Cristina Biondi: 11. Nuovo dizionario delle parole italiane. Da Pensionati ricchi e poveri a Identità nazionale

| 7 Marzo 2019 | Comments (0)

PENSIONATI RICCHI

I pensionati ricchi godono di mille privilegi, conducono una vita da sogno, in stile ancien régime. Scelgono climi miti, spesso espatriando, incaricano la servitù di lucidare l’argenteria e di preparare pietanze raffinate, traggono in schiavitù fanciulle dell’est obbligandole a provvedere a ogni loro ne-cessità. Devono temere solo due entità femminili che minacciano di trasformare il loro sogno in un incubo: La Nera Signora, che giunge inesorabile e si fa precedere da mille acciacchi, e La Riforma-trice del Sistema Pensionistico, che per l’inconscio collettivo si chiama Elsa e impugna la spada: “Non ti fidar di me, se il cuor ti manca”. La Nera Signora non ha mai dimenticato nessuno, La Riformatrice vorrebbe che gli anziani non si dimenticassero dei giovani, avessero a cuore il destino dei diseredati e le sorti del pianeta, redimendosi dai misfatti compiuti molti anni fa, quando piazzarono una raffineria nel golfo di Milazzo e un’acciaieria a Taranto. C’è chi si rifiuta di permettere a La Riformatrice di uniformare i destini, sostenendo che alla categoria dei pensionati ricchi appar-tengono anime nobili che lavorarono per il Bene del Paese e anime nere che, dopo aver imperversa-to nella stanza dei bottoni, sono ancora in grado di organizzare una class action che restituirebbe loro ogni privilegio. Usare il tosaerba risulterebbe quindi ingiusto o inutile e nessuno ha il coraggio di dotare la Signora con la falce di una ghigliottina, l’unico strumento in grado di livellare veramente le cose.

 

PENSIONATI POVERI

La speranza è dura a morire e dopo una certa età non ha più un aspetto sorridente, diventa cinica e coriacea per sostenere gli anziani poveri nelle loro strategie di sopravvivenza. Le risorse si riducono e, dal momento che il rischio peggiore è che in parallelo le necessità si moltiplichino, bisogna impa-rare a tagliarsi fuori da tutto: occasioni familiari, occasioni sociali, occasioni d’acquisto, non dando retta ai geriatri che immaginano i loro pazienti, attivi e pimpanti, al centro di piacevoli momenti di condivisione di affetti e di amicizie. Finalmente ci si può arrendere alla stanchezza e starsene in pa-ce da soli. Non è male tenere il televisore spento e rinunciare all’apparecchio acustico, mentre sa-rebbe bello avere un buon paio di occhiali da lettura. Spesso il difetto di vista non è correggibile, quindi è utile imparare a memoria, sin dalle elementari, la poesia Natale di Ungaretti:

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

ho tanta

stanchezza

sulle spalle

lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

qui

non si sente

altro

che il caldo buono

sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare.

 

IL NONNO E LA TELEVISIONE

Oggi è di moda diagnosticare la demenza negli anziani: lo fanno i neurologi, i geriatri, i medici di base, i figli e i nipoti (il nonno è sclerato, ma almeno alla vostra età sapeva leggere, scrivere e far di conto). Gli unici a non avere mai sospetti in tal senso sono gli addetti al Pronto Soccorso, che non ammettono i parenti in area rossa e poi si meravigliano che sia stato chiamato il 118 per un centena-rio che non ha dolore al petto, non è caduto, non ha perso conoscenza e non ha avuto quaranta di febbre, né un picco ipertensivo. Quando l’anziano, a conclusione delle sue dichiarazioni, chiede di tornare a casa tutto il personale solidarizza con lui e lo dimette.

A volte il sospetto di incipiente demenza è dovuto soltanto alla distrazione dei familiari che riman-gono meravigliati che il nonno non abbia capito la trama di un film per famiglie, uno di quei film semplici e ingenui con un finale prevedibile e scontato. La televisione tiene compagnia, ma chiun-que decida di fare altrettanto, passando un paio d’ore con l’anziano, si renderà conto che in quel tempo interminabile le sequenze del programma vengono interrotte 68 volte per magnificare un Suv, una tintura per capelli, merendine e biscotti, deodoranti, profumi, adesivi per dentiere, assicu-razioni auto, polizze vita, igienizzanti per il bagno, scope elettriche e poi di nuovo i Suv, le tinture, le merendine… Al nonno non dispiacerebbe assaggiare il nuovo tipo di fette biscottate, ma perché mai un bel ragazzo si mette a parlare con la sua gallina? Chi è affetto da demenza?

