Cristina Sanchez Parra: I migranti centroamericani in cerca del “sogno americano”

| 9 novembre 2018 | Comments (0)

 

In questo periodo il fatto che i social media si siano trasformati in uno dei repertori di protesta più utilizzati dalle organizzazioni sociali è indiscutibile. Ciò che non è così usuale è che una convocazione circolata attraverso Facebook e WhatsApp ricevesse l’accoglienza che ha avuto tra le centinaia di Hondureñi che parteciparono puntuali alla chiamata: 12 ottobre, 8 di mattina nella città di San Pedro Sula. Lì si radunarono all’incirca 1000 cittadini che intendevano cominciare un esodo verso gli Stati Uniti, in modo tale da rendere visibile a livello globale la crisi sociale ed economica che attraversa questo paese.

Il punto di ebollizione di questa situazione fu la rielezione anticostituzionale dell’attuale presidente dell’Honduras, Jorge Orlando Hernández, che sta promuovendo una serie di provvedimenti controproducenti per la maggioranza dei cittadini. Secondo le cifre ufficiali della Banca Mondiale, l’Honduras è il paese più iniquo dell’America Latina, nonostante la crescita economica ostentata dal governo. Questa disuguaglianza si manifesta nella mancanza di opportunità di impiego e nella crescita graduale della violenza.

Tuttavia, questa crisi è solo la punta dell’iceberg di un processo di lunga data, una storia che assomma corruzione, narcotraffico e l’intervento statunitense nella politica interna del paese. Per citare un esempio di questa crisi storica, ricorderemo gli episodi di violenza che hanno visto come protagonisti i paesi centroamericani negli anni Ottanta, con il costituirsi dei guerriglieri e lo sviluppo di una guerra sporca promossa dai governi di turno e sostenuta dal paese del nord. In questo modo, la marcia che è cominciata lo scorso 12 ottobre raccoglie un anticoformismo storico dei cittadini hondureñi, a cui, al passo de la carovana, ssi sono aggiunti altri centroamericani che vivono altresì dei processi di espulsione dai loro paesi a causa di due fattori di base: povertà e violenza.

L’opzione di arrivare negli Stati Uniti in modo da migliorare la loro qualità della vita è un’idea che si è rinforzata man mano che la crisi si accentua. La novità rappresentata da questa carovana è il suo carattere massivo: secondo le cifre attuali, date dalle organizzazioni dei diritti umani, già si contano settemila migranti. I volti dell’esilio sono in maggioranza giovani, uomini e donne che appartengono a questo gruppo statistico come “popolazione economicamente attiva” o, in altre parole, nella condizione di lavorare. In realtà ciò che cercano è ciò che i loro paesi di origine gli negano. Ci sono anche molti bambini, che non dimensionano la prodezza che loro e i loro padri intendono realizza e attraversando a piedi, per la maggioranza del viaggio, un continente intero.

Finora, la carovana è passata per El Salvador e il Guatemala, lì i migranti arrivarono alla città di Tecún Umán e in questo luogo dovettero attraversare il ponte di San Marcos, frontiera con lo stato di Chiapas, già territorio Messicano. Il 19 ottobre, sette giorni dopo l’inizio del viaggio, il primo gruppo di migranti cercò di oltrepassare la frontiera incontrandosi con un contingente di soldati che non permise il passaggio. Dopo ore di negoziazione e di tensioni i migranti poterono passare sul suolo messicano.

Nello stesso giorno il presidente degli Stati Uniti sgridava le autorità messicane attaccando la loro incapacità nel contenere i migranti. Forse per questa ragione, quando i soldati tentarono di spiegare ai camminatori il programma promosso dal governo di Enrique Peña Nieto, “Sei a casa tua”, il quale promette un permesso di lavoro temporaneo e la regolarizzazione dello status di migrante con qualifica di richiedente asilo, coloro che si interessarono a questa offerta furono molto pochi. Le organizzazioni che si occupano della difesa dei diritti umani assicurano che le autorità messicane dei diritti umani assicurano che le autorità messicane ingannano i migranti non spiegando che ottenendo un permesso di lavoro perderebbero i loro diritti come richiedenti asilo politico.

