Valerio Romitelli: Le “utopie letali” che si aggirano per il mondo, secondo Carlo Formenti

| 28 Maggio 2014 | Comments (0)

 

 

 

Utopie letali. Contro l’ideologia postmodernista, Jaca book, 2014 è libro denso e stimolante. Tramite l’esame e il commento di una vastissima bibliografia, Carlo Formenti offre una panoramica a tutto campo di quanto si può conoscere del mondo sociale e politico contemporaneo. Conto è reso di innumerevoli dibatti e ricerche in svariate discipline, politologiche, filosofiche, sociologiche, economiche ed  antropologiche. Il tutto inquadrato alla luce di un bilancio del marxismo che punta a ripristinarne l’ottica più essenziale, ma anche riflettendo sull’inchiesta condotta dallo stesso Formenti sulle alternative al capitalismo di recente tentate in America Latina.

Da notare è per altro che, contrariamente a quanto potrebbe fare supporre il titolo di questo libro, esso non si limita a schierarsi contro, ad avanzare critiche, ma propone anche una prospettiva positiva, di alternativa al capitalismo neoliberista imperante. Oltre alla pars destruens, nelle pagine di Utopie letali si trova quindi delineata una pars construens.

Vediamole dunque in successione (e sia pur in una qui necessariamente quanto mai scarnificata sintesi, certamente lesiva della ricchezza del testo). Seguiranno alcune mie considerazioni critiche.

Anzitutto. tra le “utopie letali” contro cui l’energica polemica di Formenti si rivolge se ne possono individuare tre filoni maggiori: l’americanismo, il post-modernismo e il post-operaismo.

 

Al primo viene ricondotta l'”utopia neoliberale ormai priva di rivali, la quale “mentre ripropone il dogma classico dell’autoregolazione del mercato, ne aggiunge un altro che consiste nel dare per acquisito il processo di de-proletarizzazione della società. Il conflitto tra capitale e lavoro non esiste più nella misura in cui tutti gli individui sarebbero diventati capitalisti in quanto detentori(…) di un ‘capitale sociale’ e/o di un ‘capitale intellettuale’“.

Denunciata è poi  anche la compatibilità di simile utopia irriducibilmente interclassista con  le impostazione problematiche che, sempre negli Stati Uniti, si sono venute formando tanto nei “Cultural studies” quanto attorno alla letteratura New Left . Pecca di entrambi: la sottovalutazione della dimensione materiale dei rapporti sociali. Se ai primi Formenti imputa infatti di ricondurre alla cultura i parametri di ogni differenza sociale, della seconda egli critica la visione secondo la quale “la classe esiste solo come manifestazione intermittente di una soggettività collettiva di natura eminentemente linguistica“.

Ma l’A. rivolge obiezioni simili anche alla sinistra europea, menzionando ad esempio la “fulminea traiettoria che ha portato il Pci a trasformarsi in Pds per poi felicemente approdare all’americanismo del Pd“( pp. 66/70).

 

Al secondo filone “letale” viene invece ricondotta una varietà di approcci metodologici, includenti, oltre ai già citati d’origine americana, la teoria populista dell’argentino Ernst Laclau e il “post-strutturalismo francese”, al quale vengono ricondotti autori come Deleuze e Foucault. Punto di convergenza di questi molteplici indirizzi problematici è per Formenti la negazione che “le identità sociali” siano “determinate da fattori oggettivi” ossia la dissoluzione della relazione istituita da Marx secondo la quale la coscienza dipende sostanzialmente dall’essere sociale e non viceversa. Che non esista realtà al di fuori del linguaggio e quindi delle relazioni soggettive: questo, in estrema sintesi, l’assunto perniciosamente utopistico che Formenti imputa al post-modernismo.

