Enrica Morlicchio e Enrico Pugliese: Europa, terra di estranei

| 31 Ottobre 2016 | Comments (0)

 

 

In occasione della uscita del libro di  Ash Amin, Europa, terra di estranei (edizioni Mimesis 2016) pubblichiamo la presentazione alla edizione italiana scritta da Enrica Morlicchio e Enrico Pugliese

 

Premessa

Europa, terra di estranei può essere considerato il libro della maturità di Ash Amin: in esso si riflette la vasta area di tematiche che nel corso del tempo egli ha affrontato con un approccio che abbatte ogni steccato  disciplinare. Autore di studi su temi diversi – per i quali è noto a livello internazionale soprattutto, ma non solo, a studiosi del territorio e della città – negli ultimi anni Amin ha allargato il suo sguardo alle tematiche del razzismo, a quelle della biopolitica e, più in generale, a quelle dei conflitti e delle convivenze urbane. Il suo contributo riguarda in generale la società e le tensioni che l’attraversano focalizzandosi sull’ambiente urbano  e gli spazi pubblici e analizzando il modo in cui in essi si esprimono i fenomeni del razzismo e della xenofobia, l’intolleranza nei confronti delle minoranze ma anche le forme virtuose del vivere insieme.

Questo approccio è già presente nel suo  libro scritto con Nigel Thrift, e tradotto da il Mulino con il titolo Città. Ripensare la dimensione urbana. D’altronde questo suo spaziare in campi disciplinari molteplici – che. travalicando l’ambito della sociologia e della geografia urbana, vanno dagli studi post-coloniali alla neurobiologia e alle discipline informatiche, alla filosofia della scienza,  alla fantascienza e alla teoria queer – lo si ritrova anche nel libro, curato insieme a Michael O’Neill dal titolo non casuale Thinking About Almost Everything (2009).

Infine, sempre in coerenza con gli altri studi dell’autore, il libro è percorso da una forte tensione politica e dall’intento, esplicitato fin dall’inizio, di fornire suggerimenti per l’azione collettiva.

L’approccio e la struttura  del libro

Pur contenendo anche contributi pubblicati in precedenza, il testo ha una sua compattezza e organicità. Nella introduzione Amin presenta in poche pagine al contempo i contenuti e il messaggio normativo dei cinque capitoli che lo compongono: un’utile guida alla lettura. Essi trattano tematiche  che spesso si intersecano e che tuttavia, secondo uno sviluppo logico, conducono a chiarire progressivamente la possibilità di realizzare – tra chiusure, discriminazioni, stigmatizzazioni – nuove forme di relazione, di reciproca accettazione e solidarietà tra estranei. Ed è proprio questo il punto: la solidarietà tra estranei.

I legami forti – dai quali gli estranei sono per definizione esclusi –  impediscono queste nuove forme di incontro e di stare insieme. Il libro prende l’avvio proprio dalla questione dei legami sociali e del carico che essi comportano e i diversi capitoli affrontano il modo in cui la questione si manifesta nei diversi ambiti di incontro: lo spazio urbano, la sfera pubblica europea, il lavoro collaborativo e la comunità immaginata.

Nel trattare le singole tematiche egli fa riferimento alle teorie correnti sul tema con il suo radicale approccio critico e conclude con implicazioni ‘politiche’. Così nel primo  capitolo rimprovera agli studi correnti sui legami e le reti sociali di considerare la prossimità come un valore in sé e di non tenere in debito conto il carattere sempre più mutevole e disperso delle interazioni. Per converso richiama il significato e l’esistenza di una sfera pubblica intima che rappresenta spazi al cui interno una popolazione dispersa  si ritrova e si mobilita in una società politica con desideri e aspirazioni comuni.

Seguendo il suo filo logico nel secondo capitolo si concentra sulle relazioni di carattere collaborativo che si realizzano tra estranei che sono accomunati dal conseguimento di uno stesso  obiettivo, da rituali che si consolidano sui luoghi di lavoro, da una particolare energia creativa. In questo tipo di relazioni le persone entrano in contatto senza necessità di riconoscimento reciproco o di riconciliazione, dando semplicemente vita ad una “cultura materiale dello stare insieme” (pag. 57). Per Amin queste particolari forme dello “stare insieme” – che non implicano una totale accettazione dell’estraneo o una elevata intensità dei legami relazionali – sono rese possibili anche dallo sviluppo delle comunità on line.

