Fabrizio Denunzio: Lazarsfeld questo sconosciuto. Una esperienza collettiva di ricerca

| 9 Aprile 2016 | Comments (0)

 



Raccolgo con grande entusiasmo l’invito di Vittorio Capecchi a presentare in forma sintetica i risultati di una ricerca che ho coordinato, conclusasi di recente con la pubblicazione del volume a mia cura dal titolo Radio: prove tecniche di misurazione. Un’introduzione a Radio and Printed Page di Paul F. Lazarsfeld (Areablu Edizioni, collana ‘The Searchers’, pp. 160, euro 20). Racconterò brevemente ai lettori di inchiestaonline cosa ha spinto un gruppo di ricercatori ad occuparsi di quello che, paradossalmente, da grande che fu della sociologia moderna, e alla cui conoscenza in Italia Capecchi diede il principale contributo, è diventato, agli occhi della sua stessa disciplina, un altrettanto grande sconosciuto. Entro subito in argomento.

La prolungata esasperazione di alcuni elementi caratteristici della complessa personalità scientifica di Paul Felix Lazarsfeld ha fatto sì che la teoria sociale contemporanea serbi poca memoria di questo maestro del pensiero sociologico e mediologico del ‘900. Se si deve ricordare qualcosa, si menzionano di Lazarsfeld i frutti di questo lungo lavoro di esasperazione sui tratti fondanti della sua ricerca scientifica: la matematica e il rapporto con i committenti. L’esasperazione di un tratto, però, produce, più che una riproduzione fedele dell’originale, una sua caricatura stereotipica. Di Lazarsfeld, allora, si tendono a ricordare con maggiore facilità gli stereotipi più che i contributi originali. Esasperare la sua formazione di matematico ha prodotto lo stereotipo di un Lazarfeld ‘quantofrentico’, ossessionato dalla misurazione di qualsiasi fenomeno. Esasperare il suo rapporto con i committenti delle ricerche ha prodotto, d’altro canto, lo stereotipo di un Lazarsfeld ‘venduto’ alle esigenze del mercato e dei suoi protagonisti imprenditoriali. Se li si somma, non si tarderà a vedere la figura di un accademico dotato dei più sofisticati metodi matematici di misurazione pronti per essere messi a disposizione dei finanziatori di turno desiderosi di conoscere i segreti dei ‘consumatori’.

Pur sapendo che la caricatura conserva un rapporto privilegiato con l’originale, ossia, pur essendo consapevoli del fatto che lo stesso sociologo austriaco è direttamente coinvolto, e in parte responsabile, nel processo della sua stessa stereotipizzazione, gli autori e i saggi di Radio: prove tecniche di misurazione hanno inteso superare i limiti imposti da tali immagini fisse. Queste infatti sbarrano l’accesso e interdicono l’uso della forza che continua ad abitare il progetto originario di Lazarsfeld. Il libro, insomma, rappresenta in prima battuta il risultato del progetto di un ritorno alle origini.

Nulla più di un testo fondativo come Radio and the Printed Page (1940) – molto citato nella letteratura secondaria di settore, ma mai veramente analizzato con l’attenzione che merita, inedito in Italia, e dunque per questo motivo ho pensato si presentarne una campionatura antologica nell’Appendice che chiude il volume – si presta, allora, a questa operazione. Con una importante avvertenza:  il suo significato generale non lo si deve ricercare in una sorta di recupero idealizzante delle origini, di un tempo ‘edenico’ in cui la ricerca di Lazarsfeld non era ancora stata ‘corrotta’ dagli stereotipi. Se movimento di ritorno c’è, questo è piuttosto segnato dallo stato attuale del sistema dei media che vede, al di là di tutte le aspettative, una ritrovata vitalità della radio grazie alle risorse digitali della rete.

