Elezioni in Spagna: Podemos terza forza. Nasce una nuova Spagna

| 21 Dicembre 2015 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da il Fatto quotidiano del 20 e del 21 dicembre 2015

 

1. IL fatto quotidiano 20 Dicembre 2015

Vittoria fragile di Mariano Rajoy. I socialisti guidati da Pedro Sanchez al secondo posto davanti a Podemos. Formazione del governo complicata, “morte” del bipartitismo dopo 40 anni, e irruzione nello scenario politico di due partiti anti-casta che fanno il loro esordio in parlamento con 109 deputati su 350. E’ questo l’esito delle elezioni politiche in Spagna. Dove il Partido Popular del premier va oltre il 28%. Il Psoe, dopo che i primi exit poll lo hanno dato come terza forza, si piazza al 22,1%, davanti al movimento guidato da Pablo Iglesias, che ottiene il 20%: un risultato già definito “storico”. Il leader “viola” è soddisfatto: “Oggi nasce una nuova Spagna”, e i suoi sostenitori festeggiano in piazza a Madrid. Quarto, il partito Ciudadanos di Albert Rivera, il “Podemos di destra”, con il 13,7%. L’affluenza è stata alta, oltre il 73%.

 

1. Popolari in vantaggio nei seggi. Socialisti davanti Podemos
Ai popolari vanno 122 deputati. Persa quindi la maggioranza assoluta di 186 deputati conquistata nel 2011. In un sistema elettorale che favorisce le piccole circoscrizioni dove i partiti tradizionali sono più presenti, i socialisti ottengono più seggi di Podemos, 91. Ne perdono 20 rispetto al 2011, ma riescono ad evitare il sorpasso umiliante, grazie soprattutto alla buona tenuta in Andalusia. Dopo una spettacolare rimonta negli ultimi giorni di campagna, registra un successo storico e sbarca in parlamento con 69 deputati, vincendo – a sorpresa per un partito nazionale – in Catalogna e nel Paese Basco, regioni a forte spinta indipendentista. Ciudadanos è quarto anche nei seggi, con 38 deputati. Questi risultati rendono difficile la formazione di alleanze: per avere la maggioranza assoluta sono necessari 176 seggi.

 

2. Rajoy: “Cercherò di formare governo stabile”
Ma Rajoy dice di volerci provare lo stesso. “Abbiamo vinto di nuovo le elezioni, più di sette milioni di elettori hanno rinnovato la fiducia nel partito, grazie, perché sappiamo che non era facile, e oggi abbiamo base solida per il futuro”, commenta il premier uscente, affermando che tenterà di formare un “governo stabile“. Rajoy avverte che “inizia una tappa non facile”: “sarà necessario parlare molto e raggiungere accordi”.

 

3. Iglesias: “Bipartitismo è morto. Nata nuova Spagna”
“Oggi è morto il bipartitismo. La Spagna ha deciso un cambio di sistema, siamo l’antidoto contro lacorruzione e la diseguaglianza. La nostra più importante riforma sarà quella costituzionale, che è imprescindibile”. Questo il commento di Iglesias, primo tra i quattro leader a parlare. Il leader di Podemos (vedi foto), in conferenza stampa da Madrid, si sofferma anche sul risultato dei socialisti: il “peggiore dalla fine della dittatura franchista”. Diverso il giudizio del numero uno socialista Sanchez: “Oltre cinque milioni di spagnoli ci hanno votato”. Ora, dice, spetta al premier Rajoy tentare di formare il nuovo governo. Soddisfatto anche Rivera: “Oggi inizia una nuova tappa politica in Spagna, perché milioni di spagnoli hanno deciso che questo Paese deve cambiare. Basta rassegnazione, basta rosso e azzurro”, Ciudadanos “con 40 deputati cambierà” il paese.

4. Addio bipartitismo e governabilità difficile
La Spagna è costretta a rinunciare definitivamente al bipartitismo – tra Pp e Psoe – che ha governato il paese dal ritorno della democrazia 40 anni fa, ma anche alla sua stabilità politica. Perché non solo nessun partito ottiene la maggioranza assoluta. Ma anche le coalizioni ‘coerenti’ fra i partiti della ‘vecchia’ politica e quelli del ‘nuovo’, fra Pp e Ciudadanos o fra Psoe e Podemos, ipotizzate dagli analisti prima del voto resterebbero sotto la maggioranza assoluta di 176 seggi nel Congresso di Madrid. Il risultato del Pp rende difficile anche un governo minoritario di Rajoy. Una delle possibilità, anche se improbabile, è la nascita di un blocco di sinistra con socialisti, Podemos, Izquierda Unida e altri due gruppi regionali arriverebbe a 180 seggi: un numero comunque insufficiente per garantire una maggioranza solida.

 

5. Possibile governo “di larghe intese”
L’unica coalizione che matematicamente garantirebbe un esecutivo stabile è una grosse-koalition o un governo di larghe intese fra Pp e Psoe, già da tempo ipotizzata dall’ex-premier socialista Felipe Gonzalez. Lo stesso Rajoy venerdì per la prima volta non ha escluso categoricamente questa ipotesi. “Semmai ne parleremo lunedì” aveva detto a Bruxelles. Lo scenario è complesso, dunque. I risultati aprono la strada a colloqui che si prevedono lunghi per formare una coalizione, che potrebbero durare settimane perché un’alleanza appare difficile. La Costituzione spagnola non stabilisce una scadenza per la formazione del governo dopo il voto. Ed è per questo che potrebbe assumere sempre più importanza il ruolo del giovane re Felipe VI, che potrebbe dover mediare per evitare un ritorno anticipato alle urne, previsto dopo due mesi. Ipotesi che preoccupa gli ambienti finanziari, in un paese dove la situazione economica è ancora fragile.

