi dei partiti e di quella che è stata definita la” casta” politica. Contrariamente a quanto sostenuto da un mio collega sociologo, Alberoni, ( ) che ha trattato in modo interessante i rapporti tra “movimento” e “istituzioni”, sostenendo, in sintesi, che il movimento è una organizzazione allo “stato nascente”, ma che, appena superata questa fase, si irrigidisce e diventa istituzione esso stesso, e quindi più rigido e meno modificabile, ed quindi tutto va ricominciato da capo, io sono più ottimista, sono convinto che anche per le istituzioni ci possono essere formule organizzative più o meno rigide, più centralizzate o più decentrate, più elitarie e più partecipative, e che il problema non è quello di

accettare o meno i poteri sovra-nazionali più forti, come quelli accennati da D’Alema, ma che é assurdo vedere persone come lui, che si definiscono di sinistra, e che, da ministro del governo Prodi, si rivolge al movimento di base, come, ad esempio, quello che contestava il raddoppio della base militare di Vicenza, dicendo: “Non siete voi che dovete decidere, questo è il compito del governo centrale!”. In sostanza, come abbiamo visto in questo saggio, le innovazioni più importanti, come quelle già viste a livello internazionale, della messa a bando delle mine antiuomo, oppure gli impegni concreti per la prevenzione dei conflitti armati, come quelli della “Global Coalition”, pur appoggiati da un certo numero di Stati, pochi per il momento, sono avvenute grazie all’impegno del movimento di base, delle tante Organizzazioni Non Governative che si sono riunite in rete (ad esempio, l’European Centre for Conflict Prevention, con sede in Olanda), hanno dato inizio ad un movimento in questa direzione, e sono anche riuscite ad incidere sull’agenda politica internazionale. Ma un analisi attenta anche di quanto avvenuto nel nostro paese, in questo settore, porta ad una conclusione simile. Le leggi più innovative, in questo campo, sono state: a) il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare (1972), b) la equiparazione alla durata del servizio militare per coloro che sceglievano il servizio alternativo (1998), c) l’istituzione del Servizio Civile Nazionale con la finalità “di concorrere alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”(2001).

La prima legge, del 1972, è stata dovuta, in gran parte, ai sacrifici di molti giovani che pur di non fare il servizio militare, per non imparare ad uccidere altri esseri viventi, come, ad esempio Pietro Pinna, hanno preferito andare in carcere per 1, 2 od anche 3 anni, ed anche alle persone come Don Milani, e Padre Balducci che, per il loro appoggio a tali gesti, sono state condannate anche loro. Quella del 1998 è stata merito dei giovani che, dopo aver fatto il servizio civile per il periodo richiesto al servizio militare, hanno preferito passare in carcere il periodo in più previsto per il servizio civile, ai loro avvocati difensori che hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale, ed a una storica sentenza di questa Corte che ha dichiarato illegittima e contraria alla nostra Costituzione tale differenza di lunghezza del servizio. Per quella del 2001, anche qui l’elemento fondamentale è stata una sentenza della Corte Costituzionale che, in risposta ad un quesito degli avvocati difensori degli obbiettori di coscienza alle spese militari che venivano sottoposti, anno dopo anno, al sequestro di beni, al blocco delle macchine e dei loro stipendi, ha dichiarato che la Difesa della Patria poteva essere portata avanti anche senza armi (come del resto era previsto per i preti cattolici e per i pastori protestanti). In complesso queste fondamentali innovazioni del nostro ordinamento giuridico si sono avute grazie al sacrificio di tanti giovani, o tante persone adulte, che hanno preferito condanne o ritorsioni economiche gravi, piuttosto che fare gesti contrari alla loro coscienza.

