Davide Bubbico: Intervista con Ruy Braga su Precariato e conflitto sociale nel Brasile contemporaneo

| 9 maggio 2017 | Comments (0)

 

 

Precariato e conflitto sociale nel Brasile contemporaneo

Intervista con Ruy Braga di Davide Bubbico

 

Abbiamo incontrato Ruy Braga, docente di Sociologia del lavoro presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Statale di San Paolo (USP) il 13 aprile di quest’anno per discutere su alcune problematiche dell’attuale congiuntura economica e politica del Brasile, ma anche per conoscere più da vicino le recenti tendenze del mercato del lavoro brasiliano. L’intervista si è svolta a pochi giorni dallo sciopero generale del 28 aprile contro le riforme della previdenza e del mercato del lavoro promosse dal governo di Michel Temer salito al potere dopo il golpe istituzionale dell’aprile scorso che ha destituito la Presidente del PT Dilma Rousseff. Braga è oggi tra principali autori della sociologia del lavoro brasiliana. Tra i suoi lavori più recenti segnaliamo: Infoproletários. Degradação real do trabalho virtual (con Ricardo Antunes, 2009); Hegemonia as avessas. Economia, politica e cultura na era da servidão financeira (con Rizek e de Olivera, 2010), A política do precariado. Do populismo a hegemonia lulista (2012); A rebeldia do precariado. Trabalho e neoliberalismo no Sul Global (2017).

 

D. Quando parli di fine del lulismo e di ritorno della lotta di classe, partendo dalla tua definizione di questo come strategia di pacificazione sociale, che cosa intendi dire esattamente?

Provocatoriamente sto usando questa formulazione per dire che con l’impeachment di Dilma Rousseff abbiamo assistito alla fine del lulismo per come lo abbiamo concettualizzato in questi anni, ovvero un modo di regolazione statale del conflitto di classe in Brasile. In verità questo si è verificato già a cominciare dalle mobilitazioni del 2013 e per certi versi con l’avvio nel 2006 della politica “neosviluppista” nel secondo mandato presidenziale di Lula. Voglio affermare che questa idea di fine del lulismo evidenzia una crisi che è politica ma anche sociale e che si manifesta intorno al dissenso nei due principali fronti che il lulismo ha costruito per dare delle fondamenta al suo progetto di governo. Questi due fronti sono espressi, da un lato, dal consenso di natura passiva dei settori popolari, e dall’altro lato, dal consenso di natura attiva dei movimenti sociali organizzati. Perché abbiamo uno scompiglio generalizzato che investe il lulismo e che riguarda il suo modo di regolazione del conflitto di classe? Dal punto di vista del consenso popolare il lulismo aveva attratto settori molto rappresentativi delle masse popolari e più in generale delle classi subalterne brasiliane. Attraverso le sue politiche pubbliche aveva sedotto una parte abbastanza significativa della popolazione brasiliana, intorno ai 50 milioni (poco meno di un quarto della popolazione complessiva del paese), che ha beneficiato nel corso di 13 anni di diverse politiche: il sottoproletariato semi-rurale con il programma “bolsa família”; il precariato urbano con la politica di valorizzazione del salario minimo e, indirettamente, con la politica di espansione dell’offerta universitaria tanto pubblica quanto privata, in special modo con i programmi PROUNI e REUNI; i settori organizzati del mondo del lavoro, ovvero i sindacati ed in particolare le categorie più strutturate che hanno beneficiato delle condizioni favorevoli del mercato del lavoro in un’economia che cresceva in media del 4,5% fino al 7,5% nel 2010, fattori che nel loro insieme offrivano le condizioni migliori per ottenere buoni risultati nella negoziazione collettiva. Se si osserva, infatti, l’andamento delle principali negoziazioni collettive in questi anni si può vedere che queste recuperano sistematicamente l’inflazione e permettono di guadagnare anche qualcosa in termini di aumento del salario reale. Questi aspetti hanno reso possibile per dieci anni una migliore distribuzione del reddito nazionale a favore del mondo del lavoro che ha significato, in ultima analisi, sul piano della lotta politica, che le classi subalterne hanno conseguito un avanzamento significativo, ottenendo concessioni, sia dagli imprenditori, sia da parte del “proprio governo” attraverso le sue politiche pubbliche.

Tutto questo si è sommato a un impulso molto forte legato alle norme di consumo sociale che in Brasile sono molto cambiate negli ultimi 15-20 anni. Le persone hanno cominciato ad accedere a quote di credito sussidiato per comprare beni di consumo durevole come l’auto, ma anche frigoriferi, e tutta la linea degli elettrodomestici bianchi, tipologie di consumo che hanno trasformato in parte, di fatto, almeno sul piano degli stili di consumo, la vita nelle periferie delle grandi città. Quello che voglio dire è che dalla porta di casa per dentro dell’abitazione la situazione è molto migliorata, il problema è che esternamente alla porta di casa si è assistito un accumulo di tensioni come, ad esempio, nel caso del trasporto pubblico, fondamentale per la popolazione più povera o meno abbiente dei quartieri periferici che deve raggiungere il centro della città o il luogo di lavoro.

