Valerio Romitelli: Un appassionante libro sui “voltagabbana” del secolo scorso

| 21 Maggio 2014 | Comments (0)

 

 

 

Il libro di Steven Forti El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras (Universidade de Santiago de Compostela, 2014, 651 pp.) riesce in una missione quasi impossibile. Quella di rendere scientificamente interessante e intellettualmente appassionante un tema altrimenti assai trascurato e comunque considerato accessorio.   I “voltagabbana” , i “transfughi” passati nel secolo scorso dall’anarchismo, dal socialismo e dal comunismo alla parte avversa, fascismo e nazismo, è infatti tema che difficilmente attrae.

 

In effetti, non può che restare di importanza marginale sia dal punto di vista della dottrina oggi dominante dell'”antitotalitarismo”, sia dal tardivo punto di vista di “classe” più o meno aggiornato.

La prima prospettiva può infatti trovarvi solo ulteriore conferma dell’assunto secondo il quale i grandi conflitti tra i partiti protagonisti del secolo scorso non erano altro che convulsioni di un’unica ideologia antidemocratica. Mentre la seconda prospettiva non può che persistere nel vedervi poco più che opportunistici tradimenti di un originario schieramento anticapitalista.

Tutt’altro è invece l’orizzonte problematico aperto  dal libro di Steven Forti (ricercatore presso il CEFID dell’Università Autonoma di Barcellona e presso l’Istituto de Historia Contemporanea dell’Università Nova di Lisbona). Netta è la distanza che egli guadagna rispetto entrambe le due tipologie di approcci ora menzionati. Attraverso profonde e dettagliate esamine della letteratura esistente in materia, giunge infatti ad un’analisi che pone la centralità di una questione solitamente poco o mal considerata: quella delle passioni politiche. Seguendo le biografie di tre personaggi emblematici e dei diversi contesti nazionali, quello italiano, francese e spagnolo, Forti chiarisce come in tutti questi tre casi emblematici, le scelte politiche sono state delle vere e proprie scelte esistenziali, per le quali tanto l’ideologia, quanto l’opportunismo dettato da interessi “di classe” non sono chiavi di lettura soddisfacenti. Mostrando dettagliatamente anche una considerevole folla di casi analoghi nei tre contesti nozionali, l’A. ne delinea una fenomenologia singolare al cui cuore sta la passione per il pensare e l’agire all’interno di un’esperienza collettiva organizzata.

Prendiamo ad esempio uno dei tre maggiori casi approfonditi ne El peso de la nación, quello di Nicola Bombacci, segretario del PSI nel “biennio rosso”, allora chiamato persino il “Lenin di Romagna”, fondatore del PCd’I a Livorno nel 1921 e infine fascista repubblichino convinto tanto da finire fucilato a Dongo con gli ultimi fedelissimi del Duce. Decisivi nella sua biografia politica sono i suoi contatti diplomatici con la Russia sovietica, la quale, fa notare Forti, già nel 1920 spingeva perché i comunisti italiani abbandonassero l’obiettivo rivoluzionario, al fine di favorire invece i rapporti pacifici tra i governi italiani e la “patria del socialismo”  (p.99). Illuminante è che la conversione di Bombacci a seguace del Duce avvenga nel ’33 e in occasione della stipula di un nuovo trattato italo-sovietico. É in questo momento che ex “Lenin di Romagna” rompe ogni indugio e indirizza a Mussolini una lettera nella quale lo definisce “interprete felice e fedele di un ordine nuovo politico ed economico che nasce e si sviluppa col decadere del capitalismo e  con la morte della socialdemocrazia”(p.157). Una formula, questa, da un lato, evidentemente compatibile con la fedeltà all’Urss, dall’altro, funzionale al ritorno di Bombacci all’interno di ciò per cui si è sempre dichiarato massimamente appassionato: un’esperienza politica organizzata. In effetti, dal ’27 era stato espulso dal Pc d’I e quindi costretto ad una per lui penosa inattività, la quale non gli aveva impedito di continuare a collaborare con l’ambasciata sovietica a Roma.

