Cristina Biondi: 33 Nuovo Dizionario delle parole italiane. Da “Sotto il ponte di Baracca” a ” Casa”

| 23 Ottobre 2020 | Comments (0)

 

SOTTO IL PONTE DI BARACCA

Prima che il turpiloquio corrompesse le fanciulle, precise regole di decoro e riserbo regnavano sul lessico familiare. Le feci dei lattanti e dei pargoli venivano chiamate pupù, termine che descrive bene ciò che di calduccio e maleodorante rimane appiccicato alle fasce e che madri e nutrici allontanano con gesto discreto e amorevole. Per le bimbe e le giovinette a certe funzioni si addiceva il silenzio, mentre i maschietti, non prima di aver imparato a tenersi puliti, potevano chiamare la chose cacca. Per chi non era inurbato si aprivano nuovi spazi di libertà e distanziarsi da soli dai propri escrementi era un piacere istintuale conosciuto sin dalla notte dei tempi. “Sotto il ponte di Baracca c’è Ninì che fa la cacca”. Immaginate il ponte di Baracca come un enorme arco di pietra, opera degli antichi Romani: sopra centurie e schiere marciano compatte e disciplinate, petto in fuori e pancia in dentro, mentre sotto un ampio spazio in penombra consente di accucciarsi in solitudine, inaugurando la possibilità di una diserzione o per lo meno di un congedo. L’ampia campata, realizzata in vista delle piene, copre anche il greto asciutto dove la cacca non rischia di scivolar via, come succede quando in ambiente domestico viene azionato lo sciacquone.

Le signore un tempo non nominavano mai quel materiale che consentiva, e consente tutt’ora, agli uomini di costruire robuste metafore. L’escremento, vuoi umano, vuoi canino, se viene calpestato è il prodotto di un’unica defecazione e, pur trovandosi dove non dovrebbe essere, non è invasivo e potrebbe venir scansato con quel minimo di attenzione che ogni viandante dovrebbe avere per rispetto delle proprie calzature. Le metafore, largamente impiegate nel gergo comune, descrivono invece un materiale amorfo che immerge e sommerge, seppellendo ogni punto di riferimento. È l’anello di congiunzione tra l’organico e l’inorganico e per sua stessa natura scoraggia qualsiasi aggressione: nessun serpente vi si inoltrerebbe per mordere, come succede nel fango delle risaie, nessun carnivoro vi fiuterebbe una preda. È il risultato dell’evacuazione collettiva di una moltitudine che si lascia andare senza precauzioni e senza distanziamento, liberatoria, ma regressiva. Forse sarà a causa della sovrappopolazione, dell’inquinamento, delle crisi, della mancanza di decoro e di autodisciplina, ma ormai nemmeno le più educate tra le fanciulle si astengono dal constatare che, in mancanza di iniziative coraggiose e intelligenti, rischiamo tutti di finire, chi più, chi meno, nella merda.

 

POVERTÀ

Abbiamo eliminato la povertà, ma non abbiamo eliminato i poveri, è un po’ come abbattere una casa fatiscente: migliora il paesaggio, ma i suoi abitanti si trovano senza tetto. Togliamo le panchine dai parchi, abbiamo orrore dei cessi pubblici, che sarebbero sinistramente squallidi se, ben posizionati in pieno centro città, funzionassero ininterrottamente come nelle piazzole di sosta dell’autostrada. Miseria, vizio e criminalità caratterizzano i dintorni delle stazioni che sono diventati i luoghi più malfamati in mancanza di banlieues multietniche, assenti da piccole città con periferie del tutto banali, e di bassifondi dotati di calli e vicoli maleodoranti, costantemente immersi nella nebbia e nel fumo di Londra.

Se la povertà in pubblico è indecente, in privato accumula debito su debito: la luce artificiale, l’acqua canalizzata, i libri scolastici costano e se è duro calle lo scender e ’l salir per l’altrui scale, non è meno arduo salire le proprie, se si è in arretrato con le spese condominiali. Con il reddito di cittadinanza lo pane altrui non sa di sale, ma il conto sarà salato quando, prima o poi, qualcuno si troverà costretto a pagarlo.

 

BUON SAMARITANO

Il tempismo è una gran cosa e la mia Chiesa ha insondabili motivi per allontanare un vecchio monaco dal suo monastero in tempi di covid e per incitare alla disobbedienza il personale sanitario. Quello che oggi viene detto sull’eutanasia è più o meno quello che veniva detto ieri, prima che la minaccia di una pandemia oscurasse l’orizzonte e io, come credente, ascolto. Come medico poterei lavarmene le mani, dato che sono in pensione senza nessuna possibilità di venir richiamata in servizio, ma dal momento che leggendo il Vangelo passa la voglia di lavarsene le mani, mi soffermo sulla parabola citata. I sacerdoti provino a considerare che un medico, a volte, di sofferenza ne vede troppa, perché lui non le passa accanto per puro caso, come il buon samaritano. Provino a immaginare di essersi trovati a Hiroshima il mattino del 7 agosto 1945 prima di stabilire per decreto quale volto debba avere la compassione il giorno seguente il dies irae. Se i nostri prelati vogliono ritrovare un po’ di fiducia nella classe medica, affianchino alla lettura dei testi sacri, “Pappagalli verdi” di Gino Strada.