Quanto al post-operaismo il discorso di Utopie letali si fa più minuzioso, indice della prossimità che l’Autore dimostra rispetto all’approccio dell’operaismo delle origini, quello dei Quaderni Rossi dei primi anni ’60. Egli ne ricorda l’assunto di base secondo il quale sarebbe la soggettività operaia a determinare lo sviluppo del capitalismo, ma ne relativizza storicamente la portata alla sola epoca del fordismo e dell'”operaio massa”. Errore fondamentale di Antonio Negri e i suoi compagni dell’esperienza di “Autonomia operaia”, secondo Formenti, stava nell’aver tentato di prolungare le conseguenze di tale assunto oltre tempo massimo, cioè anche all’insorgere di tutt’altra epoca, nel corso degli anni ’70, quando la fabbrica stava perdendo la centralità politica detenuta in precedenza. La teorizzazione dell'”operaio sociale” come erede in epoca post-fordista dell’operaio massa è oggetto di una dura contestazione da parte di Formenti. “Vale la pena di ricordare, egli nota tra l’altro, come l’avere attribuito all’operaio sociale una carica antagonistica  analoga a quella dell’operaio massa abbia indotto l’Autonomia operaia a imboccare la via di un “insurrezionalismo” che ha procurato danni disastrosi ai movimenti” (p.78).

Non meno dure sono le critiche che egli riserva per il più recente concetto post-operaista di “moltitudine”, al quale viene imputato di avere assunto la smaterializzazione dei rapporti sociali teorizzata dagli apologeti della cosiddetta rivoluzione informatica per attribuire ai soggetti più direttamente coinvolti in essa un’opinabile ruolo di avanguardia negli antagonismi di classe.

La “lettura del neocapitalismo come produzione biopolitica” fatta propria dal post-operaismo è ugualmente demolita dalla polemica di Formenti. Egli ne sconfessa soprattutto due implicazioni: “1) l’idea secondo cui il lavoro sarebbe in grado di generare cooperazione sociale autonoma dal comando capitalistico; 2) l’idea secondo cui i prodotti assumerebbero automaticamente forma di commons, il che renderebbe impossibile o comunque difficile la loro sussunzione sotto la proprietà privata” (p.80). Il comunismo, o meglio la tendenza all’imporsi dei “beni comuni”, parrebbe così continuare ad espandersi, malgrado tutto nel mondo contemporaneo obblighi a riscontrare invece l’accrescersi vertiginoso delle ingiustizie sociali.

Saltando alla pars costruens di questo libro, va notato anzitutto che esso come antidoto fondamentale alle “utopie letali” propone sul piano analitico il recupero di una famosa nozione a suo tempo teorizzata dall’operaismo delle origini. Tale nozione, derivata da elaborate riletture di Marx, è stata in effetti cruciale per la polemica condotta da tutte quelle esperienze come Quaderni Rossi, Classe o Potere Operaio, le quali negli anni ’60 se la sono presa con la “sottovalutazione dei rapporti materiali di produzione” imputata ai Partiti di sinistra di quel tempo. Si tratta della nozione di “composizione di classe”.

Solo la ripresa  oggi di tale nozione può portare secondo Formenti a riattualizzare “la lezione marxiana secondo cui le classi senza proprietà sono il più potente, se non l’unico, agente di trasformazione sociale verso l’uguaglianza economica, sociale, sessuale ed etnica” (p. 106). Tali classi sono secondo una schema avanzato da Karl Heinz Roth e ripreso da Utopie letali si compongono di più livelli per formare quello che si può attualmente considerare il proletariato globale.

Esso risulta composto essenzialmente dai “tre miliardi di individui” impegnati “in varie attività di agricoltura di sussistenza nel Sud del mondo”, dalle “centinaia di milioni di migranti che si spostano” all’interno di singoli paesi o tra paesi diversi, dal “miliardo di miserabili che si ammassano negli slum delle metropoli globali”, infine dal crescente peso numerico della forza operaia nel sud “che compensa e supera largamente la diminuzione della classe operaia nel Nord”(pp. 105-8) – e ciò al punto che l’occupazione industriale su scala planetaria (qui Formenti riporta dati tratti dal libro di Pung Ngai, Cina, La società armoniosa) è passata dal 51% del 1980 al 73% del 2008! (p.111)

Correndo alle conclusioni (e dunque senza considerare altri punti di analisi e temi di riflessione di cui Utopie Letali è fonte quasi inesauribile) va notato come esse siano essenzialmente dovute, non solo ad accurate riletture di classici testi della tradizione marxista e leninista come Che fare? o Stato e rivoluzione, ma anche alla già qui menzionata inchiesta condotta dallo stesso Formenti nei paesi dell’America Latina dove hanno preso corpo le ricerche di politiche alternative al capitalismo egemonizzato dagli Stati Uniti.