Ritornando, tuttavia, a quanto affermavamo in precedenza possiamo dire che per 10-12 anni questo si è tradotto sul piano politico in una dimensione più attenuata del conflitto di classe. Da un altro punto di vista questa egemonia lulista, ossia questo modo di regolazione del conflitto di classe nel paese, si è basata in buona misura nell’ingresso dei movimenti sociali organizzati nell’apparato di Stato. Il lulismo ha per certi versi promosso una fusione degli interessi delle élites più prossime al lulismo con l’apparato di stato e questo è avvenuto in molte forme. Una di queste si potrebbe definire come la “finanziarizzazione” della burocrazia sindacale, in altri termini l’ingresso dei dirigenti sindacali negli organismi di gestione di fondi di natura finanziaria. È il caso del “Fundo do Amparo ao Trabalhador” (fondo vincolato al Ministero del Lavoro per il finanziamento della protezione sociale che ha la propria fonte nella tassazione pagata dalle imprese) utilizzato dal BNEDS (la banca pubblica d’investimento del governo brasiliano), e i fondi pensione delle principali imprese statali del paese (Petrobras, Banco do Brasil, Caixa econômica federal, etc.) che prevedono per legge la presenza di rappresentanti dei lavoratori attraverso le loro organizzazioni. Questi dirigenti sono passati, di fatto, a controllare i fondi d’investimento capitalistici del paese, controllati principalmente dal BNDES, fondamentali per tutti i grandi investimenti nell’area delle infrastrutture, al pari dei fondi pensione, con un’evidente sovrapposizione d’interessi tra il sindacato e i grandi costruttori come Odebrecht, Camargo Correa e Galvão Queiroz, che oggi sono al centro del grande scandalo della corruzione legato all’operazione giudiziaria Lava Jato riguardante la denuncia del finanziamento illecito delle campagne elettorali da parte di alcune grandi imprese. Ugualmente lo stesso movimento sociale più combattivo come il Movimento sem terra (MST) ha moderato la sua domanda nel corso del governo Lula, in particolare come conseguenza della politica di sostegno alla piccola agricoltura familiare sviluppata dal Ministério Desenvolvimento Agrário (MDA) che era, di fatto, controllato dal MST poiché molte risorse sono state amministrate da questo movimento attraverso convenzioni e altri tipi di relazioni con il MDA. Queste misure hanno favorito soprattutto quei settori della popolazione agricola già sussidiati attraverso precedenti misure del governo. Le stesse cooperative legate al MST hanno iniziato a produrre e a rafforzare l’aspetto commerciale con l’appoggio di finanziamenti ministeriali come il credito sussidiato.

Non ultimo è il caso del programma abitativo “Minha Casa Minha Vida Entidade” che finanzia la costruzione di case popolari e che ha visto nel MST uno dei suoi principali protagonisti e che per il Movimento ha rappresentato un aspetto essenziale per dimostrare il raggiungimento di risultati concreti alla sua base. Tutto questo, collocato nell’ambito di un grande accordo politico-sociale, ha prodotto l’egemonia lulista. Il grande problema è che questa egemonia si è definita su basi molto provvisorie perché il modello di sviluppo brasiliano non ha mai avuto una solida base, avendo beneficiato soprattutto del super ciclo delle commodities (aumento del prezzo delle materie prime minerali e alimentari esportate). Nel frattempo questo modello di sviluppo ha iniziato a presentare elementi di lentezza, se non proprio di esaurimento, già all’inizio del 2012 con una crescita economica minore che ha cominciato a risentire maggiormente della crisi del 2008. Naturalmente in una fase in cui il ciclo economico è positivo è più facile poter accordare concessioni di vario genere, ma quando il ciclo inizia ad essere negativo le concessioni cominciano ad essere più difficili e le tensioni sociali tornano ad essere più acute.

 

D. Da questo punto di vista uno dei problemi sembra essere stato l’assenza di politiche di struttura (riforma fiscale, agraria), un aspetto che spiega in questo modo il concetto di “reformismo fraco” (debole) coniato da André Singer a proposito dei governi lulisti.

