Riccardo Terzi: La pazienza e l’ironia. Il ’68 venti anni dopo

| 15 Marzo 2014 | Comments (0)

 

 

 

Invitiamo alla lettura del libro di Riccardo Terzi, La pazienza e l’ironia. Scritti 1982-2010, Ediesse, Roma 2011. Per questo invito alla lettura viene data la possibilità di leggere il saggio di Renzi, pubblicato su L’Unità del 1998 che riflette sul ’68 venti anni dopo.

 

Riccardo Terzi: Il ’68 venti anni dopo

(da L’Unità 1998)

A vent’anni di distanza qualunque fenomeno sociale mostra i segni del tempo. Sarebbe quindi fin troppo facile sottoporre ad una critica retrospettiva il movimento del ’68, denunciandone le numerose contraddizioni e immaturità, le ideologizzazioni astratte, i velleitarismi. Ma si tratta di una pedanteria di scarso interesse politico. Interessa piuttosto una valutazione d’insieme, interessa capire quale senso politico abbia per noi oggi la riconsiderazione di quella fase,quali siano le sollecitazioni e gli stimoli che hanno ancora un senso e un valore nel momento presente.

Il ’68 può essere allora inteso come un grande serbatoio di idee, di potenzialità, di passioni politiche e civili, che si è poi disperso in molte diverse e opposte direzioni. A questo fenomeno occorre guardare oggi non con il distacco accademico dello studioso di storia sociale, ma ponendoci apertamente quello che è il vero interrogativo di fondo, quali siano cioè le ragioni politiche e storiche per cui nell’arco di questi vent’anni si è consumata una così grave sconfitta della sinistra. Colpisce, se riflettiamo su questi vent’anni, la grande «distanza» che si è determinata, nel linguaggio, nella coscienza collettiva, nei valori.

Il ’68 era un movimento totale, in quanto investiva tutto l’insieme delle istituzioni, e cercava di legare in un unico processo di cambiamento la fabbrica e lo Stato, la cultura e la politica, la morale individuale e il senso comune. In questa aspirazione alla totalità erano anche i germi di possibili degenerazioni e di intollerabili integralismi, che in effetti si sono prodotti con il passaggio dalla critica politica all’eversione violenta, dalla volontà di costruzione e di sperimentazione di una nuova totalità di vita all’adozione di ideologie fanatiche di distruzione. La storia dei movimenti politici, d’altra parte, è ricca di casi analoghi di travisamento, di rovesciamento dei fini. Ma resta pur vero che la sinistra ha un senso in quanto è portatrice di una visione integrale, di un progetto complessivo di trasformazione. Questa ambizione si è offuscata, e ora, in assenza di un’idea forte di trasformazione sociale, gli stessi obiettivi parziali e immediati risultano scoloriti.

Il fatto paradossale, per me del tutto incomprensibile, è che di fronte a questa deriva pragmatistica ci sia ancora chi giudica che la crisi della sinistra sia da attribuirsi ad un eccesso di movimentismo e di radicalismo, chi pensa che la formula vincente possa essere una mimetizzazione della sinistra dentro una logica politica di tipo centrista. È ora di moda l’idea della conquista del centro. Che è una tautologia, perché è evidente che vince chi controlla i punti strategici, e conquista così una posizione centrale.

Oppure è una tragica sciocchezza, perché conduce ad una posizione di insulso moderatismo, a quella posizione che da sempre è rappresentata, senza molta gloria, dai partiti intermedi, satelliti del dominio democristiano. In sostanza, la sinistra può fare solo una grande politica oppure deperisce.

La crisi di oggi è proporzionata alla ristrettezza del gioco, alla limitatezza degli obiettivi, che talora sembrano ridursi al solo parametro dell’efficienza amministrativa.

Il ’68, al contrario, ha rappresentato, per un’intera generazione intellettuale ed operaia, una concezione alta della politica come strumento di un rinnovamento totale della società. Ciò è avvenuto con connotazioni ideologiche assai discutibili, con una comprensione troppo sommaria e semplificata della dinamica della società, ma insieme con una grande forza di mobilitazione. E il compito nostro, oggi, è di ritrovare un filo conduttore, di ricomprendere il movimento complessivo della società, di definire nuovamente un percorso che colleghi economia, società e Stato. Altrimenti vincono i particolarismi, le corporazioni, gli interessi di gruppo.

