Miguel Angel Garcia: Argentina 3. L’Argentina e lo spazio sudamericano

| 12 Maggio 2015 | Comments (0)

 

 

Pubblichiamo la terza parte della storia economica e politica dell’Argentina scritta da Miguel Angel García (le due puntate precedenti sono in questa rivista nella rubrica “Osservatorio America latina” del 17 gennaio 2015 e del 19 febbraio 2015).

 

“Sono un po’ sorpreso. Qui è accaduto qualcosa che non avevo previsto”, disse George W. Bush. Era il novembre del 2005, nella cittá di Mar del Plata, Argentina; appena finito il IV Vertice delle Americhe, senza incidenti grazie ad un dispositivo di sicurezza intelligente, che prevedeva incluso uno stadio per le contestazioni dei dissidenti del ”Vertice dei Popoli” e totale libertà di movimenti. La sorpresa di Bush si doveva al secco rifiuto opposto alla proposta statunitense: l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe). Un rifiuto fondamentato pubblicamente da Néstor Kirchner e Lula Da Silva, cioè da Brasile e Argentina, di gran lunga i maggiori paesi sudamericani, e seguito da un gruppo di paesi tanto folto da far fallire la manovra.

Bush non aveva capito che in pochi anni la regione si era spostata da governi di destra e centro destra di osservanza neoliberale a governi di centro-sinistra con un programa completamente diverso. Chávez 1999 nel Venezuela, Lula 2002 nel Brasile, Kirchner 2003 nell’Argentina, Tabaré Vazquez 2005 nell’Uruguay. Dopo l’anno del vertice l’ondata è continuata con Daniel Ortega 2006 in Nicaragua, Evo Morales e Rafael Correa 2007 in Bolivia ed Ecuador rispettivamente, Fernando Lugo 2008 nel Paraguay e Mauricio Funes 2009 nel Salvador.

Non c’è stato un “effetto domino” o contagio ideologico tra i paesi. I processi politici sono del tutto diversi tra di loro, così come la composizione e la storia dei protagonisti; la distanza tra le rispettive ideologie è notevole. Neanche sapevano molto l’uno dell’altro. L’informazione mutua tra i paesi dell’area era molto povera: i media monopolici si orientavano esclusivamente verso il nord del mondo. Solo qualche centinaio di argentini sapeva ad esempio chi era Hugo Chávez prima del 2005, e perfino com’era il Venezuela. Non è detto che oggi lo sappiano in tanti.

Quel che hanno in comune i governi di centro-sinistra è il male che intendono curare: la povertà, la diseguaglianza, l’impunità dei potenti, l’ingiustizia verso i deboli, la corruzione senza limiti, la violenza pubblica e privata. Un male che nella regione ragiunse livelli di primato. È la palude nella quale si è infangata la democrazia latinoamericana, non appena ricuperata. Una palude creata e approfondita dalle politiche neoliberali del periodo precedente, fortemente promosse dagli Stati Uniti, e in particolare dai governi repubblicani come quello di Bush. Il sorprendente rifiuto aveva un solo elemento comune: gli USA raccoglievano quel che avevano seminato.

L’ALCA era una proposta “standard” di libero commercio… a beneficio del proponente. Oltre l’abolizione delle barriere a senso unico, aggiungeva un capitolo su proprietà intellettuale sfacciatamente favorevole agli USA, totale libertà agli investimenti esteri, con giuridizione statunitense per controversie e i conosciuti paragrafi in lettera piccolissima. C’erano anche i condizionamenti, come l’adesione alla “Guerra alla Droga”, con attiva partecipazione delle Forze Armate faticosamente espulse dal potere negli anni 80, l’extraterritorialità per basi USA in tutti i paesi, con la stessa motivazione, e altre bellezze. Gli europei scoprono adesso questo genere di proposte.

La sorpresa di Bush era genuina; non poteva capire che i sudamericani rifiutassero lo stesso tratto che aveva reso tanto felici altri latini, i messicani, i quali come si sa vivono nel migliore dei mondi impossibili.

 

I nuovi protagonisti

La visione statunitense era rimasta congelata mezzo secolo fa, quando la gesta di Fidel Castro e il Che Guevara galvanizava i giovani sudamericani. Ma il nuovo movimento era molto diverso. Tutti i governanti che ne facevano parte erano arrivati al potere per mezzo di elezioni democratiche. Anzi, si erano sviluppati politicamente nella democrazia, quasi tutti loro avevano una lunga esperienza parlamentare. A differenza di molti altri, questo non aveva fatto che dimenticassero i loro principi. L’esperienza tuttavia gli aveva reso scaltri, pragmatici, capaci di creare reti di alleanze, di aspettare con pazienza il momento giusto e di fare il necessario per avvicinare i sogni.