 

ANALFABETISMO FUNZIONALE

Si studia sempre meno il latino, coloro che lo hanno definito una lingua morta sono stati anche i suoi assassini, non considerandosi, al pari di Caino, i custodi di ciò che hanno eliminato. Certo la scuola lega indissolubilmente lo studio all’età infantile e adolescenziale, non guarda oltre e non immagina di aver fatto un gran danno evitando ai ragazzini il tormentone di rosa, rosae. La mente dei fanciulli, non gravata dall’apprendimento a memoria di poesie e tabelline, deve aprirsi a nuovi linguaggi, imparando la valenza comunicativa di faccette, torte, cuoricini, diavoletti ed escrementi.

Tali linguaggi aprono nuovi orizzonti e non appartengono solo ai gerghi giovanili, anche gli adulti se motivati, imparano ad alternare a brevi messaggi, a ordini di servizio, a epigrammi e a invettive dischetti gialli sorridenti o tristi. Pollice in su e pollice in giù non decidono più la sorte dei gladiato-ri, ma rivelano l’insopprimibile impulso ad approvare o disapprovare ogni pensiero e azione altrui. La sensazione è che siamo in troppi e stiamo troppo stretti, invischiati in un sistema di comunica-zione che i più anziani trovano allucinante. Il peso della situazione sta tutto sulle loro spalle: non sanno più prenotare un aereo o un albergo, non fanno gli acquisti nel modo più vantaggioso, ma soprattutto si smarriscono nel sistema sanitario, in banca, alle poste e persino all’anagrafe.

Non c’è da meravigliarsi se i vecchietti si rifugiano nelle chiese, trovandole accoglienti e rassicuranti: appena entrati intingono le dita nell’Acqua Santa invece di staccare il numerino dal distributo-re in attesa che compaia sul display. Pazienza se la chitarra ha preso il posto dell’organo, se si risponde messa in italiano e non in latino, nessuno, nemmeno in confessionale, vi chiede di recitare a memoria il vostro codice fiscale.

 

LOREM IPSUM

Se aprendo il solito giornale trovate un brano in latino, oscuro e difficile persino per i latinisti, non c’è motivo di ricorrere a vocabolario e grammatica: ciò che per voi è incomprensibile è privo di significato. Avete davanti agli occhi un testo segnaposto che serve come riempitivo nelle prove di stampa, da sostituirsi poi, se il redattore se ne ricorda, con l’articolo annunciato dal titolo.

Si tratta di una diavoleria bella e buona, che, venendo in soccorso dei nostri politici, potrebbe indurre i lettori a non comprare più i giornali. Inoltre rappresenterà un rebus irrisolvibile per gli archeologi del futuro. Meno male che chi incideva la pietra non si sognava nemmeno di scrivere cose insensate, immaginate che rompicapo sarebbe stata le stele di Rosetta se la parte in greco fosse stata composta da un’ insalata di parole. I testi segnaposto comparvero insieme a un’invenzione destinata a favorire il pensiero di Martin Lutero: la stampa a caratteri mobili. Così quando tutti, o quasi tutti, potevano avere la Bibbia in casa, accedendo alle Sacre Scritture, veniva storpiata a scopo puramente riempitivo e dimostrativo un’opera di Cicerone intitolata: Sui confini del Bene e del Male. Indubbiamente il Maligno è dotato di una notevole inventiva e di una vena di umorismo.

