Cristina Biondi: 4. Nuovo Dizionario delle parole italiane. Dalla parola “esperti” alla parola “elettori”

| 4 luglio 2018 | Comments (0)

 

Pubblichiamo il quarto invio di definizioni del  “Nuovo dizionario della lingua italiana” (le precedenti voci sono state tutte pubblicate da www.inchiestaonline.it)

ESPERTI
C’è chi non muove un passo senza la consulenza di un esperto: le mamme seguono alla lettera i consigli dei pediatri, gli ipocondriaci cercano rifugio presso i medici specialisti, i frettolosi, incuranti della fretta degli altri, costringono i farmacisti a lunghe precisazioni, convinti che, pur essendo meno competenti dei medici, essi siano in linea di massima più prudenti, preferendo gli integratori e i placebo ai farmaci attivi. I paranoici si affidano agli avvocati, i divorziandi si rivolgono ai divorzisti, il più delle volte senza rendersi conto che tra i due litiganti il terzo gode e presenta parcelle esorbitanti.
C’è chi ritiene che i pediatri siano saccenti, che i medici specialisti siano la principale causa delle malattie che diagnosticano e che i farmacisti siano dei venditori di fumo. Molti paranoici si sentono perseguitati dagli avvocati e alcune coppie traggono gran soddisfazione dal darsele di santa ragione, senza ammettere intrusioni di legali, amici o parenti.
C’è chi ritiene che la Fortuna sia una dea bendata, quindi si affida (la buona fede in questo caso non ha alcun ruolo) a fattucchiere, maghi, astrologi e oroscopi.
Sin qua niente di nuovo, il mondo è bello perché è vario, ma la modernità ha complicato il ruolo dell’esperto. È auspicabile che egli svolga il suo compito in scienza e coscienza ma, se la scienza si dota per sua natura di pesi e misure, è diventato sempre più difficile, ma pur sempre necessario, monetizzare la coscienza.

TROPPO ESPERTI
La Storia può ascrivere agli esperti delle più varie discipline immani disastri, cominciando dall’atomica, nata dalla necessità di porre fine a un conflitto che sembrava interminabile (sterminio viene dal latino exterminare). Oggi gli scienziati non sono più eroi solitari come Leonardo da Vinci, il lavoro collegiale e una lunga catena di responsabilità confondono le tracce della buona e cattiva fede, delle lodevoli e delle pessime intenzioni.
Da quando esiste internet ognuno può proclamare: l’esperto sono io, trovando un seguito presso chi con maggior modestia non si ritiene tale e ha il solo torto di essere un farlocco. Questa non è una gran novità, Marco Aurelio nel secondo secolo della nostra era affermava: “Il parere di diecimila uomini non ha alcun valore, se nessuno di loro sa niente sull’argomento”.
In rete circola anche una miriade di consigli validi e autorevoli, consigli che il più delle volte si rivelano utili quanto un’autovettura sportiva data in mano a uno che non ha la patente.
La scienza ha prodotto risultati straordinari, ma l’opinione pubblica è stata presa da una pericolosa fascinazione, pretendendo che l’esperto si dimostri non solo competente, ma anche onnisciente, e che faccia uso della propria infallibilità senza la parsimonia dimostrata dai Santi Padri.

ESPERTI E CINEMA
Il cinema tratta molto male gli esperti, accontentando il grande pubblico. Le storie che hanno per protagonisti avvocati e promotori finanziari li dipingono come il diavolo in persona, chi ha una certa manualità, chi sa usare trapani e chiavi inglesi rapina le banche, gli scienziati sono quasi sempre pazzi e i medici fanno disastri in cerca dell’immortalità. Frankenstein Junior ci riesce a spese di un povero cervello abi-normal (a causa di Igor, tecnico di laboratorio impreparato e sottopagato, che ha ignorato quanto scritto sull’etichetta del vaso contenente la preziosa materia grigia). Così viene richiamata alla vita una patetica creatura assemblata, concepita molto prima che venisse tentato il primo trapianto d’organo. Insomma l’esperto impersona a vario titolo l’hybris greca: dismisura, tracotanza e la segreta ambizione di sapere troppo, di diventare Dio.
La fantascienza poi sembra magnificare i progressi dell’ingegneria, ma sotto sotto fa opera di sabotaggio. Navette e basi spaziali compaiono in tutto il loro splendore (invogliando bimbi e genitori a dedicarsi ai modellini Lego) per poi rimanere semidistrutte per l’impatto con meteoriti o per i colpi di armi micidiali, più o meno aliene. Spesso l’ingegnere spaziale è una donna, molto autonoma e molto arrabbiata con un ex marito che in passato aveva esagerato nelle proprie rivendicazioni di libertà. Quando tutto sembra perduto arriva lui, pentito e insolitamente incline alla tenerezza, e aggiusta la navetta, servendosi di un cacciavitino da niente, connettendo tra loro un paio di fili (il rosso con il blu? con il giallo? con il nero?). In questa scelta non è guidato da nessuna competenza, fa la cosa giusta per pura botta di culo, per la forza dell’amore, così gli spettatori tornano a casa rassicurati e contenti.