È visibile la differenza tra i paesi del gruppo ALBA, capeggiati dal Venezuela, e i fondatori del Mercosur. Quelli dell’ALBA hanno uno stile caraibico, con lunghi discorsi pieni di retorica socialista e antimperialista, in contrasto con il tono ideologicamente minore del PT brasiliano, il FPV argentino e il Frente Amplio uruguaiano. Ma i venezuelani sono tanto idealisti pragmatici quanto i loro alleati del sud; mentre cambiavano la società mantenevano le esportazioni di petrolio dirette quasi esclusivamente agli USA, partecipavano all’Organizzazione degli Stati Americani, lottavano per la pace nella regione. Non c’erano appelli insurrezionali, chiamate alla guerriglia, appigli per considerarli pericolosi sovversivi, minacce di ritorno ai tempi della guerra fredda. Niente di utile per lanciare crociate “in difesa della democrazia”.

I nuovi dirigenti però si proclamavano eredi della generazione dei giovani rivoluzionari; Roussef nel Brasile, Mujica nell’Uruguay, erano vecchi combattenti che avevano fatto lunghi anni di galera; Kirchner si dichiarava pubblicamente continuatore ideale dei rivoluzionari dei 70; tutti premevano per la fine del blocco a Cuba e la sua piena reincorporazione al sistema interamericano. Poi c’era quel che facevano nella pratica: redistribuzione del reddito a favore dei lavoratori e dei poveri, forti investimenti in salute e in educazione di massa, abbattimento della mortalità infantile, dell’analfabetismo, della miseria e della marginalità. Investimenti in infrastrutture (centrali idroelettriche, reti di distribuzione di energia, acqua, fognature, comunicazioni, trasporti). Di fatto è emersa una nuova classe media, milioni e milioni di persone, in un continente dove la classe media si riduceva da decenni. Invece niente salvataggio delle banche, niente trasferimenti al capitale finanziario, niente carriere armamentistiche (tranne Colombia e Cile).

La sinistra si divise in due metà in quasi tutti i paesi, quelli del bicchiere mezzo pieno e quelli del bicchiere mezzo vuoto. È evidente che nessun governo ha fatto “il socialismo”, sia quel che sia questo sogno. Hanno fatto un capitalismo sotto controllo (relativo e non consolidato) delle maggioranze elettorali, molto più giusto e funzionante. Il poco che hanno fatto significa felicità per milioni di persone, precisamente quelli che la sinistra ha sempre considerato i suoi referenti. È anche evidente che la contraddizione tra stato democratico e capitalismo selvaggio non è sparita, e che i meriti delle politiche redistributive non hanno trasmesso le loro virtù al capitalismo stesso. Date le condizioni locali e universali è da dubitare fortemente che un governo di sinistra socialista autentica e ortodossa avrebbe fatto di più, se ci fosse da qualche parte.

 

Solidità e debolezze

I punti di forza delle esperienze nazionali democratiche sudamericane si trovano nella rete che le unifica. Qui si trova anche e purtroppo la loro principale debolezza. La prima e ancora più solida alleanza è il Mercosur (Mercosul in brasiliano e Ñemby Ñemuha in guaraní), iniziato effettivamente nel 1991. È il mercato comune dei paesi dell’Atlantico sudamericano, che integrano Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Venezuela, con Bolivia in processo di incorporazione.

Rappresenta circa il 82,3% del PIL regionale; ha 285 milioni di abitanti su quasi 14 milioni di chilometri quadri; è il quarto blocco economico del mondo. Sono “membri associati” tutti gli altri paesi sudamericani: Cile, Perù, Colombia, Ecuador, Guyana e Surinam. Al suo centro c’è l’accordo di integrazione industriale tra Brasile e Argentina, che comprende l’industria dell’automobile, la metallurgia ed altri comparti, come l’aeronautica e la costruzione di centrali atomiche. In questo modo il Brasile è il cliente principale delle esportazioni argentine, e Argentina è il terzo cliente in importanza per l’export brasiliano, dopo Cina ed USA.

