Rogério Gonçalves de Freitas: Quando la resistenza del popolo brasiliano risveglia la storia

| 14 Luglio 2013 | Comments (0)

 

 

1. La scintilla.

Dal giugno scorso il mondo ha visto un’esplosione di proteste popolari dal nord al sud del Brasile. All’improvviso e nel giro di pochi giorni, le strade e le piazze delle grandi capitali, come São Paulo e Rio de Janeiro, somigliavano all’immagine recente di piazza Tahrir nel Cairo e Taksim ad Istanbul. Almeno 388 città del Brasile, comprese 22 capitali ed altri piccoli paesi, hanno partecipato alle manifestazioni paralizzando il paese. Un fenomeno che sembrava improbabile, attenendosi al recente discorso del presidente Dilma Rousseff in occasione dell’ultimo incontro dei BRICS in Sud Africa il 26-27 marzo di quest’anno.

In questo discorso si dichiarava, infatti, che il Brasile si differenziava dagli altri paesi del mondo per il suo modello di sviluppo economico e inclusione sociale, grazie al quale è riuscito a resistere alla crisi globale che ha colpito i mercati  mondiali, applicando delle politiche che rafforzano la capacità di sviluppo e la stabilità. La realtà è che a pochissimi mesi dal meeting dei capi di Stato e imprenditori presenti in Sud Africa, si è verificata un’ antitetica situazione tra il discorso del presidente e un oceano di persone che sono scese in piazza. Un fenomeno che non si vedeva da circa 30 anni.

Le miriadi di rivendicazioni e proteste vanno dalla riduzione del prezzo del biglietto del trasporto pubblico o addirittura alla tariffa zero, al 10% del PIL all’istruzione pubblica; dal 6% del PIL alla sanità pubblica e gratuita, alla ritirata del progetto di legge che punta sulla “cura” degli omosessuali. Dalla fine della corruzione, alla critica al governo per quanto riguarda l’investimento pubblico per il prossimo mondiale del 2014 e le Olimpiadi del 2016. Sembra che tutte le difficoltà e contraddizioni sociali dei cittadini siano uscite fuori. La realtà è diventata possibilità. Il malcontento ha trovato la strada della collettività, della solidarietà, dell’indignazione della protesta.

L’aumento del biglietto dei trasporti pubblici è stato solo la scintilla che ha innescato l’incendio. Le manifestazioni sono cominciate con una protesta organizzata dal “Movimento Passe Livre”( MPL), nato il 2005 in occasione del Forum Sociale mondiale di Porto Alegre. Nonostante la manifestazione è stata promossa dal MPL, la dimensione della stessa si è sviluppata rapidamente e in forma spontanea anche nel resto della popolazione civile, caratteristica delle nuove proteste anticapitalistiche della nostra contemporaneità, come i movimenti degli Indignati in Spagna e Occupy Wall Street negli Stati Uniti. Una rivolta tempestiva, nel momento giusto e in una situazione adeguata, di ricomposizione delle collettività disgregate e nella realtà di un paese contradditorio come il Brasile, contrassegnato da almeno 20 anni dall’atmosfera neoliberale che ha colpito vari ambiti della società, dell’economia, della politica e cultura. Se lo tsunami neoliberale marcato dalle diverse privatizzazioni ha prodotto un insieme di disservizi pubblici dagli effetti devastanti, dall’altro lato ha reso i cittadini più esigenti.

Ulteriore motivo che ha esasperato gli animi, è stato la Confederation Cup. Nell’apertura della competizione, il 15 giugno, il presidente Rousseff davanti a migliaia di tifosi ha assistito a un coro di fischi che hanno risuonato nello stadio Mané Garrincha a Brasilia. Lo spirito calcistico si è trasformato in spirito di protesta contro il mondiale del prossimo anno, alla notizia che il 98,5%  dell’evento sarebbe stato finanziato con soldi pubblici, come risulterebbe dal bilancio fatto dalla Corte dei Conti, l’organo responsabile della supervisione della spesa statale[2]. La fine della Confederation CUP ha decretato la “seleção” brasiliana vincitrice della competizione, ma senz’ombra di dubbio il trofeo va al popolo brasiliano, che ha giocato la “partita” più importante della recente storia del paese.