Direi di sì. Esiste un impulso che viene dagli anni ’80 e ’90 da parte del movimento sociale che esprime domande legate fondamentalmente all’applicazione della Costituzione del 1988. Si tratta di domande legate alla salute, all’educazione, alle politiche abitative. Nel frattempo queste domande sono state però elaborate all’interno di un quadro politico che non prospettava una concreta possibilità di avanzamento su questi temi. La Costituzione prevedeva meccanismi d‘investimento in quelle aree, ma questi meccanismi sono rimasti inoperosi negli anni ‘90 per essere attivati solo a cominciare dai governi Lula. L’obiettivo era di rendere questi diritti effettivi, ossia, di ridurre la distanza tra quello che prevedeva il capitolo sui diritti sociali nella Costituzione e quello che occorreva nella realtà concreta. E in una certa misura questo gap è diminuito, ma questa diminuzione si è data con politiche pubbliche e non con riforme statali di struttura. In altri termini abbiamo avuto “politiche di governo” e non “politiche di Stato”, con il risultato che quando cambia il governo queste politiche sono destinate a cambiare anch’esse. Ciò ha significato evidentemente rendere fragile questo impulso riformista e limitarlo a uno spazio molto ridotto nell’ambito dei diritti sociali più complessivi. Solo per fare un esempio, il PT, il principale partito dei lavoratori che il Brasile ha avuto nel corso della sua storia recente, arriva al governo e così al potere, ha buoni risultati sul piano elettorale, riesce a costruire effettivamente un regime egemonico, ad avere un ampio consenso popolare, finanche tra le élites e le classi medie brasiliane per dieci anni e più, ma non è capace di approvare anche una sola legge sul lavoro addizionale a quelle esistenti e principalmente alla CLT del 1943.

 

D. Negli anni di governo del PT, perlomeno dal 2002 al 2013, si è assistito a un aumento dell’occupazione formale (con contratto di lavoro), ma spesso in settori a basso valore aggiunto, caratterizzati da salari minimi e da un elevato turnover dell’occupazione.

È indubbio che nel corso di questi tredici anni abbiamo avuto una crescita dell’occupazione e in particolare di quella formale. Ogni anno sono stati generati in media due milioni di posti di lavoro, di cui 1,5 milioni fino a un salario minimo, con un concentramento di questa forza lavoro nella base della piramide salariale, in settori e attività meno qualificati che esigono una formazione minore. È dunque cambiato il modello occupazionale del paese. Se nel decennio ‘80 l’occupazione formale era concentrata nell’industria, che pagava da tre a cinque salari minimi in termini di retribuzione, negli anni ‘90 si concentra, per via della crisi, nell’occupazione con livelli retributivi sopra i cinque salari minimi, cioè nell’ambito del lavoro più professionalizzato, per arrivare agli anni 2000 quando si assiste a una concentrazione nelle occupazioni con remunerazioni fino a un salario-un salario minimo e mezzo. Questo dato conferma la transizione che il processo di globalizzazione capitalistico ha determinato in Brasile dal punto di vista della struttura sociale, in altri termini, il trasferimento degli investimenti dall’industria al settore dei servizi e all’interno dell’industria dai comparti manifatturieri a quelli della costruzione civile, con il risultato di un chiaro processo di deindustrializzazione, un esito del resto molto simile a molte altre aree, come l’Europa. Abbiamo così avuto un modello di sviluppo che si è basato essenzialmente su alcuni settori; il 66% dell’occupazione generata in questo periodo riguarda il settore dei servizi, ma si tratta in generale di un lavoro mal retribuito. Nel settore industriale l’occupazione si è concentrata nell’agroindustria, nelle costruzioni civili e nelle opere pubbliche e nel comparto dell’energia (a iniziare dalle attività legate alla filiera petrolifera), settori caratterizzati, tuttavia, sia dal fatto di generare molto lavoro, ma anche molto sotto-remunerato, intermittente e pertanto precario in particolare come nel comparto delle costruzioni. Abbiamo quindi avuto un aumento dell’occupazione in settori poco qualificati, un aumento esponenziale del lavoro formale, il riassorbimento della massa dei lavoratori espulsi negli anni ‘90, ma con alcune caratteristiche precise poiché è aumentata molto l’occupazione femminile, dei giovani, dei non bianchi, della forza lavoro fino al secondo grado completo e con crescenti aspettative legate all’ingresso nell’università.

Si tratta, tuttavia, di una forma d’integrazione diseguale che produce molte tensioni nella base della società come ho tentato di dimostrare nella mia ricerca sul settore del telemarketing, in occasione della quale ho avuto modo di intervistare molte giovani lavoratrici figlie d’impiegate domestiche che guadagnavano meno delle proprie madri. In questa situazione va detto che se la formalizzazione dell’occupazione rappresenta un progresso dal punto di visto occupazionale, allo stesso tempo sul piano politico apre la strada alla possibilità di un’azione sindacale. Nel frattempo questa formalizzazione è stata accompagnata da un approfondimento del processo di precarizzazione, se non pensiamo quest’ultima esclusivamente in ambito contrattuale, ma anche dal punto di vista delle condizioni di consumo della forza di lavoro, dell’aumento del turnover, della terziarizzazione, della maggiore probabilità di essere interessati da malattie professionali e da incidenti, insomma una precarizzazione combinata con la formalizzazione dell’occupazione.

