Amina Crisma: il Laozi politico a cura di Attilio Andreini

| 10 maggio 2018 | Comments (0)

 

 

 

Recensione a Laozi, Daodejing, Il canone della Via e della Virtú, a cura di Attilio Andreini (Torino, Einaudi 2018, pp. XXXV – 246, con testo a fronte, € 22) pubblicata su Alias de Il Manifesto del 22 aprile 2018

“Opera di incomparabile splendore verbale”, da annoverare fra le più alte espressioni della sapienza antica di ogni latitudine: così Simone Weil definiva il Laozi o Daodejing, “Classico della Via e della Virtù”, o per dir meglio “Classico della Via e della sua Potenza”, libro composto nel IV-III secolo a.C. che è assurto a testo canonico per eccellenza del taoismo e che costituisce uno dei più fulgidi contributi della cultura cinese alla letteratura universale.

Fin dall’incipit esso rivela la forza di un linguaggio enigmatico e paradossale, intessuto di audaci accostamenti di contrari e costantemente proteso a misurarsi con l’indicibile: “Senza nome è di Cielo e Terra l’avvio,/ha nome quel che dei Diecimila Esseri è la Madre…” Vi si esprime un pensiero poetante di cui vi sono altre significative testimonianze nella letteratura coeva (come il suggestivo Taiyi sheng shui, “Il Supremo Uno genera l’acqua”, e il breve e folgorante Neiye, “La coltivazione interiore”, del quale ho offerto di recente la prima edizione italiana, Garzanti 2015), ma che nel Laozi si caratterizza peculiarmente per la sua speciale valorizzazione del Femminile: se si vuol dare un nome all’infinita potenza cosmica generatrice, animatrice e armonizzatrice dell’universo, che di per sé eccede ogni definizione e ogni distinzione, la si può chiamare “Madre”, “Femmina Oscura”.

Molteplici aspetti del Femminile compaiono così nelle 81 stanze ritmate e rimate del Laozi a configurarne il tema centrale: il Dao, ossia il Grande Tutto, l’infinita Processualità in cui convergono le contraddittorie forze presenti nella realtà. E’ un infinito che per sua natura si sottrae ai limiti del linguaggio, e che dunque si può evocare solo in via apofatica: la sua perpetua e sfuggente coincidentia oppositorum è irrappresentabile, in quanto è al contempo Esserci e Non esserci, Vuoto e Pieno, Silenzio e Parola, Latente e Manifesto, Luminoso e Oscuro, Forma e Informe, Presenza e Assenza, Unità e Molteplicità – altrettante dimensioni simultaneamente affermate e negate in un funambolico gioco espressivo che pervade da cima a fondo tutto il testo.

Non ci può dunque stupire che fra i libri famosi dell’antichità cinese esso sia indubbiamente il più frequentato e amato. Fra i suoi appassionati lettori si annoverano, ad esempio, solo per citarne alcuni, Ernst Jünger, Carl Gustav Jung, Hermann Hesse, Lev Tolstoj e, come s’è già detto, Simone Weil; verosimilmente ha costituito persino una fonte occulta per Martin Heidegger. E’ il testo in assoluto più tradotto al mondo dopo la Bibbia, con versioni in oltre duecentocinquanta lingue, yiddish ed esperanto inclusi, e su di esso è fiorita nel corso del tempo un’immensa letteratura esegetica che continuamente si arricchisce di nuovi apporti; e tuttavia, nonostante la molteplicità di interpretazioni a cui ha dato luogo, esso sembra tuttora resistere alla presa, come se quell’insondabile fondo di mistero (xuan) a cui sovente allude – “l’Arcano degli Arcani” che costituisce, come un grembo invisibile e inesauribilmente fecondo, la segreta unità degli esseri e la comune matrice del divenire universale – si irradiasse sulle cinquemila parole che lo compongono, conferendovi una sorta di perdurante inafferrabilità.

Altrettanto enigmatica ed elusiva è la figura dell’autore a cui la tradizione lo attribuisce, Laozi (il “Vecchio Maestro” o il “Vecchio Bambino”), indicato dalla leggenda come l’iniziatore del taoismo e protagonista di tutta una rigogliosa agiografia che lo effigia come un incatturabile drago, che sarebbe vissuto fra il VI e il V secolo a.C., ma del quale in realtà non si sa nulla di certo. Una suggestiva favola, che fra l’altro piacque a Bertolt Brecht, vuole che egli abbia composto l’opera e l’abbia consegnata a un guardiano della frontiera prima di sparire misteriosamente a Occidente: e questa storia conobbe una rinnovata fortuna con l’introduzione del buddhismo in Cina nei primi secoli dell’era volgare, allorché si diffuse la tendenza a presentare il Buddha come Laozi reincarnato.

