Cristina Sanchez Parra: Traspasando fronteras. I migranti centroamericani in cerca del “sogno americano”.

| 6 dicembre 2018 | Comments (0)

 

 

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Traspasando fronteras: i migranti centroamericani in cerca del “sogno americano” (2° parte). La prima parte di questo intervento di Cristina Sánchez Parra, tradotto da Luca Crisma, è stato pubblicato su www.inchiestaonline.it il 9 novembre 2018.

Lo scorso 15 novembre, il primo gruppo di migranti centroamericani arrivò a Tijuana, una delle frontiere più conflittuali tra Messico e Stati Uniti. Circa 1500 uomini, donne e bambini si incontrarono con 8000 guardie, composte da militari e riservisti statunitensi, che ricevettero l’ordine, direttamente da Washington, di proteggere la frontiera da ogni tentativo di aggressione. Giorni prima, proprio Donald Trump aveva promesso di “tenere al sicuro il popolo nordamericano” e aveva anche ordinato di rispondere con gli spari al lancio di pietre che potevano gettare i migranti come segno di frustrazione. L’ingresso negato negli Stati Uniti si spostò anche sul terreno burocratico, e si diedero istruzioni agli uffici per la migrazione di sospendere la ricezione di domande di asilo.

Sfortunatamente, le manifestazioni di rifiuto indirizzate ai migranti, dipinti come criminali, poveri e indesiderabili, emesse dal governo degli Stati Uniti, sono sintomatiche di una tendenza sociale che poco a poco si sta generalizzando. Possiamo osservarlo con il passaggio della carovana nel territorio messicano, in particolare durante la sua permanenza al centro del paese, come nella stessa capitale messicana. Per quanto ci fosse stata una preparazione da parte delle entità federali e della stessa popolazione per ricevere negli alberghi i migranti, il timore che generò l’arrivo di migliaia di camminatori fece sì che una parte della popolazione li rifiutasse, esigendo inoltre di spostare i soldi verso le cause nazionali e non verso le persone che arrivavano da fuori.

Paradossalmente, gli stessi argomenti che uno statunitense mostra per rifiutare i migranti messicani sono le stesse giustificazioni espresse dai messicani per rifiutare i centroamericani. Questo settore di opposizione assicura che gli appena arrivati portano solo insicurezza, che molti di loro sono ladri, trasgressori o narcotrafficanti che fuggono dalla giustizia. E chiedono insensibilmente perché non tornano nei loro paesi. Questo lato oscuro della società si alimentò con un’ondata di notizie false che circolarono per i social media, annunciando in modo scandalistico che i migranti criticavano il cibo che era stato loro donato o che sprecavano l’acqua che gli alberghi davano loro. Addirittura, divenne virale un’intervista in cui una signora hondurena apparentemente diceva che “i messicani li stavano sfamando con fagioli e tortilla come i maiali”. Questa ondata di fake news e l’epidemia di disinformazione è stata la caratteristica saliente di questa crisi migratoria.

L’altra faccia della medaglia, più speranzosa, è composta da cittadini critici che analizzano, in una prospettiva di lunga durata, la complessa situazione degli abitanti centroamericani. La profonda crisi sociale dei paesi che formano il triangolo settentrionale del Centroamerica (Honduras, Guatemala, El Salvador), è prodotta dall’interventismo nordamericano nelle decisioni economiche e politiche di questi paesi, dall’accentuazione di una classe privilegiata che ha mosso le sue politiche verso il favorimento di un settore sociale imprenditoriale al di sopra delle necessità della maggioranza della popolazione e dalla crescente corruzione che è diventata il denominatore comune di tutta l’America Latina.

Inoltre, è necessario ricordare che dalla fine del XIX° secolo l’intervento degli Stati Uniti fu evidente, dovuto all’economia di enclave che trovò i suoi fondamenti nella produzione della United Fruit Company (UFCO), che produceva principalmente banane, nei territori battezzati come “Repubbliche delle banane”. Tutti questi luoghi, che eccellono oggigiorno nella disuguaglianza sociale e nella dipendenza economica, sono una sorta di lascito della UFCO, il quale si traduce ora in migliaia abitanti che decidono di camminare verso il proprio progenitore, secondo una specie di giustizia poetica, reclamando lavoro e migliori condizioni di vita. Per parte sua, la storia delle relazioni internazionali con il Messico rivela anche alcune posizioni riprovevoli che in qualche modo incentivarono la separazione dei territori centroamericani. Tuttavia, la storia è un cammino verso la comprensione della situazione attuale dei migranti ed esplorare questi argomenti può aiutare a costruire attitudini più empatiche da parte delle società che ricevono i viaggiatori.

