Valerio Romitelli: Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica. Dal Lago ha ragione?

| 30 gennaio 2014 | Comments (0)

 

 

E’ da poco uscito il libro di Alessandro Dal Lago, Clic! Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica, Cronopio, Napoli, 2013

Quante volte abbiamo sentito denunciare pericoli, minacce, violazioni, amputazioni, ferite, attentati, distorsioni e quant’altro delle quali la democrazia nel nostro paese sarebbe stata vittima? Sicuramente meno delle volte nelle quali gli autori di tali denunce ci sono poi venuti a spiegare come è andata a finire, ossia quali esiti hanno avuto questi mali: se e come sono stati rimediati o invece hanno avuto il sopravvento. Delle due l’una, allora: o la stessa democrazia italiana è già da tempo morta e sepolta oppure si tratta di un classico malato immaginario, che piange infiniti mali per nascondere quello più inguaribile e inconfessabile: l’ipocondria, ossia la paura che qualsiasi evenienza più o meno inattesa sia letale.

Tale dubbio si ripropone alla lettura del recente libro, Clic! Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica, Cronopio, Napoli, 2013, scritto da Alessandro Dal Lago, ben noto filosofo e antropologo, tra i massimi studiosi di autori quali Simmel, Arendt e Foucault, nonché  di numerosissimi saggi, tra più i recenti dei quali Carnefici e spettatori. la nostra indifferenza verso la crudeltà (Milano, 2012), I benpensanti. Contro i tutori dell’ordine filosofico (Genova, 2014) . Quanto a Clic! , esso consiste in un brillante e stimolante pamphlet dove non si lascia scampo al Movimento 5 Stelle, inondato di sarcasmi e critiche al vetriolo. Il tutto teso a dimostrare che questa “ditta” rappresenta il più grave pericolo per la nostra democrazia: quella di essere portatrice di una prospettiva fascista, totalitaria, con l’aggravante di essere fatta passare demagogicamente come massima espressione di democrazia elettronica.

 

1. La critica di Dal Lago a Grillo/Casaleggio

Date le prossime scadenze elettorali e l’incidenza dei grillini nei destini politici del nostro paese, questo agile ma profondo libretto, che li inquadra da molteplici punti di vista, si candida ad essere un’occasione di discussioni quanto mai attuali. Ecco alcuni nuclei dell’argomentazione di Dal Lago, qui esposti in stile telegrafico, quindi inevitabilmente riduttivo:

– il metodo dei “non leader” ( come si definiscono Grillo e Casaleggio) del Movimento 5 Stelle è quello del marketing via internet, ma anziché essere finalizzato a piazzare merci, suo scopo è spacciare idee politiche e morali, le quali, a differenza di qualsiasi altro prodotto, non si esauriscono nel consumo dell’ acquirente, ma “fanno massa, trascinano con sé interi mondi” (p.36); si tratta dunque di una macchina del consenso, e quindi di potere, che funziona succhiando energie politiche e morali dall’ambiente (la “rete”) e trasformandola in comunicazione e quindi influenza politica”. (p.62);

– nel loro linguaggio assemblano spesso alla rinfusa idee provenienti tradizionalmente da destra ( arrivando a contatti persino con casa Pound ) come da sinistra ( ad esempio, schierandosi a favore dei No Tav), adottando su qualsiasi argomento la distinzione rudimentale tra  “un “noi” siamo il bene e l’Altro – volta per volta il potere, la corruzione, la partitocrazia, Berlusconi, il Pd, il Pdmenoelle, ecc.- è letame, merda, senza che da ciò risultino tensioni particolari”. (p.58);