Nel terzo capitolo rientra il ruolo  della città con la sua miriade di spazi urbani, tematica prediletta da Amin in molti studi. Ed è in tali spazi che gli estranei posso incontrarsi anche  fisicamente. Ed è qui che essi negoziano l’uso degli spazi condivisi con altri estranei. Dalla analisi delle relazioni nella città Amin fa discendere la proposta di una politica degli spazi urbani fondata sui beni comuni e la visone di una possibile città progressista caratterizzata dall’estensione dello stato sociale e di una sfera intima pubblica nella quale il familiare e l’estraneo si mescolano.

Il quarto capitolo, sul quale varrà la pena di soffermarsi in dettaglio più in avanti, tratta  le forme del razzismo vecchio e nuovo sottolineando i nessi tra i due con il riferimento alla “archeologia del presente”. Trovando spunto nella visita a una mostra sul razzismo egli analizza empiricamente le teorie correnti della razza e sottolinea il ruolo nefasto delle pratiche di etichettamento (con conseguente stigmatizzazione) che tra l’altro sono diventate più diffuse e pericolose dopo l’11 settembre.

Infine il quinto capitolo è dedicata alla terra di estranei oggetto del suo lavoro: l’Europa. Esso affronta il problema della “ambiguità dell’Europa come luogo di appartenenza” (p.107) nonché  della “incompiutezza” (p. 105) della sfera pubblica europea vista come uno spazio comunicativo e affettivo allo stesso tempo debole e forte. Con il suo usuale procedimento dialettico da una parte denuncia la cultura del rischio che si è andata affermando in Europa e il fatto che si va affermando l’idea di un futuro come pericoloso e  inintelligibile, dall’altro suggerisce la possibilità di un sentire pubblico di unità che riconosca il valore dell’apertura e della curiosità.

 

La questione dei legami sociali

Entrando più nel merito della questione dei legami sociali – la tematica per lui centrale –  Amin mostra in primo luogo come la maggior parte degli studi che hanno preso in considerazione le reti sociali non hanno tenuto conto che i legami che si creano nelle società odierne sono il risultato non solo della combinazione delle azioni consce e inconsce dei soggetti  – e già ciò costituisce una complicazione – ma anche di esseri viventi non umani con esseri umani e della interazione di questi ultimi con elementi non vitali, ad esempio protesi, edifici, cellulari, sistemi di sorveglianza.[1]

Inoltre la nuova geografia dei legami sociali che scaturisce dall’assemblaggio dei diversi elementi umani e non umani, vitali e non vitali, non è più ancorata ad uno spazio geografico determinato, poiché una larga parte delle interazioni avviene in luoghi non fisici come la Rete, che consentono di mantenere e consolidare relazioni di intimità a distanza e al contempo di essere connessi con un numero illimitato di persone in varie parti del globo, agendo sia sui legami forti che sui legami deboli. Infine egli nota che le forme di appartenenza si sono profondamente modificate assumendo una struttura a raggiera (hub-and-spoke) che si irradia verso l’esterno e grazie alla quale si creano legami di varia natura, estensione geografica e durata che consentono agli individui di entrare a fare parte di una molteplicità di reti di relazione.