L’altra strada è l’educazione come mezzo per smentire i miti e i timori che si sono generati a causa del fenomeno migratorio. Questo è un compito principale per il Messico, tenendo conto degli alti tassi di mobilitazione di popolazione verso il vicino del nord. Per quanto paia contraddittorio non avere empatia per i vicini hondureni, guatemaltechi e salvadoreni, è certo che uno dei timori del messicano medio è che ci sarà una “invasione centroamericana”. Prima di ciò, organismi internazionali, come l’ONU, hanno detto che ogni anno passano per il Messico almeno 500mila migranti con l’intenzione di conquistare la frontiera statunitense. L’aspetto straordinario della situazione attuale trova le sue radici nella decisione dei migranti di farlo in carovana, e non è necessario segnalare l’effetto prodotto dalla visione per le strade di più di cinquemila persone che camminano.  

Le soluzioni di fronte a una crisi come quella attuale devono chiedersi nella marcia, i migranti continuano a muoversi, per quanto la carovana si sia disseminata in gruppi, poco a poco stanno arrivando a Tijuana migliaia di famiglie che fanno lunghe file per registrare la richiesta di asilo di fronte agli uffici di migrazione statunitense, ma di fronte al bisogno di volontà politica, la realtà è che una soluzione, che possibilmente non sarà favorevole, sarà ritardata di mesi e persino anni. E, nel frattempo, cosa farà il Messico? Da un lato c’è la pressione degli Stati Uniti che lo accusano di negigenza e di non poter contenere i migranti. Questa pressione ha fatto sì che gli aiuti promessi dalle autorità messicane non arrivino ai migranti e, in questo modo, evitare che arrivino fino alla frontiera. Questo si è visto, per esempio, nel presunto invio di autobus passati a raccogliere i camminatori, e anche se i bus arrivarono si fermarono molti chilometri prima di arrivare alla frontiera, chiedendo ai centroamericani di scendere proprio lì, nel mezzo di una strada circondata da un paesaggio desertico.

D’altro lato, la stessa popolazione messicana che si divide tra due posizioni: coloro che stigmatizzano i migranti ed esigono dal governo un indirizzamento del denaro verso le popolazioni messicane, abbattute dai disastri naturali e dalla povertà. L’altro settore sociale, che si mostra solidale con i camminatori e che si organizza civilmente per portare aiuti materiali, psicologici ed educativi. I movimenti sociali e gli studenti eccellono in questi lavori. Ciò che è certo è che non si riesce a vedere una decisione definitiva all’orizzonte, migliaia di viaggiatori continuano ad arrivare, i governi centroamericani restano in silenzio, il Messico è in piena transizione governativa e, nonostante la crisi, ci sono molti altri problemi cui dedicarsi e gli Stati Uniti continuano a serrare i ranghi, armando il proprio muro umano, con guardie frontaliere che rispondono alla più lieve delle provocazioni. Coloro che arrivarono un paio di settimane fa alla frontiera cominciano a disperarsi, il 25 novembre un centinaio di migranti voleva attraversare la frontiera rompendo la recinzione di vigilanza e spingendosi a correre. La situazione è una pentola a pressione sul punto di esplodere e comunque i migranti continuano la loro marcia mentre c’è del cammino da percorrere.

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Lo scorso 25 novembre, più di 500 migranti oltrepassarono la recinzione frontaliera a Tijuana. 98 persone sono state imprigionate e saranno deportate. (Fonte: https://lineadirectaportal.com/mexico/deporta-mexico-a-98-centroamericanos-tras-disturbios-en-frontera/)

Category: Osservatorio America Latina

About Cristina Sanchez: Cristina Sànchez P. è nata a Bogotà, in Colombia. Si è laureata in Scienze Sociali all'Università Pedagogica Nazionale di Bogotà con una tesi sull'insegnamento del conflitto armeno agli studenti scolari in Colombia. Ha poi proseguito i suoi studi con una laurea in storia a El Colegio de México, ove ha svolto il suo dottorato con una tesi sulla storia sociale e culturale dei consumi a Città del Messico a partire dall'apparizione dei grandi negozi tra il 1891 e il 1915, intitolata Novedad y Tradición. Le sue linee di ricerca includono la storia sociale, con un'enfasi sui processi di consumo nelle città, la composizione sociale dei lavoratori del settore commerciale, la moda e i discorsi che emersero intorno a queste dinamiche (quali buon gusto, distinzione ed eleganza) nei secoli XIX e XX. È membro della Associazione Latinoamericana e Iberica di Storia Sociale dall'anno 2013 e fa parte del gruppo di ricerca a proposito del “Ceto medio di Città del Messico, 1855-1931. Condizioni di vita, pratiche socioculturali e lineamenti di identità”, avvallato dal Consiglio Nazionale di Scienza e Tecnologia del Messico, Conacyt e dall'Università Autonoma Metropolitana - México, Cuajimalpa. Attualmente è assistente editoriale per «Trashumante. Revista Americana de Historia Social».

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