ESPERTI EXTRATERRESTRI
Noi tutti ci auguriamo che l’umanità si trovi alle prese con qualcosa di mai visto: un ufo, un nuovo virus o stranezze ancora più strane, davanti alle quali nessuno potrebbe dar sfoggio di conoscenze, soprattutto statistiche. Par condicio: nemmeno gli esperti più specializzati sarebbero in grado di aprir bocca. L’imponderabile si affaccerebbe al nostro mondo, mettendo fuori gioco quanti ormai pescano le loro teorie dallo spazio siderale e non pretendono di imporle d’autorità come nuovo credo condiviso, dato che i profani non ne capiranno mai un’acca, ma ne fanno discendere un sacco di diavolerie tecnologiche destinate a condizionare la vita di tutti. Le teorie scientifiche non fanno più parte di questo mondo, stanno oltre la Luna, dov’era possibile recuperare il senno perduto di Orlando, il nostro è finito chissà dove e nessun eroe epico può andare a prenderlo per guarire la nostra follia. La scienza genera prodigi, scatole magiche assolutamente chiuse, inesplorabili, tanto che nemmeno i bambini cercano più di smontare i loro giocattoli; noi ai nostri tempi rompevamo i robottini per guardarci dentro, adesso i segreti del funzionamento dei dispositivi più sofisticati non stanno più dentro, ma altrove.
Gli scienziati hanno osservato il bosone di Higgs, che nessuno può davvero vedere con i suoi occhi o udire con le proprie orecchie e che non è in vendita da nessuna parte. Le osservazioni continuano a venir chiamate così anche nel caso che nessuno veda un bel niente.
Sta avvenendo una misteriosa di delocalizzazione del sapere e ci sarebbe di conforto veder sbarcare dallo spazio mostri alati, verdi come ramarri, grandi come elefanti e cattivissimi. Così ci piace immaginare gli extraterrestri, simili ai dinosauri estinti milioni di anni fa, a nessuno fa piacere pensare che gli extraterrestri siamo noi, andati in orbita trafficando con parolette semplici come quanti e stringhe.

ESPERIENZA
Più pullulano gli esperti, più le persone comuni mancano di esperienza, di manualità, di quella cultura materiale che faceva distinguere ai figli dei contadini un noce da un pero, ai figli dei pescatori una triglia da un’orata. Tra i filosofi c’è chi ritiene anacronistico e distruttivo riferirsi ancora al complesso di Edipo e auspica che la nuova psicologia renda universalmente condiviso il complesso di Telemaco, il figlio che attende il ritorno del padre Ulisse. L’ingegnoso Ulisse compie ogni sforzo per tornare a casa, ostacolato da venti contrari, dalla propria curiosità, dal gusto della scoperta e dell’avventura. Il padre, perduto e tornato, potrebbe insegnare alla prole ad allacciarsi le scarpe, ad andare in bicicletta, a usare la colla per aggiustare il vasellame rotto, a piantare l’insalata…
Peccato che i Proci, i profittatori che aspirano a render schiavo il povero Telemaco, abbiano letto Pinocchio e conoscano tutti i trucchetti del Paese dei Balocchi per trasformare i ragazzi in ciuchini: le scarpe vengono fabbricate senza lacci, il motorino evita la fatica di pedalare, il vasellame rotto e anche quello in buono stato vengono sostituiti con piatti di plastica usa e getta, l’insalata si compra già lavata in vaschette salva freschezza (sempre di plastica usa e getta).
Poco si può sperare anche dalle armi di Ulisse: oggi l’arco da competizione è ciò che di più tecnologico si possa immaginare e i Proci potrebbero dotarsi del modello compound, dotato di carrucole che diminuiscono lo sforzo necessario per tendere la corda.
Oggi per Telemaco potrebbe non essere una tragedia se Penelope chiedesse il divorzio prima della fine della guerra di Troia e si risposasse con un commercialista o un avvocato disponibile a comprare la Playstation 5. Argo non è più un cane fedele, ma un software per la scuola e la pubblica amministrazione. Verificate in rete se non ci credete.