– nel loro blog zeppo di svariate pubblicità si punta sempre a un doppio effetto pragmatico: “non solo all’autofinaziamento del M5S e a far guadagnare dei quattrini a Grillo ( e alla Casaleggio e Associati che cura il blog), ma soprattutto a definire un modello umano” (p.32), “una cultura, di cui alcuni punti sono: 1) i cittadini contro la casta(…);2) la rete come ambiente sociale in cui tutti sono uguali(…); 3) la difesa dell’ambiente e delle risorse naturali(…);4) obiettivi minimi come internet gratis, piste ciclabili e così via.”(p.35);

–  l’adesione dei parlamentari al cosiddetto “non statuto” del M5S “viola la costituzione” (p. 86), in quanto tale statuto, depositato presso un notaio nel dicembre 2012, è un vero e proprio “atto di proprietà” che conferisce a Grillo e a lui solo il controllo materiale, simbolico e politico sul movimento” (p 84). Cosicché, quest’ultimo rappresenta il caso unico al mondo di un movimento politico ( con tanto di propaggini in Parlamento) controllato da un’azienda. E ciò nonostante che il M5S si mostri seguace di quel “partito della legalità” e quell'”idea di una giustizia vendicativa” che da “Mani Pulite” in poi hanno sedotto anche molta parte della sinistra. “Manette agli evasori”, “Certezza della pena“,”No agli indulti” sono slogan ricorrenti in articoli ed interventi di personaggi che vedono ( o hanno visto) in Grillo il loro vendicatore…”.(p. 107-8)

– Grillo, Casaleggio & soci esibiscono un rozzo disprezzo per gli intellettuali, giustificando maldestramente la presenza di Fo nel loro movimento, il quale appare comunque anch’esso contagiato dall’ignoranza e il pressapochismo di questo ambiente quando vi interviene (pp. 90/8);

– Quanto poi all’immigrazione “Grillo non la pensa in modo troppo diverso dalla Lega Nord, al cui elettorato – da politico istintivo qual è – pensa” (p. 100) (…), e ciò “nonostante che l’Italia si colloca al quinto posto in Europa per numero di immigrati” (p.103);

– I grillini sarebbero ancora più politicamente nefasti del berlusconismo, perché non si limiterebbero ad occupare uno spazio tradizionale lasciato vacante (come accaduto dalla distruzione dei partiti seguita a “Mani Pulite”), ma ne inventerebbero uno “nuovo”: cavalcando l’onda della “digitalizzazione della sfera pubblica” , ovvero, strumentalizzando la “farsa dei cittadini che smanettano sulla tastiera e credono di essere padroni del loro destino” (p. 140). Dal Lago prevede anche che “Prima o poi, i due “non leader” spariranno e saranno dimenticati. Ma il modello resta” ( p. 136).

Cattivi maestri di un modello di governo comunque ben peggiore di quello esistente: questo, dunque, il nocciolo delle critiche rivolte da Clic ! agli imprenditori a capo dei “5 Stelle”.

 

 

2. I grillini sono il nemico politico n.1?

Per tutto ciò dovremo dunque considerare i grillini qualcosa come il nemico politico n. 1 ?

A questa conclusione si giunge inevitabilmente se si ritiene che essi attentano ad un patrimonio di certezze il quale è imprescindibile per orientarsi in politica – chiamiamo questa l’opzione A.

A diverse conclusioni si giunge invece se si pensa che attualmente ci ritroviamo in una situazione di disordine tale che ogni certezza va rivista alla luce delle novità politiche che si presentano e di cui i grillini sono l’esempio più evidente in Italia – chiamiamo questa l’opzione B.

