Giancarlo Bosetti: Adriano Olivetti sognava comunità senza partiti

| 18 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

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Non stupisce che di questi tempi ricompaia con successo nelle librerie Democrazia senza partiti di Adriano Olivetti, un protagonista dell’industria, del design e della cultura italiana degli anni Cinquanta, che fondò, tra le altre cose, la rivista e il movimento di Comunità, con il quale riuscì a essere eletto, unico, in Parlamento. L’ispirazione liberal-sociale dell’imprenditore di Ivrea contrastava l’egemonia della Dc a destra e del Pci a sinistra, con un’idea di autogoverno basato su piccole comunità, e collocava al centro della vita pubblica la capacità critica della persona-cittadino, non le grandi organizzazioni di parte.

Gli scritti di Olivetti si scagliavano con energia contro quelli che erano in verità esempi robusti del «partito organizzativo di massa», una forma politica nata nell’ottocento con il socialismo tedesco. Olivetti riscopriva le riserve sui partiti politici di Rosmini, Gioberti, di Minghetti e di Piero Gobetti, che in tempi diversi avevano denunciato la tendenza di queste entità politiche a favorire gli amici, a ingerirsi nella vita pubblica, ad opprimere gli avversari, a condizionare la giustizia. Ma Comunità pubblicava anche, con evidente soddisfazione, i taglienti contributi di Simone Weil, la filosofa pacifista e mistica, morta a soli 34 anni, come Appunti per la soppressione dei partiti politici, in cui la mentalità prevalente dell’epoca veniva torturata quasi sadicamente: i partiti anglosassoni – scriveva la Weil – contengono un elemento giocoso nella competizione che ne rivela l’origine aristocratica, mentre nei partiti europei è tutto terribilmente serio, il che ne rivela l’origine plebea; con i giacobini si inaugura la gloriosa tradizione per cui la formula vincente è «un partito al potere tutti gli altri in prigione»; i partiti sono «macchine di passione collettiva» che opprimono il pensiero individuale e perpetuano se stesse. Con loro trionfa la menzogna, «una lebbra che si può superare solo con la loro soppressione».

Olivetti aveva davanti il Parteienstaat, lo «stato dei partiti», di quelle floride organizzazioni che hanno attraversato, con le loro sezioni, federazioni, scuole, direzioni centrali e segreterie, gran parte del secolo scorso. Se adottiamo una visione più realistica, nelle società del Novecento, quelle che Ortega y Gasset vedeva letteralmente «riempirsi di masse umane», di milioni di individui che sarebbero stati «viziati» dal benessere della crescita, dobbiamo riconoscere, come fa oggi la scienza politica, che quei partiti hanno svolto una funzione pedagogica, di elaborazione della «domanda politica», di integrazione nelle istituzioni, di assorbimento dei conflitti.

La democrazia rappresentativa finora non ne ha potuto fare a meno. Certo dobbiamo accogliere le ragioni di Roberto Michels, il sociologo tedesco dei partiti, secondo il quale – lui socialdemocratico – la complessità della partecipazione organizzata di tanta gente impone una tendenza inevitabilmente oligarchica alla struttura, determina la professionalizzazione dei ruoli dirigenti, la loro inamovibilità, e finisce per consentire la manipolazione della base. E quando il peggio può accadere, accade. Arrivano i politici che vivono non «per» ma «della» politica (Max Weber).

Le critiche di genere liberale, come quelle che piacevano a Olivetti, difendono l’apporto critico e deliberativo di ciascun individuo. In certo senso difendono il principio della purezza della «volontà generale», nella prospettiva di Rousseau, per il quale la mente di tutti i cittadini dovrebbe essere preservata da ogni influenza partigiana. Utopia che riassume l’idea di sovranità dell’autore del Contratto sociale.

Ma oggi la presenza dei partiti non appare ingombrante per le stesse ragioni: sono diventati più piccoli e più deboli, non hanno più niente delle potenti organizzazioni ideologiche che elaboravano linguaggi e visioni del mondo, che imponevano con successo interminabili discussioni sulle formule politiche, la «programmazione democratica», il «compromesso storico» o la «terza fase»; non sono più pilotati da oligarchie ben strutturate, ma sono diventati «partiti personali», aggregati cangianti, dai nomi incerti.

La loro patologia non produce oppressione ideale, ma una tendenza invasiva della società: la lottizzazione, il finanziamento pubblico smisurato, la corruzione, la sfrontatezza con cui hanno aggirato, in Italia, l’esito plebiscitario (90%) di un referendum, nel ‘93, che abrogava le provvidenze statali, reintroducendole come «rimborsi». Si sono allargati fino a giustificare il concetto di «partitocrazia», anche se non si tratta più degli immani Parteien, con una ideologia di massa, che li legittimava, ma di organizzazioni dalla guida incerta, al punto che si parla di «partitocrazia senza partiti». Ora sono più detestati che amati e alimentano in permanenza la fornace dell’antipolitica.

«Nessuna fiducia a un governo dei partiti» sostiene il M5S. Nella stessa riunione un deputato grillino: «Demoliamo il nostro ego per metterlo al servizio del movimento». Spirito di sacrificio. Ma che altro è se non disciplina di partito e sottomissione ai capi? Quella battuta sarebbe piaciuta a un bolscevico. E anche Simone Weil ci avrebbe visto tracce della «lebbra» di cui sopra. Qui c’è aria di una contraddizione in via di esplosione. Così come nella proiezione utopistica del governo di Gaia, 2054, il trionfo della Rete nei video animati di Casaleggio: una saggezza unificata mondiale che «risolve problemi» e non conosce dissensi. Un mondo in cui «partiti politici, ideologie e religioni spariscono». Dalla preistoria alla storia, avrebbe aggiunto il vecchio Marx. Ma di tali «armonie», sappiamo, è piena la storia del Novecento.


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