Il rischio, insito nell’attuale processo di modernizzazione, è che ormai siano in questione solo i mezzi e non i fini, che ci sia spazio solo per una ragione strumentale, tutta interna al meccanismo sociale e ai parametri di valore in esso incorporati. In questa direzione agisce il concetto di «società complessa», che sta ad indicare un equilibrio instabile, basato sulla capacità di governare le relazioni interne, di neutralizzare i conflitti, di mediare tra i diversi corpi sociali e istituzionali, senza che sia data la possibilità di trascendere questo orizzonte. In questo senso la politica diviene solo una tecnica, e la soggettività non vi ha più nessun peso. È il rovesciamento dei miti del ’68, del suo «soggettivismo» che denunciava come falsa ogni pretesa di oggettività tecnica, come conservatrice ogni cultura fatta di «saperi» specialistici separati.

Proprio per questa tendenza a rifiutare e ad abbattere le separatezze e a rimescolarle dentro un movimento politico che non si lascia imbrigliare in logiche corporative, il ’68 è stato anche un’esperienza originale di incontro tra cultura e classe operaia. Era ben chiaro, allora, che il movimento doveva riuscire a coinvolgere in modo attivo il mondo del lavoro, che in ultima istanza i risultati del processo dipendevano dal grado di partecipazione e di mobilitazione dei lavoratori.

Vi furono semplificazioni operaistiche, che oggi giustamente vengono rifiutate. Ma il problema resta. E la crisi di questi anni è l’effetto di un processo sociale e politico che ha marginalizzato la classe lavoratrice. Per questo, il primo problema della sinistra è quello del suo radicamento sociale, della sua capacità di rappresentanza. Il lavoro politico non può non essere insieme un lavoro sociale, di ricostruzione di un tessuto di solidarietà collettiva, e di organizzazione pratica del movimento di massa. Cambiano i soggetti, le figure professionali, i luoghi della produzione, le tecniche, e si sposta quindi il terreno del conflitto sociale. Si sposta in avanti, ponendo sempre più direttamente il problema del controllo sociale, della democratizzazione dei processi e delle sedi di decisione, dell’intervento autonomo dei lavoratori nei processi di ristrutturazione e di innovazione, il che mette in questione i rapporti di potere e di autorità nella sfera economica.

Ecco che ci troviamo rinviati ad un tema tipico del movimento del ’68: la critica del principio di autorità. I processi in atto di estrema concentrazione del potere e di rigida gerarchizzazione dei rapporti sociali ripropongono in primo piano la questione politica dei diritti democratici: diritti sindacali, di informazione, di partecipazione, di cittadinanza sociale. E un autentico programma democratico non può che investire nel suo insieme l’intero ordinamento della società, nei suoi aspetti economici e politici, e deve quindi misurarsi con le cause pro fonde della restaurazione che si è compiuta in questi anni.

Se è così, se non si tratta solo di un mutamento contingente nei rapporti politici, ma di uno spostamento che è avvenuto più in profondità nelle relazioni di classe e nell’organizzazione materiale del potere, allora davvero la discussione politica da farsi oggi deve ripartire dalle radici. Deve ridefinire le nostre finalità e il nostro senso di marcia. Ho voluto, in questo modo, attualizzare i temi del ’68, e non mi sembra arbitrario ritrovare nel bagaglio complesso di quella stagione politica nodi critici ed esigenze che si ripropongono anche oggi, sia pure in un contesto profondamente mutato.

Se invece si pensa che ormai ci siamo liberati del peso ingombrante di vecchi miti, che un intero ciclo storico della sinistra si è chiuso e si tratta ora di muoversi con circospezione dentro il labirinto della società complessa, di procedere a piccoli passi verso il centro di questa inestricabile complessità, dove si consuma la funzione del potere, significa allora che siamo sconfitti anche sotto il profilo culturale e ideale.

Ma il realismo è spesso cieco. Vede la superficie delle cose e non le forze storiche che agiscono sotto questa superficie. E nel prossimo futuro può accadere che una nuova ondata lo travolga.

 

Category: Libri e librerie, Politica

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About Riccardo Terzi: Riccardo Terzi è segretario nazionale dello Spi Cgil. É nato a Milano l'8 novembre 1941.  Dal 1975 al 1981 ricopre l'incarico di segretario Provinciale dell'allora Partito Comunista Milanese. Esponente di spicco nella cultura della sinistra italiana collabora con diverse riviste, tra cui "Gli argomenti umani" ed è membro della Commissione nazionale per il progetto dei Ds. Il suo ingresso nel sindacato risale al 1983. Dal 1984 entra nella Cgil Lombardia per essere eletto poi segretario generale regionale. Incarico che ricoprirà dal 1988 al 1994. Successivamente e fino al 2003 viene chiamato dalla Cgil nazionale per diventare responsabile delle politiche istituzionali della confederazione. Torna in Lombardia per ricoprire l'incarico di segretario generale regionale Spi-Cgil, fino al 2006, quando, viene eletto segretario nazionale allo Spi-Cgil con delega all'ufficio Studi e ricerche.

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