Ritornare a Radio and the Printed Page significa, allora, far capo alle origini della ricerca sociologica sulla radio in nome dell’attualità. Sotto la pressione delle esigenze poste dal presente, ci si è resi conto di dover superare gli stereotipi del Lazarsfeld ‘quantofrenico’ e ‘manager’ della ricerca empirica, e puntare dritti sui punti del suo primo lavoro americano che ancora oggi servono a orientare la nostra ricerca non solo sulla radio in particolare, ma, più in generale, sul sistema e la teoria dei media. Come puntualmente segnalano nei loro interventi Tiziano Bonini e Davide Bennato, per Lazarsfeld, come del resto per ogni mediologo, l’analisi della radiofonia è solo l’occasione per pensare i mutamenti della società.

Ognuno degli autori dei saggi di questo libro ha elaborato una propria strategia di ‘liberazione’. Per quanto mi riguarda, ho ricollocato Lazarsfeld nei contesti storici di appartenenza, tanto quelli culturali e politici della ‘Grande Vienna’ acustica di Karl Kraus e dell’austromarxismo degli anni ’20 del ‘900, quanto quelli americani deli anni ‘30 segnati dal conflitto Capitale-Lavoro, per scoprire in Radio and the Printed Page più che una sociologia generale della radio, una sociologia dell’ascolto e dell’ascoltatore radiofonico da integrare in quelle rivoluzionarie di Bertolt Brecht e Walter benjamin, tale da correggere quella ideologica e strumentale di Theodor W. Adorno.

Bonini ha mostrato quanto questo Lazarsfeld rompi con ogni forma di ‘determinismo tecnologico’; quanto conti per lui, più che il medium in sé, il modo con cui gli agenti sociali lo inseriscono nella loro vita quotidiana tessendo, attraverso di esso, una rete di rapporti interpersonali; quanto, prolungando le sue analisi sul rapporto stampa-libri e libri-radio, sia possibile verificare che quello relativo a radio-Internet non abbia fatto altro che rilanciare, come accadeva per i libri, il più vecchio dei due media.

Giammaria Bottoni ha inserito Lazarsfeld nella tradizione del ‘costruttivismo sociale’, evidenziando come la sua concezione di agente sociale non sia atomistica, ma il risultato di complesse interazioni tra il contesto in cui esso è calato e quelle che stabilisce con altri agenti; mostra l’originalità del metodo di ricerca messo a punto in questo lavoro rispetto a quelli precedenti del calibro de I disoccupati di Marienthal e a quelli successivi come L’influenza personale.

Felice Addeo, che ha ripreso e approfondito il discorso metodologico avviato da Bottoni, ha fatto emergere l’originalità della struttura organizzativa della Survey lazarsfeldiana che, miscelando metodi qualitativi (interviste in profondità) e quantitativi (dati statistici), diventa ‘matrice’ di quei Mixed Method i cui autori contemporanei negano o limitano di molto il debito nei confronti del sociologo viennese.

Infine, Bennato, concentrandosi sul caso di studio Professor Quiz, ha dimostrato con forza l’inutilità della distinzione tra programmi educativi e di svago poiché, dall’analisi svolta da Herta Herzog sulla trasmissione in questione, si evince chiaramente che, al di là degli intenti dei produttori (per i quali il programma era di puro intrattenimento) e dei giudizi degli educatori (per i quali esso di sicuro non era formativo), i suoi ascoltatori usavano Professor Quiz come uno strumento di acculturazione.

Se Pierre Bourdieu riteneva che una delle cause dell’‘orrore’ suscitato dalla sociologia fosse il suo dare la parola ai ‘primi’ o agli ‘ultimi’ arrivati in merito alle questioni sociali, invece di rivolgersi ai depositari della conoscenza, ebbene, nella pazienza e nell’‘amore’ con cui Lazarsfeld intervista anonimi agenti sociali, riconoscibili inizialmente solo per l’età, il titolo di studio, il reddito, la residenza urbana, quasi sempre ‘dominati’ e non ‘dominanti’, ma che poi, dandogli la parola sui propri programmi preferiti, prendono a definirsi non più in base a indicatori oggettivi ‘duri’, ma in funzione ‘qualitativa’ delle ‘gratificazioni’ che ricevono ascoltando la radio, ebbene si riconoscerà in Radio and the Printed Page la ‘madre’ di tutti gli orrori e di tutte le indignazioni che il sapere sociale può suscitare.