Per Amin tanto l’approccio “sedentarista”, che valorizza la comunità basata su “legami forti tra persone e luoghi noti” (p. 20) e su una certa omogeneità culturale quanto l’approccio “nomadico” che rimanda all’idea della società degli estranei basata su “legami con altri distanti e differenti” (p.21) falliscono nel comprendere la portata di questi cambiamenti poiché condividono una visione largamente tradizionale della struttura dei legami sociali. Entrambi questi approcci inoltre non prendono in considerazione il ruolo degli spazi intimi condivisi, del tipo descritti da Lauren Berlant nei suoi studi sulla sfera pubblica intima, in quanto luoghi di affiliazione che si affiancano alle modalità di attaccamento di tipo comunitario o cosmopolita. Insomma, a parere di Amin, la varietà delle configurazioni delle interazioni sociali e delle forme di appartenenza – tra le quali egli include le comunità di pratiche in cui soggetti scambiano esperienze e conoscenze in modo non gerarchico (pensiamo alle reti produttori non profit di software) anche in assenza di contatti face to face, gruppi che si formano intorno a passioni comuni come la cucina, il ballo, fino a comunità insolite come i “cercatori di carpe” che frequentano le rive dei fiumi delle principali città inglesi (Amin e Thrift 2001, ed. it. 2005, 1) – non consentono di far derivare la natura dei legami sociali dalle sole proprietà della rete o dal numero di contatti sociali. Per questo motivo per Ash Amin risultano insoddisfacenti sia gli studi che spiegano la frammentazione della società pluralista attuale nei termini di un divario tra i valori e le pratiche delle minoranze non integrate nei confronti di quelli delle maggioranze, sia quelli che considerano rilevante ai fini della coesione sociale la presenza o meno di capitale sociale di tipo bridging e bonding. Intervenendo nel dibattito suscitato dalla pubblicazione del suo libro, Amin precisa al riguardo che

Il mondo interconnesso è troppo mediato, disperso, plurale e banale per consentire una qualsiasi interpretazione dotata di senso della qualità delle relazioni tra estranei o della forza dei legami comunitari sulla base delle sole configurazioni delle interazioni sociali  (Amin 2013:3).

Per questo motivo – e ciò costituisce una indicazione metodologica importante – bisogna spostare l’attenzione dalle configurazioni e dalle proprietà della rete di relazioni alla qualità dei legami che esse generano e alla loro capacità di favorire modalità di apprendimento della manutenzione degli affetti, di cura dei beni comuni e di superamento della percezione di pericolo e diffidenza reciproca che presiede alla costruzione di uno “Stato catastrofista” che mira a soppiantare lo Stato sociale. Su quest’ultimo punto in particolare sono molto interessanti le critiche che Amin avanza nei confronti dell’uso indiscriminato del concetto di resilienza. Per Amin la resilienza “la capacità di anticipazione e di risposta sociale durante e dopo un evento, indica un desiderio di abbandonare l’idea di società protetta e abbracciare quella di una società che si autodifende” (p. 134) fornendo in tal modo una forma di “giustificazione” a politiche liberiste, securitarie e di gestione individualizzata dei rischi sociali.


Il razzismo e la biopolitica

A questo proposito è bene ricordare che i processi che Amin  descrive – e quelli che auspica – non avvengono in un vuoto. La politica e le politiche, quelle nuove e quelle tradizionali, stanno sempre sullo sfondo e delineano il quadro all’interno del quale i processi sociali hanno luogo. Allo stesso modo in cui denuncia le politiche che costringono alla gestione individualizzata dei rischi sociali egli mostra come lo stato e altre istituzioni di potere si servono del criterio della razza per governare pienamente attraverso una forma di biopolitica che si traduce in leggi, pratiche, miti nazionali, convenzioni, linguaggi, norme adottate per garantire sicurezza. Tale politica fa della differenza dei corpi un criterio assoluto e legittima comportamenti a danno di corpi considerati indesiderabili.

L’ansia riguardo al futuro – quale  ad esempio la paura nei confronti delle conseguenze dei cambiamenti climatici o delle pandemie – alimenta l’avversione verso lo straniero considerato in quanto tale pericoloso. Cresce la preoccupazione nel proteggere la fortezza Europa che peraltro diventa sempre più vulnerabile. Amin sostiene che la stigmatizzazione dello straniero passa anche attraverso i sistemi di classificazione statistica, attraverso quelli biopolitici o le norme pregiudiziali in base alle quali si può essere condannati per ciò che si è e non per ciò che si è commesso, in coerenza con ciò che è ben espresso da Luigi Ferrajoli (2009).