Il Mercosur ha un profilo istituzionale calcato in gran parte sulla Comunità Europea. Il CMC (Consiglio del Mercato Comune) è l’organo di governo, con la sua segreteria GMC (Gruppo Mercato Comune). C’è inoltre il PM (Parlamento del Mercosur a elezione diretta) anche se il modello in questo caso è sempre la CE, e dunque non conta niente. È molto importante un organo tecnico, il CCM (Commissione di Commercio del Mercosur) che regola i rapporti doganali e gli accordi bilaterali di commercio. Altro organo importante è il TPR (Tribunale Permanente di Revisione del Mercosur). Le questioni critiche sono risolte dai Vertici di Capi di Stato del Mercosur, come un po’ dappertutto.

Non credo che sia necessario spiegare le debolezze di una siffatta struttura a lettori europei. Il Parlamento comune, che è il meccanismo attraverso il quale le maggioranze democratiche potrebbero manifestare il loro volere e potere è in realtà una sorta di fiore decorativo, senza ruolo alcuno. Non c’è elezione diretta del capo di Stato comune, figura che non esiste peraltro. La democrazia funziona solo entro le frontiere di ciascuno Stato. Nelle istituzioni comuni prevale la forza dei singoli paesi. Questo in un mondo multinazionalizzato nel quale governano le società di capitale considerando esclusivamente i loro interessi privati, senza controlli né contrappesi.

Il paese più forte è il Brasile, anche se l’Argentina farebbe saltare il mercato comune se si ritira. Le posizioni relative possono compararsi a quelle di Germania e di Francia in Europa. Per fortuna non c’è l’equivalente della Gran Bretagna. Per il momento c’è una forte intesa tra i paesi membri, per la comune posizione di centro-sinistra. Non si sa tuttavia quel che accadrebbe se in uno dei due vince il centro-destra.

 

Le altre istituzioni

Dal 2011 c’è anche la Unasur, la Unione di Nazioni Sudamericane: Unasul (União de Nações Sul-Americanas), USAN (Union of South American Nations), UZAN (Unie van Zuid-Amerikaanse Naties) nelle quattro lingue ufficiali. Le ultime due corrispondono a Guyana e Surinam.

Comprende tutte le nazioni dell’America del Sud, incluse le Guayane indipendenti, ovviamente senza l’America Centrale, Nord e Caraibi. Lo scopo è quello di creare una comunitá di nazioni della regione a beneficio dei suoi 500 milioni di abitanti. Si prefigge di lavorare per l’inclusione sociale, la partecipazione cittadina e per questa via il rafforzamento della democrazia. Esclude automaticamente i paesi dove un colpo di stato destituisce i governi democraticamente eletti.

Il suo primo segretario generale fu l’ex presidente argentino Néstor Kirchner. La sede della Segretaria Generale è la città di Quito (Ecuador), e quella del Parlamento Sudamericano è Cochabamba (Bolivia). Unasur è un ente in piena attività e sviluppo, sia attraverso i suoi Consigli, in particolare di infrastruttura continentale, difesa, scienza e tecnica, lotta al narcotrafico ed altri. Nella sua breve storia ha intervenuto in diverse crisi che minacciavano la continuità della democrazia: tentativo di secessione in Bolivia, colpo di stato fallito in Equador, il “colpo bianco” in Paraguay, la minaccia di guerra tra Colombia e

Venezuela. In tutti i casi è riuscita a prevalere per la solidità dei suoi legami interni.

L’Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra America) fu fondata nel 2004. È costituita da Venezuela, Cuba, Dominica, Equador, Grenada, Nicaragua, Santa Lucia, San Cristóbal, San Vicente-Grenadinas, Haiti, Antigua-Barbuda e Bolivia. Ha una piataforma commerciale, il cui asse centrale è la fornitura di petrolio a prezzi scontati da parte del Venezuela, e un forte contenuto ideologico e politico. Ad eccezione di Bolivia ed Equador, candidati all’ingresso nel Mercosur, l’Alba si estende nella frammentata regione caraibica-centroamericana, in maggioranza paesi molto piccoli, che non raggiungono le dimensioni di Malta. La caduta del prezzo del petrolio ha indebolita l’Alba, purtroppo.

Le altre due nuove istituzioni internazionali sono la Celac e la Sela. La Celac (Comunitá degli Stati Latinoamericani e Caraibici) fu fondata nel 2010. Creata a istanze del Messico, che per il suo stretto legame con gli USA rimaneva fuori del nuovo sistema sudamericano, l’istituzione si definisce come uno “spazio” diplomatico, che ereda al Gruppo di Rio (1986, Meccanismo Permanente di Consulta e Concertazione), che a sua volta è continuatore del Gruppo di Contadora (1983). Nell’America Latina cadevano le dittature, e queste iniziative diplomatiche avevano il doppio scopo di difendere le nuove democrazie e di bloccare i tentativi di intervento unilaterale statunitense. In sostanza la Celac mantiene queste caratteristiche: agire come alleanza per mantenere la democrazia e la sovranità nazionale nella regione.