 

D. Com’è intervenuto il sindacato in questi anni a sostegno dei lavoratori precari di cui parli e di quelli informali?

In generale il sindacato brasiliano e in particolare le due principali centrali, CUT e Força Sindical, e in maniera subalterna rispettivamente la CTB, da un lato, e la Nova Central e la UGT dall’altro, si è sostanzialmente accontentato di fare pressione sul governo per approvare politiche pubbliche. Questa è stata la grande traiettoria e la grande tragedia del movimento sindacale brasiliano. Un sindacato che viene da un decennio difficile, come quello degli anni ‘90, con molta disoccupazione e continui attacchi al movimento sindacale che né risultò molto indebolito, e che poi entra nel decennio 2000 con la prospettiva di dipendere sempre di più dal governo perché attraverso lo Stato e le sue politiche pubbliche si sarebbe avuto un avanzamento nelle rivendicazioni sindacali. Questo meccanismo ha funzionato per un periodo ma con l’arrivo della crisi il sindacato si è trovato semplicemente impreparato nel mobilizzare la sua base. Dal mio punto di vista si è ritrovato a essere un’entità una volta di più burocratizzata, con poco contatto con la sua base, sempre di più precarizzata e terziarizzata. L’aumento della disoccupazione ha, inoltre, radicalizzato ulteriormente questa rottura tra il sindacalismo in generale e la sua base. Nel frattempo quello che è curioso in questa storia è che dal 2008, in special modo dal 2010-2011, si assiste a un aumento del numero di scioperi e quest’aumento è ascendente con il 2013 come anno record in termini numerici. Ci sono spiegazioni abbastanza logiche che consentono di comprendere tutto questo: un’insoddisfazione crescente tra i lavoratori che si traduce in una forte pressione sul sindacato contro il suo stesso volere, ossia contro il suo orientamento generale e che finisce per condurlo in parte a guidare questo ciclo di scioperi al fine di non perdere il controllo sui settori che esso rappresenta. Questa fase ha però un respiro corto con il peggioramento dell’economia nel 2014 e poi nel 2015 quando ha inizio una crisi che genera molta disoccupazione e una riduzione degli scioperi. Nel frattempo quello che trovo interessante di quest’ondata di scioperi è la sua diffusione, dal punto di vista settoriale e geografico, ovvero dal centro verso la periferia. Si comincia dai settori più protetti e organizzati, ma si avanza poi molto nei segmenti più precari del mondo del lavoro brasiliano: dai “garagisti” (addetti ai parcheggi custoditi, molto diffusi in Brasile), al personale dei mezzi di trasporto, fino ai professori delle scuole municipali. Nel complesso un movimento che s’incrocia, per certi versi, anche con una crescita delle aspettative in ambito giovanile.

 

D. Qual è oggi la posizione del Brasile nella divisione internazionale del lavoro, considerato che i governi petisti hanno tentato di promuove, attraverso alcune politiche (come per esempio la legge di incentivo alla crescita del contenuto locale della produzione), un aumento del valore aggiunto del settore industriale prodotto localmente.

Di fatto l’economia brasiliana è storicamente caratterizzata da un processo d’isolamento nel tentativo di formare un mercato di consumo interno considerate le dimensioni territoriali del paese, le sue necessità e quindi le sue carenze. Fattori che hanno contribuito a collocarla notoriamente in una posizione subalterna e di industrializzazione tardiva. Un esempio è l’industria automobilistica che fin dall’inizio si è concentrata sul mercato nazionale rivolto in particolare alle classi medie, con flussi di esportazioni molto bassi, direi occasionali. Questo quadro è cambiato negli anni ‘90 e ancor di più negli anni 2000 quando il 36% del PIB brasiliano, almeno fino al 2010, era dovuto alle esportazioni, anche se principalmente del settore minerario e dell’agroindustria. Questo ha significato che il paese è stato molto più sensibile alle fluttuazioni dei prezzi internazionali, in particolare quelli dei minerali, e di conseguenza il modello di sviluppo è risultato più dipendente dal mercato globale. Questo spiega per esempio perché la crisi internazionale ha impattato molto sull’economia brasiliana, a differenza di altri periodi di crisi a livello internazionale quando l’economia del paese ne è stata poco interessata. Per un altro lato il processo di deindustrializzazione risente sempre più della crescita delle importazioni di prodotti intermedi nell’ambito delle catene internazionali di produzione. Nel complesso quello che caratterizza la struttura economica brasiliana, fin dal piano Collor del 1994, è un progressivo e radicale orientamento del paese verso la sua trasformazione in una specie di piattaforma di valorizzazione finanziaria. Ad esempio il sostegno al Real nel confronto con il dollaro ha creato questo meccanismo di aumento del tasso d’interesse che fa che l’economia brasiliana sia nel mondo quella con il più alto tasso d‘interesse, oggi intorno al 10%, una cosa incredibile. Nel complesso si tratta di un’inserzione subordinata, dipendente, molto legata alla valorizzazione finanziaria e al protagonismo di settori importanti, ma non di avanguardia tecnologica, molto distanti da quello che si potrebbe immaginare per un paese con una struttura sociale come quella del Brasile.

 

D. Salama parla, a questo proposito, per il Brasile di “deindustrializzazione precoce”, quando illustra la prevalenza negli ultimi anni della crescita degli investimenti legati al settore immobiliare e alla finanza, oltre che alla prevalenza dell’export legato alle commodities.

