Cristina Biondi: 38 Nuovo dizionario delle parole italiane. “Dal Nucleo alla rete” a “Rispondere”

| 14 Marzo 2021 | Comments (0)

 

 

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DAL NUCLEO ALLA RETE

La tendenza di oggi è quella di distruggere il nucleo: dalla fissione del nucleo atomico si è passati al dissolversi dei nuclei familiari. Entrambe le rotture producono eventi a catena e la struttura che sembra riuscire a garantire alla realtà una certa tenuta è la rete: reti di solidarietà, reti familiari, dove il fratello di tuo fratello potrebbe non essere tuo fratello, e, non ultima, c’è la rete intorno al mondo: World Wide Web. Se sei un trapezista, la rete ti salva dall’impatto col suolo, nelle famiglie cosiddette allargate potresti tanto rimanere soffocato tra un intrico di nodi, quanto trovarti solo soletto, perché, come succede ai pesci piccoli, le maglie sono troppo larghe per contenerti. La rete può essere un supporto, come quella sulla quale si arrampicano i fagioli o può essere una ragnatela dalla quale non c’è modo di scappare e anche se il mondo di fermasse, sarebbe impossibile scendere. Una bella canzone suggeriva che la libertà è partecipazione, ma oggi partecipare è un pericolo? Una scelta? Un obbligo? Un destino? Un’ossessione? Le chiavi necessarie a navigare in rete (navigare in rete per qualsiasi natante sarebbe un’attività paradossale) ci aprono tutte le porte o ci chiudono dentro, sempre più dentro, a una realtà virtuale?

 

CERIMONIE

Partecipare o non partecipare, questo è il problema. Hanno il sapore degli avvenimenti ineludibili, delle solennità, vengono associate al profumo d’incenso e di fiori recisi, a vestiti eleganti e scarpe strette. Presenziare è vincolante per gli sposi, per le salme e per le autorità pubbliche, poi ci sono partecipanti che si sentono obbligati, ma non vorrebbero essere presenti, altri che, a torto o a ragione, si sentono esclusi, ma vorrebbero esserci. È inammissibile che si mescolino senza regole di sorta mogli, amanti, amiche occasionali, figli di primo, secondo letto, che si trovino sulla stessa barca avversari politici, onesti cittadini e profittatori, (ex)criminali di guerra e (ex)oppositori politici, vittime e negazionisti, eroi e imboscati, eppure un tempo le cerimonie servivano proprio per questo, avevano luogo per unire trono e altare, sacro e profano, l’utile degli uni e l’utile degli altri (il dilettevole non vi ha mai trovato spazio). Univano ipocrisia e senso delle istituzioni, orgoglio e umiliazione, aspirazioni e repulsioni, obblighi e desideri, sincerità e ipocrisia. Che avessero a che fare con la pace o con la guerra, con la nascita o con la morte, con la gioia o col dolore richiedevano di controllare sentimenti ed emozioni per esprimere solo ciò che era appropriato, per fare solo ciò che si doveva fare. Oggi, che la psicologia ha dato gli strumenti per rigettare ogni concordato, per distinguere il sacro dal profano, partecipiamo con convinzione solo a quelle celebrazioni che sanciscono pubblicamente che il passato non dovrebbe mai più tornare. Hanno però anche la funzione di impedire che il passato venga del tutto superato.

 