La protesta presenta anche dei limiti dal punto di vista della sua composizione e organizzazione. Le manifestazioni non hanno ancora una direzione chiara. Nelle ultime, hanno avuto luogo una serie di persecuzioni ai militanti dei partiti di sinistra da alcuni settori della destra, che s’infiltravano attaccando alcuni attivisti di partiti e sindacati presenti in piazza e bruciando le loro bandiere. La popolazione incentivata dai gruppi neofascisti gridava: “senza partiti”, “fuori i partiti”. In questo senso la rivolta, è stato un momento che ha portato alla luce anche un nuovo fenomeno che sta nascendo nella compagine brasiliana: l’espandersi di numerosi gruppi neofascisti organizzati. Contrapposti, sull’altro schieramento, attivisti dei partiti e dei sindacati invece rispondevano: “il governo è il nemico! Uniamoci e lottiamo insieme!” e “senza censura!”. Non era chiaro agli occhi di alcuni manifestanti che scendevano in piazza per la prima volta la distinzione fra le diverse fazioni politiche, dovuta alla degenerazione delle forze politiche tradizionali, e al discredito del Partido dos Trabalhadores – PT, il quale è stato il più colpito per quanto riguarda le critiche. Anche i mass-media hanno contribuito alla compagna antipartitica, dando risalto principalmente ai momenti di violenza e di vandalismo[3] dei cortei.

 

 

2. Il pompiere e l’incendio

Le manifestazioni che si vedono oggi in Brasile sono paragonabili con il movimento “Diretas Já” nel 1984 e “Fora Color” nel 1992.  “Diretas Já” nacque sotto il regime militare in una congiuntura di crisi economica e rivendicava il diritto di scegliere il presidente della Repubblica. La campagna portò 400mila persone in piazza nel gennaio del 1984 e nel mese successivo altre 700mila. Questo movimento fu fondamentale per la consolidazione e organizzazione dell’opposizione alla dittatura militare che a questo punto aveva già perso prestigio sulla popolazione a causa di una forte crisi economica. “ Fora Collor”, invece nacque dall’indignazione popolare contro la corruzione dell’allora presidente della Repubblica Fernando Collor de Mello, che congelò i conti bancari dei cittadini in una situazione di altissima inflazione.

All’epoca, questi due movimenti erano capeggiati dal PT e dalla Centrale Sindacale – CUT, nati rispettivamente nel 1980 e 1983. Il problema è che la questione oggi si è invertita. I protagonisti delle lotte passate, ora rappresentano il governo. Si trovano dell’altro lato della barricata.  Diventano oggi i pompieri dell’incendio delle lotte, delle stesse che loro hanno sostenuto in passato.  Questa situazione di disagio, è la prima che il  PT, attualmente al governo, si trova ad affrontare in più di dieci anni. Questo partito, appena eletto alla presidenza della Repubblica con l’ex leader carismatico Luiz Inácio da Silva e poi con l’attuale governo di Dilma, ha cercato di creare consensi nelle varie organizzazioni sindacali, movimenti popolari ed anche nell’Unione Nazionale degli Studenti –UNE, ma successivamente l’atteggiamento del governo di Dilma ha avuto un radicale mutamento, escludendo tutte le suddette organizzazioni da un dialogo concreto. Negli episodi recenti, invece, il governo, trovandosi in minoranza nella Camera dei deputati, è dovuto ricorrere a questi settori, per avere l’appoggio nel Plebiscito che il governo vuole indurre quest’anno.

Secondo un’indagine recente dell’istituto Data Folha, la popolarità del presidente Dilma è scesa dell’8%, arrivando a un indice di gradimento del 57% contro i 65% di Marzo. Una perdita significativa e una situazione preoccupante per il Governo. In questa situazione instabile, la proposta del presidente Dilma inerente il Plebiscito, gira intorno  cinque punti: 1) Risponsabilità fiscale; 2) Riforma politica; 3) Mobilità; 4) Sanità 5) Istruzione.

La responsabilità fiscale riguarda i governi federali, statali e municipali, al fine di garantire la stabilità dell’economia dinanzi alla crisi globale e il controllo dell’inflazione. Questo si traduce nel pagamento degli interessi sul debito pubblico, che a sua volta si traduce nella sottrazione di fondi pubblici per gli altri punti della proposta, mettendo in risalto la contraddizione del tutto.

Un altro punto interessante del Plebiscito nazionale è la proposta per la riforma politica, che appare più come un suggerimento per sedare le rivolte, piuttosto che una soluzione chiara di cambiamento. Il Presidente ha fissato cinque punti per la riforma: a) definizione del sistema di elezione per i deputati e consiglieri comunali; b) discussione sulle modalità di finanziamento delle campagne politiche; c) dibattito sulla supplenza dei senatori; d) ridiscutere il sistema delle alleanze nelle elezioni; e) rendere pubblico il voto dei deputati e senatori. La proposta del Presidente è stata respinta nel dibattito congressuale per la realizzazione del Plebiscito.  La maggioranza della Camera dei Deputati ha isolato la proposta dei capi gruppi del Governo.  Il plebiscito secondo il governo dovrebbe essere realizzato in quest’anno, motivo per il quale il legislativo non voterà il cambiamento del sistema che potrebbe minacciare la rielezione immediata dei parlamentari stessi. Un altro problema sono le regole con cui si organizzerà il Plebiscito.  Chi farà le domande e quali domande?