Il caso brasiliano è esattamente questo. La conferma di ciò si è avuta, del resto, quando in coincidenza del boom delle commodities il tasso d’investimento del paese è crollato.

 

D. Nel libro a cura di Singer e Loureiro, As contradições do lulismo: a que ponto chegamos? (2016), scrivi della possibilità di nuove di mobilizzazioni sindacali nelle aree di occupazione più precarizzate. A quali di queste aree o soggettività ti riferisci?

È una tesi di cui si può avere riscontro nei dati stessi del SAG (Sistema de acompanhamento de greves) del Dipartimento intersindacale di studi economici e statistici (DIEESE), che mostrano le seguenti tendenze: la crescita degli scioperi, dal 2010 fino al 2013, interessa in particolare i settori tradizionalmente meno organizzati del sindacato che sono invece quello metallurgico e il bancario. Questi scioperi aumentano nella “periferia” del sindacalismo brasiliano, una miriade di scioperi che si concentrano in settori non mobilizzati sindacalmente. Si tratta dei lavoratori sindacalizzati dello Stato, dei terziarizzati, dei dipendenti pubblici con bassa retribuzione, come quelli municipali tra cui i docenti delle scuole che sono stati sempre parte di una categoria però tradizionalmente più sindacalizzata. In generale si ha una crescita che si espande dai grandi centri urbani a quelli medi e piccoli e che conduce a una dimensione più nazionale del fenomeno. Questo ha a che fare con il fatto che quando un modello di sviluppo entra in una fase di declino le conseguenze negative sono avvertite in primo luogo dalla forza-lavoro che vi è entrata più di recente e in posizione più subalterna. Ciò spiega, a mio parere, la maggiore propensione di questa forza lavoro al conflitto. Penso, ad esempio, agli autisti del trasporto pubblico, all’ondata di scioperi tra i lavoratori delle costruzioni in cui incidono molto i bassi salari e l’intermittenza dell’occupazione legata al ciclo delle opere pubbliche.

 

D. A proposito dell’approvazione recente da parte del Governo Temer di nuova legge che estende la possibilità di terziarizzazione anche alle attività con processo finito, credi che si avrà un’applicazione generalizzata? Quali settori e quali lavoratori saranno maggiormente penalizzati oltre a quelli che già lo sono?

Per valutare quest’aspetto è importante conoscere i settori che già adesso sono più interessati dall’attività di terziarizzazione. Le terziarizzazioni si concentrano nelle occupazioni dal carattere più subalterno, più sotto-remunerate. Pertanto questa massa di lavoratori che è stata assorbita negli ultimi 10-15 anni, formata basicamente da donne non bianche, negri, giovani, saranno i primi ad essere terziarizzati. Che significa questo in termini salariali e di protezione del lavoro? Significa molto perché il lavoro terziarizzato in Brasile è pagato il 23% in meno, ha una durata settimanale in termini orari superiore di quattro ore rispetto alla media, ha una maggiore probabilità di incorrere malattie professionali e rappresenta il 70% degli incidenti mortali sul luogo di lavoro e la quasi totalità, il 95%, dei provvedimenti del Ministero del Lavoro concernente la liberazione di lavoratori in condizioni analoghe a quella di schiavitù. Il lavoro terziarizzato è in questo senso un lavoro degradante. In più questo fenomeno riguarda oramai anche settori che un tempo erano considerati protetti come quello bancario perché parte dei suoi addetti sono stati esternalizzati con il telemarketing. Lo stesso è accaduto nell’industria in generale e in quella automobilistica in particolare, ivi incluso la VW di São Bernardo. Se fino ad oggi si è mantenuta una linea di demarcazione, abbastanza netta, tra chi è direttamente contrattato dall’impresa e chi è terziarizzato, adesso questa è venuta meno. Se prendiamo in considerazione il turnover dell’occupazione, la situazione di crisi con l’aumento dei licenziamenti, la crescita della disoccupazione e della sottoccupazione, possiamo arrivare alla conclusione, molto triste, che nel giro di poco tempo, 5-7 anni, si arriverà a un’inversione strutturale del mercato del lavoro brasiliano. Oggi il lavoro terziarizzato corrisponde a 12,7 milioni di occupati, un quarto dell’occupazione formale totale ma questa componente è destinata a divenire i tre quarti dell’occupazione totale.

 

D. A questo proposito, quando parli di terziarizzazione delle attività sociali da parte delle prefetture municipali, affermi che si tratta, in questo modo, di una pratica che non è più quella dell’affermazione dei diritti sociali.

