Bruno Giorgini: Lo stato del mondo. Lo stato d’Europa

| 9 Marzo 2014 | Comments (0)

 

 

 

 

Lo stato attuale del mondo è caratterizzato da tre fratture maggiori che possono diventare abissi talmente larghi e profondi da ingoiarlo, il mondo.

La prima – non in senso gerarchico, solo logico espositivo – è la frattura tra gli umani e la natura, che ha la sua manifestazione su tutto il pianeta nel cambiamento climatico globale  galoppante, talchè ormai ogni persona può percepirne gli effetti a Forlimpopoli come a New York, in Africa come in Cina, in Alaska come a Sidney.  E siamo solo agli inizi, nè pare che stati, governi, popoli stiano prendendo misure adeguate di contrasto e di protezione civile, che comporterebbero un rapporto tra umani e natura non più fondato sul dominio e sfruttamento dell’uomo sulla natura, ma su un contratto di equità. Questo significa un modello economico e di convivenza civile del tutto diverso da quello attuale. E’ qui il caso soltanto di accennare che il paradigma del dominio umano sulla natura ha strutturato l’intera evoluzione della civiltà dalle origini a oggi, per cui cambiarlo  sarà tutt’altro che facile, un lavoro lungo e duro con molte lacerazioni e opposizioni, forse attraversando fasi tragiche. Un’impresa che avrebbe bisogno della cooperazione dell’umanità intera, popoli e governi con tutta l’intelligenza e la scienza necessarie in collaborazioni e sinergie senza confini e ostilità, che invece ci sono e si moltiplicano.

La seconda  frattura attiene la/e diseguaglianza/e che s’allarga/no ogni giorno. Tanto per dire, i dieci umani più ricchi del mondo hanno guadagnato nello scorso anno 540 miliardi di dollari, cioè più del doppio del PIL greco che vale 249,1 miliardi di dollari. Sempre nella graduatoria gli 89 più ricchi del mondo hanno un reddito equivalente a quello dei tre (3) miliardi di persone più povere. Se preferite le percentuali ecco i calcoli di Riccardo Petrella, che potete leggere per intero su questo giornale: “La ricchezza dello 1% dei più ricchi supera i 110 mila miliardi di $ pari alla ricchezza totale della metà meno ricca della popolazione mondiale. Quasi la metà della ricchezza mondiale é quindi detenuta solo dallo 1% della popolazione. Per rendersi conto delle proporzioni, si pensi che la ricchezza prodotta dal mondo nel 2012 è stata di poco superiore ai 62 mila miliardi di $ (quella italiana ha superato di poco i 1.800 miliardi).” Infine Bill Gates nell’ultimo anno ha avuto un aumento della sua fortuna personale di 15 miliardi di dollari, senza lavorare nemmeno un’ora, egli infatti è pensionato, e sempre Petrella ci informa che “per guadagnare i 15 miliardi di Bill Gates ci vuole un anno di lavoro a tempo pieno di 920.000 insegnanti di scuole elementari in Italia, ed un operaio specializzato della FIAT deve lavorare 113 anni per guadagnare lo stipendio netto dell’Amministratore delegato della sua impresa e circa 230 anni per lo stipendio equivalente del PDG della Peugeot”. Questa frattura sociale è talmente macroscopica, scandalosa e, nonostante il gaudio lucrativo di finanzieri e mercanti, d’armi petrolio droghe esseri umani, con l’ausilio di sfruttatori vari, foriera di disastri per ampi strati della stessa borghesia e di un ceto medio sempre più esile, che persino il FMI ha dovuto prenderne atto, provocando l’ironico titolo del Washington Post: I comunisti hanno preso il potere al Fondo Monetario. Senza dimenticare il vecchio Marx e le rivoluzioni sempre possibili, magari non subito. Oggi all’ordine del giorno ci sono piuttosto rivolte e disobbedienze civili di massa, ma la situazione somiglia ai cent’anni di jacqueries e d’illuminismo che prepararono la rivoluzione francese e, a seguito, quella americana. Sapendo che oggi le cose vanno assai più svelte.

Infine il sistema di fratture geopolitiche e geostrategiche  tra USA, Russia e Cina. Si tratta di un sistema a tre corpi (superpotenze) multidimensionale a più strati in equilibrio instabile e sempre più percorso da conflitti. Si va da quelli finanziari e monetari alle guerre commerciali, dagli scontri sull’acquisizione di materie prime alle egemonie territoriali e di aree di influenza,  con dispute sui confini o su sperdute desertiche isolette, fino alle diverse interpretazioni della legalità internazionale e del diritto delle genti, su ogni piano le frizioni aumentano e le faglie si allargano, gli arsenali si riempiono, i soldati, regolari, contractor, mercenari si muovono, i servizi segreti agiscono più o meno nell’ombra. Campi di battaglia sono l’intera Africa, molti paesi dell’Asia, India, Pakistan, Malesia, poi l’America Latina, e ovunque fino in Europa.

