Amina Crisma: Attualità di Mencio

| 5 Luglio 2013 | Comments (0)

 

 

 

E’ uscito il libro di Maurizio Scarpari Mencio e l’arte di governo, (Marsilio, Venezia 2013)

Ogniqualvolta le vostre azioni non raggiungono i risultati sperati esaminate voi stessi e cercate i motivi in voi”: era questa l’esortazione che Mencio, grande maestro del IV secolo a.C., incessantemente rivolgeva ai sovrani del suo tempo, i re dell’epoca degli Stati Combattenti, che egli cercava di convincere che la sola forma di governo davvero efficace è quella fondata su ren e yi, “senso dell’umanità” e “senso della giustizia”. Ma sembra che i suoi interlocutori gli abbiano prestato un ascolto alquanto distratto: le sistematiche vessazioni e spoliazioni nei confronti dei sudditi e le guerre d’aggressione a cui erano dediti erano indubbiamente per loro molto più interessanti dei discorsi di elevata moralità, eloquenti e appassionati, di colui che la tradizione successiva ha unanimemente additato come il maggiore e più fedele discepolo di Confucio.

Mencio predicava instancabilmente la virtù a sovrani avidi e corrotti, con scarsissimi risultati”, osservarono, non senza ironia, gli storiografi della Cina antica tracciando il bilancio della sua vita. E tuttavia il suo magistero sull’arte del governo, nonostante i palesi insuccessi incontrati durante tutta la sua esistenza, era destinato a riscuotere grande attenzione nei secoli successivi: si può dire che l’intera classe dirigente della Cina imperiale si sia formata sul libro che ne raccoglie l’insegnamento, che ha rappresentato una delle principali fonti di ispirazione per i funzionari-letterati fino alla caduta dell’impero. Per tutto il Novecento, invece, gli intellettuali cinesi di ogni orientamento politico – comunisti, liberali o anarchici che fossero – salvo rare eccezioni, si allontanarono da quel riferimento, fino ad allora ritenuto imprescindibile: la priorità era divenuta per loro la ricerca di una via alla modernizzazione che quasi sempre implicava un drastico rifiuto della tradizione, nei cui confronti essi svilupparono non di rado atteggiamenti radicalmente iconoclasti.

Ma nella Cina d’oggi, potenza planetaria protesa ad affermare una propria specifica identità culturale negli scenari della globalizzazione, che si trova a riflettere sulla complessità e sulle contraddizioni degli immani processi di trasformazione da cui è attraversata, la partita del rapporto con la tradizione si è riaperta con forza, in tutta la sua pregnanza, e lungi da ogni semplificazione: e i dibattiti del “nuovo confucianesimo contemporaneo” hanno riportato prepotentemente alla ribalta l’attualità del discorso menciano. Da prospettive diverse, se ne riscoprono i temi salienti: così, è nelle parole di Mencio che ricercano una propria legittimazione le massime autorità della RPC, nei cui discorsi ufficiali ricorre insistentemente l’esortazione rivolta alla classe dirigente a “considerare l’uomo e il popolo come fondamento” della politica del partito e del governo (yi ren wei ben, yi min wei ben); ma del pari vi attingono argomenti efficaci e suggestivi coloro che delle lezioni del grande pensatore ricordano soprattutto il dovere di rimostranza, ossia l’obbligo morale di opporsi all’ingiustizia perpetrata dal potere, anche a rischio della propria stessa vita: un dovere che, diversamente da quanto vuole lo stereotipo “orientalistico” di una Cina confuciana totalmente caratterizzata da una prona acquiescenza al dispotismo, nel corso di tutta l’età imperiale fu sovente esercitato con fermezza e coraggio da innumerevoli ministri e funzionari.

Ci offre un’articolata e approfondita rappresentazione del vasto insieme di tali questioni un libro appena uscito, Mencio e l’arte di governo (Marsilio, giugno 2013), a cura di Maurizio Scarpari, autorevole studioso della lingua, del pensiero e della storia intellettuale della Cina antica, curatore fra l’altro di importanti mostre d’arte e promotore di vaste imprese collettive che hanno riunito team internazionali di ricercatori, quali La Cina edita da Einaudi di cui è apparso ora il volume conclusivo (Torino 2009-2013). Il libro si include nell’iter più che ventennale di indagini sul confucianesimo svolte dall’autore, che annovera fra i suoi primi esiti il seminal work La concezione della natura umana in Confucio e Mencio (Cafoscarina, Venezia 1991) e fra i suoi titolo più recenti Il confucianesimo, i fondamenti e i testi (Einaudi, Torino 2010); esso presenta, con testo originale a fronte, la nitida traduzione di tutti i passi di contenuto politico del Mengzi (che corrispondono a circa un terzo dell’opera globale) e contiene un ampio saggio introduttivo che ne esplicita le nozioni e le tematiche fondamentali, illustrandone il rilievo nella vicenda culturale cinese di ieri e di oggi.