Tra la mancanza di fiducia nelle autorità e la convinzione che viaggiare in gruppo fornisca loro una certa immunità e sicurezza, molti migranti hanno continuato il loro percorso. Poco a poco stanno penetrando sempre più nel territorio messicano. Il 30 ottobre sono arrivati Juchitán, nello stato di Oaxaca, un posto che fece notizia l’anno passato per esser stato l’epicentro di un forte sisma che distrusse gran parte delle infrastrutture della città. In effetti, il passo dell’esilio centroamericano rivela anche la propria crisi messicana; ciononostante, le manifestazioni di solidarietà non si sono fatte attendere. Le popolazioni riceventi accolgono i migranti, gli offrono cibo, rifugi e si organizzano persino in squadre di soccorso. Infine, non si deve perdere di fista il fatto che questa grande marcia di esiliati sia un’espressione di una profonda crisi umanitaria.

La solidarietà della società messicana è in contrasto con le linee guida ordinate dalla Casa Bianca che ha già dispiegato le forze di sicurezza sulla frontiera settentrionale più problematica, quella di Tamaulipas. Il mandato di Trump è “Tolleranza zero” e questa chiamata viene fatta in mezzo alle elezioni di metà mandatoe, convertendo così il tema dei migranti in un’opportunità per consolidare le forze repubblicane nello scenario politico statunitense. Il panorama è complesso, mentre il ritmo della carovana segna l’agenda pubblica messicana e statunitense.

I migranti progettano di arrivare alla capitale mesicana durante la prima settimana di novembre, per assistere al Vertice Mondiale delle Madri dei Migranti Scomparsi, che ha avuto luogo dal 2 al 4 di novembre. Gli abitanti della capitale hanno cominciato ad organizzarsi per la recezione della marcia ed è già una settimana che sono stati abilitati centri di raccolta per raccogliere viveri, vestiti e talvolta libri che saranno consegnati ai migranti.

Il dilemma per il governo messicano è chiaro, attendere la chiamata di Trump e con questo “dimostrare” che è capace di contenere i migranti o dispiegare una política sociale di appoggio a questi cittadini che avanzano passo passo, in cerca del sogno americano, lo stesso che milioni di messicani hanno perseguito nel corso degli anni. Nel frattempo, la camminata prosegue la sua marcia. (testo tradotto da Luca Crisma, scritto il 1 novembre, segue)

 

 

Category: Osservatorio America Latina, Osservatorio Stati Uniti

About Cristina Sanchez: Cristina Sànchez P. è nata a Bogotà, in Colombia. Si è laureata in Scienze Sociali all'Università Pedagogica Nazionale di Bogotà con una tesi sull'insegnamento del conflitto armeno agli studenti scolari in Colombia. Ha poi proseguito i suoi studi con una laurea in storia a El Colegio de México, ove ha svolto il suo dottorato con una tesi sulla storia sociale e culturale dei consumi a Città del Messico a partire dall'apparizione dei grandi negozi tra il 1891 e il 1915, intitolata Novedad y Tradición. Le sue linee di ricerca includono la storia sociale, con un'enfasi sui processi di consumo nelle città, la composizione sociale dei lavoratori del settore commerciale, la moda e i discorsi che emersero intorno a queste dinamiche (quali buon gusto, distinzione ed eleganza) nei secoli XIX e XX. È membro della Associazione Latinoamericana e Iberica di Storia Sociale dall'anno 2013 e fa parte del gruppo di ricerca a proposito del “Ceto medio di Città del Messico, 1855-1931. Condizioni di vita, pratiche socioculturali e lineamenti di identità”, avvallato dal Consiglio Nazionale di Scienza e Tecnologia del Messico, Conacyt e dall'Università Autonoma Metropolitana - México, Cuajimalpa. Attualmente è assistente editoriale per «Trashumante. Revista Americana de Historia Social».

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