La proposta del Governo sembra non prendere in considerazione la partecipazione diretta delle persone. Le richieste di una buona parte della popolazione saranno accolte nelle domande del plebiscito? In che modo ad esempio applicare il 10% del PIL per l’istruzione pubblica?  Se si realizzasse un plebiscito, tenendo conto del suo reale significato (Plebicitum, decreto della Plebe, deliberazione del popolo) si dovrebbe tenere in considerazione la possibilità delle persone di decidere delle questioni importanti del Paese, come ad esempio la vendita all’asta delle riserve di petrolio del paese alle aziende private straniere, oppure se la linea di governo dovrebbe essere quella di dare priorità all’esportazione dell’agribusiness, linea guida della gestione dei due governi del PT.

 

 

3. Addio allo “spirito del benessere”

Il Partido dos Trabalhadores ha creato uno “spirito del benessere”. Una pubblicità all’estero come non si è mai vista. Si dice che il Brasile è diventato il paese del futuro. Un’economia in crescita. Un sogno. È vero, c’è stata una certa mobilità, risultato di alcuni investimenti in aree sociali, ma molto debole. Il problema è che le condizioni dei posti di lavoro rimangono ancora precarie. Il salario minimo di 678,00 reais (circa 228,915 euro) è molto basso per una generazione nuova di scolarizzati, per una situazione d’inflazione che raggiunge vertici molti alti. Sembra che i brasiliani sono diventati più esigenti. C’è uno sviluppo disuguale all’interno della dinamica economica e sociale in Brasile.

Dati gli effetti dello squilibrio economico brasiliano, l’opposizione al governo ritiene che l’equipe economica di Dilma, specialmente il suo ministro della finanza, Guido Mantega non sia in grado di combattere l’inflazione e riordinare la politica economica. Il rallentamento dell’economia comincia a presentare segni d’instabilità e di deficit commerciale. Non sembra esistere una recessione vera e propria, ma nuovi elementi cominciano ad apparire. L’inflazione e soprattutto l’aumento del carovita sono i problemi più espressivi. La crisi mondiale colpisce il Brasile attraverso la riduzione delle esportazioni, aumentando il deficit commerciale, l’orientamento economico degli Stati Uniti colpisce anche l’economia del Brasile. Soprattutto per quanto riguarda i flussi internazionali dei capitali e conseguentemente la fuga di capitali speculativi, per non dire la forte quotazione del dollaro in questo momento.

Quando si guarda attentamente il rapporto d’inflazione che è pubblicato trimestralmente dalla Banca Centrale del Brasile[4] che valuta il regime obiettivo di performance per azioni, si osserva lo scenario prospettico sul comportamento dei prezzi, spiegando le condizioni delle economie nazionali e internazionali che sono guidate dal Comitato Politico monetario (Monetary Policy Committee). L’inflazione, misurata in base alla variazione dell’indice dei Prezzi di Consumo (IPCA) in dodici mesi ha raggiunto il 6,5% a maggio, 1,51 punti percentuali al di sopra di quelli registrati nel maggio 2012. L’aumento dell’inflazione è dovuto all’accelerazione dei prezzi, che ha variato circa dell’ 8,11% in questo ultimo anno. (2,56 pp al di sopra del risultato registrato fino maggio 2012).

Per aver un’idea del processo dell’aumento dei prezzi, si osserva che il gruppo di alimenti e bevande preso in esame, è aumentato del 13,52% in dodici mesi, mentre fino a maggio 2012, era cresciuto soltanto del 6,33%. Nel frattempo, l’inflazione nel settore dei servizi ha raggiunto 8,51% negli ultimi dodici mesi. Secondo il rapporto, il comitato di politica monetaria ritiene che il livello di elevata inflazione e la dispersione degli aumenti dei prezzi collaborino molto all’aumento del costo della vita. Per quanto riguarda la crescita del PIL, il rapporto accenna la proiezione per il 2013 – secondo lo scenario di riferimento – del 2,7% (0,4 punti percentuali in meno rispetto alla stima del precedente rapporto d’inflazione). Un dato importantissimo che fa vedere che l’economia del Brasile comincia a presentare segni di rallentamento in perfetta linea con la situazione di crisi economica mondiale. Il sistema economico è globale e quindi nessuna economia o nessun capo di Stato può dichiarare di essere immune ai rischi della crisi.