Nelle mie intenzioni originarie questo progetto voleva essere un tentativo di quella che un tempo Jürgen Habermas ebbe a chiamare “ricerca cooperativa della verità”. Non so se questo obiettivo sia stato pienamente raggiunto, bisognerà provare e riprovare in quanto alle verità epistemologiche non si giunge isolatamente, ma in gruppo, proprio secondo quell’adagio brechtiano che prescriveva al ‘compagno’ di ‘non avere ragione da solo’. Di sicuro quello che ognuno degli autori ha scoperto con gli altri è stata la forza di un classico che si conserva ben oltre gli stereotipi in cui lo si è, spesso, inteso fossilizzare. Se questo libro non è riuscito a raggiungere una ‘verità cooperativa’, almeno ha testimoniato collettivamente una tale scoperta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Raccolgo con grande entusiasmo l’invito di Vittorio Capecchi a presentare in forma sintetica i risultati di una ricerca che ho coordinato, conclusasi di recente con la pubblicazione del volume a mia cura dal titolo Radio: prove tecniche di misurazione. Un’introduzione a Radio and Printed Page di Paul F. Lazarsfeld (Areablu Edizioni, collana ‘The Searchers’, pp. 160, euro 20). Racconterò brevemente ai lettori di inchiestaonline cosa ha spinto un gruppo di ricercatori ad occuparsi di quello che, paradossalmente, da grande che fu della sociologia moderna, e alla cui conoscenza in Italia Capecchi diede il principale contributo, è diventato, agli occhi della sua stessa disciplina, un altrettanto grande sconosciuto. Entro subito in argomento.

 

La prolungata esasperazione di alcuni elementi caratteristici della complessa personalità scientifica di Paul Felix Lazarsfeld ha fatto sì che la teoria sociale contemporanea serbi poca memoria di questo maestro del pensiero sociologico e mediologico del ‘900. Se si deve ricordare qualcosa, si menzionano di Lazarsfeld i frutti di questo lungo lavoro di esasperazione sui tratti fondanti della sua ricerca scientifica: la matematica e il rapporto con i committenti. L’esasperazione di un tratto, però, produce, più che una riproduzione fedele dell’originale, una sua caricatura stereotipica. Di Lazarsfeld, allora, si tendono a ricordare con maggiore facilità gli stereotipi più che i contributi originali. Esasperare la sua formazione di matematico ha prodotto lo stereotipo di un Lazarfeld ‘quantofrentico’, ossessionato dalla misurazione di qualsiasi fenomeno. Esasperare il suo rapporto con i committenti delle ricerche ha prodotto, d’altro canto, lo stereotipo di un Lazarsfeld ‘venduto’ alle esigenze del mercato e dei suoi protagonisti imprenditoriali. Se li si somma, non si tarderà a vedere la figura di un accademico dotato dei più sofisticati metodi matematici di misurazione pronti per essere messi a disposizione dei finanziatori di turno desiderosi di conoscere i segreti dei ‘consumatori’.

Pur sapendo che la caricatura conserva un rapporto privilegiato con l’originale, ossia, pur essendo consapevoli del fatto che lo stesso sociologo austriaco è direttamente coinvolto, e in parte responsabile, nel processo della sua stessa stereotipizzazione, gli autori e i saggi di Radio: prove tecniche di misurazione hanno inteso superare i limiti imposti da tali immagini fisse. Queste infatti sbarrano l’accesso e interdicono l’uso della forza che continua ad abitare il progetto originario di Lazarsfeld. Il libro, insomma, rappresenta in prima battuta il risultato del progetto di un ritorno alle origini.