Quest’edizione di Mencio è dunque un utile strumento per chiunque cerchi di accostarsi alle complesse dinamiche del rapporto fra passato e presente che sono sottese alla realtà cinese contemporanea e agli scenari di lungo periodo che vi sono implicati; ma è anche, più in generale, un testo che si raccomanda a chiunque non sia rassegnato al ripetitivo e inerte, triste e inutilmente chiassoso teatrino di una cosiddetta “scena politica” a cui troppo spesso oggi da noi ci tocca assistere. L’opera di Mencio, oltre che esprimere, fra molte altre cose, la ferma convinzione che il governo degli altri comincia dal governo di se stessi, è anche una durissima requisitoria sulla tremenda responsabilità che inerisce all’esercizio del potere, in ogni tempo e in ogni luogo.

Quando oltre vent’anni fa ne ho ascoltato per la prima volta la lettura, nel corso tenuto da Maurizio Scarpari a Ca’ Foscari, le sue pagine di denuncia delle condizioni di povertà della gente comune (“gli affamati per le strade”, “la gente dai capelli grigi costretta a trascinarsi nel fango”) mi sembravano rappresentazioni pittoresche appartenenti a un remoto quanto romanzesco passato; a rileggerle oggi, suonano ben diversamente, poiché la cruda realtà della crisi ce le rende drammaticamente vicine. Dunque, in questo diverso contesto, si può forse avere una diversa e più profonda comprensione della pregnanza delle sue parole chiave. Forse oggi più di vent’anni fa possiamo renderci conto che, ora come un tempo, le antiche parole del Mengzi rappresentano una promessa da sempre inadempiuta: ren e yi, senso dell’umanità e senso della giustizia, solidarietà e condivisione…parole inermi, e insieme potenti, parole semplici, e insieme difficili a farsi, dalle quali, allora come ora, forse occorrerebbe ricominciare, rifiutando di rassegnarsi all’opacità greve di questo presente, e ritrovando il coraggio e la forza, che Mencio ebbe in tempi ben più bui di quelli in cui oggi viviamo, di sperare nella capacità di costruire una convivenza umana finalmente sottratta alla cieca brutalità della miseria, della violenza, della prevaricazione.

Intendiamoci: Mencio non è un democratico. Nessuno dei filosofi della Cina antica lo è, incluso Mozi, l’oppositore di Confucio che all’epoca della Rivoluzione Culturale fu riscoperto e celebrato in quanto lo si presumeva un “pensatore proletario”, e che preconizzava una rigida disciplina sociale, fondata sull’assunto di “promuovere i più capaci e conformarsi ai superiori”. A Mencio, fra l’altro, si deve una delle più esplicite, crude e memorabili tematizzazioni della divisione sociale del lavoro, fra “coloro che lavorano con la mente”, a cui inevitabilmente compete, secondo lui, il ruolo di governo, e “coloro che lavorano con le braccia”, che “alimentano i primi e ne sono governati”. Come lo studio di Scarpari ci mostra con tutto il suo filologico rigore, non si tratta quindi di realizzare un’indebita e forzata attualizzazione del pensiero menciano; si tratta piuttosto di interrogarsi se le sue antiche parole possano costituire una risorsa per le nostre riflessioni moderne, a partire da una riaffermata centralità della compassione (un tema, questo, sul quale rinvio fra l’altro il lettore alle intense e illuminanti pagine che vi ha dedicato, precisamente a partire dalla traduzione di Scarpari, un maestro di recente scomparso, PierCesare Bori, in Per un consenso etico fra culture, Marietti, Genova-Milano 1991).

Benché indubbiamente non sia un democratico, Mencio è nondimeno profondamente convinto di una forse banale e universalmente nota, ma nei nostri scenari d’oggi pressoché stupefacente verità, cioè che la finalità del governo non sia quella di saziare gli appetiti e le brame d’ogni sorta dei governanti, quanto invece quella di assicurare il benessere materiale e spirituale del popolo, ossia di creare una società in cui sia possibile, com’egli dice con pregnante formulazione, “nutrire i vivi e seppellire i morti senza dover provare vergogna”. Come ho cercato a mia volta di mostrare, sulle tracce dell’interpretazione di Scarpari, ne Il Cielo, gli uomini (Cafoscarina, Venezia 2000) e in Conflitto e armonia nel pensiero cinese dell’età classica (Unipress, Padova 2004), il Mandato Celeste per Mencio si esprime attraverso il popolo: “il Cielo vede con gli occhi del popolo, e ode con le sue orecchie”. E dunque il Mandato è revocabile, egli asserisce, e al sovrano che contravvenga al senso dell’umanità e della giustizia e diventi tiranno è non solo lecito, ma doveroso opporsi; mi piace in questo senso ricordare che il termine cinese moderno che designa la rivoluzione è geming, che letteralmente significa “mutamento di mandato”.