La crisi ucraina e di Crimea è oggi il più acuto terreno di scontro tra USA e Russia. Un durissimo confronto tra le due superpotenze dentro il quale i popoli sono privati di autonomia decisionale, presi in ostaggio, ricattati a suon di miliardi in euro o dollari, o kilowatt di energia. Questa violenta intrusione esterna nelle contraddizioni  politiche e sociali tra i vari fronti e movimenti del composito popolo che vive in Ucraina, stravolge e strappa il tessuto della convivenza civile: detto in volgare, per un verso trasforma i popoli in carne da cannone, per l’altro li aizza gli uni contro gli altri. L’ Ucraina diventa il teatro di una guerra simulata, ovvero le leggi della guerra modulano il conflitto senza che, per ora, si spari. Questa dimensione di guerra è resa evidente dal fatto che nessuno dei contendenti può vantare una legalità convincente. Un presidente corrotto e certamente non modello di democrazia, Yanukovich, però vincitore di elezioni presidenziali certificate come regolari dagli osservatori internazionali nel 2010,  e il cui partito guadagna la maggioranza in quelle politiche parlamentari del 2012, viene destituito a furor di popolo e di piazza. Il che può, e a volte deve, accadere, ma certo non rispetta i canoni della legalità istituzionale, però ben tre ministri degli esteri della UE danno la loro benedizione sbarcando a Kiev, la rivolta accadendo a Parigi o Berlino chissà se sarebbero ancora così tolleranti verso il popolo furioso che occupasse per mesi le piazze e assaltasse i palazzi del potere. Questi ambasciatori dimenticano quando la Germania riconobbe l’indipendenza della Slovenia appena autoproclamata, intervenendo come il classico elefante nella cristalleria – lo stato molto delicato della Jugoslavia dopo la morte di Tito – così contribuendo a innescare la futura guerra civile balcanica. Per giunta l’insurrezione di Kiev avviene con un forte contributo militar militante delle formazioni di estrema destra razziste antisemite fino ai nazisti, che partecipano anche al nuovo governo, il quale minaccia o vota, non si è ben capito, la cancellazione della lingua russa come seconda lingua ufficiale del paese mentre il rabbino capo di Kiev invita gli ebrei a stare in guardia – poi pare esca una smentita, ma si sa la guerra psicologica e la manipolazione dell’informazione sono cardini di ogni strategia – memore forse dei pogrom che in Ucraina furono pane quotidiano prima del ’45, mentre le ss ucraine niente ebbero da invidiare alla crudeltà genocida di quelle tedesche. Viceversa, e in modo inevitabile, la parte russofona della popolazione  si organizza in gruppi di autodifesa e manifesta chiedendo alla madrepatria d’origine un intervento a garanzia.

D’altra parte Putin non può tollerare una ingerenza “occidentale” quale si sta disegnando con la NATO schierata a contatto coi confini della Federazione Russa, quindi inventa “l’invasione fantasma”. I soldati senza mostrine nè insegne, senza faccia perchè col volto coperto dal passamontagna, ma con le armi ben visibili,  compaiono in Crimea nella notte quasi eruttati dalla terra, più probabilmente dalle basi militari russe, e all’alba sono già schierati. Fantasmi che non possono, per definizione, invadere un paese, come dice Putin che, se non fosse per i mitra, sarebbe un gag degno di Buster Keaton. Invasione fantasma di una regione, la Crimea, che fu sempre russa fin quando Krusciov non la regalò all’ Ucraina nel ’54, altro paradosso. Epperò oggi non è più parte dello stato russo, e quindi l’azione di Putin è un fantasma illegale, e poi verrà il referendum popolare per entrare a far parte della Federazione Russa, e l’invasione “fantasma” sarà quasi legale. Però il Referendum è già stato dichiarato illegale dal governo di Kiev a sua volta non tanto legittimo – i deputati del partito di maggioranza sono stati dalla piazza degli insorti sic et simpliciter epurati dal parlamento – e il cui potere è incerto se non inesistente su larga parte del territorio, perchè una cosa è essere ricevuto all’Eliseo, un’altra andare a Odessa zeppa di cittadini ucraino russi furiosi. Intanto i paradossi diventano surrealismo puro quando  gli osservatori dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa) non si sa bene chiamati da chi e in base a quale diritto, vogliono entrare in Crimea, Repubblica autonoma di un paese, l’Ucraina,  non facente parte della UE. Osservatori ovviamente respinti al mittente dalle più o meno ufficiose  guardie di frontiera. La realtà è che l’intrico giuridico dove, dalla fine del bipolarismo USA URSS, si avvitano leggi e regole internazionali a geometria variabile secondo i rapporti di forza, può esser sciolto solo sulla base di una politica che sia più persuasiva della forza, sia la forza di piazza Maidan che quella dei soldati “fantasma” di Putin. Sarebbe il ruolo della UE, se mai l’UE fosse una entità politica.