In questo capitolo Amin passa in rassegna le teorie scientifiche e parascientifiche della razza che nel corso del tempo si sono succedute e hanno fornito la base culturale per il discorso razzista e   le pratiche di discriminazione. Il superamento del razzismo biologico – e del nesso tra caratteristiche fisiche, intellettuali e morali ereditarie – non ha cancellato la forza del razzismo che è divenuto ‘differenzialista’ o ‘culturale’, per cui le caratteristiche negative si trasmetterebbero attraverso i processi di socializzazione ed imitazione. Il fatto – come nota Amin – è che si afferma e riemerge continuamente  una “recettività sociale delle narrazioni razziali” contro le quali è necessario condurre continuamente una battaglia culturale e politica. Per questo suo carattere carsico, che porta ad emergere “l’archeologia del presente”, il razzismo è sempre in agguato. Quando lo sviluppo degli studi di genetica molecolare sembra aver fatto piazza pulita dell’idea del nesso tra colore della pelle e complesso del patrimonio genetico altri pericoli emergono. “I nuovi progressi della genetica  confutano e allo stesso rafforzano l’idea della razza dando nuovo slancio al razzismo biologico, mentre datori di lavoro, assicuratori, autorità mediche e autorità preposte all’immigrazione operano selezioni tra gruppi etnici in base alle loro presunte debolezze o vulnerabilità” (pag. 84). La scienza della razza può essere cambiata – continua Amin – ma non la persistenza delle codificazioni della differenza razziale, che diventano tanto più forti e aggressive quanto maggiori sono l’ansia e le paure nella società.

L’11 settembre rappresenta un momento cruciale in tal senso in quanto dà forza al catastrofismo e offre una base di legittimazione alle politiche di controllo di particolari “corpi”. A questo riguardo egli ricorda che una serie di studi, a partire da Foucault, hanno dimostrato che “la biopolitica non implica mai solo l’imposizione di un’autorità, ma è anche sostenuta da una condotta sociale quotidiana” (p. 30). Il libro mostra come la biopolitica non si saldi solo al razzismo nel forgiare criteri di indesiderabilità o pericolosità dei corpi. Essa incorpora anche una idea della forma fisica, del corpo perfetto, basata su sistemi di prescrizioni e di incentivi, alla cui definizione concorrono gruppi di esperti e governi, che è parte integrante dei regimi biopolitici non meno dei sistemi di classificazione riguardanti gli stranieri.

La biopolitica condanna la persona non per il suo comportamento ma per quello è, anzi per quello che appare. E se ne può avere continuamente prova nella vita quotidiana. A questo riguardo – a dimostrazione della concretezza dell’analisi di Amin – è interessante un episodio cui ha assistito uno degli autori di questa introduzione.  In un treno Freccia Rossa in partenza da Napoli sale un uomo che chiede l’elemosina. Al rifiuto di una viaggiatrice prosegue senza insistere. Quando passa il controllore la signora protesta in modo veemente per la mancanza di vigilanza e per il fatto che si fanno salire in treno “certe persone”. L’uomo spiega in modo professionale che fino al momento della partenza può salire chiunque, ad esempio per aiutare un parente a sistemare le valigie o per un ultimo rapido saluto. La donna non si arrende e gli dice che avrebbe dovuto chiamare la polizia ferroviaria. Il controllore, che conosce bene il regolamento, ribatte che chiedere l’elemosina non è reato in assenza di comportamenti molesti e fa notare come la persona in questione non sembra aver dato fastidio ad alcuno. Ma la replica della signora è inequivocabile: «È il suo aspetto che mi ha dato fastidio». (Morlicchio e Morniroli 2013, 91-92). Questo  episodio è emblematico della importanza dell’apparenza fisica – del “corpo”,  come dice Amin – nella messa in atto di pratiche di esclusione.