 

SAREBBE BELLO

Forse il rapporto con nostra moglie sarebbe ancora bellissimo se lei ci guardasse ancora come se fosse la prima volta, se non ci fossero i pranzi con i suoceri, i pomeriggi domenicali di pioggia, i risvegli mattutini di cattivo umore, l’automobile da lavare e le camicie da ritirare in tintoria, i dubbi se andare o non andare a fare insieme le spese. Sarebbe bello se il frigorifero non fosse spesso vuoto o costantemente troppo pieno, se in casa non ci fosse l’abituale disordine o il consueto ordine maniacale, se ogni tanto andasse lei dal commercialista o, ancora meglio, se non sapesse esattamente a quanto ammontano le nostre entrate. Sarebbe liberatorio potersi lamentare con lei dei difetti dell’amante, dei disagi delle camere d’albergo, delle spese per cene frettolose e clandestine.

Il rapporto con l’amante diventa meno bello quando lei ci racconta i suoi problemi con padre, figli, cognati e vicini di casa, quando inizia a esprimere desideri e frustrazioni, se parla troppo o troppo poco, se chiacchierando del più e del meno insiste nel difendere i propri argomenti, se, quando critichiamo nostra moglie, comincia a fare domande e poi conclude il discorso dicendo: “però, come donna, un po’ la capisco”.

 

LETTO E RILETTO

Lo sconto è dell’ottanta per cento. È a due piazze, o meglio, non ne viene presentato un solo esemplare, ma due: affiancati e identici, con materasso e senza materasso. Una bella ragazza ci dorme sopra, prima sull’uno, poi sull’altro, da sola, con un pigiamino blu da adolescente di buona famiglia, l’uomo addetto alla vendita non la guarda mai, come se fosse accanto a sua figlia: fine della storia. Ho visto questo film, un corto, una cinquantina di volte, è un tumore che va a parassitare altri programmi, ma non è maligno, lui s’inserisce nel canale Giallo e fa diminuire il numero di assassinii che vediamo in un pomeriggio: da sette morti in quattro ore, deceduti in tre episodi successivi senza interruzioni (in teoria), a soli tre omicidi, in due episodi di serie diverse intervallati dagli stacchi pubblicitari. Sebbene non molti spettatori si ammalino a causa della riproposizione insensata dell’identico materasso e dell’identico letto, dal momento che poche persone stazionano davanti alla televisione tutto il pomeriggio, l’iterazione del filmato provoca in individui predisposti una depressione reattiva, che colpisce soprattutto il sesso femminile e le etnie slava e filippina, concorrendo ad aggravare la sindrome della badante. Nelle donne al di sopra dei novant’anni si registra un invece un peggioramento significativo della demenza, con disorientamento e incapacità di collocare in sequenza logica le vicende di vittime e assassini, poliziotti e ispettori. I complottisti sollecitano un’indagine su questa insensata imposizione di pubblicità, suggerendo di verificare per prima cosa il numero di reti e materassi venduti negli ultimi sette anni. Se, come sospettano, si appurasse che lo spot rappresenta un formidabile deterrente all’acquisto del prodotto reclamizzato, suggeriscono di approfondire l’indagare sulle perverse motivazioni di tanto accanimento televisivo.

 

PAGNOTTA E PANINO

Una volta c’era la pagnotta, oggi ci sono i panini. La farina, il riso e la pasta non si comprano a sacchi, ma a sacchetti di plastica ermetici inscatolati in contenitori di cartone, ove spiccano marchi, luogo di produzione e di confezionamento, descrizione del prodotto, peso, tempi di cottura, fotografie dello stesso già cucinato, calorie per 100 g e composizione, data di scadenza, consigli di vita per uno stile di vita sano e attivo, percentuale di fabbisogno calorico giornaliero di un adulto medio. Il cartone è ottenuto da una risorsa naturale e rinnovabile (potrebbe essere la cacca?) da fonti gestite in maniera responsabile (allora non dovrebbe essere la cacca), è facile da aprire (sollevare e stappare lungo il bordo perforato), è leggero, ha un comodo formato, il contenuto rimane fresco (viene da filiera controllata) e può essere versato facilmente, il tutto va smaltito correttamente nel rispetto dell’ambiente (ma i proprietari dei cani leggono tutto ciò?). Compaiono anche codici a barre, il marchio del tetrapac, sigle incomprensibili, numeri verdi nel caso che il cliente volesse essere ascoltato (il produttore è al vostro ascolto, quindi se avete acquistato un chilo di riso “voi” è la seconda persona plurale, se avete comprato una scatoletta piccola di ceci (200 g, 120 g sgocciolati) il “voi” è un a forma di cortesia. Il “voi” è comune e diffuso nelle corrispondenze commerciali e ha la funzione di rendere impersonale il dialogo, rivolgendosi allo stesso modo a individui, enti, ditte, imprese e congregazioni. Noi che viviamo in democrazia tuteliamo il singolo individuo, rispettiamo la sua solitudine, costruiamo intorno a lui una roccaforte di certezze alimentari, e se dovessimo diventare estranei a noi stessi, veniamo guidati a nutrirci in modo sano, che si sappia o meno che i ceci sono legumi, che il riso viene da una pianta erbacea annuale, che il grano è un cereale. Noi sopravviveremo al totale distacco del cittadino dal mondo contadino, dal regno vegetale e animale, mentre il primo sintomo del crollo dell’Unione sovietica è stato il voler dotarsi di imballaggi per fare dei compagni dei consumatori, individualisti come noi.