Inoltre, il comitato di politica monetaria ha rilevato che alti tassi di inflazione portano ad una riduzione degli investimenti. Queste distorsioni economiche vanno ad accorciare gli orizzonti di pianificazione di famiglie, imprese e governi. Si evidenzia ancora che alti tassi d’inflazione tolgono il potere d’acquisto, con ripercussioni negative sulla fiducia e la spesa dei consumatori. E’ così che viene ridotto il potenziale di crescita dell’economia e  la creazione di posti di lavori e il reddito.

Il rapporto rileva ancora che l’indice di fiducia dei consumatori (ICC), dati forniti dalla Fundação Getulio Vargas (FGV), ha registrato un calo mensile del 0,4% a maggio, arrivando al più basso livello dal Marzo 2010 e, per quanto riguarda il numero di occupati nel settore industriale, l’esposizione della Banca Centrale del Brasile afferma che è diminuito dello 0,2%  nel mese d’aprile, rispetto al mese di gennaio. Nello stesso periodo, la busta paga è diminuito dell’1,7%. Riferendosi al mercato del lavoro, secondo il Registro Generale di occupati e disoccupati (Caged) del Ministero del Lavoro e dell’Occupazione (MTE), c’è stata una creazione netta di 432 800 posti di lavoro formali nel trimestre concluso nel mese di aprile 2013, rispetto a 479 300 nello stesso periodo di 2012.

Infine, i dati attuali della Banca Centrale del Brasile rivelano che differentemente dai discorsi del Presidente Dilma nei vari meeting all’estero, che il Brasile non è il “paese delle meraviglie” per quanto riguarda la sicurezza economica. È vero che i dati nel suo complesso non sostengono che il Brasile è in un clima disperato di recessione come alcuni paesi della zona dell’Euro, ma che l’inizio di una non molto lontana instabilità non è una ipotesi improbabile, particolarmente con questa nuova ondata di proteste che generano possibilità di cambiamento per una generazione di persone che credono nella trasformazione. La realtà è che questa situazione da un lato, minaccia la stabilità del Governo principalmente perché il prossimo anno sarà d’elezione presidenziale,  dall’altro aumenta la prepotenza intimidatoria dei capitali speculativi.

 

 

4. Le prospettive delle lotte: la messa in campo dei lavoratori

Il risveglio della storia in Brasile è un processo in corso che cambierà la realtà del Paese nei prossimi anni anche se le manifestazioni retrocederanno. È certo che l’espressione di forza delle manifestazioni è frutto dell’azione intensa del popolo. Il coraggio di centinaia di studenti, disoccupati, anziani, omosessuali, donne, bambini, di scendere in piazza è stato incantevole. Affascinante. Un segno che la storia può risvegliarsi. Niente sarà come prima, anche se manca ancora molta organizzazione. La direzione ancora non è chiara e questo dipenderà della presenza della classe lavoratrice organizzata “ in campo”.

Giovedì scorso (11/07) è sembrato un giorno in cui attraverso l’organizzazione combinata di alcuni sindacati si è arrivati ad un fronte comune: quello di indire una giornata di sciopero generale. I primi risultati sono stati positivi, anche se i sindacati si dividono tra quelli pro- Plebiscito e quelli contro il Plebiscito e le proposte del Governo. La cosa più importante di questo “autunno caldo brasiliano” è che è stato messo in mostra che gli effetti decisivi per una vittoria concreta dipendono dalla discesa in campo dei lavoratori insieme ai giovani, disoccupati e tutte le fasce storicamente colpite da un sistema neoliberale che fondamentalmente ha come suo principale intento la distruzione delle collettività, frenando le possibilità di un mondo migliore.

 


[1]Rogério Gonçalves de Freitas è  Dottorando in Sociologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II.

[2] Nel Dossier Le sfide del Brasile pubblicato in “Inchiesta” gennaio-marzo 2013 è possibile leggere l’articolo Gli effetti perversi del mondiale 2014 in Brasile di Guilherme Boulos che discute l’organizzazione del prossimo mondiale in Brasile. (http://www.inchiestaonline.it/dossier/le-sfide-del-brasile/guilherme-boulos-gli-effetti-perversi-del-mondiale-2014-in-brasile/attachment/brasil-14/).

[3] Calil Gilberto. “Decifra-me ou te devoro”: a grande mídia e as manifestações. Blogconvergencia.org

[4] Banco Central do Brasil. Relatório de inflação. V. 15, n2.  Junho 2013.

 

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Category: Osservatorio America Latina

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