INFANZIA

Pima di Freud gli uomini non avevano grande interesse per i bambini e per le produzioni della psiche infantile. Non era compito loro accudire i figli e si occupavano e preoccupavano solo degli adulti che sarebbero diventati, nell’aspettativa che, una volta cresciuti, si sarebbero comportati da veri uomini, in grado di assumere l’eredità dei padri. I ragionamenti puerili, le prime indagini sul mondo, potevano ricevere interesse e comprensione solo presso mamme, nonne, balie e istitutrici. Ma la scienza un po’ alla volta si è interessata di tutto, dalla formazione dei fiocchi di neve alle società delle api, dalle macchie solari agli scheletri dei dinosauri. Così anche la vita segreta dei 2 nostri cuccioli è finita sotto indagine e menti analitiche, con vasta preparazione filosofica, hanno iniziato a osservarli e, cosa ancor più sorprendente, professionisti laureati e introdotti nella buona società, si sono ricordati di essere stati bambini, proiettando su un mondo sino ad allora ritenuto innocente tutte le complicazioni che un bravo ricercatore si aspetta di trovare ovunque: nei fiocchi di neve, come nelle ammoniti. Agli occhi della scienza ogni oggetto di studio prima si manifesta in tutta la sua complessità, poi trova una spiegazione del suo funzionamento e un utilizzo pratico. Parallelamente ai bambini, anche le donne sono state elevate, dal ruolo di querule sempliciotte, a oggetto di analisi e dotate di io, es e super io, conscio preconscio e inconscio (non ancora di diritto di voto). Da parte loro, donne e bambini hanno fornito ai ricercatori prove sempre più evidenti della giustezza delle loro ipotesi, modellandosi sulle loro aspettative e facendo di tutto per conformarsi alle teorie che li vedevano coinvolti, sempre più complesse e divergenti le une dalle altre.

 

EDIPO

Camminando all’indietro, come gamberi, i nostri ricercatori hanno studiato la psiche infantile e femminile (le donne come eterne bambine), senza affrontare il nocciolo del mito: Laio vuole la morte del figlio e la madre non si oppone. L’Edipo di oggi forse non vedrebbe la luce, in tempi di guerra preventiva egli potrebbe non riuscire a superare la fase di gastrula e venir quindi chiamato Nessuno, come Ulisse nella grotta del Ciclope. Oggi l’aborto è considerato una colpa tutta femminile, il disconoscimento una facoltà unicamente maschile, da quando gli indesiderati non hanno più nemmeno la chance di finire nella ruota degli esposti. Il desiderio di nuova vita rimane una prerogativa di Dio, che ha perso molta della fiducia accordatagli dalle madri. “Non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio” è diventato non solo “Lo fo per piacer mio”, come sostengono tanti moralisti, ma anche “Lo fo per avere un figlio mio” e non metterò al mondo nessuno, se non potrò difendermi e difendere il bambino. Anna ha partorito il suo primogenito nel 1947 e nel dolore ha pensato di star mettendo al mondo carne da cannone, mia madre nel 1953 mi ha ispezionato alla nascita, costatando, con una certa delusione, che ero perfetta: due mani, due piedi e un numero regolamentare di dita. Nessuno, nemmeno lei, si spiegava la sua tristezza: “Avrebbe voluto un maschio?” Povera mamma, se fossi cresciuta sana come lei, se nel fiore della giovinezza avessi dovuto affrontare una guerra, cosa avrei sperimentato? Per rassicurarla ho fatto di tutto per non assomigliarle, non ero così bella e durante l’adolescenza, sotto il peso delle sue osservazioni, mi tenevo curva perché non si notasse la floridezza del mio petto, quello sì veramente strepitoso. A quel tempo non ero né carne, né pesce, non volevo fare né l’amore, né la guerra (non mi sarei tagliata un seno per imbracciare l’arco o il fucile) e se un qualsiasi Polifemo (nella terra dei Ciclopi potrebbe esserci la coscrizione obbligatoria anche per le ragazze) mi avesse chiesto il mio nome avrei risposto: sono Nessuno.

 