L’Unione Europea (UE) che ha già dato pessima prova di sè durante le guerre sanguinosissime nella Ex-Jugoslavia, oggi rischia di ripetersi forse in peggio, il che pareva difficile ma, per dirla col compianto Freak Antoni, quando sei in fondo alla buca è il momento di cominciare a scavare. Allora scaviamo, per esempio nella frattura tra democrazia e governance che si verifica in Europa. La UE è un sistema dove non esiste un meccanismo democratico costituente il potere politico sovranazionale. Eppure si configura un potere sugli stati membri, privando i governi eletti dal popolo di sovranità, in specie, ma non solo, per quanto rigurda la politica economica. Questo potere centrale sulla politica economica degli stati membri è esercitato da una sorta di banda dei quattro, la famigerata troika, Commissione Esecutiva (CE), FMI, Banca Centrale Europea (BCE) – modellata guarda caso sulla Bundesbank tedesca – più di fatto il/la cancelliere/a tedesco/a. Nessuna di queste entità viene eletta e/o delegata ai suoi compiti dal popolo d’Europa. Il FMI e la BCE addirittura sono svincolati da ogni potere politico (formalmente)- si noti che nessuna banca centrale è autonoma dalle autorità politiche – chi nomina il Board of Governors della FED, la banca centrale USA, composto da 7 persone è il Presidente degli Stati Uniti, e al governo degli SU, nella figura del segretario di stato al tesoro, la Fed risponde del suo operato. La CE d’altra parte è emanazione degli stati membri, attraverso una designazione e non una elezione, e pur avendo il monopolio del potere di iniziativa legislativa nonchè gestendo i fondi dei programmi europei e deliberando in materia di bilancio e sanzioni, non può essere sfiduciata. In Europa  certamente  vige una grande libertà individuale con un più o meno ampio spettro di diritti civili e politici, eppure ai suoi cittadini è preclusa la possibilità di influenzare i criteri e le decisioni di politica economica cui andranno soggetti e di cui subiranno gli effetti. Ovvero è precluso l’esercizio della democrazia tramite il voto. Si può anche dire che il potere centrale della UE – la banda dei quattro- non è contendibile per via democratica. E poichè, il regolamento 1466/97 (Giuseppe Guarino docet) definisce il pareggio di bilancio come risultato prioritario che tutti gli stati devono raggiungere, ecco che l’unica dimensione possibile per le singole nazioni è quella dei “compiti a casa” dettati e verificati dalla banda dei quattro,  col che l’ efficacia dello stesso voto popolare per i governi nazionali viene fortemente ridotta se non annullata.

Infatti in Italia i governi cambiano ma la politica economica rigorosa/mente liberista resta grosso modo invariata, e se per un momento qualcuno ha la tentazione di scantonare uno sconosciuto ai più e da nessuno mai votato, tale Olli Rehn, aggredisce lo sconsiderato, nel caso Renzi, mandandogli a scatafascio l’intero impianto. Intanto l’avvertimento intimidatorio raggiunge i merca(n)ti che possono specularci a man bassa, nella perversa spirale tra rigore speculazione e depressione che si alimentano a vicenda. Va detto per onestà che da noi un Parlamento inetto in tutte le sue componenti votò a stretto giro di posta in favore dell’introduzione del fiscal compact in Costituzione (luglio 2012). Il fiscal compact, o patto di bliancio, vincolerà il nostro Paese alla riduzione del debito pubblico per una cifra di 45 miliardi di euro l’anno per vent’anni, con variazioni possibili a seconda che si inneschi o meno la crescita economica (sic).

Mancando un potere politico democratico europeo, mentre governi e parlamenti nazionali cedono quote di sovranità in tutti i campi fino a annullarsi in materia di politica economica,  la frattura tra i cittadini e il sistema della banda dei quattro si spalanca aprendosi come il Grand Canyon  alle incursioni e lacerazioni di tutti i nazionalismi, spesso in congiunzione con virulenti movimenti della destra razzista xenofoba fino al nazismo. La Catalogna e la Scozia si avviano a referendum autonomisti se non indipendentisti, tentazioni simili si leggono in Corsica,  Sardegna, Bretagna, Marine Le Pen potrebbe spopolare in Francia, da noi il M5S  corre in parte sullo stesso circuito, e larga parte dei popoli  in molte città europee, da Zagabria a Atene, da Londra a Marsiglia, da Atene a Madrid ecc.. è sempre più insofferente all’ Europa odierna. Nel contempo l’assenza a livello europeo  di un potere centrale  democraticamente costituito impedisce l’elaborazione di una politica internazionale della UE in grado di misurarsi con i conflitti e le fratture globali, funzionando come un ponte di pace e di eguaglianza e per lo sviluppo di modelli di convivenza civile robusti e adattivi. Già oggi potrebbe essere troppo tardi per porre rimedio, ma comunque l’unico tentativo è quello di costruire un’altra Europa, come a livello elettorale propone la lista Tsipras. Essa non va assunta come l’estremo rifugio di una sinistra con un peso politico istituzionale ormai in Italia trascurabile, bensì come un possibile filo dentro il Parlamento europeo che deve intrecciarsi coi fili dell’autorganizzazione e azione politico sociale di base, quelli delle più varie forme di dissenso, disobbedienza civile, rivolta, nonchè con lo sviluppo di capacità progettuali alternative alle dinamiche liberiste, che a dirlo si fa presto ma farlo è tutto un altro paio di maniche.

 

Category: Elezioni europee 2014, Osservatorio Europa

About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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