Ecco dunque che questa conversione si situa all’incrocio di tre questioni maggiori dei primi anni ’30: quella dei rapporti diplomatici positivi tra fascismo e comunismo sovietica, quella dei rapporti invece quanto mai controversi tra III Internazionale e Pcd’I, quella, alla fin fine dirimente in questo caso, di una fervente passione per la politica come esperienza organizzata. Grande assente è qui evidentemente la questione dell’antifascismo nell’Italia di questi anni. In effetti, si potrebbe liquidare il “caso Bombacci” come esempio delle più estreme conseguenze alle quali ha potuto portare un’iniziale renitenza nei confronti dell’esperienza dell’antifascismo. Ma tale liquidazione è possibile solo se si presume che l’antifascismo di questi anni in Italia avesse una consistenza organizzativa credibile e solo se non si comprende, malgrado lo studio accurato di Forti su questo punto, quanto la passione di Bombacci si rivolgesse proprio alla dimensione organizzata della politica. Diversamente, tenere conto anzitutto dell’ incondizionato amore per il “partito” di tale personaggio non significa affatto assolverlo. Significa invece specificare le sue colpe in termini di passioni politiche, o più precisamente nei termini di quello che erano le passioni politiche tra gli anni ’20 e ’30. Un tempo, nel quale, per la prima volta nella storia dell’umanità, corpi collettivi mai visti in precedenza, quelli dei partiti, a partire dal ottobre ’17, si dimostravano in grado di trasformare interi paesi, in barba ai tutti i corpi collettivi tradizionali come monarchie, chiese, stati e forzando a proprio modo le stesse necessità del capitalismo. Allora, certo, tali corpi e i loro capi suscitarono un entusiasmo che a volte sfociò in una sorta idolatria: quell’idolatria per il partito in quanto tale, di cui il Bombacci analizzato da Forti è esempio quanto mai negativamente istruttivo.

Sempre di questo personaggio è la frase che sintetizza la sua conversione e che risuona nel titolo El peso de la nación . Parlando del “capovolgimento” delle priorità ideali che lo portava dal comunismo al fascismo Bombacci scrive: “Non la classe, ma la Nazione, e tra queste l’Italia che è guida e maestra”(p.161). Una lettura classista di questo passo porterebbe a concludere che si è trattato semplicemente di un tradimento della visione in termini di classe a vantaggio di una visione di tipo nazionalistico. Ma così si perde l’essenziale al quale il lavoro di Forti porta. In effetti, egli insiste sul fatto che nello stesso Bombacci, come in suoi simili, restasse più che mai forte l’eredità universalistica tratta dalle esperienza socialista e comunista e che essi si sforzavano di applicare al fascismo. Quest’ultimo per loro non era dunque un regime propriamente nazionalistico, che difendeva gli interessi particolari di una nazione, ma era portatore di un “universalismo, unica garanzia di per la rinascita , lo sviluppo e l’armonia dei popoli” (p.168). Al cuore dell’esperienza di questi “voltagabbana” c’era insomma anche un’impresa impossibile: quella di redimere le perversioni militaristiche e nazionalistiche del fascismo col meglio delle teorie e delle pratiche condotte in nome della classe operaia, ossia l’obiettivo di una maggior giustizia sociale a livello universale.

Solo ricominciando a pensare le passioni che hanno mosso queste esperienze al limite e che le hanno portate al disastro finale – come ben illustra il libro di Forti- , se ne potranno ricavare istruttive lezioni per rilanciare anche oggi quelle passioni politiche non più ideologiche di cui ci sarebbe tanto bisogno e che le banalizzazioni democratiche e antitotalitarie tentano di farci dimenticare.

 

Category: Libri e librerie, Politica

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About Valerio Romitelli: Valerio Romitelli (1948) insegna Metodologia delle Scienze Sociali e Storia dei Movimenti e dei Partiti Politici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Dirige il Gruppo di Ricerche di Etnografia del Pensiero (Grep) presso il Dipartimento di Discipline Storiche Antropologiche e Geografiche dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri: Gli dei che stavamo per essere (Gedit, 2004), Etnografia del pensiero. Ipotesi e ricerche (Carocci, 2005), Fuori dalla società della conoscenza (Infinito, 2009).

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