NON ABBASTANZA

Siamo rimaste fedeli, operose, pazienti. Non abbiamo osato dove altre hanno osato, abbiamo lavorato, imparato ad argomentare, discutere, mediare. Siamo state costanti, a volte furbe, bugiarde quel tanto che è stato strettamente necessario. Eppure in famiglia non siamo state ascoltate. Abbiamo smesso di fare i fioretti a dodici anni, a ventiquattro abbiamo iniziato la raccolta punti del supermercato. Lui, quell’unico lui, non ci ha amate abbastanza: poche lodi, niente fiori, nemmeno per l’anniversario. Lui è disordinato, distratto, lavativo, egocentrico, assertivo e prepotente quando ha torto (ha sempre torto). No, non possiamo chiamarlo amore, il collante del nostro matrimonio, eppure non siamo mai scappate da una porta aperta, a suo tempo nostro padre non ci aveva detto né puoi, né non puoi, ci disse: “Vai, se vuoi andare”. I “se” e i “ma” sono rimasti in sospeso, i dubbi e i sospetti sono rimasti dubbi e sospetti. Lui non ci ama abbastanza. Punto. Poi, (da pensionate 3 abbiamo molto tempo), ci siamo fatte una domanda: “Ma io lo amo?” Altro che inconscio, scendiamo con il batiscafo Trieste nella fossa delle Marianne (solo tre esploratori ci sono arrivati, a loro rischio e pericolo). Facciamo rifornimento di wafer alla stracciatella delle Tre Marie (farmaco di sicura efficacia per i momenti di outing) e, guardandoci allo specchio, finalmente ci vediamo: “Mamma mia, che strega!” Che ci sia o non ci sia stato amore, sono passati tanti anni e il tempo non ci ha mai trascurate, si è occupato incessantemente di noi! Rimedi: nessuno. Da remote profondità riemerge il ricordo di una ragazza radiosa che festeggiava il suo trionfo: “L’ho preso, l’ho preso!” Il grande, unico, vero amore, vola beato sui fili spinati e i cavalli di frisia del nostro matrimonio, come una gentil farfalletta. Il guaio è che al momento non abbiamo voglia di abbassare il fucile.

 

PAPERLESS

Vuol dire senza carta: in una pubblicità, su un bel sfondo giallo, ricavato direttamente dal computer, quindi immateriale, compare un foglio appallottolato, un documento burocratico che nella migliore delle ipotesi verrà smaltito nella raccolta differenziata. Detesto quando le brutte notizie vengono date in tono trionfalistico: PAPERLESS! Ciò presuppone anche la rottamazione della lingua italiana e io sono colta dall’irrefrenabile desiderio di imparare greco e latino, o per lo meno di procurarmi un dizionario etimologico (da etymologia, a sua volta da etumon). Lui non lo sa, e nemmeno lo vorrebbe, ma ho adottato un giovane libraio, che ha da poco aperto una piccola, deliziosa libreria. Solo libri nuovi, moltissimi titoli recenti, qualche classico che ha avuto la fortuna di venir ristampato. Non lontano da lui, la grande distribuzione, con sconti e gadget a non finire, in un luogo imprecisato Amazon, il gigante (buono? terribile?). Nei circoli culturali vecchi intellettuali donano intere biblioteche, come se affidassero Mosè alle acque del Nilo, in cassette di legno riverniciate in colori allegri per far da scaffali vengono esposti da baristi, panettieri e tatuatori volumi in regalo: ieri non ho resistito all’opera omnia di Italo Svevo, carta giallina sui margini, profumata. Lui, il giovane libraio, ha fatto una buona mossa, in tempi di covid, ma dopo? Dopo ci sarà il diluvio, e ai libri l’acqua non fa bene. In bagno, appoggiate sulla lavatrice, ho le poesie di Wislawa Szymborska; tanto tempo fa sono cadute nel catino del bucato a causa delle vibrazioni della centrifuga, e adesso sembrano un antico testo di magia di Harry Potter. Nulla di meglio per le riflessioni di una strega.

 

RISPONDERE

Si può rispondere a e si può rispondere di. Io cerco di rispondere a tutte le mail che vengono dagli umani, ignorando la pubblicità. Per mia fortuna, mia grande fortuna, nessun paziente mi ha chiesto di rispondere di errori e omissioni. Ho risposto a domande stupide, banali, intelligenti, geniali e ho sempre ringraziato chi mi ha interrogata senza avere l’intenzione di abbandonare la nave per andare da un avvocato. Quando ero saccente mi infastidivano le domande stupide, quelle che si rispondono da sé, poi mi ci sono affezionata, erano una tregua, un piccolo dono, comunicazione pura senza un vero oggetto, gentili e ovvie come il buongiorno e la buonasera. Le domande esitanti, diffidenti andavano decodificate, fatte diventare buone domande, perché è impossibile dare una buona risposta a una cattiva domanda. Le domande intelligenti facevano del paziente un collega: “Promosso sul campo, cerco di spiegati tutto.” Le domande geniali avevano l’effetto contrario: “Sei un distruttore di certezze, aprimi una nuova strada.” 

 

Category: Fumetti, racconti ecc.., Libri e librerie

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