 

TELEFONIA FISSA E MOBILE

Un tempo la televisione stava al bar, per vedere insieme le partite e la tappa del giro, poi è stata in-stallata in casa ed è arrivato anche il telefono. Noi bambini avevamo timore del telefono, lui suona-va e alcuni avevano l’ordine, altri la proibizione, di rispondere. Dopo aver ascoltato decine di volte la fiaba che insegnava ai capretti a non aprire la porta a nessuno quando erano soli (c’erano una vol-ta la Protezione animali, le assistenti sociali e il tribunale dei minori?), non era facile sollevare la cornetta per dire: “Buongiorno, papà non è in casa”. Difficilmente eravamo incaricati di dire una bugia, vuoi per motivi educativi, vuoi per la nostra ingenuità, che ci faceva mentire bene solo quan-do avevamo combinato un guaio. O si era in casa o non si era in casa, il telefono restava lì, come i mobili, le pentole, la televisione e il gatto, mentre si dava il caso che anche il cane fosse fuori.

Oggi si risponde ovunque, si mandano messaggi, si fanno fotografie si guarda la televisione e You-tube, il telefono ci ha fatti prigionieri, si è fatto piccolo, ma capace di tutto. Peccato che ai bambini non si racconti più la favola del lupo e dei sette capretti, mamma capra arriva sempre troppo tardi, ma manda messaggini rassicuranti. Chi tutela i minori ha una mezza idea di vietare ai bambini i cel-lulari, ma come fare a recuperare una situazione in cui ormai l’intera umanità è fuori come una per-gola?

Certi anziani saggi caldeggiano soluzioni semplici, nemmeno tanto tecnologiche: cellulare spento, cellulare rotto. Inutile ricordare loro che il telefono va messo in carica o acquistare una cover protet-tiva, loro riescono a godersi ore e ore di libertà dimenticandosi semplicemente il telefonino a casa, dolce casa.

 

LONGEVITÀ

Un giornale satirico ha affermato che per aiutare lo stato bisognerebbe uccidere un pensionato. Torna la rima e tornerebbero anche i conti. Prima di finire nel Guinness dei primati la nonna rischia di dilapidare il proprio patrimonio per pagare le badanti, lei non vorrebbe mai perdere l’autosufficienza, preferisce continuare a consegnare metà della sua pensione al nipote disoccupato che è così gentile da accompagnarla tutti i mesi alle Poste. La mamma è sempre la mamma, questa tautologia non ha alcun rapporto con la longevità, mentre una volta era impensabile che un figlio fosse sempre un figlio, anche a settantacinque anni. La nostra centenaria ha perso il senso del tempo e noi con lei: a volte ci sembra una bambina e, se sorride con dolcezza, la rivediamo giovane, quando ci cantava:

 

ninna nanna, ninna oh

questo bimbo a chi lo do

lo darò alla befana

che lo tiene una settimana

lo darò all’Uomo Nero

che lo tiene un anno intero

lo darò all’Uomo Bianco

che lo tiene finché è stanco

lo do alla sua mamma

e il bimbo fa la nanna.

 

Noi saremmo anche stanchi, ma non abbiamo cuore di mettere la mamma in Casa di Riposo, lei che non ci ha mai abbandonato e che non vorrebbe lasciarci mai.

 

NOSTALGIA

Di mamma ce n’è una sola, però le si affiancano baby sitters, vigilatrici d’infanzia, nonne e zie che sono scese in campo per supplire a una carenza sempre più evidente: oggi di mamma ce n’è spesso solo mezza, a volte meno, perché la donna che lavora non è più madre a tempo pieno.

Ci sono i biberon, che permettono anche a un uomo di allattare, c’è la televisione, che ipnotizza, e i giochini in internet, che rimbecilliscono; una volta bisognava trasgredire, scappare di casa, per raggiungere i luoghi di perdizione, oggi la casa stessa si è trasformata nel paese dei balocchi, con peluche e giocattoli che traboccano da ogni parte. A molti non sembra un crimine separare i figli degli stranieri dalle loro mamme, racchiuderli in lager che sono la versione meno confortevole dei nostri asili, però poi tutti si scandalizzano se i nostri pargoli vengono strapazzati da quei maestri che non reggono di trovarsi circondati da un esercito di piccoletti non autosufficienti, del tutto incapaci di andare dagli Appennini alle Ande per ricongiungersi alla vera madre.