Proposta politica finale può dirsi consistere in una ripresa del tema della “transizione dal capitalismo al socialismo”. Protagonista di tale transizione per Formenti dovrebbe essere sempre il classico trittico Classe/Partito/Stato, ma declinato accentuando il carattere composito, federativo degli ultimi due termini (pp.219-240).

In altre parole, Formenti sostiene che il meglio dell’esperienze politiche anticapitaliste oggi tentate starebbe nell’unire le più recenti composizioni del proletariato tramite una nuova forma di Partito: una forma capace, al suo interno, di lasciare spazio ad una pluralità spesso molto estesa e eterogenea di organizzazioni e al contempo di utilizzare lo Stato, a condizione che sia pur esso federativo cioè rappresentativo di varie realtà sociali e locali, per favorire l’autogoverno dal basso.

In un mio recente libro (L’amore della politica. Pensiero, passioni e corpi nel disordine mondiale, Mucchi, 2014) uscito poco dopo Utopie letali, gli dedico solo una annotazione rapida e poco felice. Nel frattempo, nei confronti di questo testo ho maturato un ben maggiore apprezzamento di cui quanto sto qui scrivendo vuole essere segno. Restano però profonde divergenze di questi due libri in tante delle pur contigue questioni affrontate. Senza riferirne qui, rimando chi volesse saperne di più alla lettura di entrambi i testi, limitandomi ora ad alcune brevi considerazioni.

 

In effetti, concordo senza riserve con la sua polemica contro Cultural studies, New Left , la “ragione populista di Laclau, il post-operaismo e tutto quanto anche del post-strutturalismo francese finisce per ridurre qualsiasi realtà materiale ad un fatto linguistico e di comunicazione intersoggettiva. Contro simili derive smaterializzanti è ineccepibile ricordare, in nome di Marx, che cose come fatica, sfruttamento e sofferenze sociali non sono per nulla riducibili a fatti culturali, linguistici o comunicativi. E che dunque anche ogni politica volta a combattere queste cose non può ridursi essa stessa a fatto culturale, linguistico o comunicativo.

Tuttavia, è innegabile che qualsiasi definizione che si voglia oggettiva, ad esempio di come lo sfruttamento funziona e/o come lo si può vincere, consiste, essa, in un fatto eminentemente linguistico, dunque d’ordine soggettivo. Ad esempio, che il capitalismo sia un modo di produzione e che la rivoluzione proletaria ne sia l’alternativa sono infatti assunti che solo gli scritti di Marx hanno definito in termini effettivamente dimostratisi oggettivi.

Per tutti i marxisti ortodossi come Formenti ciò significa che tali scritti sono riusciti a riflettere adeguatamente, cioè scientificamente, la realtà evitando ogni arbitrio soggettivo. Ma in tal modo non ci si rende conto che questa concezione della scienza è più vicina a quella della ” scienza prima”, la teologia, che a quelle delle moderne, dette anche galileiane o sperimentali.

La fusione di questi due tipi diametralmente opposti di scienze in una filosofia della storia era in effetti intento dichiarato di Hegel ed è ben noto che Marx elaborò la sua idea di scienza a partire da questa filosofia.

Così in tutti i seguaci di quest’ultimo vi sono sempre state grandi incertezze nell’ammettere che l'”oggettività” in un senso propriamente moderno, e non religioso,  può significare solo qualcosa come: verificabile tramite sperimentazione – una sperimentazione che dipende ovviamente dalle decisioni del soggetto indagante.

Tali incertezze teoriche non hanno comunque impedito che in nome il marxismo si siano compiute sperimentazioni politiche importanti. Anzi, sottolineo, di una importanza senza pari.  Il “mezzo mondo rosso” del secondo dopoguerra ne è la prova più clamorosa. Ma prova altrettanto clamorosa ne è stata anche quella straordinaria epoca di giustizia sociale montante, che sono stati i “Trent’anni gloriosi”( 1945-45) del welfare state e che non sarebbe mai stata possibile senza la paura indotta sul capitalismo dall’avanzare del comunismo.