Alla sanzione contro il corpo non desiderato può corrispondere una insensibilità  per l’umanità o la sofferenza di quel corpo. A questo riguardo è interessante una notazione di Jan Chambers riguardante la lettura che in Pittori Moderni (1903, trad. it 1998) John Ruskin propone del quadro di John Turner Slavers Throwing Overboard the Dead and Dying: Typhoon Coming On (“Negrieri che gettano a mare morti e moribondi: tifone che incombe”), meglio noto come “Nave negriera”, fa). Il dipinto rappresenta un veliero sballottato dalle onde durante una tempesta. In un angolo si intravede una gamba nera incatenata che sta per sprofondare per sempre negli abissi. A proposito del commento del critico Ian Chambers scrive  che

Ruskin esamina il dipinto solo relativamente al modo in cui l’acqua debba essere dipinta, suggerendo che quello fosse “il più nobile mare” (p. 480) mai dipinto da Turner e da un pittore. Il fatto che “la nave colpevole” (ib.) trasportasse schiavi e che gettasse gli schiavi fuori bordo viene relegato a una noticina a piè di pagina. (Chambers 2001, pp. 44-45).

Seguendo le considerazioni di Amin riguardo all’importanza dei corpi nelle pratiche di esclusione e la ricostruzione storica di Chambers non possiamo evitare di notare come sia la gamba ritratta nel dipinto di Turner sia i volti che spuntano dal mare durante i recenti naufragi di immigrati che cercano di raggiungere le coste europee sono dello stesso colore. E’ dunque importante accogliere l’invito di Chambers a “ricollocare la schiavitù nella cornice, riprendere quei corpi neri abbandonati e riportarli nel quadro” 2001, 45): una operazione non dissimile da quella che compie Ash Amin nel suo libro quando si sofferma a considerare i “regimi di valore corporeo” e il significato della “razza

 

Città del Nord e del Sud: Ash Amin e Napoli

Ci sarebbe da chiedersi se l’importanza attribuita da Ash Amin alle forme spontanee di interazione affondi le sue radici anche nella sua esperienza di ricerca e di vita, compresa una lunga permanenza a Napoli, città dove ha completato la sua formazione giovanile, conducendo importanti studi comparativi e soprattutto vivendo e osservando da vicino la quotidianità e le relazione di molti soggetti ben rientranti nell’universo degli “estranei”[2].

Senza ricorrere alla metafora abusata della città porosa, è innegabile che a Napoli ci sia una lunga tradizione di pratiche dello stare insieme spontaneo tra estranei, luoghi dove le persone possono ritrovarsi ogni giorno, sulla base di appuntamenti non programmati, regolati da rapporti di amicizia, di parentela, ma anche dalla semplice condivisione di spazi di vita e di lavoro o dal casuale incontro.   E’ la stessa struttura del centro storico della città, resistente alla gentrification, con i vicoli, i mercati, le botteghe artigiane a livello di strada, che favorisce questo tipo di apprendimento spontaneo allo stare insieme. Tuttavia Amin non indulge a un racconto privo di ombre, soffermandosi solo sugli aspetti positivi di una regolazione tutta informale delle relazioni. Per Amin, lo si è già notato, la prossimità non è un valore in sé. Con il suo solito procedimento dialettico in un volume collettaneo pubblicato in Italia egli scrive infatti

Nella città sotto regolata,  i poveri – sebbene siano spesso vittime dei giochi di potere delle élites e dipendenti dalle protezioni clientelari o dalle concessioni statali – a volte possono creare per sé una possibilità di vita nei molteplici spazi interstiziali nella città. Come nota Solomon  Benjamin (2014: 311), nella città della  burocrazia porosa, delle ‘proprietà sfocate’ emerge una ‘politica furtiva’  che permette ai migranti e ai poveri di cercare opportunità nei circuiti invisibili delle città informali e non governate e di sviluppare modi vernacolari di crescita. Tuttavia questi sforzi laboriosi sono anche precari, pieni di interessi usuranti e clientelari (Amin 2014, p. 71).

 

Il riferimento specifico non è a Napoli, bensì  alla non meglio identificata città del Sud (di Europa o del Mondo). Ma gli elementi contraddittori  del vivere insieme e gli spazi possibili per i migranti e gli estranei sono diversi e maggiori rispetto a quelli della iper-regolata ed escludente ‘Città del Nord’.

 

La prospettiva

Europa terra di estranei è dichiaratamente un libro politico, che anticipa anche alcuni temi che saranno trattati più dettagliatamente in Arts of Political, scritto nuovamente con Thrift, uscito l’anno successivo.