Dal Lago in questo suo pamphlet propende decisamente per la prima opzione. E ciò con un’ intransigenza e coerenza singolari. Egli infatti non fa mistero di preferire, piuttosto che un M5S maggioritario, “di essere governato, come è successo negli ultimi vent’anni, da piduisti, ex-fascisti o magari ex-comunisti, alla perpetua rincorsa di un centro inesistente” ( p. 11). Di fronte a questo passaggio anche il lettore più incline a far proprie le critiche di Clic! al M5S può avere un sussulto. E lo stesso Dal Lago lo suppone, se è vero che in risposta a questa sua dichiarazione mette in bocca al suo interlocutore (A.M.), nell’intervista che apre e chiude il libro, una reazione senza mezzi termini: “ti sei bevuto il cervello” ( p.11)! Alla quale fa seguito in conclusione l’impressione espressa dallo stesso interlocutore che l’autore di Clic! si dimostri un po’ paranoico (p. 130) nei confronti delle due figure di Grillo e Casaleggio. In effetti, se si considera che praticamente nessun partito esistente ha escluso qualche tentativo di relazione coi grillini, appare chiaro che l’angolatura intransigente di Dal Lago non può non risultare provocatoria, estrema, avulsa di quell’arte dell'”inciucio” che è notoriamente specialità italiana. A conferma di ciò si possono vedere anche sciabolate polemiche che egli rivolge contro quell’idea “punitiva” della giustizia che ha portato i“partitelli comunisti” a confluire “al seguito di Ingroia, De Magistris e Di Pietro, cioè tre ex procuratori” (p.144). Ma ad essere presa di mira è anche “l’idea di general intellect che piace tanto ai giovani pensatori d’avanguardia. Loro hanno in mente reti sociali in cui valorizzare la creatività intellettuale, ma la ditta Grillo-Casaleggio pensa al web e a come sfruttarlo” (p.147).

La priorità politica che così resta attualmente del tutto negletta, secondo Dal Lago, è la “giustizia sociale”, per affrontare la quale si dice convinto, con grande radicalità, che occorre “ripartire da zero”(p. 143). Le ultime parole di Clic! sono per elencare i temi attorno ai quali la discussione per politiche di giustizia sociale dovrebbe riprendere: “movimento, comune, pubblico, soggetto, partito e così via, in un mondo in cui, davvero, la sfera digitale sembra dominare tutte le altre  come attuale” (p.148). Parole del tutto condivisibili, che fanno collocare l’elaborazione di Dal Lago in una posizione assai singolare rispetto allo scarno panorama intellettuale italiano in materia di pensiero politico.

Ma ritornando ora sulle due opzioni più sopra delineate, si può forse notare qualche sfumatura in più nella posizione assunta dall’autore di Clic! . In effetti, se, come quest’ultimo si dice, occorre “ripartire da zero” – tesi che condivido pienamente- non si presume forse un’assenza di qualsiasi certezza politica? e così non si è forse spinti a prediligere quella che ho chiamato opzione B? In altri termini, se è vero che lo zero implica l’inizio di un conto ancora da fare, per avviarlo non è forse obbligatorio prendere atto, anziché condannarli, di tutti i nuovi fattori che si impongono sulla scena politica, di cui il M5S è primo esempio, per altro seguito da altri esempi come i “Forconi”? Dal Lago non considera questo problema, poiché ritiene che l’unica politica di giustizia sociale possibile sia quella di un'”opposizione di sinistra”, la quale ha come obbligo di ricostituirsi all’interno di una forma di governo democratica, come quella comunque difesa in Italia anche dalla cosiddetta Seconda repubblica, nonostante tutti i suoi mali. Ed è proprio questa la certezza che Grillo & soci distruggerebbero, per cui sarebbero da condannare senza appello.

Ma di che si parla, quando si parla di “opposizione di sinistra”? Questo termine non fa forse pensare ai tempi in cui il comunismo era talmente accettato in Italia che per essere considerati veramente democratici correva l’obbligo di non dimostrarsi anticomunisti, come si diceva allora, “viscerali”? E non è forse proprio questa la discriminante che è venuta meno col crollo dell’Urss e tutto quel che ne è seguito? Di più. Non è forse stata proprio con la cosiddetta Seconda repubblica che è divenuta invece sempre più democraticamente obbligatoria quella discriminante “antitotalitaria”, cioè allo stesso tempo antifascista e anticomunista, la quale ha finito per rendere inoperante qualsiasi “opposizione di sinistra”?