Poi, tutto ciò è finito. Ma non per questo è fallito.

Oggi la ricerca politica di giustizia sociale langue e così ritornare all’abc del marxismo, come propone Formenti, sembra obbligatorio, in quanto è stato proprio in nome del marxismo che tale ricerca ha conosciuto i suoi maggiori successi. Anche in questo non ho nessuna obiezione, salvo tenere ben presente che tale ripensamento va condotto in modo nuovo. Occorre dunque chiedersi in che cosa anzitutto il marxismo non è più sperimentabile.

 

Qui la mia divergenza con Formenti è radicale. Egli in effetti, come più sopra segnalato, crede sempre sperimentabile come alternativa al capitalismo la classica dialettica “Classe/Partito/Stato”. Un suo aggiornamento “federativo”, in sintonia con alcune recenti esperienze latino-americane, secondo  l’autore di Utopie Letali, permetterebbe evidentemente di contenere i guai maggiori che questa dialettica ha prodotto in precedenza. Ad esempio, l’esaurirsi del comunismo in burocrazie elefantiache ed opprimenti.

Dal canto mio, sono invece convinto che la radice di questi guai sia ben più profonda e gli antidoti ancora lungi dall’essere trovati. In tal senso, secondo l’angolatura che propongo anche ne L’amore della politica, sarebbe da ammettere che il trittico”Classe/Partito/Stato”, quale è stato istituzionalizzato dalla III Internazionale, non ha fatto che rendere irreversibile quella malattia dogmatica, di ascendenza religiosa, congenita allo stesso marxismo fin dalle sue origini ottocentesche. Così, se anche nel secolo scorso è servito a legittimare ideologicamente molte sperimentazioni politiche rilevanti, oggi non mi pare sia possa ancora fare alcun atto di fede in Partiti che sarebbero depositari del mandato di riflettere ovvero ri-presentare gli interessi della Classe nei confronti dello Stato.

Per alludere ad una prospettiva organizzativa diversa da quella del Partito ho evocato una nozione di origine fisica, quella di “particelle”, per valorizzare la molteplicità di movimenti e microcorpi collettivi che dal ’68 si sono spesso dimostrati protagonisti, sia pur occasionali, di proposte politiche volte ad una maggior giustizia sociale.

D’altra parte, neanche lo Stato mi pare più sperimentabile come corpo in grado, se forzato dal “Partito di Classe”, di dar spazio all'”autogoverno dal basso”. Attualmente, i corpi delle istituzioni pubbliche sono infatti ovunque così sovrastati e “fatti a pezzi” ( vedi il mio Sovranismo? no grazie! in questa stessa rivista) dalle strategie neocapitalistiche globali che ogni loro restaurazione in senso progressista mi pare, questa sì, in quanto tale, utopica.

Che resterebbe allora come banco di prova per politiche “parcellari” a venire? In poche parole, direi molto semplicemente: “difendere la società”, come si intitolava un libro di Foucault. In effetti mi pare evidente che ogni società in ogni latitudine sia oggi minacciata dalla sempre più accanita selezione “meritocratica” condotta in nome dei “mercati”.

Le sperimentazioni possibili di come contrastare questa tendenza “letale” sono dunque praticamente infinite, così come i modi di organizzarle.

Solo quando tale difesa attualmente quasi ovunque inesistente si fosse consolidata, si potrebbe pensare di passare all’attacco per riaffermare a livello universale quella giustizia sociale di cui il comunismo è stato il nome.

 

 


Category: Libri e librerie, Politica

About Valerio Romitelli: Valerio Romitelli (1948) insegna Metodologia delle Scienze Sociali e Storia dei Movimenti e dei Partiti Politici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Dirige il Gruppo di Ricerche di Etnografia del Pensiero (Grep) presso il Dipartimento di Discipline Storiche Antropologiche e Geografiche dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri: Gli dei che stavamo per essere (Gedit, 2004), Etnografia del pensiero. Ipotesi e ricerche (Carocci, 2005), Fuori dalla società della conoscenza (Infinito, 2009).

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