Propone un rinnovato confronto con quest’opera impervia e affascinante la nuova edizione che ne compare ora da Einaudi, con testo a fronte, a cura di Attilio Andreini (Laozi, Daodejing, Il canone della Via e della Virtù, 2018, € 22, pp. XXXV – 246). Al curatore, docente di Lingua cinese classica all’Università di Venezia e autore di numerosi studi importanti sulla Cina antica, si deve già una fondamentale edizione einaudiana di questo classico apparsa nel 2004, con un ampio saggio introduttivo di Maurizio Scarpari (Laozi, Genesi del Daodejing): un lavoro che si connotava originalmente rispetto alle versioni consuete in quanto non si atteneva all’ordinamento convenzionale del testo, ma a quello della sua più antica redazione completa finora in nostro possesso, il cosiddetto “Laozi di Mawangdui” (manoscritto su seta rinvenuto nel 1973, e risalente circa al 200 a.C.). Tale versione si incentrava soprattutto sui problemi della formazione dell’opera, riconsiderati alla luce delle ingenti scoperte archeologiche e delle acquisizioni di manoscritti rimasti a lungo ignoti che hanno radicalmente riconfigurato negli ultimi decenni le nostre percezioni e rappresentazioni dell’universo scritturale della Cina pre-imperiale.

L’attuale edizione, invece, pur alimentandosi anch’essa degli esiti aggiornati delle più recenti ricerche filologiche, sposta risolutamente il proprio accento su una prospettiva filosofica, scegliendo di valorizzare la relazione ermeneutica con il testo a partire dalle sue parole chiave e dai suoi temi ricorrenti, ed emancipandone la lettura dalla questione (non di rado fuorviante) del suo controverso rapporto con quel complesso fenomeno noto con il nome di “taoismo.” L’interprete accompagna passo per passo il lettore alla scoperta della ricchezza non univoca del libro, rifiutando di rifugiarsi in una resa letterale che lo renderebbe astruso e incomprensibile, ed esplicita costantemente il proprio ruolo di mediatore, assumendosene dichiaratamente la responsabilità e procedendo anche, quando gli pare opportuno, ad espansioni del testo utili a illuminarne le più sottili implicazioni e i più reconditi significati. Ogni stanza in cui si articola il Daodejing è accompagnata da un fluido commento esplicativo che attinge ampiamente a una vasta letteratura esegetica, fra cui in particolare primeggia il riferimento al magistrale commentario al Laozi di cui è autore nel III secolo d.C. Wang Bi, pensatore fra i più originali e creativi di tutta la storia cinese.

Si dà così la possibilità al lettore di fare diretta esperienza dell’inesausta fertilità di quelle modalità commentariali del pensiero che, non solo in Cina, hanno rappresentato forme peculiari della sapienza antica: una sapienza che, come hanno sottolineato indimenticabili studi di Werner Jaeger e di Pierre Hadot, anche in Grecia mira a edificare non tanto un’astratta costruzione intellettuale, bensì un’integrale pratica di vita, in cui cosmologia, cura di sé e azione di governo sono ambiti non separati, ma inscindibili e convergenti. I precetti di autocoltivazione su cui il Laozi insiste si devono intendere come specificamente rivolti al saggio sovrano, e sono sintetizzabili nella formula zhi shen zhi guo, “conferire ordine a se stessi per governare lo stato”. La contemplazione del cosmo fa tutt’uno con la trasformazione di sé, e quest’ultima non è orientata a un solipsistico divorzio dal mondo, ma all’assunzione piena del compito e della responsabilità di governarlo che si esplica nella modalità del wuwei, del “non agire”, ossia dell’”agire che non forza”, che rinuncia all’arroganza antropocentrica dell’umana violenza per porsi in sintonia con la norma suprema dell’ armonia cosmica; si attua così un intervento nella realtà non invasivo, non coercitivo, non dettato da secondi fini, che viene restituito alla dimensione più pura dell’abbandono incondizionato e disinteressato, e che da ciò trae la sua suprema efficacia.

Conferendo piena visibilità e completo risalto alla dimensione eminentemente politica e alla natura polemica e financo provocatoria del Laozi quest’edizione di Andreini si riallaccia risolutamente a una cospicua linea esegetica nettamente distante da certe insipide letture correnti che, riducendo questo grande classico alla banalità di un vago misticismo post-moderno, ne fanno l’ennesimo oggetto di facile consumo da offrire all’insaziabile bulimia narcisistica di uno stanco Occidente.

Amina Crisma

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Category: Libri e librerie, Osservatorio Cina

About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

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