 

ALIENI ED ETICHETTE

C’è anche l’ipotesi che tanta precisione sulle etichette dipenda dalla presenza tra noi degli alieni, sia tra i produttori, che tra i consumatori. I primi coltivano vegetali transgenici, tacendo la loro provenienza da pianeti lontani, i secondi vogliono sincerarsi che riso e ceci siano commestibili, quindi conoscere l’esatto contenuto in carboidrati, proteine e altri nutrienti permette loro di alimentarsi in relativa sicurezza. Anche gli stranieri devono poter leggere tutte le informative, quindi la scatola dei biscotti diventa la versione moderna e aggiornata della stele di Rosetta: anche tra diecimila anni gli archeologi avranno le chiavi per capire tutte le lingue del pianeta. I fogli illustrativi degli elettrodomestici rappresentano un enorme spreco di carta (ma chi ci bada più) e richiedono per la lettura una lente d’ingrandimento o un microscopio, i vestiti hanno spesso tre etichette sovrapposte che recano codici a barre, composizione dei tessuti in numerose lingue, compresi cinese e arabo, ideogrammi che danno indicazioni sul lavaggio. Se comprate bulloni venite avvertiti che non sono commestibili, se acquistate una bomboletta spray siete diffidati dal buttarla nel fuoco del camino, vi si ricorda di non gettare nell’acqua del bagno la stufetta elettrica accesa, di stare attenti, perché il coltello taglia, così come anche il filo del tosaerba, vi si raccomanda di non ingerire né inalare i piccoli componenti di marchingegni inadatti ai bambini al di sotto dei 36 mesi. Le bambine vengono tenute lontano dai fusi, aghi e forbici e tutto andrebbe alla perfezione se non succedesse di venir morsi dai cani, pulci, zanzare e zecche, tutti sprovvisti di etichetta e foglietto illustrativo.

 

CASA

Un tempo si nasceva in casa e, se tutto andava per il meglio, si moriva in casa e la propria immagine transitava, duplicata, seria e composta, dalle foto di famiglia della camera degli sposi a necrologi e marmi tombali. In questi giorni mi chiedo come si vivesse quando il lockdown era una condizione normale per la donna e cerco di convincermi che la mia casa può diventare il mio mondo, perché è una casa rassicurante, essendo del tutto normale. Lo è perché non circolano fantasmi, non avvengono apparizioni, i bisnonni non ci hanno mai abitato, quindi non compaiono, nei miei sogni. Per altri aspetti non lo è affatto: una sparuta colonia di formiche, minuscole e prudenti, vive in bagno, dove non c’è nulla da mangiare, una patina bordò circonda la guarnizione della lavatrice, dello stesso identico colore del foglietto acchiappacolori che mi sembrava fosse uscito integro dal cestello. Esiste il mistero dei calzini spaiati, degli strofinacci di cotone bucati da insetti sconosciuti (i fori sono tondi, con perdita di sostanza: non sono né strappi, né bruciature). Le cose di uso meno comune spariscono da dove erano state riposte per ricomparire nei posti più impensati, la plastica del cannocchiale e della mia spazzola è diventata irrimediabilmente appiccicaticcia, quindi inservibile, dai cuscini le piume scappano tutti i santi giorni e l’imbottitura sintetica diventa sempre più grumosa. In casa non abbiamo mai festeggiato nulla e si può continuare così, ma per evitare di litigarci bisogna ripensare a tutta la situazione abitativa, stabilire zone franche, confini invalicabili e soprattutto che nessuno tocchi le formiche: sono sotto la mia protezione. Quando lavoravo ero fuori dieci ore al giorno e avevo familiarità solo con il mio divano e con i plaid che mi tenevano al caldo, compravo calzini a dozzine e non ispezionavo mai il frigorifero. Quella sì che era una vita normale, senza fotografie in giro che mi ricordassero genitori e parenti e, quando mi ammalavo, c’era il divano, perché andando a letto correvo il rischio di far la fine di tutti i mioei antentati.

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