 

6.Nuovo parlamento il 13 gennaio
Il nuovo parlamento spagnolo eletto si costituirà formalmente il 13 gennaio prossimo, 20 giorni dopo che i risultati delle elezioni saranno stati resi noti ufficialmente, cioè mercoledì prossimo.  L’investitura del nuovo presidente del governo, designato dal re, tradizionalmente interviene circa due settimane dopo la formazione del Congresso e del Senato.

2. Silvia Ragusa, Il fatto quotidiano 21 dicembre 2015

La partita è in mano al re Felipe VI, che dopo le consultazioni, designerà un candidato per tentare di formare il nuovo governo. O Mariano Rajoy o Pedro Sánchez. Podemos, con il 20,6%, e Ciudadanos, con il 13,9%, hanno già in tasca le chiavi del futuro governo

A Madrid è stata la notte delle calcolatrici: 163 seggi se Mariano Rajoy e Albert Rivera vanno a nozze, 159 se Pablo Iglesias (nella foto) strizza l’occhio a Pedro Sánchez. La somma è sempre la stessa: ben sotto i 176 seggi che garantiscono la maggioranza assoluta. La parola che risuona già prima di mezzanotte è “ingovernabilità“. E alla fine gli spagnoli hanno fatto “canc” e sono andati a dormire, senza capire chi sarà il nuovo presidente del governo. O meglio se un premier ci sarà o si dovrà tornare alle urne. La partita è in mano al re Felipe VI, che dopo le consultazioni, designerà un candidato per tentare di formare il nuovo governo. O Mariano Rajoy o Pedro Sánchez.

Se il Partido popular ha vinto le elezioni (28,7%), la possibilità che il premier uscente resti al palazzo della Moncloa per i prossimi quattro anni è ridotta a un lumicino. I risultati delle elezioni hanno confermato quello che tutti i sondaggi dicevano da un anno: per il bipartitismo suonano le campane a morto, mentre Podemos (con il 20,6%) e Ciudadanos (13,9%) hanno già in tasca le chiavi del futuro governo. I popolari e i socialisti hanno perso insieme qualcosa come 83 deputati, fermandosi a un 50,7% di voti, la percentuale più bassa degli ultimi 25 anni. E Rajoy ottiene il peggior dato dai tempi del suo predecessore José María Aznar. Eppure il PP non disfa la valigia. Nella storica notte elettorale Rajoy si è affacciato dal consueto balcone della sede del partito e ha detto chiaro e tondo: “Proverò a formare un governo”. Ma con chi? Neppure con l’appoggio di Rivera e l’astensione dei socialisti il PP potrebbe fare il miracolo. Tanto più che cercare un’astensione anche tra i partiti nazionalisti (quelli che come Erc lottano per l’indipendenza catalana) sarebbe ridicolo.

La patata bollente potrebbe quindi passare a Pedro Sánchez. Il partito ottiene il peggior dato della storia (22%) e si piazza dietro Podemos a Valencia, in Galizia, Navarra, Paesi Baschi, Isole Baleari e Catalogna. A Madrid poi il Psoearriva solo al quarto posto. Sánchez ha già dichiarato la sua totale apertura “al dialogo, alla discussione, agli accordi”: potrebbe diventare premier solo se ottiene l’appoggio di Podemos e Izquierda Unida ma anche l’appoggio (o l’astensione) di qualche partito nazionalista. Ma non è così semplice, giacché al Senato il PP resta in maggioranza e potrebbe creare una situazione di stallo perenne tra le due Camere. Il puzzle dei patti appare complicato tanto più che Pablo Iglesias mette avanti la riforma costituzionale a qualsiasi tipo di accordo. Il partito viola festeggia la vittoria in Catalogna, Madrid e Paesi Baschi, dove diventa prima forza, parla di “una nuova Spagna che mette fine ad un’era politica” e fa l’occhiolino agli indipendentisti di una “Paese plurinazionale”. Ma la lettura dei risultati potrebbe obbligarlo a ripensare ad una qualche alleanza con il Psoe. Che comunque non basterebbe.

Al centro si piazza Ciudadanos, che finisce per essere il quarto partito nonostante i sondaggi lo situassero al secondo posto. Albert Rivera si ferma a 40 seggi, racconta di un risultato “storico” e vede il resto dei partiti non come “nemici, ma compatrioti”. L’apertura c’è, probabilmente verso il PP. Ma anche qui le cifre non quadrano. La chiave di queste somme impossibili è una sola: non è finita. Il PP potrebbe governare, ma solo se il Psoe glielo permette. Il Psoe, anche se Podemos glielo permette, non è detto che riesco a farlo. Una grosse koalition alla tedesca? Finora i socialisti hanno detto di no. Elezioni anticipate fra tre mesi? Mai successo in Spagna. Ma visto il terremoto di ieri, da oggi nulla è escluso.

Altrimenti, come spiega El País, in un divertente editoriale, cari spagnoli “Benvenuti in Italia“, il Paese dei pentapartiti, del compromesso storico, dei transfughi, degli strateghi e delle alleanze impossibili, dove i governi, se tutto va bene (e quando si va a votare) durano 6 o 7 mesi.

 

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Category: Osservatorio Europa

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