Cristina Biondi: 32 Nuovo Dizionario delle parole italiane. Da “Sempre con noi” a “Gadget”

| 28 Settembre 2020 | Comments (0)

 

SEMPRE CON NOI

Io lo porto a sinistra, nella tasca dei pantaloni. Improvvisamente mi ricordo di conversazioni tra i miei compagni di scuola, alle medie: da che parte lo porti? Ecco cos’è il mio telefonino: è il fallo mancante, la cui assenza anatomica ha decretato la vergogna del mio sesso. Dalla padella alla brace: siamo passate dall’invidia del pene alla tirannia del telefonino. Lui ha il potere, ma non è in nostro potere, non è irrorato dal nostro sangue, si carica attraverso il suo cavetto di alimentazione e ci sta duro in tasca tutto il giorno. Con lui possiamo fare molte cose, è un genio della lampada che realizza i nostri desideri all’infinito, ma come la pubblicità, in questo modo ci asservisce. Per il maschio è un fallo aggiuntivo, impegna gli adolescenti in una continua attività di masturbazione, abitudine nella quale indulgono anche gli adulti che, lungi dal porsi faccia a faccia con un’amante, le mandano centinaia di messaggini. È il fruitore di montagne di pornografia, innesca conversazioni stupide e si gloria di scoperte intelligenti. Sa tutto lui, invita alle opinioni spicce, condensabili in quattro parole. Porta all’isolamento relazionale, con il suo schermo nero potrebbe eleggere a suo motto il “me ne frego”, proclama della propria autosufficienza. Tutte le invettive che equiparano il cervello ai genitali maschili presto cadranno in oblio e il povero fallo, divenuto un insignificante strumento di minzione, verrà considerato un residuato dell’evoluzione da virago dotate del loro amato-odiato telefonino e lungi dall’invidiarlo – il pene, non il loro nuovo attributo –, ne faranno l’oggetto di un disprezzo goliardico o di un indulgente maternalismo.

 

SCUOLA

A maggio circolava un video umoristico che ho trovato simpatico: veniva aperta dall’interno la portiera posteriore di una bella auto nera e ne venivano scaraventati fuori tre ragazzini che, dopo aver rotolato sul prato, recuperavano la posizione verticale un po’ traballanti, ma pieni di energia, come puledri appena nati: fine del lockdown (chiusura, in italiano corrente). Quel prato forse dava l’accesso a verdi distese di campi e non lontana, la riva del Mississippi prometteva spazi infiniti da esplorare. Espulsi da una famiglia della buona borghesia, ma non ancora accolti dalla scuola, i nostri ragazzi potevano assaporare la libertà. A settembre si parla dell’opportunità o meno di far lezione in classe e il tutto si gioca tra due alternative: spazio virtuale o spazio fisico, la scuola o è un computer o è un banco. Invece bisognerebbe guardare lontano, formulare progetti per il futuro. Presto una generazione di medici andrà in pensione e c’è l’urgenza di avere nuove leve, quindi tutti i bimbi dell’asilo giocheranno al dottore, con bambole smontabili che non solo avranno il pisellino, ma anche reni e fegato. Alle elementari si studierà anatomia, alle medie fisiologia, biochimica e microbiologia, i programmi delle superiori verranno diversificati: chirurgia e specialità chirurgiche, compresa urologia al liceo scientifico, medicina generale, dermatologia e psichiatria al classico. Al posto della maturità gli studenti sosterranno l’esame di stato, con conseguente iscrizione all’albo a diciannove anni compiuti. Per scoraggiare gli eccessi di zelo sarà vietata la vendita de “l’allegro chirurgo” ai minori di quattordici anni e varranno strenuamente difesi da ogni manipolazione il cane e il gatto di casa, impedendo ai liceali di costruirsi i virus in garage e di sperimentare sugli animali nuovi vaccini di loro invenzione. L’unica alternativa a tale iter scolastico sarà il seminario, dove gli aspiranti sacerdoti verranno formati al compito di cappellani medici, mentre le giovani suore prepareranno accoglienti celle di clausura.