È uno dei grandi problemi dei governi PT, il fatto di non aver sostenuto adeguatamente l’investimento pubblico in questo settore, un investimento che definirei discontinuo. La spesa sociale si è concentrata molto in politiche come quella della “bolsa família”. Le stesse politiche del Ministero della Salute, come quelle a sostegno del medico di famiglia, sono state promosse attraverso convezioni, per cui il finanziamento arriva dal Ministero alla prefettura e queste contrattano delle ONG o altre organizzazioni sociali perché possano implementarle. Si tratta di politiche ben finanziate e bisogna dire con buoni risultati. Normalmente che cosa succede però con queste convenzioni, che queste ONG e le altre organizzazioni sono spesso controllate dalle chiese evangeliche, le stesse che indirettamente controllano il sistema di registrazione della borsa famiglia e che fanno la selezione degli agenti comunitari di salute che vanno a lavorare nei quartieri periferici. Quello che accade è dunque la seguente cosa: il governo che è del PT finanzia la spesa nell’area dell’assistenza e della salute pubblica, ma chi appare per la popolazione sono i grandi operatori dietro di cui ci sono i pastori della chiesa evangelica. Questo spiega, del resto, in parte il successo elettorale dei candidati legati a queste congregazioni in tutte le elezioni recenti. Abbiamo ormai una forte crescita di settori neoconservatori di matrice popolare. Se si guarda cosa accade nelle periferie urbane il fenomeno che è maggiormente cresciuto è, infatti, quello delle chiese evangeliche, perché sono quelle che sono passate ad occuparsi della salute e dell’assistenza sociale e in parte dell’educazione. Credo che il Brasile in questi anni abbia scambiato un processo di ampliamento dei diritti sociali, che doveva essere portato avanti dallo Stato brasiliano, con un complesso di politiche che sono gestite, di fatto, privatamente. Abbiamo assistito per dirla con altri termini a un processo di privatizzazione delle politiche pubbliche. La conseguenza ultima è stata una depoliticizzazione in generale della società nel momento in cui non è stato più lo Stato a comparire ma più frequentemente, in questo caso, la chiesa di origine evangelica.

 

D. Sulla questione del sindacato unico, che è un tema molto ambivalente, vorrei chiederti se le grandi imprese potrebbero essere interessate in futuro a modificare l’attuale forma della rappresentanza sindacale?

Sono stato sempre contrario al principio dell’unicità sindacale vigente nel nostro paese, ossia alla presenza per legge di un solo sindacato nei luoghi di lavoro. Penso che questo sia un grande ostacolo seppure in una situazione che bisogna tenere bene in considerazione. Oggi il sindacato unico può negoziare solo benefici per i lavoratori, stiamo parlando di 16 mila sindacati dei lavoratori e 4 mila padronali. Questo tipo di sindacato, nella maggioranza dei casi, oltre a raccogliere il contributo sindacale obbligatorio che gli è devoluto da ogni lavoratore (pari a una giornata di lavoro l’anno) e a sostenere una burocrazia sindacale costosa, agisce come se fosse un controllore dell’applicazione della CLT, poiché i sindacati che riescono a conseguire la negoziazione collettiva possono contrattare solo benefici, ma non nuovi diritti. Quello che esiste è la CLT e una massa di sindacalisti sparpagliati per il paese, la cui unica giustificazione oggettiva è controllare l’applicazione della legge nelle relative categorie. Sono pochi i sindacati che conseguono organizzare campagne realmente rivendicative, che si siedono al tavolo delle trattative per negoziare bonus con l’impresa, che riescono a mobilizzare i lavoratori su politiche sindacali e di altra natura, che riescono a vivere anche senza il contributo sindacale obbligatorio. Questi sindacati sono, tuttavia, pochissimi; questo sindacato in Brasile è minoritario. Esiste invece in maggioranza un tipo di sindacato legato alla struttura sindacale più tradizionale di stampo corporativo che si occupa principalmente di quanto detto sopra e che dispone di una burocrazia composta di funzionari che si occupano principalmente della corretta applicazione della CLT. Se la CLT venisse meno, sarei portato a dire la seguente cosa: non c’è necessità, non ci sono le condizioni per mantenere 16 mila sindacati nel paese. Sarebbe irrilevante dal punto di vista della lotta dei lavoratori perché con la CLT i sindacati hanno ancora un ruolo che è perlomeno quello di tutelare il lavoratore quando è licenziato. [Una profonda modificazione di questa legge, in termini di riduzione delle tutele, è avvenuta alla fine dell’aprile di quest’anno con l’approvazione da parte della Camera di un articolo testo di riforma di più di cento articoli della legge, in attesa di quella definitiva al Senato, N.d.A.]

 

D. Con riferimento all’azione del sindacato osservo che in Brasile vi è una presenza molto massiccia in una serie di attività che nella maggior parte degli altri paesi sono appannaggio, in tutto o in parte, dell’intervento statale o del settore privato. Penso alla proprietà di strutture per le ferie, ai servizi di natura sanitaria erogati agli iscritti e ad altri servizi di natura socio-assistenziale e di tipo ricreativo.

Questo dipende dal contributo obbligatorio che prevede una finalizzazione specifica nell’impiego del finanziamento così raccolto, generalmente legato all’assistenza sociale come le colonie estive o a quella sanitaria (trattamenti dentari e assistenza medica in generale). Questo contributo non può, ad esempio, essere utilizzato per la campagna salariale. È stato così fin dal decennio ’40.