Per Amin il ritorno alla politica della differenza, del riconoscimento dell’estraneo è una impostazione ineccepibile eticamente ma poco realistica e per certi aspetti limitante. Egli propone pertanto una politica dello stare insieme, della connettività che nasce da pratiche collaborative che non implicano la totale e acritica accettazione dell’altro. Tale politica può prendere corpo nell’ambito delle interazioni che si determinano in vari spazi di esistenza collettiva, dal luogo di lavoro ai micro spazi urbani pubblici che offrono la base per esperienze dello stare insieme in assenza di legami sociali.

Come chiarisce Gabriella Turnaturi

Ash Amin, più che agli spazi pubblici tradizionalmente intesi (piazze, luoghi dove si confluisce con intenti “politici” programmati), è interessato a quelle forme in chiave minore dello stare insieme (togetherness) in pubblico….Secondo Amin è attraverso questi microincontri e attraverso la condivisione di spazi fisici comuni che gli individui possono giungere a negoziare significati, a condividere valori comuni e attribuire senso al mondo circostante, e a fare esperienza dell’essere con l’altro in pubblico. (2011, 22).

In queste interazioni in “chiave minore” non sono necessarie forme di elaborazione sul piano strettamente culturale e identitario del tipo prospettato dalle politiche di “riconoscimento” e del vivere con la differenza. Per Amin si tratta piuttosto di rafforzare “luoghi di conciliazione e integrazione” nei quali le persone possano sentirsi “liberi dagli obblighi di riconoscimento reciproco tra estranei”, diventare “indifferenti alle differenze” senza rinunciare ad interagire, possano in definitiva “trovare un po’ di respiro”.  Per Amin la convivialità non è il prodotto delle virtù civiche o del riconoscimento interpersonale, ma un’abitudine alla negoziazione della molteplicità e della compagnia degli estranei come forma di “allenamento corporeo”. Tale abitudine richiede per essere mantenuta una politica dei beni comuni, di rafforzamento dello Stato sociale soprattutto nei settori dell’istruzione e dell’abitazione.

Questo passaggio dalla politica del riconoscimento e dalla nozione di comunità alla politica dei beni comuni e all’idea di convivium è cruciale nel libro di Amin. Egli è consapevole che nell’attuale teatro di guerra e con la “cupe nube di xenofobia” che grava sull’Europa una società indifferente alle differenze, basata sulla difesa dei beni comuni e dello Stato sociale, non è di facile costruzione. Ma è anche  in grado di vedere delle prospettive di cambiamento, dei “piccoli scorci” (p. 155) che nascono dallo stare insieme in situazioni di collaborazione ma al di fuori dei vincoli comunitari e del riconoscimento interpersonale

 

In conclusione

La complessità della tematica insieme al linguaggio fortemente allusivo, ricco di termini polisemici a partire già da quel stranger presente nel titolo – estraneo, ma anche forestiero e straniero, in opposizione a familiare e autoctono – rende la lettura del testo piuttosto impegnativa dall’inizio alla fine, non solo per la molteplicità dei livelli di analisi e la novità delle tematiche affrontate.

Una volta giunti all’ ”Epilogo”,  il  breve capitolo con il quale si chiude il volume, si ha la piena consapevolezza che la propria prospettiva di analisi ne è stata profondamente modificata, che nuovi e ineludibili temi di riflessione hanno fatto breccia, smontando molti luoghi comuni. Insomma una fatica ben ripagata.  Non a caso il libro è stato ampiamente dibattuto in Inghilterra, sia in ambito accademico che nei media e tradotto in diversi paesi[3].

Dopo la lettura del libro di Amin è difficile non restare perplessi e scossi rispetto a convincimenti e analisi della realtà e della politica precedenti. In questo è la forza di questo volume e la sua originalità. Grande accademico di livello internazionale, professore di una delle Università più prestigiose del mondo, Amin esprime la sicurezza e la competenza scientifica che corrisponde al suo status cioè la capacità di lettura della situazione dall’alto, ma nella mente e nei sentimenti del grande accademico c’è sempre l’Amin ragazzo indiano proveniente dall’Africa e quindi doppiamente minoranza nell’Inghilterra dei “bianchi”.