 

BAMBINI ADULTIZZATI

Bisogna adultizzare i bambini e farlo in fretta. Sostituiamo l’apprendistato all’istruzione, facciamo torte, pane, sciarpe e cemento (il cemento serve a farli divertire), assicuriamo loro che se sbaglieranno qualcosa riceveranno un sacco di legnate, ma che non c’è di che preoccuparsi, loro non sbaglieranno, come non sbaglia mai papà, dovesse anche mirare da trenta metri alla mela appoggiata sulla testa del figlio. Noi non sbagliamo mai, noi siamo vincenti. I fratelli minori vanno disciplinati con magnanimità, le sorelline aiutate a farsi le trecce, se poi piagnucolano, ci pensa mamma a consolarle senza indulgere in vittimismi (tirare le trecce aiuta a far crescere i capelli). I grandicelli devono attraversare la strada da soli, rubacchiare le pere dall’orto del vicino (anche sant’Agostino lo fece e ora è in Paradiso), allevare mute di cani, attraversare boschi abitati da orsi e lupi (non serve andare lontano) difesi da Fido, Baldo e Beethoven, e, quando papà e mamma li accompagneranno a cercar funghi, si ricorderanno di riempire una tasca di sassolini bianchi e l’altra di crocchette, se mai dovessero incontrare il mastino dei Baskerville. Ma soprattutto, se vogliono sopravvivere al covid, devono imparare a non rompere le scatole a nessuno, per nessun motivo.

 

LUPUS HOMINI LUPUS

Il nostro miglior amico, il cane è pronto a dare la sua vita per noi. Scava per disseppellire gli uomini travolti dalle valanghe, guida i ciechi, grazie al suo fiuto trova i bambini smarriti, abbaia agli intrusi e aggredisce i ladri. Ha un gran rispetto per gli esseri umani e, se educato bene, è capace di non reagire alle provocazioni. Una volta ho avuto un comportamento molto aggressivo nei confronti di due setter che stavano giocando tra loro: li ho turbati con urla inarticolate e mi apprestavo a prenderli per il collare per scuoterli come stracci della polvere. Mi hanno guardato con occhi miti, alla ricerca di quella comprensione che da tempo immemorabile si è stabilita tra la nostra specie e la loro. Sembravano chiedermi: “In fondo che male c’è a far volare in aria uno scoiattolo, riprendendolo nelle fauci prima che possa scappare?” Anche quando il piccolo roditore ha approfittato del mio intervento per sottrarsi al gioco, non mi hanno colpevolizzato, felici che io mi fossi calmata di colpo.

Certo, oggi il mio buonismo verrebbe apprezzato dalla maggior parte degli animalisti, ma che noi tutti si sia degli ingenui è dimostrato da quello che succede da quando alcuni predatori da tempo assenti alle nostre latitudini si aggirano nei nostri boschi. Nessun uomo sarebbe stato aggredito se avesse incontrato l’orso in compagnia di una muta di cani della Carelia, nessun gregge sarebbe stato sbranato se fosse stato sorvegliato da quattro o cinque maremmani allevati per fare bene il loro mestiere. Il nostro inconscio collettivo serba ancora gratitudine per chi prima della domesticazione dei cani ci difendeva da predatori come i velociraptor: in Cina la mitica figura del drago probabilmente rappresenta un dinosauro più grande e feroce di quei rettili che si cibavano dei nostri più remoti antenati.

 

LA NOSTRA MORTE QUOTIDIANA

C’è chi fa notare che si muore per tante cause, di diabete, ad esempio, con le sue complicanze, di cardiopatia, ischemiche o meno, e va nominato, non ultimo, anche il cancro. Nel mondo la tubercolosi o la dissenteria fanno numeri importanti, e chi si preoccupa più di tanto di tubercolosi e dissenteria? Memento mori, d’accordo: moriremo tutti, ricordarcene ci intristisce ma ci rassicura, non c’è nulla di veramente nuovo sotto il sole e nemmeno sotto terra. Però abbiamo motivo di temere che statistiche e previsioni non vadano più a braccetto, che l’un per cento di oggi diventi l’ottanta per cento di domani. Tale fenomeno non colpirà i diabetici, nemmeno se decidessero di mettere quattro cucchiaini di zucchero nel caffè, non capiterà nemmeno ai cardiopatici, qualora cominciassero ad abbuffarsi di colesterolo e trigliceridi. A mettere scompiglio tra i grandi numeri potrebbe intervenire anche la povertà, posizionandosi in modo ineguale su entrambi i piatti della bilancia: niente più obesi, quindi riduzione delle malattie metaboliche; non farà gran danno qualche cicca di sigaretta rimediata qua e là, mentre molti con l’alcol ci andranno giù pesanti, senza contare che non avere un soldo ha sempre nuociuto gravemente alla salute: la decrescita infelice è un concetto talmente ovvio da non venir nemmeno teorizzato.