Il Sela (Sistema economico Latinoamericano e Caraibico) fu creato nel 1975 in Panama. È più vecchio che nuovo. Viene da un progetto fallito di integrazione, e non presenta molti segnali di vita. Include tutti i paesi Latinoamericani e caraibici, anche il Messico.

Le nuove istituzioni convivono con altre vecchie e vecchissime, alcune delle quali con una vita puramente retorica. Ma i nuovi governi di centro-sinistra non disdegnano nessun spazio.

La più nota e l’OEA (Organizzazione degli Stati Americani) creata nel 1948 con sede a Washington. L’OEA è il paradigma dell’egemonia degli USA sul continente, un cassonetto di rifiuti storici, che includono la dottrina Monroe, la guerra fredda e le dittature militari assassine e anticomuniste. Si è tuttavia riciclata come un comodo spazio per discutere con la superpotenza mondiale la cui presenza nel continente non si può ignorare. Per anni la reincorporazione di Cuba è stata la bandiera di lotta dei governi latinoamericani, includendo diverse appartenenze ideologiche. È curioso che si riesca nell’intento quando l’OEA conta poco.

Poi ci sono le nuove istituzioni ispirate dagli Stati Uniti: il TLCAN, Il Patto del Pacifico e il Vertice delle Americhe. Poche e non molto significative.

Il TLCAN (North American Free Trade Agreement, detto anche Nafta) data del 1994. Riunisce i tre paesi nordamericani (Stati Uniti, Canada e Messico). Non ha istituzioni di rilievo, il suo modello è l’accordo doganale, con misure che facilitano l’investimento trasnazionale, altre che garantiscono diritti di proprietà intellettuale, e patti collegati che si riferiscono alla lotta al

narcotraffico. Non si sono mai applicate norme che liberalizzino il movimento di persone (come nello spazio sudamericano).

I firmatari furono tre governi di destra, e i risultati quelli desiderati da loro. Il più penalizzato fu il Messico, dal punto di vista dei popoli. Ebbe distrutta una parte sostanziale della produzione alimentare, senza la possibilità per i contadini rovinati di emigrare per il blocco al movimento di persone. L’industria fu decimata gravemente: sparì la piccola e media azienda, e lo spazio fu occupato da alcuni capitali concentrati messicani e da molte multinazionali USA. Aumentò notevolmente la polarizzazione della società tra ricchi e poveri. La guerra alla droga diventò un carnaio permanente che affoga la democrazia e l’ordine.

L’economia, dopo un decennio di stagnazione (1994-2004) ebbe una moderata crescita, per le esportazioni di petrolio verso gli USA e per la entrata masiccia di investimenti dal paese del nord. È fallita la sua funzione come “vetrina” verso i paesi sudamericani; il modello è molto poco attrattivo, anzi, impaurisce perfino le destre.

Il Patto del Pacifico nacque nel 2002 per iniziativa cilena, come parte e superazione della politica di accordi commerciali bilaterali portata avanti da questo paese. Nel 2008 il governo statunitense di George Bush, considerato il fallimento dell’Alca nel 2005, scelse questo strumento come via per ricompattare la sua influenza in Sudamerica e nel Sudest asiatico. Dalla parte latinoamericana entrarono nel Patto, oltre Cile e il Messico, Colombia e finalmente Peru. Era una versione molto ridotta dell’Alca, ma era il possibile. Per diverse ragioni è una soluzione solo transitoria; i paesi del Pacifico hanno

un livello di integrazione non comparabile con quello dei paesi dell’Atlantico. Nei fatti il Cile, ad esempio, ha firmato importanti accordi di integrazione di infrastrutture di trasporto, energia e comunicazioni con il Mercosur, e no con il suo vicino Peru.

Il Vertice delle Americhe è una classica riunione di capi di Stato, come il gruppo dei 20, quello dei 7 et similia. Fu iniziato e promosso dagli Stati Uniti nel 1994 a Miami, come scenario per il lancio della proposta dell’Alca. È ironico che la stampa Usa rifletteva allora la lotta tra diverse città statounitensi per avere la sede di un’Alca che si considerava virtualmente già approvata e con sede negli Usa. Dopo il naufragio del 2005 a Mar del Plata (Argentina) il Vertice continuò perché era una buona occasione per incontri e scontri diplomatici. Nel 2015 dimostrò un’utilità insperata: fu lo scenario per il ritorno di Cuba.