 

Nulla più di un testo fondativo come Radio and the Printed Page (1940) – molto citato nella letteratura secondaria di settore, ma mai veramente analizzato con l’attenzione che merita, inedito in Italia, e dunque per questo motivo ho pensato si presentarne una campionatura antologica nell’Appendice che chiude il volume – si presta, allora, a questa operazione. Con una importante avvertenza:  il suo significato generale non lo si deve ricercare in una sorta di recupero idealizzante delle origini, di un tempo ‘edenico’ in cui la ricerca di Lazarsfeld non era ancora stata ‘corrotta’ dagli stereotipi. Se movimento di ritorno c’è, questo è piuttosto segnato dallo stato attuale del sistema dei media che vede, al di là di tutte le aspettative, una ritrovata vitalità della radio grazie alle risorse digitali della rete.

Ritornare a Radio and the Printed Page significa, allora, far capo alle origini della ricerca sociologica sulla radio in nome dell’attualità. Sotto la pressione delle esigenze poste dal presente, ci si è resi conto di dover superare gli stereotipi del Lazarsfeld ‘quantofrenico’ e ‘manager’ della ricerca empirica, e puntare dritti sui punti del suo primo lavoro americano che ancora oggi servono a orientare la nostra ricerca non solo sulla radio in particolare, ma, più in generale, sul sistema e la teoria dei media. Come puntualmente segnalano nei loro interventi Tiziano Bonini e Davide Bennato, per Lazarsfeld, come del resto per ogni mediologo, l’analisi della radiofonia è solo l’occasione per pensare i mutamenti della società.

 

Ognuno degli autori dei saggi di questo libro ha elaborato una propria strategia di ‘liberazione’. Per quanto mi riguarda, ho ricollocato Lazarsfeld nei contesti storici di appartenenza, tanto quelli culturali e politici della ‘Grande Vienna’ acustica di Karl Kraus e dell’austromarxismo degli anni ’20 del ‘900, quanto quelli americani deli anni ‘30 segnati dal conflitto Capitale-Lavoro, per scoprire in Radio and the Printed Page più che una sociologia generale della radio, una sociologia dell’ascolto e dell’ascoltatore radiofonico da integrare in quelle rivoluzionarie di Bertolt Brecht e Walter benjamin, tale da correggere quella ideologica e strumentale di Theodor W. Adorno.

Bonini ha mostrato quanto questo Lazarsfeld rompi con ogni forma di ‘determinismo tecnologico’; quanto conti per lui, più che il medium in sé, il modo con cui gli agenti sociali lo inseriscono nella loro vita quotidiana tessendo, attraverso di esso, una rete di rapporti interpersonali; quanto, prolungando le sue analisi sul rapporto stampa-libri e libri-radio, sia possibile verificare che quello relativo a radio-Internet non abbia fatto altro che rilanciare, come accadeva per i libri, il più vecchio dei due media.

Giammaria Bottoni ha inserito Lazarsfeld nella tradizione del ‘costruttivismo sociale’, evidenziando come la sua concezione di agente sociale non sia atomistica, ma il risultato di complesse interazioni tra il contesto in cui esso è calato e quelle che stabilisce con altri agenti; mostra l’originalità del metodo di ricerca messo a punto in questo lavoro rispetto a quelli precedenti del calibro de I disoccupati di Marienthal e a quelli successivi come L’influenza personale.

Felice Addeo, che ha ripreso e approfondito il discorso metodologico avviato da Bottoni, ha fatto emergere l’originalità della struttura organizzativa della Survey lazarsfeldiana che, miscelando metodi qualitativi (interviste in profondità) e quantitativi (dati statistici), diventa ‘matrice’ di quei Mixed Method i cui autori contemporanei negano o limitano di molto il debito nei confronti del sociologo viennese.