 

MESSE DA PARTE

Un tempo le donne avevano un loro mondo ed era scontato che le bambine avrebbero avuto un destino diverso da quello dei bambini. Vivevano appartate e gli uomini le mettevano ulteriormente da parte quando nuovi interessi, distrazione, disaffezione, egocentrismo, insofferenza e stanchezza aumentavano ulteriormente le distanze. Non c’era bisogno di allontanarle, se erano benestanti non veniva loro negata la permanenza in stanze spaziose, luminose e arredate con cura; la strada delle disillusioni femminili era breve e ben tracciata: andava dalla casa coniugale sino al portone della chiesa. Oggi sulle donne messe da parte pende la spada di Damocle dell’abbandono e del divorzio, ma molti uomini mantengono usi e costumi di una volta, radicati nel perbenismo borghese, e le compagne messe da parte possono annegarsi nel mare del consumismo consolatorio e compensatorio o dichiararsi infelici. “Infelice” è un termine antiquato, la traduzione nel linguaggio moderno è “depressa” e per curare la depressione non si usano le coccole, ma farmaci e, mentre la sposa addolorata di un tempo andava in chiesa a confidarsi in solitudine (il marito l’accompagnava solo alle feste comandate), l’incontro con lo psichiatra oggi potrebbe avvenire alla presenza premurosa del coniuge che snocciolerebbe l’elenco dei sintomi con estrema precisione: è trasandata, trascurata, lamentosa, insonne, assente (anche lui è assente, ma in modo normale) e tenderebbe a bere un po’ troppo. La donna trascurata non ha via di scampo, immersa nella modernità, muore per un colpo inferto nel suo tallone di Achille: la mancanza di autonomia psicologica che, a questo punto arrivati, le viene rimproverata dal marito e prontamente riconosciuta come patologica dallo psichiatra.

 

GADGET

Da quando accumuliamo crisi su crisi è grandemente aumentato il mio bisogno d’affetto. Prima del lockdown amavo venire accolta dalle giovani leve che partecipavano, e tutt’ora partecipano, alla campagna elettorale per l’elezione del sindaco. Sono ragazze e ragazzi bellissimi e di una gentilezza che commuove, pronti a darmi ragione su tutto: dicevo bianco e loro dicevano bianco, dicevo nero e loro: “Ma certo signora, è nero”. Volevo più fiori nelle aiuole e loro promettevano più fiori, volevo più ciclabili, meno smog, meno cani in giro e meno bottiglie di plastica nel canale e loro erano già pronti con il retino, chiedendomi poi se mi interessava più la bottiglia o più il canale (con le vecchiette non si sa mai).

Mi hanno regalato borse di tela con impresso il nome dell’aspirante sindaco e un riassunto molto stringato del suo programma, portachiavi di latta, matite e mascherine: io ero felice.

Poi mi sono venuti degli scrupoli perché la mia migliore amica, che rivoleva i libri che mi aveva prestato, non avrebbe accettato, neanche morta, di riaverli nella borsa del mio candidato sindaco. Meno male che avevo in casa il sacchetto, sempre di tela, di una rispettata casa editrice senza ambizioni politiche. La sinistra ha pregiudizi inamovibili, ma non è questo il punto, quando lei mi ha chiesto scandalizzata: “Ma non gli darai mica il voto?”, mi sono sentita in difetto. Potrei anche dargli il voto, ma non posso farlo a motivo di borse di tela, matite e portachiavi di latta, ci mancherebbe, però devo trovare qualcosa per ricambiare i doni ricevuti. Così ho fatto due presine all’uncinetto e mi sono raccomandata a una bellissima biondina di far avere al candidato il mio piccolo regalo, come gli avevo anticipato di persona nel breve e fortunoso incontro che abbiamo avuto in piazza, quando ho potuto ammirare il suo radioso sorriso.

Category: Libri e librerie, Politica, Scuola e Università

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