Per gli emigranti, tanti e tanti anni fa sono state composte decine di canzoni che aiutavano a sopportare la nostalgia della mamma, ai militari è stato concesso meno spazio per i sentimenti filiali, per lo più congelati in alta montagna, agli uomini del futuro resterà nel cuore un buon numero di figure femminili vagamente affettuose: parenti, volontarie o professioniste dell’accudimento a tempo pieno e le quotidiane fughe della mamma favoriranno l’accettazione dell’abbandono di mogli e compagne, presto sostituite da figure di passaggio o da professioniste delle più varie attività assistenziali e ricreative.

 

STANCHEZZA CRONICA

La medicina, che aspira a occupare tutti gli spazi del reale, ha descritto il quadro della sindrome della stanchezza cronica, guardandosi bene dal porla in relazione con la nevrastenia (facile esauribilità ed eccitabilità del sistema nervoso centrale) e con l’ignavia (indolenza o viltà eletta a stile di vita). Gli ignavi andavano all’inferno, i nevrastenici in casa di cura, mentre coloro che sono affetti dalla sindrome della stanchezza cronica non solo non ricevono una definizione di sé stigmatizzante, ma, seppur con fatica, continuano a vivere tra noi, assolti dal dovere di essere iperattivi, dinamici e sempre pronti a fronteggiare le molteplici necessità della vita. Equivale, in tempi di pace, alla dia-gnosi, resasi necessaria dalle immani sofferenze patite nelle due guerre mondiali, della sindrome post-traumatica da stress, che ha permesso ai medici di sottrarre molti soldati al plotone di esecu-zione che eliminava dalle file dell’esercito i vigliacchi e i disertori.

La stanchezza è un tratto caratteristico della vecchiaia e un tempo la si ammantava di una sapienza in grado di attrarre i giovani sulle cime delle montagne, scalate negli anni del vigore, dove i saggi sedevano, composti e solitari. La loro risolutezza nel non voler abbandonare la vetta garantiva della lucidità del loro pensiero, dell’acutezza del loro sguardo. Oggi tutti gli anziani sono invitati a scendere in quella valle dove li attendono i geriatri per diagnosticare loro cataratta senile, demenza seni-le e quant’altro può oggettivare la loro resa. Nemmeno gli irriducibili ricevono l’onore delle armi, davanti a loro la medicina si retrae, per lasciarli preda di un ottimismo puerile e vagamente canzo-natorio: loro sono i vecchietti arzilli, personaggi da commedia dell’arte.

Domanda per i teologi: in sede di giudizio universale, nell’ammettere le nostre colpe, potremo venir assistiti da medici, genetisti ed esperti in neuroscienze disponibili a certificare che la responsabilità dei nostri comportamenti va attribuita ai mediatori cerebrali e che ciò che abbiamo combinato po-trebbe esser dipeso da un eccesso o da una carenza di serotonina?

 

SAGGEZZA DI UN TEMPO

La saggezza popolare una volta veniva in soccorso agli animi semplici e suppliva all’istruzione sco-lastica. Era fatta di proverbi, di brani evangelici e di una miriade d’insegnamenti pratici.

Le giovani donne imparavano a cucinare. “Se fai il lesso e metti la carne nell’acqua fredda, avrai il brodo migliore, se aspetti che l’acqua bolla, sarà più buona la carne. Vanno aggiunti gli odori: carota, sedano e cipolla, e grani di pepe. Tutto qui.”

Le ricette si tramandavano di madre in figlia, c’erano segreti e trucchi del mestiere, le brave cuoche consultavano il loro libro di cucina, ma non c’erano la nouvelle cuisine, i programmi televisivi e una miriade di pubblicazioni con milioni di fotografie.

Oggi ci sono gli inscatolati, i surgelati, i precotti, i surgelati precotti, gastronomie in ogni supermercato, i fast food e gli slow food e poi c’è internet. In internet circolano miliardi di ricette e consigli: fai così, fai colà, fai così e colà. Internet è il regno degli esperti, dei paranoici, dei mistici, dei fanta-siosi, dei creduloni, dei dilettanti e dei professionisti, dei geni e degli ingenui, delle notizie e delle fake news.

I nostri ragazzini hanno capito tutto questo e cercano intrattenimento, favole e leggende e si impegnano a trasmettere ai loro insegnanti un’incontestabile novità: non è più il caso di imparare nulla, ma proprio nulla. Al di là della volontà e degli sforzi individuali, non esistono più buoni maestri, ed è innegabile che studiare la storia (magistra vitae?) equivale a entrare nel tunnel degli orrori, un tunnel del quale non si intravede l’uscita.