 

D. Nel tuo libro, A politica do precariado, scrivi ad un certo punto della necessità “investigare la formazione e la trasformazione della politica del precariato brasiliano attraverso la ricostruzione teorica della sociologia dell’inquietudine operaia” (inquietação operária). Che cosa intendi affermare precisamente?

Per quello che si conosce della sociologia del lavoro in Brasile, indipendente dal tipo di sociologia cui si fa riferimento, che si tratti della sociologia professionale piuttosto che di quella critica più focalizzata nella politica pubblica come quella che in passato si chiamava sociologia applicata – ne è un esempio quella del DIEESE la cui fondazione si deve al sociologo João Alberto Rodrigues, molto focalizzata sul tema del salario minimo, delle politiche pubbliche, una sociologia, dunque, strettamente legata al sindacato e al partito comunista brasiliano – quella che emerge è una sociologia che, seppur da diversi angoli, guarda a un fenomeno preciso che è quello relativo alla formazione della classe operaia fordista in Brasile. Sto parlando in altri termini di ciò che in letteratura si è soliti definire come il fenomeno della “inquietação operária”, ossia l’analisi del ciclo degli scioperi, delle attività sotterranee che caratterizzano il movimento operaio durante il periodo della dittatura (1964-1985), la radicalizzazione del movimento sindacale ma anche la sua presenza nella società. Ora la formazione di questa classe operaia deve comprendersi tenendo in vista le caratteristiche dell’industrializzazione tardiva e semiperiferica brasiliana, forgiata nella tripartizione fordista tipica, con la manifattura più complessa nei paesi centrali, quella di montaggio e più dequalificata nei paesi periferici che completano la prima e che si specializzano in questo tipo di lavoro e di produzione più dequalificata. Lo stato brasiliano storicamente ha agito per contenere questa “inquietudine”, che corrisponde all’impossibilità di ottenere grandi concessioni salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro, aspetti che definisco per l’appunto le caratteristiche del c.d. fordismo periferico. Nel sistema democratico lo Stato è impegnato nel garantire certi diritti che poi devono essere progressivamente incorporati nel mondo dell’industria, quello che è accaduto sostanzialmente tra il 1945 e il 1964 in Brasile con l’aumento del salario minimo, con alcune protezioni di base come le limitazioni alla giornata di lavoro. Poi con il golpe del 1964 lo Stato si è specializzato nel reprimere questa inquietudine attraverso la violenza militare e della polizia, introducendo il divieto di sciopero. Quello che si è avuto, dunque, in diversi periodi è un unico fenomeno che si è andato sviluppando in maniera diversa, ovvero, quello dell’inquietudine che si può identificare come l’esito centrale dell’industrializzazione periferica, semi-dipendente del Brasile. Perché qui non accadde quello che è avvenuto in altri paesi come l’Italia che, ad esempio molto semplificando, ha cominciato a produrre biciclette per poi arrivare alla produzione delle Ferrari. La nostra industrializzazione si è concentrata in venti anni e con un settore fordista interessato a non concedere nulla, perché volto unicamente a produrre profitti.

 

D. Come interpretare il ciclo di scioperi e mobilitazioni dell’estate 2013, in un periodo che si colloca alla fine del secondo mandato della Rousseff?

Gli scioperi e le mobilitazioni del giugno 2013 hanno rappresentato a mio modo di vedere un’onda d’insoddisfazione contro la politica in generale che riguardava non solo il governo federale, ma anche quelli municipali e statali. A San Paolo non possiamo dimenticare di ricordare che la rivolta giovanile contro la repressione del movimento MPL (Movimento pelo Passe Livre, ossia, per il trasporto gratuito contro l’aumento delle tariffe) aveva come controparte la prefettura municipale a guida PT e il governo statale di San Paolo a guida PSDB. Una reazione contro il loro tentativo di reprimere il movimento che si opponeva all’aumento delle tariffe dei trasporti, ma non solo. Si è trattato di una rivolta generalizzata contro un sistema politico blindato come quello brasiliano.

Va detto, a questo proposito, che negli ultimi venti anni si è avuta una modifica del sistema politico con la comparsa del PSDB. Prima di questo partito la corruzione esistente era quella del tipo, tu paghi per ottenere un beneficio, mentre adesso tutto il sistema politico è sequestrato da 2-3 imprese, così quando si parla di mezzo miliardo di reais di pagamento ai partiti politici non si parla più di piccola corruzione, ma di un sistema prigioniero degli interessi imprenditoriali che passano a comandare l’azione di governo. Che cosa spiegano i grandi investimenti da parte dei governi Lula e Dilma come la diga di Belo Monte o altri grandi interventi nella foresta amazzonica che sono avvenuti con poco rispetto dell’ambiente e della normativa tecnica, se non l’interesse delle grandi aziende private del settore nell’avere accesso ai fondi pubblici, in particolare del BNDES e del “Fundo do Amparo ao Trabalhador”, e a internazionalizzarsi, come nel caso dell’Odebrecht, che con il governo Lula ha visto crescere i suoi investimenti all’estero.