In effetti, personalmente sono molto più scettico di Dal Lago e di tutte le scuole di pensiero cui egli si rifà (Hannah Arendt in testa) nei confronti della democrazia intesa come regime ontologicamente fondato. E credo invece che poche parole politiche come questa si prestino a svariati usi, mutanti col mutare delle circostanze storiche. Al tempo della guerra fredda tale parola aveva infatti una portata significante ben diversa da quando, cogli anni ’90, il modello americano non ha avuto più rivali e si è imposto nel mondo intero, esattamente nello stesso tempo in cui anche il famigerato neoliberismo diventava l’asso pigliatutto, non solo a livello economico. Così, ancora oggi questo tipo di regime democratico antitotalitario continua ovunque ad essere celebrato tra i paesi più ricchi come il meglio o il meno peggio (che è la stessa cosa, malgrado l’ironia “snob” della arcinota battuta di Churchill, ricordata dallo stesso Dal Lago (pp. 10/1)) nel fare comunità, specie tra governanti e governati, garantendo ad ogni persona la libertà. Mi pare però molto probabile che questo trionfo, come la maggior parte dei trionfi, non annunci altro che la conclusione di un destino.

Ad attendere la democrazia antitotalitaria globalmente egemone (come lo è la potenza americana) sono convinto ci sia un orizzonte non troppo dissimile a quello del “socialismo” quando si è voluto “realizzato”: un orizzonte di disfacimento. Con la sola differenza fondamentale che il comunismo era un’idea politica singolare la cui realizzazione o meno era sperimentabile, mentre la democrazia che lo ha vinto si pretende radicata nella stessa natura umana, sempre minacciata e piena di difetti, ma eterna, almeno finché il mondo esisterà e qualsiasi politica si faccia in suo nome. Un sogno, questo, come lo si rivendica in America, che è possibile solo se si è politicamente addormentati, ma dal quale sta inevitabilmente svegliando la crisi globale in corso da cinque anni – l’anno terribile almeno per la “periferia europea” deve ancora arrivare: nel 2015, con lo scendere della mannaia chiamata “fiscal compact”! Nel “clic!” dei grillini, acutamente criticato da Dal Lago, io, a differenza di quest’ultimo, vedo solo una delle tante alternative che si vedranno sorgere all’incombente ed irrimediabile “crack!” della democrazia non solo in Italia, ma in tutto l’occidente. Un “crack”, magari “governato”, il quale cioè non comporta necessariamente la completa scomparsa della democrazia. La prospettiva variamente paventata di un capitalismo senza democrazia (tra gli altri, da Žižek e Formenti) mi pare non generalizzabile, specie dove permane un certo livello di ricchezza. Dato il frenetico nomadismo dei grandi capitali non si capisce perché dovrebbero preferire regimi rigidi, tutto d’un pezzo, a delle democrazie, tanto più precarie e sregolate, quanto duttili alle cosiddette necessità del “mercato”, alla sola condizione che gli garantiscano un minimo di sicurezza.

Se tutto ciò ha un qualche senso, allora si dovrebbe prevedere un disordine politico e istituzionale crescente, il quale, senza necessariamente abolire di nome e di fatto le democrazie dove ci sono, ne farà apparire nuove forme del tutto inedite[1]. Segnale ne è il fatto stesso che il M5S ammetta esplicitamente di fondarsi su una dittatura, mentre finora siamo abituati alla dittatura sistematicamente sottaciuta, ma immensamente più cogente, dei “mercati” o meglio di chi ha il potere di condizionarli.

