Angelina Lopez: Sociologia e marxismo. Un dibattito negli anni Cinquanta

| 11 Aprile 2014 | Comments (0)

 

 

 

DIBATTITO SU MARX Riceviamo da Angelina Lopez la presentazione del suo libro: Sociologia  e marxismo. Un dibattito negli anni Cinquanta, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013, che segnaliamo alle lettrici e lettori di “Inchiesta”

 

Ad essere messa in campo era la reale egemonia della sinistra non solo nel pensiero e nell’azione oppositiva, ma nella concreta capacità attuativa, per la quale occorreva esercitare «nel profondo la fatica rinnovatrice», costruire dalle radici qualcosa di diverso contro in primo luogo le mistificazioni, i conformismi e le inerzie della propria parte, e nel contempo contro le mistificazioni di un avversario sempre più intento a dotarsi di ingenti strumentazioni di difesa e consolidamento, rivelando l’insufficienza dei tradizionali criteri, metodi ed organizzazioni del movimento operaio.

E dunque la necessità, in vista di una effettiva capacità emancipatrice ed egemone – non già solo difensiva o di resistenza – del movimento operaio, di dover procedere in direzione di una controffensiva strategica di superamento dell’offensiva neocapitalistica, col dotarsi cioè a sua volta di un nuovo critico e moderno equipaggiamento di tecniche, di strumenti conoscitivi, di mezzi di ricerca e di studio all’altezza dei tempi. E non prima di avere sopratutto esaminato a fondo le teorie dell’avversario per «capirne il congegno e ‘girarne’ i brevetti» o, più precisamente, per conoscere quanto c’è di buono nelle scoperte dell’altra parte, ed avviare un «processo di osmosi con le teorie avversarie attraverso una rigorosa demistificazione» che possa far «cadere le scorie e salvare i nuclei positivi». Infatti, «il compito del marxismo creativo nei confronti di teorie o opinioni antagonistiche è nel lasciar passare ‘le buone ragioni avversarie’ e trattenere le ‘cattive’ e, inoltre, nel tradurre ‘le buone ragioni altrui’ in buone ‘ragioni socialiste’»1, tenuto conto che «da un punto di vista generale (…) i passi in avanti della sinistra, a partire da Marx per arrivare a Gramsci, sono rappresentati dal doppio aspetto di un’invenzione propria e di un’invenzione sull’invenzione dell’avversario attaccandola e facendola propria»2.

In tale ottica si colloca quello che senza dubbio si configura come un vero e proprio programma di ricerca3, ancora una volta formulato da Guiducci in un breve ma fondamentale articolo4 apparso nel primo numero di «Opinione»5 – pubblicata a Bologna a partire dal maggio del 1956 – allo scopo di coniugare marxismo e sociologia mediante una possibile «sociologia organica» prefigurata muovendo da formulazioni gramsciane, ma a partire da una lettura decisamente inedita.

Gramsci ha da una parte, sostiene Guiducci, negato diritto di cittadinanza alla sociologia in quanto scienza (nella sua pretesa, cioè, di adottare modalità di analisi e principi propri delle scienze naturali) al più capace di pervenire a connessioni conformi a leggi di tipo tautologico nelle quali le conclusioni nulla aggiungono alle premesse; nonché in particolar modo deplorato la scissione e disomogeneità che essa istituisce tra osservatore e osservato, conferendo all’oggetto investito di analisi una oggettualità naturalistica, ma dall’altra lo stesso Gramsci nell’indicare i criteri di una ‘filologia vivente’6 ha indicato, continua Guiducci, anche la strada da seguire per ricomporre tale scissione, che al contrario diventa ‘compartecipazione attiva e consapevole’ fra ‘capi’ e ‘massa’ entrambi coinvolti in un comune processo di comprensione della realtà.

Così «si potrebbe parlare oggi di una ‘sociologia vivente’», considerato inoltre «che quella ‘compartecipazione attiva e consapevole’ cui accenna Gramsci è ancor oggi piuttosto un fine da raggiungere che una situazione di fatto». Ed un criterio finalmente per ottenerlo potrebbe essere proprio quello «offerto da una ‘collaborazione’ su basi autenticamente tecniche di tutti i livelli del movimento operaio per un continuo rilievo della situazione economico-sociale nei suoi più svariati settori e secondo le determinazioni politiche della lotta stessa»7.

Ciò non senza la creazione di strutture specifiche, vale a dire di «un istituto scientifico di sociologia composto da studiosi marxisti», nell’ambito del quale si potrebbero «impostare via via le varie ricerche necessarie adottando i metodi scientifici più moderni e perfezionandoli nel corso della pratica stessa». Ricerche le quali dovrebbero però, attraverso i canali organizzativi del movimento operaio, «cointeressare gli ‘osservati’, che verrebbero ad assumere anche il ruolo e la veste di ‘conricercatori’, partecipi dell’indagine, al fine di ottenere continue risposte che possano essere tradotte in sempre rinnovati strumenti di azione politica».