Infine, Bennato, concentrandosi sul caso di studio Professor Quiz, ha dimostrato con forza l’inutilità della distinzione tra programmi educativi e di svago poiché, dall’analisi svolta da Herta Herzog sulla trasmissione in questione, si evince chiaramente che, al di là degli intenti dei produttori (per i quali il programma era di puro intrattenimento) e dei giudizi degli educatori (per i quali esso di sicuro non era formativo), i suoi ascoltatori usavano Professor Quiz come uno strumento di acculturazione.

Se Pierre Bourdieu riteneva che una delle cause dell’‘orrore’ suscitato dalla sociologia fosse il suo dare la parola ai ‘primi’ o agli ‘ultimi’ arrivati in merito alle questioni sociali, invece di rivolgersi ai depositari della conoscenza, ebbene, nella pazienza e nell’‘amore’ con cui Lazarsfeld intervista anonimi agenti sociali, riconoscibili inizialmente solo per l’età, il titolo di studio, il reddito, la residenza urbana, quasi sempre ‘dominati’ e non ‘dominanti’, ma che poi, dandogli la parola sui propri programmi preferiti, prendono a definirsi non più in base a indicatori oggettivi ‘duri’, ma in funzione ‘qualitativa’ delle ‘gratificazioni’ che ricevono ascoltando la radio, ebbene si riconoscerà in Radio and the Printed Page la ‘madre’ di tutti gli orrori e di tutte le indignazioni che il sapere sociale può suscitare.

 

Nelle mie intenzioni originarie questo progetto voleva essere un tentativo di quella che un tempo Jürgen Habermas ebbe a chiamare “ricerca cooperativa della verità”. Non so se questo obiettivo sia stato pienamente raggiunto, bisognerà provare e riprovare in quanto alle verità epistemologiche non si giunge isolatamente, ma in gruppo, proprio secondo quell’adagio brechtiano che prescriveva al ‘compagno’ di ‘non avere ragione da solo’. Di sicuro quello che ognuno degli autori ha scoperto con gli altri è stata la forza di un classico che si conserva ben oltre gli stereotipi in cui lo si è, spesso, inteso fossilizzare. Se questo libro non è riuscito a raggiungere una ‘verità cooperativa’, almeno ha testimoniato collettivamente una tale scoperta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Category: Fare Inchiesta, Libri e librerie, Nuovi media, Storia della scienza e filosofia

About Fabrizio Denunzio: Fabrizio Denunzio è nato a Napoli nel 1969. Nel 1992 si è laureato in Scienze Politiche (Università degli Studi di Napoli "Federico II"). Nel 2004 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Scienze della Comunicazione (Università degli Studi di Salerno), svolgendo periodi di studio all'estero (Università Pompeu Fabra di Barcellona e Università Centrale di Barcellona). Dal 2004 al 2006 è stato borsista post-dottorato in Scienze della Comunicazione (Università degli Studi di Salerno). Dal 2007 è Ricercatore in Sociologia dei processi culturali (Università degli Studi di Salerno). Si occupa di industria culturale e di teoria sociale contemporanea. Nel campo dell'industria culturale ha dedicato lavori al cinema (ricezione spettatoriale; sistema dei generi narrativi della science fiction e war movie; teorie di Walter Benjamin e Gilles Deleuze), alla televisione ('Dr. House'; narrativa di Thomas Pynchon), alla radio (modelli di lavoro sviluppati da Walter Benjamin, Theodor W. Adorno ed Elias Canetti; modelli di consumo elaborati da Paul F. Lazarsfeld), al grande immaginario di massa ottocentesco (curando l'edizione italiana del saggio di Pierre Macherey su Jules Verne) e al rapporto tra media, modernità e potere (teoria del fascismo di Walter Benjamin). Nel campo della teoria sociale contemporanea, nella prospettiva del conflitto tra oralità e scrittura, ha curato l'edizione italiana del saggio di Claude Lévi-Strauss, La sociologia francese. Dalle origini al 1945, quella di Pierre Macherey, Geometria dello spazio sociale. Pierre Bourdieu e la filosofia e quella di Raymond Williams, Cinema, dramma e classi popolari.

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