Non è dunque per questo capo d’imputazione che Grillo & soci vanno condannati come nemici politici n. 1. E non è neanche per quest’altra ragione pur giustamente criticata da Dal Lago. Sarebbe a dire l’apologia della tecnologia informatica come condizione di una nuova “democrazia dal basso”. Si tratta, in effetti, dell’ennesima riproposizione della solita storia, che nell’800 aveva il treno come protagonista, secondo la quale il progresso umano sarebbe scandito e garantito anzitutto dagli sviluppi della tecnologia. Se però questo mito insulso continua a sedurre non è certo colpa di Grillo & soci. Non molto diversamente fa da tempo la stessa filosofia “antagonista” che si vuole paladina delle “moltitudini”, in nome della quale Negri ( dal quale ovviamente e opportunamente Dal Lago si dissocia( pp.18/9)) pretende lo stesso che tutti i partiti continuano a tentare: “stanare”  il M5S su temi politicamente più rilevanti.

Colpa più grave di questo “movimento” trovo sia invece il suo dare la stura al comunque già dilagante disprezzo per ogni elaborazione intellettuale. Se giustamente si tratta di “ripartire da zero” per pensare politiche di giustizia sociale – come dice giustamente Dal Lago- , come ciò sarebbe possibile, se non rilanciando dibattiti e ricerche intellettualmente elaborate? É indiscutibile che su questo piano i grillini, con le loro battutaccie, il loro turpiloquio e la loro protervia in fatto di presunte evidenze (perfettamente denunciate da Clic!), fanno terra bruciata. Ma la colpa ancora più grave, questa sì da nemici politici di prima importanza, è un’altra: il loro mettersi di traverso rispetto ad una delle importanti prospettive per politiche di giustizia sociale possibili in Italia. Quale?

Andiamo per esclusione. In effetti, se una simile prospettiva non può venire dalla rete, non può neanche venire, come ho cercato di argomentare più sopra, immaginando la rinascita di un'”opposizione di sinistra” nel presunto quadro perenne di una democrazia rappresentativa.  E allora?

Allora, guardiamoci attorno e vedremo che l’Italia sta divenendo qualcosa di diverso da quello è stata da tanto tempo. E ciò che porta questo cambiamento è l’arrivo di stranieri senza capitali e dalle più svariate origini. Il tutto mentre l’essere cittadino per molti italiani autoctoni, specie giovani, sta diventando una condizione sempre meno significativa, con 3/4 euro all’ora di paga saltuaria, niente assistenza, né pensione all’orizzonte. Ora il problema è che a monopolizzare le questioni della povertà in Italia c’è la Chiesa, più che mai sostenuta dal partito di “centro-” (“-destra” e “-sinistra”) che continua a governare il nostro paese. É così impossibile cercare alleanze politiche effettive tra semi-cittadini precari e stranieri più o meno clandestini. Ma non sarebbero proprio queste alleanze una priorità assoluta per rinnovamento politico profondo del nostro paese (anche se fuori da ogni logica e successo elettorale) ? In alternativa non c’è che da insistere sull’eventualità di una guerra tra poveri, accreditando l’idiozia che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani. Anche i grillini la fomentano, salvo qualche sporadica eccezione subito repressa, ed è questo, anzitutto, che trovo intollerabile. Su questo non ho alcuna riserva sulla condanna senza appello che Dal Lago rivolge a  questo movimento.

 

 

 


[1] Se è lecita un’autopromozione: su tutto questo si potrà vedere il libro di prossima uscita e di cui sono autore. L’amore della politica. Pensiero, passioni e corpi nel disordine mondiale, ed. Mucchi, 2014


Category: Libri e librerie, Nuovi media, Politica

About Valerio Romitelli: Valerio Romitelli (1948) insegna Metodologia delle Scienze Sociali e Storia dei Movimenti e dei Partiti Politici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Dirige il Gruppo di Ricerche di Etnografia del Pensiero (Grep) presso il Dipartimento di Discipline Storiche Antropologiche e Geografiche dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri: Gli dei che stavamo per essere (Gedit, 2004), Etnografia del pensiero. Ipotesi e ricerche (Carocci, 2005), Fuori dalla società della conoscenza (Infinito, 2009).

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