 

FAKE NEWS

Ci sono sempre state le frottole e il mondo è pieno di millantatori, d’imbroglioni, di venditori di fumo, di inguaribili bugiardi. La buona educazione c’insegna a mentire davanti a un cibo che non ci piace, a un regalo di Natale sgradito, ci invita a esibire gentilezza e calma, a chiedere scusa quando qualcuno ci pesta inavvertitamente un piede.

Nella lingua italiana “notizie false” traduce egregiamente fake news, formula entrata in uso perché i politici americani mentono ancora più dei nostri e detestano i giornalisti che li criticano più dei no-stri (che è tutto dire…). Inoltre sono stati loro a diffondere notizie tendenziose sulle armi di distru-zione di massa che rappresentano un problema solo quando le possiedono gli altri. Chi ha più mezzi e più potere tende a farsi un Dio per conto proprio e a imporlo a tutta la nazione; il peggio non è mai morto e sono in molti a fare ogni sforzo per tenerlo in vita.

La fortuna di fake news è anche legata all’assonanza con fuck it o fuck off e analoghi, che potrebbe-ro già rappresentare una reazione del calunniato alle suddette notizie false.

Polemos, la guerra, il padre di tutte le cose, è in buona parte responsabile di quelle fack news che vanno sotto il nome di propaganda e ha avuto un figlio illegittimo che gli assomiglia molto, dal momento che è uno strumento importante nelle guerre commerciali: la pubblicità, che assolda bellissime ragazze e attori famosi per bombardare il pubblico di messaggi al fine di condizionarlo. Quando la situazione diventa insopportabile, si può giungere a un punto di rottura che fa precipitare la collettività nel caos e nella guerra civile. Non vorrei sembrare sediziosa, ma dopo un pomeriggio passato davanti alla televisione e dopo aver visto cerca venti volte la stessa réclame dello stesso di-vano (ma quanti ne dovrei comprare?), ho fantasie sovversive e desiderio di revanche.

Purtroppo, o per fortuna, chi passa ore e ore davanti alla televisione o è molto anziano, o è malato: nessuno è arruolabile per la prossima rivoluzione d’ottobre, bisogna giocare in difesa, attivando il tasto del telecomando che silenzia la voce.

La mamma delle fake news è l’ignoranza, che in una certa misura è anche la madre di tutti noi, beato chi sa tacere al momento giusto e mentire solo quando è strettamente necessario.

 

PUBBLICITÀ

Primo piano Dermatologia, secondo Chirurgia toracica, terzo Unità coronarica, quarto Oncologia. Quando vi avvicinate all’ascensore scoprite che le porte sono interamente coperte da immagini pubblicitarie che reclamizzano un’agenzia immobiliare, con tanto di numero telefonico, poi il tutto scompare per lasciarvi entrare. Nel tempo che passate aspettando che le porte si riaprano per farvi accedere al reparto che per voi rappresenta l’anticamera dell’Ade, perdete quel po’ di speranza che vi aveva concesso una notte senza sogni e immaginate la vostra bara tappezzata di avvisi e réclame, come una valigia di cartone di fine Ottocento, il carro funebre, rigorosamente nero ma abbellito dalla pubblicità di una celebre bevanda (lattina rossa), indirizzi di ristoranti e parrucchieri; mancano solo i numeri telefonici di manicure e massaggiatrici perché la vettura assomigli in tutto per tutto a un cesso pubblico. Odiavate la pubblicità come spettatori televisivi, ma ora la vostra condizione di morituri vi rende intransigenti, è una questione di rispetto, di dignità. Una volta l’ospedale era tutto bianco, c’erano persino suore candide come gigli, ora è diventato un’azienda che deve fare profitti, anche sulla vostra pelle (Dermatologia: primo piano), e sui vostri occhi: finché avranno luce do-vranno sorbirsi la pubblicità.