E paradossalmente questo secondo aspetto gli dà non solo una radicalità e una opposizione all’ingiustizia e alla discriminazione ma anche la capacità di vedere le cose con un’ottica alternativa, con una visione altra dal basso.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Amin, A. and N. Thrift (2013), Arts of the Political. New Openings for the Left, Durham, NC, Duke University Press

Amin, A. and N. Thrift (2002) Cities: Rethinking the Urban, Cambridge, Polity; trad.it., Città. Ripensare la dimensione urbana, Bologna, il Mulino, 2005

Amin A. (2015), La città dei migranti, in S.Boffo et al. (a cura di), Mezzogiorno, Lavoro e Società, Napoli, Liguori, , pp. 65-72

Amin A. e M O’Neill (eds.) (2009) Thinking About Almost Everything , Profile book

Amin, A. (2013), Land of strangers, in “Identities: Global Studies in Culture and Power”, 20:1, pp. 1-8

A.A. V.V. (2013), Identities: Global Studies in Culture and Power, vol. 20, No 1,

Benjamin S. (2014), ‘Occupancy urbanism as political practice’. In Oldfield S. e Parnell S. (eds), The Routledge Handbook of Cities of the Global South, London, Routledge, pp. 310-21

Chamber, I (2001), Sulla soglia del mondo. L’altrove nell’Occidente, Roma, Biblioteca Meltemi

Ferrajoli, L. (2009), ‘La criminalizzazione degli immigrati (Note a margine della legge n. 94/2009), Questione giustizia, n. 5, p. 14.

Morlicchio, E. e Morniroli A. (2013) Poveri a chi?, Napoli (Italia), Torino, Edizioni del Gruppo Abele

Ruskin J. (1903), Modern Painters, London, Longman, trad. it. Pittori moderni, Torino, Einaudi, 1998

Turnaturi G. (2011), ‘Socialità casuali’, Rassegna Italiana di Sociologia, n.1, gennaio-marzo, pp. 15-36

 

 


[1] Seguendo Bruno Latour egli sottolinea come questi oggetti influenzino in modo crescente la natura dei legami sociali – benché la loro rilevanza si palesi per lo più solo in caso di indisponibilità – andando a costituire nuovi intrecci all’interno della nostra stessa esperienza di vita piuttosto che agire dall’esterno. Basterebbe infatti pensare all’angoscia da cui siamo presi in caso di perdita o rottura del cellulare per comprendere quanto essi ormai entrino a far parte nei processi di costruzione della nostra identità.

[2] A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta Ash Amin ha condotto importanti studi comparativi sui distretti industriali e lo sviluppo territoriale  che hanno avuto come punto di riferimento  il Mezzogiorno,  a partire dalla sua tesi di Phd sull’organizzazione del lavoro in una grande fabbrica del Napoletano. Ma ciò che lo ha legato particolarmente alla città è stato il suo lavoro sulla dispersione produttiva e il lavoro informale che gli hanno permesso di osservare e conoscere la vita  sociale e la realtà umana dei quartieri del centro storico.

[3] Si veda ad esempio il numero della rivista Identities: Global Studies in Culture and Power interamente dedicato a un confronto pubblico sul libro (vol. 20, No 1, 2013) . In Italia parte delle tematiche al centro  della riflessione sono state dibattute nel corso del convegno Land of Strangers? Migrazioni, genere e intersezioni della cittadinanza, Università di Padova, ottobre 2012.

 

 

Category: Migrazioni, Osservatorio Europa

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About Enrico Pugliese: Enrico Pugliese (1942) è professore ordinario di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell'Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l'analisi del funzionamento del mercato del lavoro e la condizione delle fasce deboli dell'offerta di lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Si è occupato, inoltre, dello studio dei sistemi di welfare, con particolare attenzione al caso italiano e all'analisi delle politiche sociali. Tra le sue pubblicazioni recenti: L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006); Il lavoro (con Enzo Mingione, Carocci, 2010); L'esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010); La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, 2011).

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