In sintesi, la prospettiva globale a cui è informata la più che ventennale indagine di Maurizio Scarpari sul Mengzi mi sembra si possa riassumere in un’esigenza molti anni fa limpidamente formulata da Paul Ricoeur, come istanza risultata assai ardua da realizzare nell’ambito della filosofia europea, ma comunque ineludibile per tutta la cultura dell’Occidente: quella di “rendere giustizia alle grandi esperienze della Cina”. Mencio e l’arte di governo offre un cospicuo contributo alla scoperta della ricchezza dell’elaborazione di questo grande maestro confuciano, scuotendo la stolida inerzia dei pregiudizi e dei luoghi comuni dettati dalla supponenza eurocentrica e volti unicamente a leggervi l’apologia paternalistica e autoritaria dello status quo.

Così, in questi nostri tempi di ineguaglianza stridente e crescente, non è certo una paternalistica favola nostalgicamente volta al vagheggiamento di una passata età dell’oro, quanto piuttosto il sogno e l’utopia volta al futuro di un mondo redento che potremo ravvisare nel celebre passo menciano dell’incontro con re Hui di Liang:

Mencio fece visita al re Hui di Liang. Il sovrano stava sulla sponda di un laghetto, contemplando le oche selvatiche e i cervi. “Anche gli uomini di talento godono di questi piaceri?” chiese. Sono proprio gli uomini di talento che sanno trarne piacere”, rispose Mencio. “Se non si è tali, anche possedendo luoghi di piacere simili, non se ne trarrebbe godimento alcuno. (…) Proprio perché condividevano con il popolo i loro piaceri gli antichi sapevano trarne il massimo diletto” (Mengzi 1 A.2, trad. Scarpari, pp. 181-183).

 



 

Tags:

Category: Culture e Religioni, Libri e librerie, Osservatorio Cina, Storia della scienza e filosofia

About Amina Crisma: Amina Crisma ha studiato all’Università di Venezia conseguendovi le lauree in Filosofia, in Lingua e Letteratura Cinese, e il PhD in Studi sull’Asia Orientale. Insegna Filosofie dell’Asia Orientale all’Università di Bologna; ha insegnato Sinologia e Storia delle religioni della Cina alle Università di Padova e di Urbino. Fa parte dell’Associazione Italiana Studi Cinesi (AISC) e, come socia aggregata, del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore di seconda fascia per l’insegnamento di Culture dell’Asia. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini (Venezia 2000); Conflitto e armonia nel pensiero cinese (Padova 2004); Neiye, Il Tao dell'armonia interiore (Garzanti, Milano 2015). Ha contribuito a varie opere collettanee quali La Cina (Torino 2009), Per una filosofia interculturale (Milano 2008), Réformes (Berlin 2007), In the Image of God (Berlin 2010), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento (Bologna 2010), Confucio re senza corona (Milano 2011), Le graphie della cicogna: la scrittura delle donne come ri-velazione (Padova 2012), Pensare il Sé a Oriente e a Occidente (Milano 2012). Fra le riviste a cui collabora, oltre a Inchiesta, vi sono Asiatica Venetiana, Cosmopolis, Giornale Critico di Storia delle Idee, Ėtudes interculturelles, Mediterranean Journal of Human Rights, Prometeo. Fra le sue traduzioni e curatele, la Storia del pensiero cinese di A. Cheng (Torino 2000), La via della bellezza di Li Zehou (Torino 2004), Grecia e Cina di G.E.R. Lloyd (Milano 2008). Tra i suoi saggi più recenti: Il confucianesimo: essenza della sinità o costruzione interculturale?(Prometeo 119, 2012), Attualità di Mencio (Inchiesta online 2013), Passato e presente nella Cina d’oggi (Inchiesta 181, 2013), Taoismo, confucianesimo e questione di genere nelle ricerche e nei dibattiti contemporanei (in stampa). I suoi ambiti di ricerca sono: il confucianesimo classico e contemporaneo, le fonti taoiste, il dialogo interculturale Cina/Occidente, il rapporto passato/presente, tradizione/modernità nella Cina d’oggi, i diritti umani e le minoranze in Cina, le culture della diaspora cinese, le questioni di genere nelle tradizioni del pensiero cinese. Ha partecipato a vari convegni internazionali sul dialogo interculturale e interreligioso promossi dalle Chaires UNESCO for Religious Pluralism and Peace di Bologna, di Tunisi, di Lione, dalla Konrad Adenauer Stiftung di Amman, da Religions for Peace, dalla Fondazione Scienze Religiose di Bologna. Coordina l’Osservatorio Cina di valorelavoro ( www.valorelavoro.com ). Cv dettagliato con elenco completo delle pubblicazioni: al sito web docente www.unibo.it

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.