 

POST MENOPAUSA

Solo nelle pubblicità la donna in post menopausa è sorridente, allegra, dinamica. Vestita con sobria eleganza, con un velo di trucco che valorizza il suo incarnato ancor luminoso, confida alle coetanee, alle nipoti e a tutto il pubblico televisivo i suoi segreti. Sussurra nell’orecchio dell’amica i pregi dei pannolini per le piccole e grandi perdite, affronta una bistecca di filetto con la disinvoltura di chi ha comprato il miglior adesivo per dentiere, costringe il cane a lunghe passeggiate, rivitalizzata dalla crema a base di antinfiammatorio. Non confessa la sua età, ci sfida a indovinarla, in realtà c’è da chiedersi come mai una bella signora che dimostra al massimo sessant’anni, si trovi ad affrontare i problemi dell’estrema vecchiaia.

È un’icona di benessere ed equilibrio, dovremmo scolpire la sua immagine nel marmo per innalzar-la, dea tra le dee, sul frontone del Partenone. Appartiene al mondo classico, non lotta contro le ru-ghe, i capelli bianchi, la perdita di fascino e di memoria, ma conserva la sua giovinezza con olimpi-ca saggezza. Guai a lasciare che il tempo abbruttisca il volto, marchi con i segni dell’età il corpo, immobilizzi le membra: guai a intervenire troppo tardi, guai a specchiarsi nello sguardo degli altri con un viso tumefatto dalle iniezioni di silicone, deformato dai colpi del bisturi, esibendo le gambe magre infilate in improbabili pantacollant.

Le streghe di oggi sono un po’ trascurate, non si preoccupano di tante piccole cose, hanno coltivato in sé il pensiero, la capacità di prevedere, di cogliere quei segni dei tempi che la giovinezza ignora e, se conoscono un segreto, non sono disposte a confidarlo a tutti. Non interrogano il proprio viso, non cercano rimedi all’irrimediabile. Le streghe di oggi scrivono, dopo aver molto pensato.

 

IDENTITÀ NAZIONALE

Siamo italiani: non siamo né tedeschi, né francesi, su questo non ci piove. La nostra patria è la televisione: è lei che ci ha insegnato a parlare tutti la stessa lingua, ci ha alfabetizzato e ci ha fatto il lavaggio del cervello, come se fosse una lavatrice che, partita col programma “cotone 90°”, ora si trovasse in fase di centrifuga a 1200 giri. Siamo stati governati dal re delle televisioni private e la pubblicità è identica su tutti i canali, mentre per ascoltare un annuncio serio rivolto alla nazione da un centinaio di reti riunite dovremo attendere lo scoppio della terza guerra mondiale.

Per definire l’identità si è soliti parlare di radici, complessa struttura vegetale per lo più sotterranea che, per il bene stesso della pianta, dovrebbe restare sepolta. Noi veneti siamo stati un’entità che si è sviluppata dagli albori del medioevo come una società autonoma, nata, cresciuta, giunta a splen-dori oggi solo immaginabili e poi decaduta. Venezia è morta, è una città bellissima nelle cartoline, è un museo all’aria aperta, c’è sempre il rischio che l’acqua la sommerga, ma come entità politica è defunta, beneficiando i suoi eredi (legittimi e illegittimi, molto più fortunati degli abitanti di Pom-pei) di un mare di soldi e di un archivio storico che si estende per un centinaio di chilometri.

Il complesso ed efficiente governo della Serenissime si dava regole che oggi definiremmo assurde, tipo: chi ricopre cariche pubbliche può parlare degli affari di stato e di politica solo e soltanto nelle sedi preposte alla gestione del bene comune. Niente fake news, governare era più un onere che un onore e per errori gravi anche il Doge poteva rimetterci la testa.

La Serenissima ha donato all’Italia un figlio postumo, molto dotato per gli affari di governo: è stato sindaco e parlamentare. Lui intelligente, lucido, colto, lui preparato, consapevole, lungimirante è stato emarginato dal sistema. Oggi è anziano ed è diventato profeta di sventura: come Cassandra si è rifiutata ad Apollo, lui si è rifiutato di compiacere il Dio degli affari e della pubblicità.

L’archivio di Venezia occupa molto spazio, prima o poi un incendio potrebbe liberare edifici che, debitamente restaurati, potrebbero diventare alberghi o strutture produttive destinate a crescere benissimo anche senza essere radicate nel territorio.

Category: Libri e librerie

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