In sostanza, creando le condizioni necessarie a «promuovere le capacità dirigenti delle masse» e quindi i termini di un «rapporto moderno di attività, di pianificazione democratica, di scientificità (e non di semplice adesione psicologico-morale o fiduciaria) fra gruppo direzionale e base, specialisti e base»8, atto a sollecitare la scoperta e l’indagine.

O meglio, inteso a sollecitare atteggiamenti conoscitivi e pratici insieme, in quanto «la conoscenza non deve a un certo punto cedere il passo all’azione, anche illuminata – come in aggiunta precisa ulteriormente Alessandro Pizzorno di seguito all’articolo di Guiducci – bensì determinare l’azione»; non diversamente dal modo in cui «le necessità dell’azione hanno esplicitamente suscitato certi determinati modi di conoscenza, e non altri. L’azione organizzata implica conoscenza organizzata», nel senso di «far scaturire i problemi, i temi di ricerca, gli oggetti da conoscere, insomma, dalla stessa situazione organizzativa»9. Perciò da rendere, in altre parole, lecito (e finalmente possibile) sottoporre a critica, nonché a modifica la stessa organizzazione a cui si appartiene, con eventuali opere di riforma se non disfacendo e ricostruendo da capo organizzativamente la stessa organizzazione.

 

 

1 R. Guiducci, Sulla fine della classe degli intellettuali, in R. Guiducci, Socialismo e verità. Pamphlets di politica e cultura, Einaudi, Torino 1976, p. 75; prima edizione 1956.

2 R. Guiducci, Sul disgelo e sull’apertura culturale, in R. Guiducci, Socialismo e verità. p. 55, nota 1, cit.; inoltre R. Guiducci, Sulla dialettica politica-cultura, in «Nuovi Argomenti», n.15-16, luglio-ottobre 1955, p. 103, nota 5.

3 Nel senso cioè inteso da I. Lakatos, La falsificazione e la metodologia dei programmi di ricerca scientifici, in I. Lakatos, A. Musgrave (a cura di), Criticism and the Growth of Knowledge, Cambridge University Press, Cambridge 1970; trad. it. Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 164-276.

4 R. Guiducci, È possibile una sociologia organica? Marxismo e Sociologia, in «Opinione», n. 1, maggio 1956, pp. 22-25.

5L’altra importante «rivista del disgelo» nata per essere «uno degli strumenti d’organizzazione della cultura di sinistra», che «compiendo ricerche economiche, sociologiche e storiografiche si propone[va] di contribuire alla elaborazione organica dei problemi del socialismo», con l’intento a tale fine di «impegnarsi nella verifica delle strutture istituzionali e organizzative del movimento operaio e nella progettazione di forme e organizzazioni diverse e nuove» (cfr. Norme di funzionamento, in «Opinione», n. 3, agosto-settembre 1956). Fortemente voluta da Raniero Panzieri, all’epoca responsabile della Sezione Culturale del psi, «Opinione» pubblica il suo primo numero, del maggio ’56, non appena conclusosi il dibattito sull’«Avanti!», aperto, come si ricorderà, da G. Cardona, tra l’altro proprio su incarico dello stesso Panzieri. Assai poco longeva, della rivista ne sono pubblicati solo quattro numeri, tre nel 1956 ed uno nel 1957. Del comitato di redazione fanno parte: oltre a R. Guiducci anche E. Agazzi, M.A. Salvaco, P. Bonfiglioli, G. I. Luzzato, F. Rizzoli, F. Fortini, G. Picardi, G. Scalia, per cui molti dei redattori già di «Ragionamenti».

6 «Con l’estendersi dei partiti di massa ed il loro aderire organicamente alla vita più intima (economico-produttiva) della massa stessa, il processo di standardizzazione dei sentimenti popolari da meccanico e causale (…) diventa consapevole e critico. La conoscenza ed il giudizio di importanza di tali sentimenti non avviene più da parte dei capi per intuizione sorretta dalla identificazione di leggi statistiche, cioè per via razionale e intellettuale, troppo spesso fallace – che il capo traduce in idee-forza, in parole-forza – ma avviene da parte dell’organismo collettivo, per ‘compartecipazione attiva e consapevole’ per ‘compassionalità’, per esperienze dei particolari immediati, per un sistema che si potrebbe dire di ‘filologia vivente’»: A. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino 1948, pp. 127-128.

7 R. Guiducci, È possibile una sociologia organica? Marxismo e Sociologia, cit., p. 24 (corsivo nel testo).

8 Ivi, p. 25 (corsivo nel testo).

9 A. Pizzorno, Abbandonare la sociologia-letteratura per una sociologia-scienza, in «Opinione», n. 1, maggio 1956, p. 25 (corsivo nel testo).

 

 

 

 

Category: Dibattiti, Libri e librerie

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