INESPERTI
Non bisogna minimizzare: stanno smantellando una civiltà millenaria. C’è chi sottolinea la loro passività: Guccini parla dei poveri bimbi di Milano come di spettatori sempre seduti, Serra definisce gli adolescenti “sdraiati”, potenziali vittime di vecchietti in armi che si battono con il coraggio di chi non ha nulla da perdere. Invece noi abbiamo molto da perdere e avremmo molto da trasmettere alle nuove generazioni, che si avvalgono del diritto di non accettare i lasciti testamentari non immediatamente monetizzabili. A fumarsi il cervello gliel’abbiamo insegnato noi e, a dire il vero, ereditare due guerre mondiali e dintorni non è poi così allettante; anche se ormai il tempo ha creato una certa distanza, non c’è nessuna necessità che i giovani si identifichino con i fanti che a vent’anni stavano in trincea per conoscere la fame, il freddo, la fatica, la privazione di sonno, la paura, il dolore e l’orrore.
Le nuove generazioni non si concederebbero mai all’abbraccio mortale della Patria, non hanno ideali da difendere, non desiderano né oneri, né onori. La loro è una resistenza passiva, davanti ai loro insegnanti continuano a ripetere: “non ho capito”, sia che l’interrogazione verta sulle tabelline, sulla geografia o sulle scienze. Non capiscono qual è la capitale d’Italia, non capiscono quando è stata scoperta l’America, non capiscono la costituzione. Mai che rispondano: “non lo so”, onesta ammissione di un’ignoranza che i precettori affrontavano e sconfiggevano già al tempo dei Greci. “Non capisco”: loro non capiscono la nostra lingua, parlano l’italiano con un lessico limitato, non sanno né leggerlo, né scriverlo. E non venite a parlarci di dislessia, disgrafia e discalculia, di tratti autistici, di neuroni specchio e di mediatori cerebrali o culturali. La loro inesperienza della vita reale è controbilanciata dall’attrazione per la realtà virtuale, e se in Cina il governo è stato sufficientemente lungimirante e autoritario da mettere al bando Peppa Pig e Winnie the Pooh, da noi la resa è quasi totale. Nondimeno insegnanti ricchi di esperienza e di cultura ci provano, ci provano ancora, prima o poi riusciranno a trovare il modo di far passare il cammello per la cruna dell’ago.

DILETTANTI
I dilettanti si preparano a scendere in campo, convinti che i professionisti siano eccessivamente condizionati dal Dio Denaro. Sono ingegnosi e conservano dell’infanzia l’entusiasmo, la manualità e la capacità di sorprendersi. La civiltà dei consumi cerca di irretirli convogliandoli come pecorelle mansuete nei reparti di hobbistica, dove si tenta di traviarli con tecnologie sofisticatissime a basso costo, di destare la loro meraviglia offrendo filati ottenuti dalle ortiche, dal bambù e dalle proteine del latte. Loro accettano di comprare tutto, ma poi fabbricano areoplanini con le lattine della birra o filano la lana di vecchi materassi. Insomma non si riesce a contenere la loro pericolosità e ancora più temibile è la loro coincidenza, o la loro alleanza, con una categoria ormai fuori controllo: i pensionati. I loro ritrovi un tempo erano il simbolo di un buonismo patetico e inoffensivo, oggi invece quasi tutte le associazioni di volontariato hanno una vocazione rivoluzionaria. C’è chi si predispone a insegnare ai giovani a intrecciare canestri, a cuocere vasi di argilla, così da garantirsi una discendenza nel momento che la nostra società regredirà all’età della pietra, e ci sono vecchietti di buona memoria e tutt’ora dediti a ricerche storiche che si preparano a rinnovare le imprese leggendarie e gli strenui eroismi della Serenissima.

ELETTORI
La nostra società è preda delle logiche di mercato, vittima di un accumularsi di errori e inefficienze, sgomenta della cattiveria e del cinismo di personaggi che si arrogano il ruolo di protagonisti o che, autori di bestialità preterintenzionali, vengono catapultati agli onori della cronaca. Ognuno coltiva, più o meno consapevolmente, piccoli difetti che, se favoriti dalle circostanze, potrebbero generare abissi di depravazione ed è spettatore televisivo di disastri che, non toccandolo da vicino, gli lasciano tutto il tempo di vederne in rapida successione di tutti i colori.
Detto questo, non è facile svolgere con senso di responsabilità il proprio ruolo di elettore, ruolo che non consente al cittadino di governare in prima persona e nemmeno di conferire incarichi e ministeri. Chi si tiene informato della cosa pubblica si trova nella cabina elettorale nella posizione di uno chef costretto a scegliere il menu per una cena importante digitando sulla tastiera di un distributore di merendine; chi si disinteressa alle vicende politiche tende a sentirsi imbarazzato, come un villico che affronti l’esame di quinta elementare senza aver mai frequentato la scuola: esaminatori che ben conoscono la sua condizione di analfabeta lo invitano a tracciare una croce, evitandogli di firmare con nome e cognome la propria resa incondizionata.
Chi è vittima d’ingiustizie sociali, o si sente tradito dalla classe dirigente, non ha l’opzione di eleggere senatore il proprio cavallo. Caligola non era pazzo: per agire certe provocazioni bisogna disporre del potere imperiale, o per meno avere un cavallo.
Nessuno ha più voglia di eleggere nessuno e, cosa ancora più strana, ci sono elettori, non grandi elettori, né membri dell’aristocrazia o dell’alta finanza, che vogliono essere eletti, così come sono, senza istruzione, senza competenze e senza esperienza, nella speranza di far trionfare il buonsenso della gente comune. Il nostro avvenire potrebbe dipendere da un sorteggio, potremmo giocarcelo a dadi e risolvere i nostri problemi varando sul Tevere una nave dei folli. Siamo al disastro totale, e nessun politico ha la grandezza di Riccardo III che declamava: “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!” Lui si era giocato il tutto per tutto, era un principe sfortunato e deforme, ma pur sempre un principe di sangue.
 

Category: Libri e librerie, Politica

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