La consapevolezza che sta dietro le proteste del 2013 è quella, a mio parere, di un sistema blindato, che ci dice che la democrazia brasiliana è per poche persone e che pertanto esclude la partecipazione popolare, una democrazia che non è permeabile agli interessi delle masse popolari e che tutela maggiormente gli interessi delle imprese. Il modo in cui poi questa mobilitazione si è evoluta, mi riferisco alla sua appropriazione da parte della destra brasiliana, è altra cosa, ma nel giugno 2013 e con il ciclo di scioperi che sono avvenuti in questo periodo, come una marea che si leva, lo stesso sindacato è divenuto più attivo e protagonista, ma la risposta da parte del governo federale è andata esattamente in un’altra direzione rispetto alle richieste provenienti dalle mobilitazioni di giugno. Affermo ciò perché alla fine dei conti, per quanto questo movimento popolare fosse confuso, la richiesta era di più investimenti pubblici in salute, educazione, istruzione e trasporto. Il governo nel luglio 2013 ha però preso la decisione di ridurre la spesa pubblica in modo consistente e così nel 2014, con una riduzione record, per pagare gli interessi sul debito pubblico. Siamo arrivati poi alla scelta nel 2015 di Joaquin Levy in sostituzione di Guido Mantega al Ministero delle attività economiche che ha significato un taglio diretto ancora più esplicito della spesa pubblica e l’indebolimento di una serie ampia di politiche pubbliche. Il risultato è stato, dunque, che il governo chiamato in causa nelle mobilitazioni per realizzare più investimenti nei settori chiave per la popolazione ha proceduto a ridurre la spesa offrendo terreno al proprio avversario. A ciò va aggiunto che nell’elezione del 2014 la Rousseff fece una campagna molto di sinistra, dicendo che avrebbe combattuto il settore finanziario, che avrebbe investito per rispondere positivamente all’agenda di giugno proposta dai movimenti, ma facendo poi il contrario con la nomina di Levy, di certo il profilo più lontano da quello di un ministro che avrebbe dovuto sostenere la spesa pubblica anziché tagliarla.

 

D. E alla fine perché il congresso decide di destituire nel modo che sappiamo la Rousseff nel maggio 2016?

Credo che vi sia stata la convergenza di diversi fattori. Senza dubbio uno di questi è l’operazione giudiziaria Lava Jato che determina per la casta politica brasiliana uno stato di panico poiché essa percepisce che la Rousseff non è capace di offrire una resistenza a tale operazione, ma al contrario lascia che questa prosegua. In questo modo perde, tuttavia, ogni tipo di appoggio tanto alla Camera quanto al Senato, perché tutti hanno paura di essere arrestati e questo spiega il perché siano avvenute cose che in condizioni normali non si sarebbero verificate. Esiste, inoltre, una pressione molto forte del settore imprenditoriale sul governo esemplificato dal programma “Un Ponte per il futuro” del PMDB [l’ex partito alleato di governo del PT e che esprime l’attuale Presidente, Michel Temer, N.d.A.]. Questo documento sostiene che per uscire dalla crisi bisogna ridurre la spesa pubblica come non è mai avvenuto, privatizzare, ecc. Tutte misure che sono in corso e che rappresentano un esplicito attacco ai diritti del lavoro e a quelli sociali più in generale. In terzo luogo credo esista una componente cospiratoria, rappresentata dai media brasiliani, che ha mobilizzato in questi anni la popolazione invitandola a scendere in strada a protestare. Si tratta di quel blocco della borghesia brasiliana che riunisce i grandi gruppi mediatici come Globo e le grandi imprese del settore privato che hanno iniziato quest’opera dal marzo 2015 fino all’autorizzazione da parte del congresso dell’apertura del processo di impeachment contro la Rousseff nell’aprile 2016. Infine abbiamo un partito della giustizia che è il partito del Ministero Pubblico, il partito della “Lava Jato” per intenderci, che si comporta come un partito politico, che passa informazioni alla stampa, che istiga e sollecita la popolazione a scendere in strada, che insomma ha agito politicamente contro il governo PT. Se si sommano tutti questi fattori, il risultato è un’enorme crisi politica che ha visto alienato il governo dalla sua base sociale tradita rispetto al programma elettorale che aveva votato, il tutto combinato con una grande crisi economica che ha costituito lo sfondo sul quale costruire le condizioni per l’avvio del processo di impeachement

 

 

Category: Osservatorio America Latina

About Davide Bubbico: Davide Bubbico è ricercatore nel Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche (DISES) dell'Università degli Studi di Salerno. Nel 2016 è uscito il suo libro L'economia del petrolio e il lavoro (L'estrazione di idrocarburi in Basilicata tra fabbisogno energetico nazionale e impatto sull'economia locale) pubblicato dalla editrice sindacale Ediesse, Roma 2016

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