 

Presente e futuro

Dal 2010 si molteplicarono gli attacchi contro i governi sudamericani di centro-sinistra. I soggetti locali costituiscono una triada: Media monopolici, Giudici e Partiti oppositori.

I Media approfitano la irrestritta libertà di espressione. Fu abolita la legge che puniva la calunnia via stampa, e non ci sono ritorsioni per le frequenti falsità, insulti e calunnie dei canali televisivi, giornali e agenzie controllate da gruppi di capitale che fecero la loro fortuna all’ombra delle dittature.

Il Potere giudiziario, unico non riformato dalla democrazia, presenta aguerrite correnti di opposizione, che cercano il colpo di Stato “bianco” o come minimo l’erosione del prestigio dei governi, con o senza ragioni attendibili.

I Partiti oppositori si uniscono periodicamente in crociate contro la sinistra, mettendo assieme espressioni politiche incompatibili pur di rovesciare gli odiati governanti.

Questa triade ha il formidabile appoggio esterno degli USA, come risulta dalle attività di spionaggio scoperte da Wikileaks. In Venezuela il conflitto minaccia di diventare apertamente interstatale, dopo la definizione di “minaccia agli Stati Uniti” lanciata da Obama (e dopo parzialmente rimangiata).

Brasile e Argentina sono il bersaglio di una serie infinita di tentativi di destabilizzazione, che oscillano tra il “colpo di mercato” e il “colpo bianco giudiziario”. Il primo cerca di produrre una tormenta perfetta nell’economia, usando leve cambiarie e commerciali, manipolazioni nei prezzi, attacchi alla ristrutturazione dei debiti, movimenti speculativi, notizie fasulle e valutazioni malintenzionate. Il secondo tenta di erosionare il prestigio dei governanti, creare crisi istituzionali e destituire i governi democraticamente eletti da parte di governi dei giudici. Solo quest’ultimo ha avuto un sucesso, la destituzione del presidente vescovo Lugo in Paraguay, un governo di centro-sinistra cristiano molto debole in un paese piccolo e problematico.

Questi movimenti delle destre e degli USA sono del tutto prevedibili in caso di vittoria di governi di centro-sinistra; lo stablishment locale e il potere egemonico internazionale non rispettano molto le regole democratiche, che non sono parte costitutiva della loro ideologia. Per il centro-sinistra sono una sfida costante che fortifica se non ammazza. La possibilità di una sconfitta c’è tuttavia.

Non si sa se le radici nazionali e continentali del movimento sono abbastanza forti come per reggere alla perdita di uno dei paesi-chiave. La storia è aperta, senza garanzie né futuri radiosi assicurati.

 

 

 

Category: Osservatorio America Latina

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About Miguel Angel Garcia: Miguel Angel García è uno scrittore e sociologo argentino-italiano che vive attualmente a Buenos Aires. Ha 75 anni dei quali ha vissuto 36 in Italia, la maggior parte dei quali a Bologna. Ha pubblicati diversi libri e saggi: “Argentina”, Mazzotta Editore, Milano 1975; “Peronismo, desarrollo económico y lucha de clases”,Edi­torial Trazos, Barcelona, 1979; “El Nacimiento de América”, Editorial Extemporáneos, México DF, 1983; "America Latina", Secolo XIX, Genova, 1985; “Gli argentini in Italia: una comunità di immigrati nella terra degli avi”, Edizioni Synergon, Bologna, 1992; “Gli studenti stranieri a Bologna”, Acostud/Clueb, Bologna 1996; Indagine sui giovani italiani all’estero: rapporto di ricerca sul Brasile e l’Argentina”. IRES, Cespi e Siares, Roma 2003; Immigrazione italiana nell’America del Sud (Brasile, Uruguay, Argentina), Filef 2003 (ed altri). Finzione: racconto ipertestuale “Border Line” (Castelvecchi, Roma 1993); “Il Maestro di Tango ed altri racconti” (ed. Eksetra, Bologna 2005); “Una historia de amor”, romanzo in lingua spagnola a puntate (web 2008); “El Loco Panda”, romanzo in spagnolo (MAL editor, Buenos Aires 2014). Ha publicato inoltre una quantitá elevata di pezzi giornalistici, qualche centinaio di saggi brevi in riviste teoriche, una decina di racconti in pubblicazioni varie ed altro (75 sono un bel po’ di anni).

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