Altre leggi, invece, come quella per il controllo della vendita delle armi (1990), o quella per la confisca dei beni mafiosi (1996), e quella per l’illegalità delle mine antiuomo (1997), sono state fatte grazie ad una mobilitazione di base estremamente forte e bene organizzata (l’ultima legge, anche a livello internazionale) da parte di Organizzazioni Non Governative di base (Mani Tese, Libera, ecc.- .Vedi L’Abate, in corso di stampa, nota 74; si veda anche, su questo tema, AA.VV., 1996). Se però si volesse, da questi esempi, tirarne fuori la conclusione che l’importante è la decisione di persone coscienti e la loro capacità di andare contro corrente (sopportando i gravi disagi di tale scelta), oppure la capacità organizzativa del movimento, come successo per l’approvazione delle altre leggi prima indicate, mentre il voto non conta nulla, si cadrebbe in un errore fondamentale. Infatti una analisi attenta dei governi in carica al momento dell’approvazione di tutte queste leggi (Ibid.), fa emergere con chiarezza che tutte queste sono state fatte con governi nei quali era presente almeno una componente del Partito Socialista, ed in alcuni anche di quello Comunista. Per questo le persone come Grillo, che mettono destra e sinistra sullo stesso piano, o quelle della sinistra che preferiscono non votare – tanto sono tutti uguali – cadono in un errore fondamentale, se desiderano che il nostro paese vada avanti verso una politica di pace e di nonviolenza. L’elemento strategico che emerge da tutto questo è quello che io ho definito del ”doppio binario”: è necessario lavorare alla base ed organizzarla bene (come è successo per la vittoria del referendum contro la scelta nucleare che il governo Berlusconi-Lega ha tentato in tutti i modi di boicottare), ma è necessario anche avere governi in grado di comprendere le istanze del movimento, ed appoggiarli, dando a questi anche il coraggio di mettersi contro le scelte di quegli organismi (Nato, FMI, UE, ecc.) che impongono ai nostri governi di fare certe cose e non farne altre, e riducono, come dichiarato da D’Alema (ma da lui accettato), il governo nazionale in un fantoccio nelle mani dei poteri più forti. Questi infatti, per logiche loro, molto spesso non legate alla pace, ma a loro interessi economici, politici e strategici, fanno scelte che vanno in tutte altre direzioni. Ma un’ultima cosa vorrei dire in rapporto al fatto che le persone che fanno parte del movimento di base per attività che non comportano condanne o rischi gravi (di solito con attività che fanno parte del cosiddetto “programma costruttivo”), in tutti i paesi del mondo, sono moltissime, mentre invece quelli che lottano con l’”azione diretta nonviolenta” sono molti meno. Eppure le esperienze di lotte nonviolente che abbiamo visto aver avuto successo in tutte le parti del mondo hanno tutte usato ambedue le armi della nonviolenza, sia l’azione diretta nonviolenta, che il progetto costruttivo. Una ipotesi di questa diversa numerosità potrebbe essere quella del diverso grado di rischio che le persone sono disposte a subire. Una prima conferma di questa ipotesi si può avere dal fatto che gli obbiettori di coscienza al servizio militare, quando, per questa scelta, si doveva andare in carcere anche per lunghi periodi, sono stati, al massimo, qualche centinaia; quando invece, grazie a questi, si é ottenuto il diritto ad un servizio civile alternativo, gli obbiettori sono diventati oltre 60.000, ed in continua crescita, fino a quando questo diritto non é stato abolito, con l’introduzione dell’esercito volontario. Inoltre va tenuto presente che la scelta della nonviolenza é sempre molto rischiosa, come hanno potuto sperimentare i vari martiri di questa scelta, come Moreno a Sarayevo, Rachel Corrie e Vittorio Arrigoni in Palestina, e tanti altri, in aumento giorno per giorno, e che le persone che si sono battute, con le armi della nonviolenza, senza fucili o altre arme letali, contro governi dittatoriali e/o corrotti (come Gramsci, in Italia, J.P. Narajan, in India, e Nelson Mandela, in SudAfrica) hanno dovuto subire condanne in carcere molto lunghe. In appoggio a questa ipotesi viene in mente una frase scritta da Eric Fromm, il grande psicologo tedesco(che è dovuto scappare dal suo paese in quanto ebreo) in quello che è stato definito il suo “testamento spirituale”(Fromm, 1982), e cioè che tutti i governi, non solo quelli dittatoriali, educano i loro sudditi all’ ubbidienza, e considerano la disubbidienza come pericolosa. Eppure, scrive Fromm, se l’umanità si salverà da una guerra nucleare sarà merito di coloro che si rifiuteranno di lanciare delle bombe di questo tipo, perciò la disubbidienza (che del resto è una delle armi fondamentali della nonviolenza) invece di essere condannata, dovrebbe essere per lo meno compresa, ed anche appoggiata quando è portata avanti contro dittature, ingiustizie, e soprusi di ogni genere. Ma questo richiede un grosso lavoro di educazione, di cui abbiamo già parlato, che insegni ad utilizzare, insieme, e non soltanto l’una o

l’altra, tutte e due le armi della nonviolenza, “azione diretta nonviolenta” e “progetto costruttivo”. Ma per questo c’é bisogno, non solo di una cultura diversa da quella attuale, come quella che richiede Galtung, ma anche di una impostazione pedagogica completamente diversa da quella prevalente nelle scuole, forse di tutto il mondo, che non dia importanza solo alla conoscenza,

sicuramente molto importante, ma anche al carattere dei giovani e delle persone che vengono formate. Un mondo di pace, per essere raggiunto, non ha bisogno di “quaqquaraqqua” (nei termini mafiosi dispregiativi, persone, magari anche colte, ma senza spina dorsale, e senza coraggio), ma di persone che abbiano il coraggio di andare contro corrente, anche se questo richiede sacrifici e condanne, quando é necessario fare questa scelta. Del resto Gandhi sosteneva che la virtù principale del “Sathyagrahi” (combattente per la nonviolenza) é appunto il coraggio. E’ solo se questo tipo di pedagogia si diffonde ovunque che potremo sperare di avere un mondo meno pieno di guerre e più nonviolento (si veda, L’Abate, 2001).

 

 

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About Alberto L'Abate: Alberto L'Abate (Brindisi, 1931) è un sociologo italiano, impegnato nella ricerca per la pace e la non violenza . Allievo di Aldo Capitini è stato collaboratore delle iniziative di Danilo Dolci nella comunità di Trappeto. Come docente universitario, ha la cattedra di sociologia dei conflitti e ricerca per la pace, ed è promotore del corso di laurea in "Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti" dell'Università di Firenze. All'impegno accademico affianca l'attività di ricerca e di formazione nel Movimento Nonviolento e nelle Peace Research, nonché di portavoce dei Berretti Bianchi e promotore dei Corpi civili di pace. Come ricercatore e programmatore socio-sanitario, è stato anche un esperto delle Nazioni Unite, del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Inoltre ha promosso e condotto l'esperienza dell'ambasciata di pace a Pristina e si è impegnato nella "Campagna Kossovo per la nonviolenza e la riconciliazione", importante esperienza di mediazione per la pacificazione di una zona appena uscita dalla guerra nell'ex-Jugoslavia.

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